Emil Cioran

Il nulla per tutti

 
 
 
 

Nel luglio del 2024 Mimesis ha dato alle stampe, a cura di Vincenzo Fiore, Il nulla per tutti. Lettere ai contemporanei, una fitta raccolta di missive (in parte inedite) inviate da Emil Cioran ad alcune grandi personalità intellettuali del Novecento, tra cui Paul Celan, María Zambrano, Samuel Beckett, François Mauriac, Carl Schmitt e Marguerite Yourcenar.

Le lettere sono organizzate per ordine alfabetico dei destinatari, e in ordine cronologico per ciascuno di essi, in modo da mostrare – negli svariati casi in cui lo scambio epistolare si è mantenuto negli anni – l’evoluzione del rapporto tra Cioran e i suoi corrispondenti.

Si tratta per lo più di brevi scritti, in cui il grande filosofo romeno loda un’opera ricevuta in lettura, o viceversa ringrazia per le belle parole espresse su un suo lavoro. Altrove, come accade in qualunque carteggio privato, Emil Cioran si interessa della situazione altrui o espone la propria.

Sia nelle epistole di taglio più professionale che in quelle più squisitamente esistenziali, spiccano due caratteristiche – forse non solo stilistiche – dell’autore de L’inconveniente di essere nati. Anzitutto, uno dei filosofi più pervicacemente pessimisti dell’epoca moderna esibisce una certa affabilità, esprimendo con frequenza giudizi apertamente lusinghieri sia sui testi ricevuti sia sugli autori con cui dialoga per iscritto; al contrario, Cioran è incline a minimizzare il valore della propria speculazione e delle proprie pubblicazioni. E parla di se stesso con ammirevole sincerità, come nella lettera del 6 luglio 1959 a John David Barrett: “Sono venuto al mondo con una sfortunata tendenza allo scoraggiamento, e con un tale terrore per tutto ciò che si chiama vita; gli atti più elementari che, agli occhi di un altro, non comportano alcun problema, assumono per me le dimensioni di un incubo. A quest’inconveniente maggiore, se ne aggiunge un altro, anch’esso molto grande: un certo gusto per la difficoltà, oserei dire per la perfezione, che mi impedisce di essere un autore fecondo, paralizzando i miei slanci e costringendomi alla sterilità” (p. 27; qui e oltre, corsivo nel testo).

La seconda peculiarità delle lettere di Cioran, la stessa che attraversa le sue opere filosofiche, è la tendenza all’ironia, che spesso assume la forma di un’accensione imprevedibile. Nella lettera del 26 dicembre 1988 a Jean-Pierre Chopin leggiamo: “Ciò che questo mondo sembra aver perso per sempre è quella freschezza tragica e quel fascino vertiginoso che da soli potrebbero contrastare l’ottusa eccitazione di oggi. Ma non sono nella posizione di lamentarmi del nulla contemporaneo, dal momento che ne faccio parte” (p. 92).

E in quella a Ernst Jünger del 29 luglio 1960: “La mia situazione è delle più paradossali, anzi delle più false: non ho più voglia di essere conosciuto, l’idea stessa di notorietà mi dà il voltastomaco, eppure, per una sequenza fatale o per languore, mi trovo costretto a compiere passi incompatibili con le mie convinzioni. Desiderare l’anonimato e correre dietro a dei traduttori! In materia di vergogna o di ridicolo, non temo nessuno” (p. 147).

Talvolta l’ironia ha la brevità e l’incisività dell’aforisma, come nel seguente passaggio della lettera a François Mauriac del 29 aprile 1957: “Lo scettico non ha alcun vantaggio sul credente: uno porta il fardello delle sue perplessità, l’altro quello delle sue certezze. Da qualunque parte ci si volti, ci si espone alla vertigine, ci si scontra con l’Insostenibile” (p. 177).

Le due caratteristiche salienti de Il nulla per tutti inducono ad altrettante considerazioni. L’amabilità di Emil Cioran con i suoi amici e conoscenti ha il merito di trattenere dalla tentazione di identificare un filosofo con i contenuti espressi nella divulgazione del proprio pensiero: disinteresse, ostilità o timore nei confronti della vita non sono sentimenti che automaticamente si travasano nelle relazioni. Semmai, essendo una la condizione umana, più la si valuta precaria o illeggibile e più è naturale che si provino per gli altri compassione e misericordia.

L’ironia di Cioran, poi, si pone in un rapporto ambivalente col suo pessimismo radicale. Può forse mitigarlo (o, per chi volesse adottare una posizione critica, addirittura sconfessarlo); oppure, al contrario, lo può rafforzare, dal momento che prendersi gioco di debolezze e contraddizioni umane, specie partendo dalle proprie, è in fondo un modo per ribadire l’assurdità e l’insensatezza del mondo.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

L’orgoglio del fallimento

 
 
 
 

È uscito per Mimesis nel gennaio del 2021 L’orgoglio del fallimento. Lettere ad Arșavir e Jeni Acterian. Il libro, curato da Antonio Di Gennaro e tradotto da Magda Arhip e Laureto Rodoni, è composto per oltre la metà da sessantaquattro missive inviate da Emil Cioran ad Arșavir Acterian negli anni che vanno dal 1933 al 1936 e dal 1968 al 1991. Il volume comprende anche sei lettere scritte da Cioran alla sorella di Arșavir, Jeni, e alcune inviate dai due fratelli Acterian al filosofo romeno (cinque scritte da Arșavir e due da Jeni). Completa l’opera un’appendice che raccoglie cinque brevi scritti di Arșavir Acterian sullo stesso Cioran.

I due si erano conosciuti agli inizi degli anni Trenta del Novecento alla Biblioteca della Fondazione Carol di Bucarest. L’incontro di Cioran con il giovane giornalista di origini armene si sarebbe rivelato fondamentale, perché Arșavir lo avrebbe presto introdotto nel gruppo della “generazione del ‘27”, di cui facevano parte figure come Eugen Ionescu e Mircea Eliade.

L’epistolario è un importante resoconto del fermento culturale e politico della Romania degli anni Trenta, e – più nello specifico – del fervore di un gruppo di giovani “ammalati nell’animo”, come scrive Arșavir Acterian nella lettera a Cioran del 17 luglio 1935 (p. 111). Lo scambio certifica inoltre la profonda amicizia tra Cioran e i due fratelli Acterian: se quella con Arșavir si protrarrà sino alla scomparsa del filosofo, quella con Jeni – contraddistinta da un’eccezionale consonanza spirituale – si interromperà nel 1958 per la morte della donna a soli quarantuno anni.

Ma L’orgoglio del fallimento ha forse il suo maggior valore come testimonianza dello spirito furiosamente pessimistico di Emil Cioran. Dove l’avverbio vuole dare conto del fatto che l’atteggiamento di Cioran non lo condurrà mai all’inazione (per quanto spesso essa sia invocata nella sua opera, e nondimeno affiori anche in queste lettere) ma semmai lo esporrà sempre a interrogarsi sul nucleo misterioso – e resistente alle interpretazioni – del mondo.

Impressiona, in questo senso, la coerenza mantenuta dal filosofo nel corso dei decenni. Non solo per la limpidezza della sua prosa, sorvegliatissima tanto nelle lettere giovanili quanto in quelle scritte da uomo prima maturo e poi anziano. Ma anche e soprattutto per la volontà strenua di trascendere gli aspetti transitori e superficiali che affollano e stemperano la vita (sono questi, e non la vita in sé, che Cioran rifiuta) a favore di un’inesausta concentrazione sul suo centro pulsante.

Tale inclinazione si esprime attraverso una fittissima attività di lettore. Attività che, citata da Cioran lungo tutta la corrispondenza, appare già nella lettera del 16 luglio 1933, dove il filosofo annuncia “un lungo periodo in direzione di vette affini alle alture dei miei stati emotivi” (p. 20) e trova conferma in quella dell’11 luglio 1972: “Leggo fino all’imbecillità. Vedo anche delle persone, è vero, ma sembrano tutte irreali, quasi quanto me” (p. 42).

Se a venticinque anni Cioran si definirà “afflitto da un disinteresse patologico per ciò che mi circonda e tutto il resto” (lettera del 9 gennaio 1936, p. 24), trentacinque anni dopo egli confesserà all’amico: “È per vigliaccheria e anche per saggezza che mi sono tolto quest’orribile ossessione del domani, che utilizza il meglio dei nostri terrori” (lettera del 20 novembre 1971, p. 38).

La missiva dell’8 marzo 1975 reca in sé un passaggio che solo a una lettura disattenta potrebbe apparire come una concessione un poco compiaciuta all’autoironia: “Non è la prima volta in vita mia che sono in preda all’abulia, ma ho l’impressione che, con l’aiuto della vecchiaia, io stia assistendo all’aggravarsi delle mie deficienze. Normalmente, non avrei dovuto raggiungere un’età così avanzata: prima si moriva intorno ai cinquant’anni, e questo andava bene. Grazie ai farmaci, si prolunga un’esistenza concepita per essere breve”, p. 63.

Semmai, la sensazione è che qui il sarcasmo verso l’eccessiva durata della vita voglia rimarcare la sovrabbondanza di tentazioni di diluirla, rimandando così a un futuro indefinito il confronto col limite.

L’appena ventiquattrenne Cioran è stato profetico nella lettera all’amico Arșavir la cui datazione, incerta, è stata fissata tra il marzo e l’aprile del 1935. Le righe che seguono mostrano e prefigurano una personalità del tutto disinteressata all’effimero. Che, contrariamente a quanto hanno scritto troppi critici di Cioran affetti da miopia (e accomunati dalla domanda-feticcio: Perché un filosofo vittima di un pessimismo così radicale non si è suicidato?), non è stata insofferente verso la vita, ma verso la facilità con cui la si spreca anziché arrischiarsi a indagarne l’essenza: “Il mio principale difetto è di avvertire, persino in sogno, l’essenziale. Da qui deriva il compromesso tra la certezza della salvezza, attraverso l’azione, e la convinzione circa l’inefficacia della stessa. Sotto il segno di un tale compromesso, verrà pregiudicata la mia vita futura”, pp. 22-23.

 
 
 

Ineffabile nostalgia

 

a Stefania Cella

 
 

Uscito nel marzo del 2015 per Archinto a cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaș (traduttori rispettivamente delle parti in francese e di quelle in romeno), Ineffabile nostalgia. Lettere al fratello 1931-1985 contiene una scelta di duecentotrentasette missive che Emil Cioran scrisse al fratello minore Aurel.

Il grande filosofo si trasferì in Francia nel 1937 e non rientrò più in Romania; i due Cioran si rincontrarono solo nell’aprile del 1981, a Parigi. Queste lettere testimoniano, intanto, proprio il solido legame tra Emil e Aurel, nonché il ruolo di fratello maggiore rivestito quasi platealmente dal primo: si mostra premuroso nei confronti di tutta la famiglia, si informa, si entusiasma o deprime per ciò che accade a congiunti e amici, dispensa consigli e addirittura invia periodicamente medicinali in patria suggerendone la posologia: “Prendi la vitamina C (contro l’influenza) unicamente al mattino”, p. 91.

Parallelamente, tutta la corrispondenza sarà attraversata da un forte sentimento di nostalgia per i luoghi natali.Ineffabile nostalgia

Ma a imporsi è soprattutto un altro stato d’animo, che nell’arco di cinquantaquattro anni affiora sempre pressoché identico e viene espresso con formule spesso simili anche a distanza di decenni; si leggano ad esempio due brevi estratti, uno di una lettera del 1946, l’altro di una del 1977: “Guardare da spettatore l’epoca che stiamo vivendo, mi basta a trarne conclusioni valide per ogni tempo” (p. 21); “guardare il mare non è forse più importante che lavorare?” (p. 127).

L’azione del guardare, si badi, non ha alcuna parentela col disimpegno né con quel nichilismo a cui Cioran è stato spesso (e frettolosamente) accostato; pare semmai l’esito di un percorso speculativo ed esistenziale le cui tappe traspaiono, benché in modo disorganico, anche dalle pagine di questo splendido libro.

Il filosofo, anzitutto, rifiuta qualunque interesse per la contemporaneità, come se concentrarsi sul transeunte sottraesse energie a questioni ben più essenziali: “Qualunque partecipazione ai tumulti temporali è tempo perso e vana dissipazione”, p. 22. (altro…)