Le lettere sono organizzate per ordine alfabetico dei destinatari, e in ordine cronologico per ciascuno di essi, in modo da mostrare – negli svariati casi in cui lo scambio epistolare si è mantenuto negli anni – l’evoluzione del rapporto tra Cioran e i suoi corrispondenti.
Si tratta per lo più di brevi scritti, in cui il grande filosofo romeno loda un’opera ricevuta in lettura, o viceversa ringrazia per le belle parole espresse su un suo lavoro. Altrove, come accade in qualunque carteggio privato, Emil Cioran si interessa della situazione altrui o espone la propria.
Sia nelle epistole di taglio più professionale che in quelle più squisitamente esistenziali, spiccano due caratteristiche – forse non solo stilistiche – dell’autore de L’inconveniente di essere nati. Anzitutto, uno dei filosofi più pervicacemente pessimisti dell’epoca moderna esibisce una certa affabilità, esprimendo con frequenza giudizi apertamente lusinghieri sia sui testi ricevuti sia sugli autori con cui dialoga per iscritto; al contrario, Cioran è
incline a minimizzare il valore della propria speculazione e delle proprie pubblicazioni. E parla di se stesso con ammirevole sincerità, come nella lettera del 6 luglio 1959 a John David Barrett: “Sono venuto al mondo con una sfortunata tendenza allo scoraggiamento, e con un tale terrore per tutto ciò che si chiama vita; gli atti più elementari che, agli occhi di un altro, non comportano alcun problema, assumono per me le dimensioni di un incubo. A quest’inconveniente maggiore, se ne aggiunge un altro, anch’esso molto grande: un certo gusto per la difficoltà, oserei dire per la perfezione, che mi impedisce di essere un autore fecondo, paralizzando i miei slanci e costringendomi alla sterilità” (p. 27; qui e oltre, corsivo nel testo).
La seconda peculiarità delle lettere di Cioran, la stessa che attraversa le sue opere filosofiche, è la tendenza all’ironia, che spesso assume la forma di un’accensione imprevedibile. Nella lettera del 26 dicembre 1988 a Jean-Pierre Chopin leggiamo: “Ciò che questo mondo sembra aver perso per sempre è quella freschezza tragica e quel fascino vertiginoso che da soli potrebbero contrastare l’ottusa eccitazione di oggi. Ma non sono nella posizione di lamentarmi del nulla contemporaneo, dal momento che ne faccio parte” (p. 92).
E in quella a Ernst Jünger del 29 luglio 1960: “La mia situazione è delle più paradossali, anzi delle più false: non ho più voglia di essere conosciuto, l’idea stessa di notorietà mi dà il voltastomaco, eppure, per una sequenza fatale o per languore, mi trovo costretto a compiere passi incompatibili con le mie convinzioni. Desiderare l’anonimato e correre dietro a dei traduttori! In materia di vergogna o di ridicolo, non temo nessuno” (p. 147).
Talvolta l’ironia ha la brevità e l’incisività dell’aforisma, come nel seguente passaggio della lettera a François Mauriac del 29 aprile 1957: “Lo scettico non ha alcun vantaggio sul credente: uno porta il fardello delle sue perplessità, l’altro quello delle sue certezze. Da qualunque parte ci si volti, ci si espone alla vertigine, ci si scontra con l’Insostenibile” (p. 177).
Le due caratteristiche salienti de Il nulla per tutti inducono ad altrettante considerazioni. L’amabilità di Emil Cioran con i suoi amici e conoscenti ha il merito di trattenere dalla tentazione di identificare un filosofo con i contenuti espressi nella divulgazione del proprio pensiero: disinteresse, ostilità o timore nei confronti della vita non sono sentimenti che automaticamente si travasano nelle relazioni. Semmai, essendo una la condizione umana, più la si valuta precaria o illeggibile e più è naturale che si provino per gli altri compassione e misericordia.
L’ironia di Cioran, poi, si pone in un rapporto ambivalente col suo pessimismo radicale. Può forse mitigarlo (o, per chi volesse adottare una posizione critica, addirittura sconfessarlo); oppure, al contrario, lo può rafforzare, dal momento che prendersi gioco di debolezze e contraddizioni umane, specie partendo dalle proprie, è in fondo un modo per ribadire l’assurdità e l’insensatezza del mondo.
(Claudio Bagnasco)
