All’epoca il libro diede all’autore una buona notorietà, tuttavia le opere che seguirono non furono altrettanto fortunate, e Flamm era già stato dimenticato nel 1933, anno in cui l’avvento del nazismo lo costrinse a lasciare il suo paese per Parigi, quindi a trasferirsi negli Stati Uniti dove si dedicò alla psichiatria.
La laurea in medicina, conseguita nel 1914, e la successiva abilitazione lo avevano esentato dal prendere parte al primo conflitto mondiale, nel quale invece due anni dopo sarebbe morto il fratello Hans, rimasto ucciso a Verdun. Come si vedrà, i due fatti, uniti alle probabili esperienze professionali a contatto con i reduci affetti da traumi fisici e psichici, assumeranno per il lettore particolare rilevanza.
La Grande Guerra è giunta al termine, Willhelm Bettuch e Hans (come il fratello dell’autore) Stern stanno per tornare a casa. Il primo è poco istruito e viene da una famiglia proletaria. Indossati di nuovo gli abiti civili, lo attendono la madre malata, la sorella Emma e il duro lavoro da fornaio. Il secondo si appresta a riprendere una vita agiata, con la sua attività di medico (come lo stesso Flamm), e a riabbracciare la vecchia madre e la moglie Grete che lo credono caduto sul campo. Solo uno dei due lascerà le campagne e le alture di Verdun, ma chi è quell’uomo che porterà con sé lampi di memoria dell’una e dell’altra esistenza?
“Non io, signori giudici, un morto parla per bocca mia. Non sono io qui, non è mio questo braccio che si alza, non sono miei questi capelli ora bianchi, non è mio il crimine, non è mio il crimine” (p. 1).
Attraverso la sua prosa, che da una parte sperimenta l’uso di una peculiare punteggiatura e a tratti cede a un lirismo ancora ottocentesco, l’autore ci mostra come niente di ciò che è transitato attraverso la brutalità di uno scontro bellico sarà più come prima, perché “«In mezzo c’è stata la guerra, guerra e morte. In noi c’è qualcosa di diverso, qualcosa è stato cancellato, qualcosa è cambiato»” (p. 42). A mutare in maniera irreversibile è stata la percezione della realtà e del prossimo: “guardo dai miei occhi come da uno stretto pozzo, ecco qui il mondo, ecco l’altro, uomini e strade e nuvole e una stanza e mille destini, e io ne faccio parte, io qui dentro — ma dove sono?” (p. 40). Un mondo che, terminato il conflitto, ancora tende all’oscurità, richiamata nel ripetersi di verbi quale “nereggiare” e persino nel nome del cane che accompagnerà il protagonista attraverso il suo vagare in bilico tra realtà e delirio: Nerone. Il solo essere vivente che sembra comprenderne i tormenti, simbolo di innocenza e al contempo catalizzatore di ogni male e perversione.
Ma prima ancora, il cambiamento ha investito nell’uomo la consapevolezza di sé: “io, io, io, un altro è me, io sono l’altro, il morto, che ora vive, faccia, corpo un altro, muscoli, carne, intestino, cervello e anima. Non io? Non più mio? Io non più io?” (p. 24). In tal modo, quanto sopravvive allo scempio dell’essere umano è destinato a restare intrappolato nei sentimenti, nelle colpe e nei desideri che egli percepisce come propri e che non potranno più appartenergli.
E nel riproporre il topos letterario del doppio, l’opera di Flamm cessa di essere semplice testimonianza romanzata degli effetti della guerra, per raccontarci come ogni individuo sia incapace di riconoscere e accettare la contraddittoria pluralità che lo anima e lo affligge: “in noi ci sono tutti gli animali, tutte le piante, tutti hanno voce dentro di noi, parlano la loro lingua oscura, da embrioni abbiamo tutte le loro forme, respiriamo con le branchie, siamo pesce e rettile e animale, l’intera creazione è in noi, poi facciamo qualcosa, ci muoviamo, ma siamo solo il risultato ultimo, la somma di tutti, dove finisci tu e comincio io?”(p. 74); e ancora “ognuno porta miliardi di volte sé stesso in sé stesso” (p. 90).
Così Hans/Willhelm è sospeso tra l’ambizione di vivere una vita finalmente felice e i rimorsi dell’usurpatore; tra l’amore per la bella e devota moglie Grete e la pena per la giovane Emma ridotta in miseria dalla guerra che si è presa il fratello; conteso da due madri eppure orfano. Irrimediabilmente condannato alla solitudine, nel momento in cui comprende che quello sdoppiamento è solo il margine di un abisso senza fine: “Non ho l’ombelico, non ho madre, non ho figli, non sono incluso nella catena che attraversa tutti i corpi dal primo all’ultimo essere umano. Nato da nessun grembo, corpo eppure non corpo, io eppure un altro, un nome, un destino, ma non un essere umano. Dunque dov’è che inizio e dove ho fine? Eppure ho coscienza di me stesso, non me la lascio strappare” (pp. 50 – 51).
Una coscienza alla quale, però, sono state sottratte le coordinate essenziali dello spazio e del tempo. E allora ci tornano in mente i pensieri del protagonista, quando, in visita all’osservatorio astronomico, guarda il cielo attraverso la lente del telescopio: “qualcosa di me ora è laggiù, una parte di me, che ora vedo, a quei tempi c’erano ancora gli antichi Egizi, io ancora non ero al mondo, vedo il passato, lo vedo con i miei occhi, la luce ci ha messo così tanto ad arrivare qui, forse in realtà si è già estinta, non si sa, sono anch’io un raggio, forse sono già morto laggiù e chiamo me stesso attraverso lo spazio gelido, e ora mi sento e mi vedo eppure forse non sono affatto qui” (pp. 66 – 67).
(Gianni Usai)



