Adelphi Edizioni

Io?

 
 
 
 

Aveva trentacinque anni Peter Flamm, pseudonimo di Erich Mosse, quando nel 1926 suscitò interesse in Germania col suo romanzo d’esordio. Nel giugno del 2024, a quasi un secolo di distanza, Io? viene pubblicato in Italia da Adelphi nella prima traduzione dal tedesco, firmata da Margherita Belardetti, e accompagnato da una nota di Manfred Posani Löwenstein.

All’epoca il libro diede all’autore una buona notorietà, tuttavia le opere che seguirono non furono altrettanto fortunate, e Flamm era già stato dimenticato nel 1933, anno in cui l’avvento del nazismo lo costrinse a lasciare il suo paese per Parigi, quindi a trasferirsi negli Stati Uniti dove si dedicò alla psichiatria.

Io?La laurea in medicina, conseguita nel 1914, e la successiva abilitazione lo avevano esentato dal prendere parte al primo conflitto mondiale, nel quale invece due anni dopo sarebbe morto il fratello Hans, rimasto ucciso a Verdun. Come si vedrà, i due fatti, uniti alle probabili esperienze professionali a contatto con i reduci affetti da traumi fisici e psichici, assumeranno per il lettore particolare rilevanza.

La Grande Guerra è giunta al termine, Willhelm Bettuch e Hans (come il fratello dell’autore) Stern stanno per tornare a casa. Il primo è poco istruito e viene da una famiglia proletaria. Indossati di nuovo gli abiti civili, lo attendono la madre malata, la sorella Emma e il duro lavoro da fornaio. Il secondo si appresta a riprendere una vita agiata, con la sua attività di medico (come lo stesso Flamm), e a riabbracciare la vecchia madre e la moglie Grete che lo credono caduto sul campo. Solo uno dei due lascerà le campagne e le alture di Verdun, ma chi è quell’uomo che porterà con sé lampi di memoria dell’una e dell’altra esistenza?

“Non io, signori giudici, un morto parla per bocca mia. Non sono io qui, non è mio questo braccio che si alza, non sono miei questi capelli ora bianchi, non è mio il crimine, non è mio il crimine” (p. 1).

Attraverso la sua prosa, che da una parte sperimenta l’uso di una peculiare punteggiatura e a tratti cede a un lirismo ancora ottocentesco, l’autore ci mostra come niente di ciò che è transitato attraverso la brutalità di uno scontro bellico sarà più come prima, perché “«In mezzo c’è stata la guerra, guerra e morte. In noi c’è qualcosa di diverso, qualcosa è stato cancellato, qualcosa è cambiato»” (p. 42). A mutare in maniera irreversibile è stata la percezione della realtà e del prossimo: “guardo dai miei occhi come da uno stretto pozzo, ecco qui il mondo, ecco l’altro, uomini e strade e nuvole e una stanza e mille destini, e io ne faccio parte, io qui dentro — ma dove sono?” (p. 40). Un mondo che, terminato il conflitto, ancora tende all’oscurità, richiamata nel ripetersi di verbi quale “nereggiare” e persino nel nome del cane che accompagnerà il protagonista attraverso il suo vagare in bilico tra realtà e delirio: Nerone. Il solo essere vivente che sembra comprenderne i tormenti, simbolo di innocenza e al contempo catalizzatore di ogni male e perversione.

Ma prima ancora, il cambiamento ha investito nell’uomo la consapevolezza di sé: “io, io, io, un altro è me, io sono l’altro, il morto, che ora vive, faccia, corpo un altro, muscoli, carne, intestino, cervello e anima. Non io? Non più mio? Io non più io?” (p. 24). In tal modo, quanto sopravvive allo scempio dell’essere umano è destinato a restare intrappolato nei sentimenti, nelle colpe e nei desideri che egli percepisce come propri e che non potranno più appartenergli.

E nel riproporre il topos letterario del doppio, l’opera di Flamm cessa di essere semplice testimonianza romanzata degli effetti della guerra, per raccontarci come ogni individuo sia incapace di riconoscere e accettare la contraddittoria pluralità che lo anima e lo affligge: “in noi ci sono tutti gli animali, tutte le piante, tutti hanno voce dentro di noi, parlano la loro lingua oscura, da embrioni abbiamo tutte le loro forme, respiriamo con le branchie, siamo pesce e rettile e animale, l’intera creazione è in noi, poi facciamo qualcosa, ci muoviamo, ma siamo solo il risultato ultimo, la somma di tutti, dove finisci tu e comincio io?”(p. 74); e ancora “ognuno porta miliardi di volte sé stesso in sé stesso” (p. 90).

Così Hans/Willhelm è sospeso tra l’ambizione di vivere una vita finalmente felice e i rimorsi dell’usurpatore; tra l’amore per la bella e devota moglie Grete e la pena per la giovane Emma ridotta in miseria dalla guerra che si è presa il fratello; conteso da due madri eppure orfano. Irrimediabilmente condannato alla solitudine, nel momento in cui comprende che quello sdoppiamento è solo il margine di un abisso senza fine: “Non ho l’ombelico, non ho madre, non ho figli, non sono incluso nella catena che attraversa tutti i corpi dal primo all’ultimo essere umano. Nato da nessun grembo, corpo eppure non corpo, io eppure un altro, un nome, un destino, ma non un essere umano. Dunque dov’è che inizio e dove ho fine? Eppure ho coscienza di me stesso, non me la lascio strappare” (pp. 50 – 51).

Una coscienza alla quale, però, sono state sottratte le coordinate essenziali dello spazio e del tempo. E allora ci tornano in mente i pensieri del protagonista, quando, in visita all’osservatorio astronomico, guarda il cielo attraverso la lente del telescopio: “qualcosa di me ora è laggiù, una parte di me, che ora vedo, a quei tempi c’erano ancora gli antichi Egizi, io ancora non ero al mondo, vedo il passato, lo vedo con i miei occhi, la luce ci ha messo così tanto ad arrivare qui, forse in realtà si è già estinta, non si sa, sono anch’io un raggio, forse sono già morto laggiù e chiamo me stesso attraverso lo spazio gelido, e ora mi sento e mi vedo eppure forse non sono affatto qui” (pp. 66 – 67).

 
 
(Gianni Usai)
 
 

Benevolenza cosmica

 
 
 
 

“«Il problema è che Dio, o l’Universo, o qualche altro potere impersonale ha deciso di esaudire tutti i miei desideri. Tutti. Compresi quelli che non mi sono mai nemmeno sognato di esprimere»”, pp. 79-80.

Con queste parole Kurt O’Reilly, protagonista di Benevolenza cosmica (romanzo d’esordio di Fabio Bacà, uscito per Adelphi nel marzo del 2019), spiega all’amico Bob Lewis la sua bizzarra, nonché ossessionante, condizione.

La vicenda di O’Reilly ha inizio nello studio del suo medico, il dottor Halliwell, che gli diagnostica una lesione intraoculare, manifestazione di una forma tumorale maligna nel novantasei per cento dei casi; le analisi cui O’Reilly si è sottoposto, tuttavia, lo collocano senza dubbio nel restante quattro per cento.

Da qui prende il via una rocambolesca serie di curiosi episodi, in cui Kurt – che lavora in un istituto statistico londinese – viene investito da una fortuna prima curiosa, poi inquietante, infine asfissiante: egli ottiene profferte sessuali, inopinati successi economici, piccoli e grandi favori, e il suo atteggiamento – che dopo l’iniziale incredulità si fa via via più oppositivo – moltiplica la comicità delle scene. Come quando un tassista, all’ultimo turno lavorativo della sua vita dopo quarantadue anni di servizio, vorrebbe offrirgli una corsa (corsivo nel testo):

“«Non è possibile» mormorai.
«Prego?».
«Non ci posso credere. È ridicolo».
«Ridicolo? In che senso?».
«Nel senso di assurdo».
«Non capisco».
«Non importa. Tanto ho intenzione di ristabilire un minimo di normalità, quantomeno relativamente al tuo caso. Perché adesso tu non solo mi porterai a destinazione, ma prima di fare un solo metro inserirai quello stramaledetto tassametro, emblema del tempo e del denaro che domina ogni cosa. Perché è questo che avrai alla fine della corsa, amico: denaro. Denaro in cambio di tempo. Avrai il tuo stramaledetto, meritato compenso, cui aggiungerò pure una mancia. Non sognartela nemmeno, l’ipotesi che io interrompa un rito lungo quarantadue anni Ti pagherò quanto dovuto e andrò per la mia strada».”, p. 50.

Chi scrive queste righe, tuttavia, ha tratto sicuro divertimento anche dalla scrittura di Bacà, di rara precisione. La puntualità e ricchezza semantica, rafforzate da un uso sempre creativo e intelligente della metafora, crea un felicissimo contrappunto con la vivacità dei dialoghi. Altrettanto gustose sono le descrizioni dei personaggi, affidate a un piglio quasi espressionistico. Si leggano ad esempio alcune righe tratte dalla presentazione del dottor Halliwell: “Si era sposato quattro volte e aveva sempre divorziato: da ognuna delle mogli aveva avuto due figli, seguendo un oscuro modello archetipico di compiutezza familiare alla cui realizzazione faceva immancabilmente seguito un rapido declino del suo interesse di padre e marito esclusivo – come se l’idea di un solo nucleo di parenti fosse inconciliabile con i suoi princìpi di fondamentalismo poligamico. Invecchiando aveva raggiunto un’insperata pacificazione sentimentale, grazie alla quale era diventato un placido sessantacinquenne che intratteneva una solida relazione con una professoressa di immunologia della stessa università in cui insegnava da trent’anni. Aveva i lineamenti arrotondati di un amante di birre scure e occhi di un azzurro un po’ losco”, pp. 10-11.

Proprio il divertimento di cui si è preda durante la lettura impedisce di addentrarsi in pericolose chiavi interpretative, benché venga quasi da sé la tentazione di notare che la prospettiva professionale del protagonista – abituato a leggere gli eventi da un punto di vista probabilistico – è sbaragliata senza fatica dalla mastodontica fortuna di cui egli è… vittima. Come se l’illeggibilità della vita resistesse a ogni tentativo di chiuderla in una norma (che peraltro, nella scienza statistica, è sinonimo di moda, e indica il più frequente di un insieme di valori esaminati).

Nelle ultime pagine del romanzo si assiste a un colpo di scena che sovverte il senso di questo scorcio di biografia fantastica, oltre a chiuderlo in una cornice. Se ci si guarderà bene dal dire di più, non ci si esimerà dal supporre come questo finale – che in qualche modo giustifica e doma l’eccezionalità di quanto fin lì letto – possa forse nascere dal dubbio dell’autore di avere troppo osato.

Probabilmente la trovata non aggiunge bontà al romanzo. Ma non scalfisce la qualità della scrittura dell’autore, e la facilità con cui dà vita a situazioni di grande verve comico-paradossale.

Viene da immaginarsi, da augurarsi, una prossima prova di Fabio Bacà, condotta con altrettanta abilità stilistica, magari dall’intreccio più articolato e priva di metafinali forse un po’ pretestuosi: abbandonarsi al godimento estetico di un’opera condotta con maestria (la maestria che Bacà possiede) è già un sollievo non piccolo dal terrore dell’universo.

 
 
 

Un prigioniero

 
 
 

Non esistono letture giuste.

Capire un’opera, allora, non significa indovinarne il risultato (come negli esercizi di algebra), quanto intuirne le profondità. Si potrebbe dire: capire un’opera significa sapersi accordare alla sua maniera di ascoltare il mondo.

Un prigioniero, per sopravvivere, deve credere che tutto abbia senso. Credere che tutto abbia senso è credere che nessuna relazione tra persone o cose preveda vincitori e vinti: “Le interminabili frasi di Proust, con tutte quelle infinite digressioni, le disparate, remote e inattese associazioni, quel suo modo, così singolare, di trattare i temi intrecciandoli anziché gerarchizzandoli […]”, p. 20.

Un prigioniero, per sopravvivere, deve serbare fedeltà assoluta. Alla libertà se la prigionia è imposta, alla prigionia se essa è autoprocurata: “La lenta e dolorosa trasformazione dell’uomo dominatocover proust a GR. dalle passioni e profondamente egoista in uomo che si dedica in modo assoluto a una certa opera che lo divora, lo annienta, si alimenta del suo stesso sangue, è un processo con cui ogni creatore deve, prima o poi, fare i conti”, p. 33.

Un prigioniero, per sopravvivere, deve dimenticarsi della direzione univoca del tempo: “Osserva tra i presenti i tanti amici della sua passata esistenza […] e contempla anche una gioventù in ascesa, la nuova generazione […] Lui, lui soltanto, in mezzo a quella folla, potrà farli rivivere: ora lo sa, e con una certezza così salda che la morte gli diventa indifferente”, p. 43, corsivo nel testo.

Un prigioniero, per sopravvivere, deve pensare che tutto e niente coincidano: “Peraltro, è stato spesso osservato che nell’intera opera di Proust manca qualunque tipo di ricerca dell’assoluto, e che la parola «Dio» non compare una sola volta in migliaia e migliaia di pagine. Ciononostante, anzi forse proprio per questo motivo, la sua celebrazione di tutti gli effimeri piaceri della vita terrena ci lascia in bocca un pascaliano sapore di cenere”, p. 81.

 
 

(Nell’inverno del 1940-1941 alcuni ufficiali polacchi detenuti nel gulag di Grjazovec, in Unione Sovietica, decidono di organizzare una serie di conferenze a beneficio dei compagni di prigionia. Ciascuno di loro tratterà argomenti con cui ha dimestichezza. A Józef Czapski toccheranno la pittura polacca, la pittura francese e la letteratura francese. Ciò gli darà modo di citare a memoria, e commentare mirabilmente, diversi passaggi della Recherche di Marcel Proust. Parte dei suoi appunti, trascritti in francese, compongono oggi Proust a Grjazovec (Adelphi), per la cura e traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, con un saggio di Wojciech Karpiński tradotto da Barbara Delfino.

Le citazioni sono tolte da questo volume).

 
 
 

Flussi e confini

 
 
 

di Gian Andrea Franchi

 
 
 
 

La vita si svolge all’interno di un confine che definisce un corpo. La vita e l’impulso alla vita esistono all’interno di un confine, il muro selettivamente permeabile che separa il milieu interno dall’ambiente esterno. L’idea di organismo è imperniata sull’esistenza di tale confine. […] Se non c’è confine non c’è corpo e, se non c’è corpo, non c’è organismo. La vita ha bisogno di un confine. Io credo che la mente e la coscienza, quando infine fecero la loro comparsa nell’evoluzione, riguardassero innanzitutto la vita e l’impulso alla vita all’interno di un confine. In grande misura è ancora così” (António Damásio, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2000, p. 170).

Questa citazione di un neurologo filosofo mi rimanda a quell’altra di Butler, su cui ho già cercato di riflettere, e che ora cerco di sviluppare ulteriormente:

Poiché non vi è un sé senza un confine, e quel confine è sempre un luogo di relazioni multiple, non vi è un sé senza le sue relazioni. Se il sé cerca di difendersi da questa stessa intuizione, allora nega la modalità in cui esso è, per definizione, legato agli altri. E tramite questa negazione quel sé viene messo a repentaglio, poiché vive in un mondo in cui le sole opzioni sono distruggere o essere distrutti” (Judith Butler, Strade che divergono, Raffaele Cortina, Milano, 2013, p. 130)

Questo confine comincia a formarsi già nella fase uterina, che comporta anche il rischio del rigetto da parte del corpo materno del nuovo essere che si sta formando, percepito come estraneo/nemico (M. Soulé). Il superamento di questo rischio può forse essere letto come un primo corporeo atto d’amore materno che porta all’accoglienza datrice di vita.

Il confine è interno – fra io e sé –, ed esterno – fra l’io e l’altro. Anche il sé è una sorta di altro: è l’alterità interna. L’alterità interna – il sé – è intrinsecamente avvinto all’alterità esterna: la percezione emotiva e le immagini che ho di me stesso mi vengono dall’elaborazione, anche, spesso, conflittuale di quelle che gli altri mi rimandano. Confine interno e confine esterno rimbalzano l’uno sull’altro senza mai fermarsi in quell’oscillazione perenne che è la nostra esistenza. Qui sorge anche l’importanza fondamentale – elementare – del bisogno d’identità come bisogno di confine fra il sé e il non sé, che significa anche capacità di durare nel tempo come singolarità narrante, di mantenere una memoria storica di sé che resista alla corrosione inevitabile. Perciò il bisogno d’identità ha una forza straordinaria, paragonabile alla fame. È la fame culturale.

La vita è questione di confine e dunque anche la vita umana. Il confine, infatti, definisce la forma.
Il confine deve essere mantenuto poroso e flessibile, “luogo di relazioni”, appunto. Se il confine si irrigidisce e tende a chiudersi, o se viceversa tende a sciogliersi, abbiamo un processo patologico e la morte.

La gravissima patologia chiamata autismo aiuta molto a capire le dinamiche della soggettività. Il bambino autistico vive una condizione in cui il confine del suo Io oscilla continuamente tra liquefazione – la letteratura parla di angoscia di liquefazione o di annientamento, anche come memoria del primordiale vissuto intrauterino – ed estremo irrigidimento (si parla di pelle corazza). È interessante che

la pelle di questi bambini è al tempo stesso inesistente e impermeabile. … È una pelle senza funzioni di filtro, senza punti di scambio fra interno ed esterno”, al punto che “molti bambini autistici non si ammalano fino al momento in cui il loro stato di isolamento diventa meno totale” (Suzanne Maiello).

Egli non ha acquisito la capacità transizionale (Winnicott) o di metaforizzazione del proprio vissuto corporeo o di sua estensione al simbolico (Bion), cioè la capacità di condividerlo con altri, rimanendone perciò prigioniero. L’altro da sé provoca terrore, angoscia. Ma senza l’altro il sé non esiste e l’Io si dissolve.

La grande specialista di questa patologia, Frances Tustin, osserva che “sacche autistiche” possono essere largamente presenti anche in soggetti ‘normali’. Anzi, forse, il soggetto (molto o troppo) normale (normato), incapace di entrare veramente in relazione, trincerato dietro l’osservanza di schemi normativi, di cui Hannah Arendt ha indicato il prototipo nel tenente colonnello delle SS Eichmann, è proprio colui che ha “la crepa nel cuore” (Tustin).

Con il rimando a questa figura, divenuta l’immagine della banalità del male, entriamo agevolmente in una riflessione sulla storia. Possiamo vedere che non è altro che posizione di confini, in genere tramite la violenza. Confini di genere, di razza, di classe e via via confini di ogni tipo. È una constatazione anche troppo ovvia. Oggi possiamo ribadirla ogni giorno, anche nella forma più brutale del muro, da quello che spezzetta la Cisgiordania in mille frammenti all’ultimo, progettato dal governo ungherese ai confini con la Serbia. La stessa ragione dell’esistenza di ciò che chiamiamo potere è la posizione di confini che racchiudono identità: statuali, nazionali, etniche, razziali, individuali.

La paura della perdita di confini è la paura della perdita di forma: la paura più grande. È, anzi, l’angoscia per la costante presenza della mortalità nella vita. Ogni confine può essere varcato o può sciogliersi. Ogni forma può dissolversi. La vita è posizione di confini, di forme, ma anche la loro dissoluzione. È tras-formazione.

Ogni cultura si definisce per una sua propria posizione di confini. Ma tutte le culture, che pure sono sempre frutto di molteplici scambi, hanno normalmente in orrore la dissoluzione dei confini. Probabilmente, è per questo orrore ontologico che gli elementi concreti, fisici, che sono vettori di dissoluzione e finiscono con il rappresentarla simbolicamente suscitano particolare ripugnanza oppure orrore, sono considerati contaminanti e contaminati, impuri, osceni (fuori della scena sociale). Così il sangue mestruale, i liquidi del parto e, in minore misura, le feci.

Del resto, più in generale, il sangue è confinato nella rete delle vene e la sua dispersione è sempre indizio di pericolo e l’acqua deve essere imbrigliata fra sponde o raccolta: altri esempi del rapporto confini/flussi.

Anche le emozioni intense, le passioni, sono flussi che devono essere culturalmente imbrigliate e che vengono socialmente utilizzate: messe al lavoro.

La dissoluzione, tuttavia, è necessaria: è il passaggio verso altre forme di vita. Ma il passaggio è sempre rischioso. Da qui il perenne tentativo di imbrigliarlo nei riti di passaggio, fondamentali in tutte le culture. Nella civiltà moderna e contemporanea, correttamente detta capitalistica, al posto dei riti c’è un potente dispositivo che si chiama denaro (cui accennerò in seguito).

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Acqueforti di Buenos Aires

 
 
 

Tra il 1928 e il 1933 Roberto Arlt scrisse su El Mundo una serie di brevi articoli di costume, una cui scelta uscì in volume nel 1933 col titolo di Aguafuertes porteñas. L’opera viene oggi presentata ai lettori italiani da Del Vecchio Editore nella traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti.

Non è sbagliato dire, come si legge nel risvolto di copertina, che in questi bozzetti è anche tratteggiata la vita pulsante della capitale argentina, e la sua trasformazione in metropoli moderna.

Ma soprattutto, per mezzo delle sue acqueforti, Arlt ci offre una straordinaria carrellata di tipi umani, indagati con la passione e la meticolosità dell’entomologo; i corpi sono osservati così da vicino da creare, talvolta, effetti di deformazione espressionistica (“due metri di altezza, collo da stuzzicadenti e un colore della pelle degno di una candela”, p. 262).9788861101098Roberto Arlt, Acqueforti di Buenos Aires

Non meno approfondito è lo studio delle psicologie umane, il disvelamento di intrighi, miserie e meraviglie che coinvolgono la popolazione portegna.

Sarebbe troppo lungo l’elenco dei personaggi di cui Arlt dà una descrizione memorabile. Per prendere appena quattro esempi, si va dall’uomo geloso (“Si può stabilire questa regola: meno donne ha avuto un individuo e più è geloso”, p. 28) al ficcanaso menagramo (“è lui che si accolla tutte le meschinità e le invidie che l’eterna lotta per la vita comporta ogni santo giorno”, p. 81), dall’uomo di sughero (ossia “l’uomo che sta sempre a galla, non importa quali siano gli venti torbidi in cui è coinvolto”, p. 148) allo scocciatore (“Ti sei rassegnato, ti sei rassegnato a pensare che la vita non è poi così bella, perché nel suo seno abita quel mostro inesplicabile che è lo scocciatore”, p. 220).

Lo stile misurato, che poggia su un uso sapiente (poiché non eccessivo) dell’ironia, è una declinazione quasi naturale della prospettiva misericordiosa adottata dall’autore nei confronti degli individui di cui via via narra. All’atteggiamento moralistico, Roberto Arlt preferisce dichiarazioni come la seguente: “più d’una volta ho pensato che la grande indulgenza che ha reso eterno Gesù, gli veniva dalla sua vita per la strada. E dal suo contatto con gli uomini buoni e con quelli cattivi e con le donne oneste e anche con quelle che non lo erano”, pp. 142-143. (altro…)