Continuo a pubblicare, con gratitudine e piacere, i testi che Rocco Brindisi mi fa avere a intervalli irregolari e luminosi. Non smetterò mai di essergli grato perché, anni fa, il suo Silenzio della neve spalancò davanti al mio sguardo di lettore una scrittura di prodigiosa libertà capace di rivelare la magia imprigionata nelle cose quotidiane: cercai e comperai gli altri suoi libri, compagni ora inseparabili dei miei itinerari attraverso la scrittura. [A. D.]
Continua a leggere “Mi piace scrivere a te” (di Rocco Brindisi)Archivi tag: rocco brindisi
Lettera d’amore a Totò (di Rocco Brindisi)
La lavanderia (di Rocco Brindisi)
Scendo in lavanderia con un bustone di panni. Mi porto le “Lettere di Don Milani” per ingannare l’attesa e perché questo libro è una delle letture più avvincenti di questi ultimi mesi: la bellezza dolorosa della lingua, l’ostinazione, fraterna, a ragionare sulle parole, sui fatti. Don Milani è malato, costretto a letto, è lì che scrive, credo usi un quaderno, immagino grande, e una biro. Il suo amore, testardo, per i poveri, per i dannati della terra.Ancora notte (di Rocco Brindisi)
Quello che ci resta di questo film è tutto il film (di Rocco Brindisi)
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Amo la castità del ballatoio (di Rocco Brindisi)
Amo la castità del ballatoio.
La ragazza di ieri era un’altra.
L’ho vista di sfuggita: bruna, prosperosa, assente.
Era lì che spazzava.
Non l’ho invitata per il caffè: avrei dovuto rifarlo.
Né mi commuove non avere desideri.
E quando mi ha guardato, un istante, ho sperato non venisse
[sfiorata dalla mia infelicità,
che non è tenue, al mattino.
Modesti consigli per il giornalista non ancora completamente imputtanito (di Rocco Brindisi)
- Se hai deciso di ricordare all’interlocutore di Destra le Leggi Razziali
del ’38, non contentarti della sua presa di distanza da quello che lui definirà un errore (non parlerà mai di colpa, di vergogna); passagli una copia di quelle Leggi e invitalo a leggerne tre, quattro articoli. Se troverà retorico farlo, leggiglieli tu. Non t’inorgoglire, stupidamente, come fanno tutti i tuoi colleghi, di aver nominato l’orrore. Leggere quegli articoli servirà anche a te che, ingenuamente, pensi di conoscerli. - Se inviti un politico di Sinistra, chiedigli se ricorda questi due nomi: Bolzaneto, la Diaz. Se li ricorda, chiedigli come mai un cittadino qualsiasi dovrebbe rispettare, a occhi chiusi, la Polizia, e perché mai nessuno di quei poliziotti sia finito in galera. Se ti risponde che si trattava di mele marce, ricordagli il centinaio di poliziotti che applaudirono i colleghi accusati di aver pestato a sangue e ammazzato un ragazzo: Aldovrandi. Ricordati, quando chiedi delle risposte, che non stai giudicando, ma stai cercando di capire.
Se vince la Destra (di Rocco Brindisi)
Ogni volta che Rocco mi manda un suo testo provo la gioia e l’orgoglio di poter pubblicare uno degli autori che più stimo e amo; questa volta mi permetto anche di aggiungere questa breve premessa perché condivido in pieno i contenuti del testo che andrete a leggere e perché, “se vince la Destra”, questi anni (già bui) diventeranno ancora più bui, ma, certamente, il nostro sentimento antifascista non cederà di un passo e continuerà ad avere nel 25 aprile il suo faro. [A. D.] Continua a leggere Se vince la Destra (di Rocco Brindisi)
Leggo “Le Belle Bandiere” (di Rocco Brindisi)
Leggo “Le belle bandiere”, seduto davanti al bar, sotto i portici. Il volto del poeta in copertina: capelli arruffati, guance scavate, una bellezza antica. La ragazza del bar mi informa, con un sorriso: “Il suo amico è venuto poco fa”. Un po’ le dispiace che non ci siamo incontrati, un po’ è felice di averlo nominato; terzo, ritiene una sorta di incantamento l’amicizia tra un vecchio signore, barba folta, bianca, con un ragazzo. La sua curiosità è gentile. Continuo a leggere. Un movimento brusco, e il libro si richiude. Ritorna lo sguardo del poeta, che mi trafigge e mi consola. Nei suoi occhi, la passione di guardare il mondo. Sta girando il “Decamerone”. Uno sguardo fiero della propria felicità. Nel film, è un pittore del Trecento in viaggio, che approda a Napoli. Nel libro, le sue risposte ai lettori di “Rinascita”. anni ’60. Lettere di operai, studenti, pensionati. In queste pagine, l’epopea di una lingua amorosa, che rinnova il proprio mistero, entrando negli affanni, le ragioni, i dubbi, i pudori, le speranze senza tempo, la devozione, mai ruffiana, del lettore nei confronti del poeta. Che parli di politica, di cinema o d’altro, c’è qualcosa di lancinante nel rispetto che egli nutre per l’interlocutore, per sé stesso e per il volto invisibile che guarda, scrivendo. Ancora il suo ritratto: la bocca chiusa, non serrata, è il terzo occhio, ribelle e magnanimo. Sarebbe stato bello morire in quei giorni, il terzo giorno la fine delle riprese di un film sulla gioia. Il ragazzo degli appuntamenti al bar non è venuto. Le parole del poeta, la sua faccia, così lontani dalla sua morte, che mi viene da piangere. [Rocco Brindisi]
Franca Rame (di Rocco Brindisi)
Franca Rame. Chi ha visto e ascoltato il suo monologo sullo stupro subìto dai fascisti, non ha avuto il tempo di sognare che il suo racconto non fosse vero. Ma è vero; le speranze cadono, si inabissano. La donna che ricostruisce l’orrore di quella sera lo fa con una semplicità allucinata, che dà alla testa. Le sue parole sono il suo corpo, il suo corpo sono le sue parole. Il suo corpo non diventa mai, neanche per un momento, uno spettro del teatro. Non ci sono preamboli. Sei tirato dentro quell’ora maledetta, appena reclina il capo sulla spalliera della poltrona. Resuscita, in un momento, il corpo terribile del racconto, assalita e immersa nel suo dolore disincantato. Descrive i gesti dei ragazzi uno per uno; i ragazzi fumano, spengono le sigarette sul suo collo, sul seno. Spalancano le sue gambe; uno di loro le spinge un ginocchio sulla schiena, fanno quello che sognavano di fare, sono fantasmi in carne e ossa, sente il loro seme colarle dentro.La cecità delle ore (di Rocco Brindisi)
Il sonno di Angela (di Rocco Brindisi)
Angela dorme. Si è addormentata. Uno dei suoi sogni: addormentarsi. Uno dei miei sogni: sentire il suo sonno nell’aria. Così dolci, le sue palpebre abbassate. Batte, il cuore del sonno. La sua sagoma, avvolta dal lenzuolo, oro della notte. C’è un altro gioco possibile, in questo letto, tra padre e figlia? Sento fiorire i rami del sonno nella sua schiena. Il sonno di Angela perdona settanta volte sette.
Emily Dickinson. Un suo ritratto da bambina. Bianca allucinazione dei suoi versi. Bianco su bianco, bianco nel bianco. Non era necessario credere al corpo di Gesù nell’ostia. Quello che sconvolge e placa il cuore del tempo, è il dono. Il dono del suo corpo agli amici. Emily amava i bambini. Solo ai bambini era permesso di entrare nella sua stanza. Se la morte non diventa bambina, non entrerà nel regno, più terrestre del morso a una mela, dei cieli.
A Nina Simone che muore, in una campagna francese, dove si è ritirata perché la sua malattia, invece di trastullarsi, le spezzi il cuore, compare, ai piedi del letto, una bambina che le sussurra di non aver paura: “Non avere paura”. La bambina le chiede: “Grattami”; le prende la mano, se la porta dietro la schiena. Nina comincia grattare, la bambina le sposta la mano, la supplica di continuare a grattare, finché non trova il punto giusto. “Qui, qui!”. La bambina getta un grido di felicità. Ride.
Un ritratto di Amy Winehouse: una bambina di dieci anni. Pensierosa. Una tale, arcana bellezza, un tale dolore, negli occhi, che Dio si mangia le mani, per non averlo mai provato, neanche in sogno. [Rocco Brindisi]
Werner Herzog e io (di Rocco Brindisi)
Ho ricordato a Werner Herzog, dopo la proiezione del suo ultimo film: “La regina del deserto”, il viaggio che fece, a piedi, da Monaco di Baviera a Parigi, per vedere un’amica che stava morendo. Si era messo in cammino nella speranza, che per lui diventava sempre più una certezza, che, finché durava quel viaggio, l’amica non sarebbe morta. Sapevo di raccontargli quello che già sapeva; e lui, che stava a qualche metro da me, mi fissava con una espressione di sorpresa e di gratitudine. Non aveva dimenticato quell’avventura, ma certo, ascoltandomi, la stava rivivendo. Non pensava che un vecchio signore del sud potesse conoscere quella storia. Mi ha risposto, con il suo tedesco, e la voce della traduttrice che gli stava accanto, di trovare la mia memoria di quel fatto una cosa “gentile”. Ho aggiunto, poi, che avevo fatto vedere alcune sequenze del suo “Nel paese del silenzio e dell’oscurità”, ai miei scolari di dieci anni, quando insegnavo. Herzog continuava a fissarmi e, quando ha preso di nuovo la parola, mi ha confessato, come gli si fosse illuminato il cuore in quel momento, che il film che gli avevo nominato era quello che amava di più, il più “profondo”. Mentre esce dal cinema, lo avvicino e, un po’ confusamente, gli chiedo se gli sia mai capitato di rivedere, in tutti quegli anni, la signora Fini, la donna sordocieca (meravigliosa protagonista del suo film). Mi risponde in inglese, sommerso da una decina di ragazzi; in quello che dice capisco soltanto che è felice, spiazzato dal mistero che uno sconosciuto gli ricordasse quel nome. Prima di sparire, aggiunge: ”Grazie” [Rocco Brindisi]
Una foto di Dio bambino (di Rocco Brindisi)
Qualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità. Mia madre, non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. Ho appena letto a Angela, che aveva pianto, alcune pagine del libro di Anne Tyler: “La ragazza nel giardino”. Ho proseguito, nonostante la bocca impastata. Durante una pausa, ha riaperto gli occhi due secondi per dirmi che era ancora sveglia e ho visto la dolcezza di una bambina felice di addormentarsi nella voce del padre. Ho ripreso a leggere, e quando si è addormentata, ho annusato l’aria per sentire l’odore del sonno. Alzandomi, ho sbattuto la testa contro il soffitto, ho poggiato il libro sul ripiano del guardaroba; scendo gli scalini con la solita cautela, di traverso, pensando che un giorno o l’altro potrei mettere un piede in fallo e sfracellarmi sui radiatori. Mi viene da ridere. Esco a fumare sul ballatoio, rientro, per uscire di nuovo, infagottato dalla testa ai piedi. [Rocco Brindisi]
Raccontami qualcosa, come facevi una volta (di Rocco Brindisi)
Ascolto “Hona” di Boubacar Traore. Mi sono svegliato con una malinconia che mi spezza le ossa. Elena portava un fazzoletto in testa; quando si affaccendava in cucina. Lo pretendeva mio fratello Totore. Mia sorella schiaccerebbe questa malinconia come un pidocchio tra i capelli. Sulla scrivania, una decina di segnalibri colorati, dipinti dai miei scolari. Ce n’è uno, grande, di cartone, dove l’autore ha scritto “Rocco sei troppo buffo”. Li ho amati senza ombre, e, non ho dubbi, li ho portati per mano nella loro gioia. Mi sarà perdonato molto, per questo. Raccontami qualcosa, come facevi una volta. [Rocco Brindisi]
La ragazza che ama Dostoewskij (di Rocco Brindisi)

Fosse comuni (di Rocco Brindisi)
I 97 bambini ammazzati (di Rocco Brindisi)
Non ho pietà del cadavere della poesia (di Rocco Brindisi)

La donna e la sua faccia insanguinata,
una misera benda di traverso,
gli occhi, l’orrore che,
se diventa poesia, la Poesia è morta.
Non ho pietà del cadavere della poesia,
nessuna madre lo riveste ed è bene che langua,
nessuno lo canti né gli sussurri, all’orecchio,
i passi felici della ragazza
che passava da una stanza all’altra,
sfinita e radiosa del suo amore per un libro,
che perdeva e ritrovava,
nella casa, ora esangue, dove ogni cosa è dilaniata.
La neve non si vergogna di essere la stessa dell’infanzia,
non si uccide, la neve,
non sa costruirsi un cappio,
non ricorda più come si fa un nodo.
La bambina si piscia addosso, nel treno delle lontananze.
Su quelle acque riposa un veliero.
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