Microcose di maggio

Ammasso di spine
Si sa che nessuno si sveglia mai nella stessa stanza dove si è addormentato la sera prima. La sposa la cui guancia carezziamo la mattina non è mai la stessa sposa con la quale abbiamo copulato la notte. Ogni risveglio è un azzardo, un giovane ammasso di spine, una Palermo sconfinata. 

Per far 
Lampioni accesi di giorno come fosse notte. Invece è giorno. Traffico quasi assente. Invece è giorno. Vetri vuoti e pochi passanti in veloce luce giallina. Puttino incrostato di muschio al centro di una fontana piena di foglie secche. E invece è notte. Chiodi dappertutto, grossi come dita. Le cose sembrano vere. Per far comparire il bianco, per sembrare innocente, non ti resta che inventare il passato. 

Quando
Quando scrive spegne la luce. Si slancia in avanti, poi frena di colpo. Umano come un cane. 

Però
Quando scrive non scrive.

Alfonso Lentini

Natura e genesi del flintino

Il flintino vive nell’ombra. La sua vita inizia con il cosiddetto “distacco dalla grande flintica” e la contestuale definizione come individuo in uno spazio d’ombra di intensità non inferiore all’antracite.
Vive da solo tra i confini netti dell’ombra in cui si genera. Qui, si muove a una velocità incostante, che varia al variare del calore e della pendenza della superficie. Nell’arco della sua vita il flintino, migrabondo, percorre tutta l’ombra che abita, esplorandola a fondo quando i confini sono ridotti e spingendosi sui nuovi piani man mano che essi si dilatano. Quando un’ombra viene assorbita dalla notte, il suo flintino torna a far parte della grande flintica, perde la memoria e muore. Ma questo non è l’unico modo in cui un flintino transita dall’esserci al non essere: quando due ombre si uniscono, i flintini che le abitano si corrono incontro consumando in un moto di attrazione bradargentina la distanza unidimensionale che li divide. Nell’esatto momento in cui si toccano, si fondono, perdono la memoria e nasce. La sua vita inizia con la cosiddetta “fusione”.

Arianna Fiore