Microcose di maggio

Ammasso di spine
Si sa che nessuno si sveglia mai nella stessa stanza dove si è addormentato la sera prima. La sposa la cui guancia carezziamo la mattina non è mai la stessa sposa con la quale abbiamo copulato la notte. Ogni risveglio è un azzardo, un giovane ammasso di spine, una Palermo sconfinata. 

Per far 
Lampioni accesi di giorno come fosse notte. Invece è giorno. Traffico quasi assente. Invece è giorno. Vetri vuoti e pochi passanti in veloce luce giallina. Puttino incrostato di muschio al centro di una fontana piena di foglie secche. E invece è notte. Chiodi dappertutto, grossi come dita. Le cose sembrano vere. Per far comparire il bianco, per sembrare innocente, non ti resta che inventare il passato. 

Quando
Quando scrive spegne la luce. Si slancia in avanti, poi frena di colpo. Umano come un cane. 

Però
Quando scrive non scrive.

Alfonso Lentini

autoracconto #5

Oppure: Compra un paio di scandali nuovi, sono troppo stretti, non riesce a tirarsene fuori, li fa scoppiare. Oppure: I momenti poco seri della coppia Guascogne ebbero una battuta d’arresto nella serata in cui Forlando andò a trovarleli tuttodumpezzo. Erano di questo tenore le storie che il pappacarlo intrespolato sullo sgabrutto raccontava ai clienti prima che iniziasse a spargere piume perse e a imparare a memoria le ultime parole dei clienti che uscivano dal negozio in modo da ripeterle ai clienti che entravano nel negozio. Le sue piume erano: variopinte, variofórmiche, sempre di meno. I clienti se le intascavano e le portavano a casa come ricordo, oppure se le apponevano qualcheddove sul corpo. Intrespolato lui prese a mormare piumeno piumeno piumeno.

Carlo Sperduti

autoracconto #4

Tutti ricordano ogni particolare del proprio passato (ogni), così precisamente e minuziosamente (ogni) da sfociare nell’idiozia (mare, ogni), ma tutto ciò lo ricordano senza sé (casa, ogni) così da generare un’esistenza situazione in cui ognuno (ogni) deve chiedere a ogni (ogni) altro i particolari che lola riguardano per completare il quadro (sabbia, ogni): è un diffuso costante necessario (ogni?) pettegolezzo guanticamente rivoltato in cui se esisti è perché lo dice l’altro e l’altro lo dice perché tu lo chiedi e per sparire devi solo smettere di chiedere ed eccoti servito un universo perfettamente nitido e infinitamente puntuale in cui può esistere tutto tutto tutto tranne te.

Carlo Sperduti

Prima che la parola

Parlare di contagio pare improprio, ma del resto metamorfosi ha un che tra il letterario e l’entomologico che, di nuovo, stona. Infezione? Ma i morsicati stanno bene anche a processo concluso, non è come nelle storie di zombie, anche se è pur vero che il cervello si riduce di molto nel corso della trasformazione.
Ad ogni modo, queste le fasi: i bordi del morso, non importa di quanto lieve o grave entità, cominciano già dopo poche ore a produrre una morbida e fitta peluria, che in poche settimane si estende fino a coprire tutto il corpo del morsicato. Gli occhi si addolciscono, lacrimando un poco al restringersi delle orbite fino alla sparizione del bianco: non restano che larghe iridi brune, incerte fra la fedeltà e la ferocia. La perdita di cervello è, diremo così, pittoresca: esso viene letteralmente starnutito dal morsicato in flaccidi filamenti grigi. Intere parti di cervello, spremute dal restringersi del cranio, colano da un naso sempre più nero e sofisticato, e le orecchie allungate e piegate all’ingiù finiscono per dare al morsicato l’aspetto di un abitante di Topolinia: questo finché la peluria non prenda il sopravvento sulla pelle nuda, e non venga persa la posizione eretta. Prima che la parola li abbandonasse, i morsicati hanno assicurato di non provare alcun dolore, nel corpo come nell’anima.
«L’infezione sembra essere cominciata nel grande mercato zingaro di Schwarzschwarz», ci dice l’infermiere. «Quelli non usano gabbie, perciò non è raro che i visitatori vengano morsicati. Abbiamo–– hanno anche trovato il paziente zero, come si dice, un golden retriever che––»
«Infezione, quindi», lo interrompiamo. «Alla fine questa è la parola.»
Si stringe nelle spalle. «È quello che c’è sulle circolari. Io ne so quanto voi», dice somministrando l’iniezione letale a uno degli esemplari, che tuttavia non smette di scodinzolare. «Questo nella vita era un infermiere, mi pare.»
«Come te», insinuiamo, e «cosa vuol dire quando dici nella vita

Angelo Angera

autoracconto #3

Invitato a una tavolata, si siede di fronte a una persona tuttadumpezzo, poi i pezzi diventano più di uno, a ogni scambio di battute (degli altri alla stessa tavola) qualcosa va definendosi nei lineamenti – è la persona che vuole ma a ogni definizione la vuole di meno, alla fine della cena non la vorrà affatto, la vorrà volere altro. Intorno c’è qualcosa che fa pensare a drappeggi, a velluto rosso, è tutta una sfocatura (fasto) come purtroppo la persona non è più e sorride e non dice una parola, che però si capisce nel senso che non si capisce, volta leggermente la testa alla sua sinistra, distogliendosi, e guarda il capotavola parlare – pensa attonita, dev’essere questo aggettivo o un altro a cogliere il punto: più memorabile nella biografia del capotavola, sono tutti d’accordo – c’è stata una votazione e c’è sempre un giardino in vista dalle vetrate – con gradoni –, è il punto in cui non riuscendo a tagliare una bistecca.

Carlo Sperduti

Microcose di settembre

Una donna 
Così si combatte la morte, così si prenotano i voli. Così, di prima mattina, una donna piena di onde schiumose e montagne, senza nome e cognome, si denuda nervosa davanti ai miei occhi e mi dice: anch’io vorrei scomparire. E cerco di farlo scrivendo. Le parole vanno lasciate andare, dice poi. Che poi vanno. Ogni parola è sola.

Case
Le case degli altri sono piene. I cassetti traboccano di cacciaviti e ossicini di bimbo, gli armadi sono gonfi di vento. Solo la nostra casa è vuota. Ma è solo apparenza, in realtà anch’essa trabocca di cose inesistenti. La nostra casa è un sasso in bocca a un cane. 

Su questo 
Su questo pianeta roccioso e dotato di atmosfera alcuni pezzi di abitanti trasformano le loro dita in coltelli e li usano per ammazzare. Ammazzano e partono, ammazzano e partono. Altri pezzi trasformano il loro occhio in telecamera. Guardano e passano, guardano e passano. Fra i due gruppi un desertaccio turbolento. Altri pezzi, infine, sono pagati per ridere sempre.

La sua testa
Il suo palazzo si trova contemporaneamente a Venezia e a Palermo. La sua testa vola e va. Non riconosce il mare. Vive sotto aerei da guerra. Non sa se è un invaso o un invasore. Non chiedetegli perché oggi è il dodici gennaio, non saprebbe rispondervi. Come ogni stato nascente o gatto davanti all’oblò, non saprebbe rispondervi.

Quando
Quando scrive non scrive.

Alfonso Lentini

Nessuna storia in particolare

Oggi c’è una notizia a cui non dare risalto.
Si tratta dell’immagine di una galassia attraversata da un’onda gigante che dal centro si propaga verso l’esterno nella parte più buia, quella priva di esplosioni. L’agitazione prodotta dall’onda e dal moto stellare, dicono gli astronomi, non è osservabile, e nemmeno documentabile dalla terra con l’attuale tecnologia. Per qualche motivo, però, oggi sulla facciata esterna dei muri perimetrali di tutte le case del mondo, sono apparse dal nulla ombreggiature misteriose. Si tratta di sagome, contorni di polvere, corpi rossastri incastonati a conchiglie fossili, martoriati da lunghe traversate marine, erosi dalle sabbie e dal vento, forse conseguenze migratorie di guerre o di carestie o forse di ignoti naufragi. Si vedono anche a occhio nudo, ma è stato osservato più volte che, fissando l’immagine sul muro per più di dieci minuti, le ombre sfuggono immediatamente ai bordi delle palpebre, cadono sugli schermi piatti chiudendo le connessioni cerebrali, non permettendo più a nessuno di ricordare niente, nessuna evidenza criminale, nessuna aggressione, violenza o sopraffazione, insomma nessuna storia in particolare.

Simone Beghi

Il rifiuto della chiamata

Come ogni giovedì sera, il dott. Aldo Storbi, commercialista in Udine, esce a depositare il bidoncino dell’umido, quando vede sul marciapiede di fronte una fanciulla che indossa un lungo abito bianco. In una lingua sconosciuta, eppure per lui misteriosamente comprensibile, la ragazza si presenta come Elya e gli dice di provenire da un lontano reame, minacciato da un’orda di Knolvz. Il dott. Storbi risponde imbarazzato che, a dire il vero, era sceso solo per depositare il bidoncino dell’umido e le consiglia di chiamare il 112. In quel momento si avvicina un individuo corpulento e maleodorante, con una felpa nera e il cappuccio calato sulla testa, il quale gli chiede una moneta da due euro. Il dott. Storbi oppone un cortese rifiuto, adducendo il fatto che era sceso solo per depositare il bidoncino dell’umido, lasciando il portafogli sulla mensola dell’ingresso. La dichiarazione è però incauta, in quanto l’individuo lo afferra prontamente e, torcendogli un braccio, lo costringe a risalire al suo appartamento, aprire la porta e consegnargli il portafogli, nonché la chiave dell’auto che si trova accanto allo stesso. Nel frattempo la fanciulla, lasciata sola sul marciapiede, intona una malinconica ballata che narra del reame di Grundamwal in fiamme, accompagnandosi con una piccola arpa d’argento.

Daniele Varelli

autoracconto #2

Senza dimenticare che quell’anno le ombre di bambine e bambine tra i sette e i nove euro iniziarono a produrre una sostanza viscosa e giallognola il cui colore si confondeva con l’ombra stessa e dunque si confondeva, ma ciò non impedì a più di qualcuno di scivolarci sopra e scraniarsi qua e là, autospruzzandosi in giro: tra sorpresa sbigottimento e sangue alle pareti a quee bambine venivano somministrati scapaccioni e merende riparatrici: tutto ciò nell’inconsapevolezza più fossica delle proprietà della sostanza: ventotto immobili in quattro diversi continenti – in verità due di questi si assomigliavano molto – e la cicciosità, da una certa temperatura in su, di un culetto grasso. Proprietà che non vennero mai sfruttate perché si guardava più alla forma che alla sostanza, più alla firma che alla costanza e così via, continua tu.

Carlo Sperduti

autoracconto #1

La stagione dei denti alle strade era stata appena inaugurata dalla festa della festa. Come ogni anno, sin dal mattino successivo e facendo attenzione a essere vistie da tuttie, ragazze e ragazzi sceglievano i propri denti stradali preferiti da cui farsi penetrare negli opercoli ascelti, talvolta in coppia ma senza una regola fissa, però sempre con una regola, senza una fregola fissa. Le strade parevano contente di quel su e giù di fauci zannutissime, senonché si presentò un problema fino ad allora mai presentatosi per via della nota maleducazione di certi problemi. Interspecie, odontoiatricamente orgasmaiole, quelle due (specie) iniziarono a dare i loro frutti in forma di prole. Dai comuni circostanti non ci credevano: volevano le prove: ecco le prole. Alcuni errori grammaticali facilitano il racconto, alcuni lapsus ci passano attraverso come prime folate di denti nuovi. Se hai pensato molare della favola hai pensato male ai denti.

Carlo Sperduti