Sono un gigante gassoso che orbita attorno a una stella molto simile al Sole e ti scrivo da qui, da questa panchina ombrosa di piazza Garibaldi perché voglio raccontarti una storia. Mi chiamo Van Gogh, ma sono nato a Sciacca, nella remota Sicilia. Da qualche tempo mi manca un orecchio, come a quel tale, ma presto me ne incolleranno uno nuovo, anzi forse due o tre. O meglio: uno per ciascuna delle mie cinque facce. E un occhio per ciascuno dei miei cento occhi. Perché, vedi, noi che ci chiamiamo Van non abbiamo numeri precisi, non siamo come gli altri animali.
Come avrete saputo sul treno locale con terminale messina ci furono eventi che smossero le torbide acque della repressione che da allora ne ha fatto di strada anche se il treno va spesso a rilento e porta ritardi causando malcontenti tranne a chi non ci tiene in modo particolare a raggiungere il luogo chiamiamolo il dove malgrado ci devono andare anche io che ne parlo in prima persona diciamomi caio c’ero quel giorno e secondo me per analogia è il classico caso di farfalline e zanzare che volano intorno a uno che alla sera nella stanza al buio cerca di prendere sonno.
in quella storia di finestrini c’entro per poco in quanto mentre sedevo in seconda carrozza se sono andato ad aprirlo è solo perché a un certo punto al mio fianco mi si è seduto un dimenti_cane con un dopobarba troppo feroce ed è per questo che ribadisco a gran voce la mia natura farfallina nello svolgimento dei fatti anche se ho sottolineato più volte alle autorità domandine che con questo non voglio assolutamente dire che tizio zanzara io non accuso nessuno.
che resti tra noi a proposito di autorità d’investigazione ho l’impressione che stiano facendo come quell’uno di prima nella stanza al buio che non ne può più di punture e si gratta vorrebbe discernere ma nemmeno discende dal letto per accender la luce.
Un disegno intelligente, forse l’unico nelle vite di molti, certo l’unico in questa vita finita nel cancro allo stomaco, strappato negli annunci sui social network, sui siti di vendita, un euro al pezzo, nelle telefonate alle librerie dell’usato, qualcuno tornerà sulle bancarelle da cui proviene, quello è fuori stampa, ne vale almeno quindici penserà un collezionista cogliendo l’occasione, molti in scatole di cartone nelle cantine di figli che non hanno spazio in salotto.
I In un angolo del chiostro, gli occhi posati su un quadrato d’erba fresco tagliata, le margherite tese nel terso di una mattina poco pietosa, nel rifiorire stolido che non vuole capire la bontà della stasi, la misericordia dell’attimo di pace in cui sembra ferma ogni cosa intorno al nucleo compatto, al cerchio dell’Io che non sa farsi mangiucchiare dai vermi, ed è allora frutto marcio, nudo di guscio, senza cerchio di mani slegate, alla deriva l’equilibrio – atomo smarrito nel macrocosmo, inutile come quest’attimo, che già è quello, caduto tra la polvere povera, perduto.
II Discende denso il filo. Si distacca da una cavità ombrosa, avanza per accumulazione materica, ingrossa e cede sotto il suo stesso peso. Un vuoto marmoreo accoglie il crollo, si frantuma lo spettro bruno del filamento. Si prende il tempo per cadere, la bestia sporca del ritorno, non è mossa dalla fretta, non la comanda questa storia. Forse torna rievocata dalla luna, o dalla terra.
III Come tutto non sia certo, il pero dopo il falò di quell’estate non ha mai più fatto fiori, fatto frutti, l’ha toccato la mano impura di donna sanguinante, l’ha toccato il fuoco, è diverso, è lo stesso, fiori bianchi nel ricordo, non più sui rami, mai più. Per l’albicocco invece ha pregato, dita giunte di mani dure, i boccioli chiusi punteggiano i rami, le fave nella carriola, il tramonto del pomeriggio più lontano. Il silenzio del pero lascia le calle assopite nel dolore, il sangue e il fuoco, cosa temere, cosa scacciare.
la marmellata nella rena, gli occhi degli orologi. la grammatica sorniona che sta lì che finge. quando prese parte alle operazioni di bonifica, di deriva e di deviazione disse la sua, nel rumore generale, con la mutezza propria dei pesci.
fu un natale fenomenale da che tutti si erano scordati perché si festeggiava, ma festeggiavano comunque tantissimo, fortissimo.
Se io sventro sette condomini di dieci piani, tu dovrai far esplodere una cattedrale gotica, allora io bombarderò due ospedali e tu mi risponderai facendo crollare una scuola e una villetta unifamiliare, poi io sparerò sulla folla nel centro commerciale e a te non resterà che mitragliare i passanti sul lungomare, ma i miei droni si accaniranno sulle tue portaerei e tu assalterai la città con i tuoi carrarmati. Questo per almeno quattrocento anni. Poi ti sputerò in faccia, ti coprirò di insulti, ti spaccherò il naso. Fatti sotto, facciamo a cazzotti, se ti resta un briciolo di coraggio. La battaglia decisiva sarà in fondo al mare. Avanzando come un polpo sui fondali, io ti verrò incontro minaccioso con i miei molti piedi e ce le daremo di santa ragione a mani nude. Questo per altri quattrocento anni. Poi si vedrà.
C’era uno che percorreva da cima a fondo le carrozze del treno in corsa locale da barcellazzo a messina chiamiamolo tizio non trovando posto secondo sua analisi consono alla propria persona per pulizia e viaggiatori confinati, è poi tornato alla prima carrozza passeggeri della testa del treno da dove ha lanciato un discorso dal finestrino che secondo suoi calcoli col fiato a pressione utilizzato sarebbe arrivato e rientrato alla quarta carrozza, raggiungendo un passeggero diciamolo espanso che occupava vicina seduta con borsa marsupio.
ma succede che nel frattempo all’insaputa era stato aperto un finestrino della seconda carrozza nonché chiuso quello della quarta e aperto anche uno di quinta mandando all’aria (una diversa) i calcoli fatti da tizio. per una sequela di azioni a catena le conseguenze furono un morto e quattro feriti e venne chiamato attentato quando in realtà era solo un discorso lanciato dal finestrino e finito al posto sbagliato.
anche se tizio non fu dimostrato fu severamente vietato lanciare parole dal finestrino, nuovi treni con vetri sigillati presero ruolo e ancora adesso se attraversaste carrozze vi accorgereste dell’ostentato riserbo dei passeggeri a discorrerle le parole. così oppure me lo sono immaginato.
Copie Quindi, alla morte, l’individuo va nel nulla. Il dio, con il suo super cervello, ricorda tutto della persona morta (aspetto, carattere, personalità, ecc.). Per noi la risurrezione è una ricreazione: il dio creerebbe di nuovo l’individuo in copia conforme all’originale. In realtà, questa nuova persona è identica alla prima ma è una copia e non la stessa persona. Infatti, se si mettono in memoria dei dati e si distrugge l’originale, l’altra persona ricreata che cos’è se non una copia? L’io dell’originale scompare con la morte. Se si ricrea un altro io identico, quest’ultimo è una copia e non lo stesso io. Quindi, nella terra paradisiaca o nel cielo ci sono solo copie e non le persone reali.
Amici Da piccolino ho fatto uno starnuto così forte che mi è partito l’apparecchio mobile dai denti e ho ferito un amico a un occhio e la cosa veramente divertente è che questo mi ha fatto scompisciare cioè sono scoppiato a ridere così forte che mi hanno portato all’ospedale perché mi era preso un attacco d’asma e da allora il mio amico è quasi cieco e io rido sempre male e rischio sempre di soffocare.
Maestro Chin Il maestro Chin l’indovino è un imbroglione. Ho incontrato molti indovini in Asia e almeno tutti sembrano sapere cosa stanno facendo. Ma il maestro Chin era goffo, incoerente e contraddittorio. Niente di quello che ha detto su di me era nemmeno vicino al vero.
non ha mai visto una fotografia ritaglia i contorni come le fotografie degli anni sessanta poi getta un sasso e un pacco di fotografie nella pozza del cantiere perché ha letto che l’acqua alta non rimbalza non ha mai fatto nulla di male e per questo ha dei dubbi sull’esistenza da parte di volontari e da agenzie certificate che rilasciano certificati di buona condotta di regolare abusivismo lui porta una fotografia in tasca perché sorridono hanno uno sfondo che varrebbe la pena indicare e chi lo indica lo vorrebbe copiare non] ha mai visto una fotografia cancella con l’unghia il timbro con la data di un blu chiaro sempre anni sessanta sul retro dell’impressione un lavorio meticoloso usa un lentino l’autunno non viene risparmiato dal bianco e nero
Aveva a disposizione gente come Zidane, Mbappè, Frou Frou, aveva Esaù, mangiava brodaglia e poi meno male che è arrivato Ancelotti con la cucina emiliana. Aveva a disposizione Santoro, Travaglia, Montanelli, Monticelli, Monicelli, Comencini, Schola Cantorum che se qualcuno rubava una mela si addossava le colpe, si sintonizzava su Forum quando c’era ancora la buonanima di Rita dalla Chiesa che aveva a disposizione papa Francesco che non lo utilizzava mai. L’asso argentino non lo faceva giocare Allàla, rappresentata la sua nemesi e c’era una sorta di assonanza che lo mandava in crisi. Non aveva tutti i torti, era già troppo criticato dagli intralisti e dai salumifici mentre l’Islam, parliamoci chiaro, era di là da venire. Aveva a disposizione tutte le stampanti di tutti gli uffici di tutte le burocrazie passate e future, ma lui, pervicace, scriveva a mano gli ordini del giorno: fate venti giri di campo, venti giri di corda, venti salti con l’asta, vestitevi a girocollo nelle funzioni scolastiche e poi mangiate la mia stessa brodaglia, ma quando arriva Zidane ditegli che domenica non gioca. E il cinema? Aveva a disposizione un multisala a Milanello, con tutte le pellicole all’ultima moda hollywoodiana, eppure, cascasse il mondo, ogni giorno alle tredici e tre si sintonizzava sul Grande Fratello per vedere se trombavano.