Il volume è diviso in diciassette capitoli non ordinati cronologicamente, uno per ogni anno dal 1996 al 2012, dunque dagli otto ai ventidue anni di Margherita, alla cui voce è affidata la narrazione.
Sono accadimenti intimi, nel senso che non hanno ricadute sociali, nei quali però si delineano diverse dinamiche di potere: di natura sessuale (gli uomini sulle donne), familiare (i genitori sui figli), lavorativa (i datori sui dipendenti) e per così dire esistenziale (la quotidianità sulle ambizioni e i sogni).
Gli accadimenti, dicevamo, non avranno ricadute sociali, ma dell’operosa società brianzola offrono un quadro spietato. È un ambiente in cui la cristallizzazione di ruoli e atteggiamenti, da cui pare impossibile evadere, in fondo produce solo vittime.
Condizione che Greta Pavan palesa soprattutto nei due inserti in forma drammaturgica, dove i vari parlanti – quasi sarcasticamente nobilitati dal nome scritto in maiuscolo –
mostrano appunto la loro adesione supina a un copione immutabile. Frecciate reciproche, luoghi comuni, commenti rozzi e retrivi rivendicati come originali e coraggiosi, portano a situazioni di tensione tutto sommato controllata, che fa scadere ogni potenziale tragedia in farsa.
A vivere un autentico dramma è invece Margherita, che assomma in sé tutte le polarità deboli dei già citati rapporti di potere: è donna, figlia, lavoratrice precaria, inoltre serba il desiderio di diventare giornalista.
La protagonista di Quasi niente sbagliato trova protezione in un misurato (e affilatissimo) linguaggio, che tuttavia non usa solo a scopo difensivo, e che perciò non la rende più affabile degli altri personaggi dell’opera.
Ed è proprio quella sul linguaggio l’operazione forse più notevole compiuta dall’autrice. Greta Pavan, attraverso una densità di immagini e metafore che mantiene per tutte le centonovanta pagine del libro (e che in qualche occasione rischia di essere perfino eccessiva), restituisce la sensibilità di Margherita, che – dietro un esibito disincanto – è come se vivesse nel continuo bisogno di attribuire alla realtà senso e possibilità ulteriori.
Ogni sua frase somiglia a una richiesta di aiuto.
Si legge nel capitolo iniziale, Ho undici anni nel duemilauno: “Le macchine passavano tanto vicino che il borsone carico di asciugamani mi sbandava sulla schiena; frenavano avvicinandosi alla rotonda e poi sgasavano di nuovo. Di fronte, al di là della carreggiata e di un’altra striscia di erbacce, due uomini sporchi di vernice giocavano a carte sotto la tettoia del bar. Nessuno guardava me e nessuno guardava il cane” (p. 14).
Ecco, poi, come Margherita descrive il passaggio dei primi corridori di una gara ciclistica in cui è impegnato suo fratello, in Ho quattordici anni nel duemilaquattro: “La prima curva li inghiottì mentre erano ancora una sola calca di carne e metallo; in un istante sembrò che non fossero mai esistiti. I megafoni si spensero. I marciapiedi di via Cavour si abbassarono di un metro, l’eco delle ultime grida diventò polvere e si disperse tra le case, le bandiere si sgonfiarono e il paese di Costa Masnaga riaprì gli occhi come dopo uno schianto. Qualcuno osservava dai balconi e sulle soglie dei negozi senza ancora avere deciso se quel disturbo prima del pranzo domenicale fosse giustificabile. Una vecchia chiese dal suo terrazzo se la gara sarebbe ancora passata da lì” (p. 83).
Margherita, sorda al richiamo della produttività, del mondo recepisce solo gli attimi di stupore, gli scarti dall’apparente moto rettilineo e causale. La sua tensione all’altrove non trova corrispondenza in una realtà che richiede la massima dedizione al tempo presente, al corretto svolgimento di una mansione.
E così, sedicenne, dopo aver ricevuto una retribuzione offensiva per un mese di apprendistato come parrucchiera, anche lei fa risuonare le parole-feticcio dell’ambito lavorativo, ma solo per demistificarle. E collocarle, come ogni altra cosa che la lambisce, tra veglia e sonno: “Ma a casa trovai mio fratello chino sul davanzale, di ritorno dall’officina meccanica, concentrato come se nel prato dei vicini leggesse il suo futuro scritto a caratteri minuscoli, aveva il viso arrossato dal sole e dal riflesso delle tende e il profumo delle costolette si spargeva sfrigolando per la cucina e fino fuori e mia madre era di buon umore e rideva raccontando della maleducazione delle gente e decidemmo di bere poca birra in balcone aspettando che la carne fosse cotta, lei appoggiò il sedere proprio dentro l’angolo del davanzale creando nel mio cono visivo una simmetria perfetta e ci sentimmo felici di avere prodotto, guadagnato, espiato” (p. 75).
(Claudio Bagnasco)



