Quasi niente sbagliato

 
 
 
 

In Quasi niente sbagliato (uscito per Bollati Boringhieri nell’aprile del 2023 dopo la menzione speciale della giuria del Premio Calvino 2022) Greta Pavan ci presenta la vicenda di Margherita, nata nel 1990 in una famiglia veneta che si è trasferita in Brianza.

Il volume è diviso in diciassette capitoli non ordinati cronologicamente, uno per ogni anno dal 1996 al 2012, dunque dagli otto ai ventidue anni di Margherita, alla cui voce è affidata la narrazione.

Sono accadimenti intimi, nel senso che non hanno ricadute sociali, nei quali però si delineano diverse dinamiche di potere: di natura sessuale (gli uomini sulle donne), familiare (i genitori sui figli), lavorativa (i datori sui dipendenti) e per così dire esistenziale (la quotidianità sulle ambizioni e i sogni).

Gli accadimenti, dicevamo, non avranno ricadute sociali, ma dell’operosa società brianzola offrono un quadro spietato. È un ambiente in cui la cristallizzazione di ruoli e atteggiamenti, da cui pare impossibile evadere, in fondo produce solo vittime.

Condizione che Greta Pavan palesa soprattutto nei due inserti in forma drammaturgica, dove i vari parlanti – quasi sarcasticamente nobilitati dal nome scritto in maiuscolo – mostrano appunto la loro adesione supina a un copione immutabile. Frecciate reciproche, luoghi comuni, commenti rozzi e retrivi rivendicati come originali e coraggiosi, portano a situazioni di tensione tutto sommato controllata, che fa scadere ogni potenziale tragedia in farsa.

A vivere un autentico dramma è invece Margherita, che assomma in sé tutte le polarità deboli dei già citati rapporti di potere: è donna, figlia, lavoratrice precaria, inoltre serba il desiderio di diventare giornalista.

La protagonista di Quasi niente sbagliato trova protezione  in un misurato (e affilatissimo) linguaggio, che tuttavia non usa solo a scopo difensivo, e che perciò non la rende più affabile degli altri personaggi dell’opera.

Ed è proprio quella sul linguaggio l’operazione forse più notevole compiuta dall’autrice. Greta Pavan, attraverso una densità di immagini e metafore che mantiene per tutte le centonovanta pagine del libro (e che in qualche occasione rischia di essere perfino eccessiva), restituisce la sensibilità di Margherita, che – dietro un esibito disincanto – è come se vivesse nel continuo bisogno di attribuire alla realtà senso e possibilità ulteriori.

Ogni sua frase somiglia a una richiesta di aiuto.

Si legge nel capitolo iniziale, Ho undici anni nel duemilauno: “Le macchine passavano tanto vicino che il borsone carico di asciugamani mi sbandava sulla schiena; frenavano avvicinandosi alla rotonda e poi sgasavano di nuovo. Di fronte, al di là della carreggiata e di un’altra striscia di erbacce, due uomini sporchi di vernice giocavano a carte sotto la tettoia del bar. Nessuno guardava me e nessuno guardava il cane” (p. 14).

Ecco, poi, come Margherita descrive il passaggio dei primi corridori di una gara ciclistica in cui è impegnato suo fratello, in Ho quattordici anni nel duemilaquattro: “La prima curva li inghiottì mentre erano ancora una sola calca di carne e metallo; in un istante sembrò che non fossero mai esistiti. I megafoni si spensero. I marciapiedi di via Cavour si abbassarono di un metro, l’eco delle ultime grida diventò polvere e si disperse tra le case, le bandiere si sgonfiarono e il paese di Costa Masnaga riaprì gli occhi come dopo uno schianto. Qualcuno osservava dai balconi e sulle soglie dei negozi senza ancora avere deciso se quel disturbo prima del pranzo domenicale fosse giustificabile. Una vecchia chiese dal suo terrazzo se la gara sarebbe ancora passata da lì” (p. 83).

Margherita, sorda al richiamo della produttività, del mondo recepisce solo gli attimi di stupore, gli scarti dall’apparente moto rettilineo e causale. La sua tensione all’altrove non trova corrispondenza in una realtà che richiede la massima dedizione al tempo presente, al corretto svolgimento di una mansione.

E così, sedicenne, dopo aver ricevuto una retribuzione offensiva per un mese di apprendistato come parrucchiera, anche lei fa risuonare le parole-feticcio dell’ambito lavorativo, ma solo per demistificarle. E collocarle, come ogni altra cosa che la lambisce, tra veglia e sonno: “Ma a casa trovai mio fratello chino sul davanzale, di ritorno dall’officina meccanica, concentrato come se nel prato dei vicini leggesse il suo futuro scritto a caratteri minuscoli, aveva il viso arrossato dal sole e dal riflesso delle tende e il profumo delle costolette si spargeva sfrigolando per la cucina e fino fuori e mia madre era di buon umore e rideva raccontando della maleducazione delle gente e decidemmo di bere poca birra in balcone aspettando che la carne fosse cotta, lei appoggiò il sedere proprio dentro l’angolo del davanzale creando nel mio cono visivo una simmetria perfetta e ci sentimmo felici di avere prodotto, guadagnato, espiato” (p. 75).

 
 
(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Direzioni impreviste

 
 
 
 
di Alfonso Lentini
 
 
 
 
Quando andava via la luce, da noi era una gran festa. Tutto si fermava e nel buio cominciavano a palpitare candele e altre forme filanti. Tutto ritornava nuovo e la giornata prendeva direzioni impreviste. Nel buio al tatto scoprivamo configurazioni sorprendenti, curvature nascoste. Entravano in scena profumi di inesistenti corpi femminili e gli spicchi delle arance, addentati nel buio, cambiavano sapore. Ogni tanto le ali delle mosche, fatte incorporee, soffiavano sulla nostra pelle un vento tenue. Chi stava per uscire restava a casa. Chi stava per addormentarsi rimaneva sveglio. Chi stava per piangere lasciava il pianto in sospeso.Direzioni impreviste

Era il 4 ottobre del 1957 e lo Sputnik pigolando compiva la sua prima orbita intorno al pianeta. Il bambino stava giocando a fare bolle di sapone. Ne aveva gonfiata una, grossa come un melone, quando andò via la luce. La bolla però non scoppiò.  Il bambino smise di gonfiarla; la sentiva penzolare attaccata alla cannuccia come una pesante mammella ma non scoppiava. Nel buio vedeva entrare dalla finestra l’Orsa Maggiore con l’Orsa Minore per mano e i due animali stellari strusciavano i loro musi puntuti sulle sue gambe. Il bambino non poteva sapere che lo aspettava una lunghissima vita di salute e godimenti, era convinto che sarebbe morto presto, come qualche anno prima quel suo cuginetto che non aveva potuto conoscere e che portava il suo stesso nome. Ma il buio faceva a pezzi anche quei pensieri. E apriva la strada a pensieri nuovi. Per esempio l’arrivo imminente delle giostre e delle bancarelle. Per esempio l’esistenza dei dischi volanti, così veloci nell’attraversare il cielo. Per esempio il mantello dorato di Gesù Bambino. Intanto la bolla penzolava dalla cannuccia e non voleva scoppiare.

Quando andava via la luce, i libri disposti in fila negli scaffali cessavano di risplendere, continuavano a trasmettere il loro consueto brusio e grazie a questo in certi momenti sembrava che il buio si riempisse di favole volanti. Di Orsi in Sicilia. Il bambino non poteva sapere che nel suo futuro era scritta la parola neve. Lui, il bambino, la neve non l’aveva mai vista se non quella di cotone nei presepi insieme ai mandarini trasformati in piccole lanterne; ma nel suo futuro era scritto che di neve ne avrebbe spalata tanta davanti al garage di casa e che le sue figlie avrebbero costruito buffi pupazzi di neve e gridando di gioia si sarebbero lanciate in discesa sugli slittini. Nel suo futuro era scritto che avrebbe sofferto di una sofferenza strana, l’ansiosa attesa della sofferenza senza che questa si palesasse mai del tutto, perché in fondo la sua vita futura sarebbe stata lunga e piena di gioie. Ma il bambino non poteva saperlo e intanto intorno a lui le due Orse, dondolandosi nel buio con i loro testoni si trasformavano in riccioli di fumo e svanivano come le nuvole dell’alba. Nel buio tutto prendeva direzioni diverse, tutto cambiava in continuazione. Sembrava di essere al cinema, nel momento in cui si spengono le luci e lo schermo sta per accendersi delle meraviglie di Stanlio e Ollio. Da noi non si accendevano schermi, ma quando andava via la luce c’era la stessa attesa che precedeva l’inizio di un film.

Chi stava per uscire restava a casa. Chi stava per addormentarsi rimaneva sveglio. Tutto cambiava. Al posto delle due Orse sopraggiungevano, invisibili, tanti cagnolini guaiolanti che sembrava fossero emersi dal sottosuolo, da qualche faglia del pavimento. Poi i cagnolini guaiolanti si trasformavano in esercito di topini anch’essi invisibili che squittivano e formicolavano tra i nostri piedi.

Lo Sputnik, con la sua stella rossa in fronte, continuava paziente il suo giro intorno al Pianeta e il suo remoto pigolio riecheggiava persino nel piccolo buio di casa nostra. Compiva il suo giro in novanta minuti e poi ricominciava uguale. Invece lo squittio dei topini si frammentava in altri suoni: rombi di camion, tintinnio di cucchiaini che rimescolano il caffè nelle tazzine, sirene di ambulanza, bip bip di Sputnik. Dal piano di sopra si sentivano i passi di una ragazza che cullava un neonato.

Quando andava via la luce qualcuno raccontava storie, altri ridevano, altri non ne volevano sapere e pensavano alla morte. Da qualche altra parte in lontananza arrivava la musica rauca di una fisarmonica. Il bambino non poteva sapere che in futuro avrebbe fotografato sua figlia sul Millennium Bridge a Londra e poi sarebbe entrato con lei nella cattedrale di Saint Paul, avrebbero bevuto una cioccolata calda in una pasticceria e sarebbero tornati a casa della ragazza, a Bow River Village, per preparare la cena. Il bambino non poteva saperlo e per lui, piccolo siciliano, Londra era solo un punto lontano e indefinito che si confondeva col suono della fisarmonica. Ma quando andava via la luce il futuro diventava un tunnel dentro cui era piacevole tuffarsi, non fosse altro per vedere se all’uscita la luce fosse o non fosse tornata. Qualcuno intanto intingeva biscotti nel vino, altri alzavano gli occhi per cercare di intravedere attraverso il palpito delle candele i fiorami dipinti sul soffitto. Qualcuno pensava alla morte.

Quando va via la luce può fare freddo e ognuno si butta una coperta sulle spalle, si scalda come può. Al bambino avevano parlato dei dischi volanti e lui ci pensava spesso a quei dischi misteriosi e sperava di riuscire a vederne uno, prima o poi. Non c’era da averne paura perché erano pilotati sicuramente da esseri vivi e non potevano essere fantasmi. Venivano da altri pianeti e non conoscevano la morte, perciò sperava di riuscire a scovarli, prima o poi. Non poteva sapere che in futuro sua figlia, a Londra, mentre facevano colazione con uova e bacon, un giorno gli avrebbe confessato che lei, da bambina, era convinta che lui, proprio lui, e anche sua moglie, fossero venuti da chissà quale pianeta a bordo di un disco volante. A Londra avrebbe fotografato i graffiti di Hackney Wick e a Canary Wharf avrebbe ritrovato la sua sagoma di omino siciliano riflessa nelle pareti a specchio dei grattacieli.

Quando andava via la luce non era più possibile fare i compiti. La macchia di inchiostro volava via dal foglio a quadretti, si gonfiava e invadeva l’aria. Libri e quaderni scomparivano. Scomparivano i cervelli. Non restava che ripassare le tabelline, mentre i numeri saltellavano tristi nell’oscurità. Non restava che pensare alla morte. O tamburellare verso qualche futuro.

Non poteva sapere, il bambino, che un giorno dopo un lungo girovagare sarebbe tornato dal futuro, forse solo per un momento, proprio là dove ora è andata via la luce e con una fitta al cuore avrebbe riconosciuto voci diventate aliene, le scrostature delle pareti, i fiorami dipinti sul soffitto e il tanfo della polvere divenuta antica. Riconoscendo quel luogo dove ora era andata via la luce si sarebbe sentito straniero, un intruso. Il tanfo antichissimo si sarebbe trasformato in una fitta, un dolore non nuovo e non vecchio. Tutto questo il bambino non poteva saperlo, pensava alla morte e aspettando, stupito, continuava a scrutare il buio. Nel buio chi stava per uscire restava a casa. Chi stava per addormentarsi rimaneva sveglio.

Chi stava per piangere lasciava il pianto in sospeso.
 
 
 
 

Alfonso Lentini è nato a Favara (AG) nel 1951. Laureato in filosofia, si è formato nel clima delle neoavanguardie del secondo Novecento frequentando, giovanissimo, l’area di autori che a Palermo facevano capo a Gaetano Testa e alle riviste “Fasis” e “Per Approssimazione”. Trasferitosi a Belluno verso la fine degli anni Settanta, ha sviluppato un suo percorso sia nel campo artistico che in quello della scrittura. I suoi libri più recenti sono: “Noi siamo i lupopesci” (pièdimosca, 2023), “Le professoresse meccaniche e altre storie di scuola” (Graphofeel 2019), “Tre lune in attesa” (Formebrevi 2018). Ha collaborato e collabora con molte riviste di ricerca, fra cui “Anterem”, “Ballyhoo – Quotidiano dei poeti”, “Carteggi letterari”, “Colophon”, “Il Grandevetro”, “L’immaginazione”, “Terra del fuoco”, “Testuale”, “L’indice”, “Zeta”; e, in rete, “Bac Bac”, “Il cucchiaio nell’orecchio”, “La morte per acqua”, “La recherche”, “Le reti di Dedalus”, “Mirkal”, “multiperso”, “Niederngasse”, “Undupalermo”, “Mr Dedalus”, “Utsanga”. Nelle sue mostre e installazioni propone “poesie oggettuali”, scritture verbo-visive, libri oggetto e in generale opere basate sulla valorizzazione della parola nella sua dimensione materiale e gestuale.

 
 

Illustrazione originale di Carlotta Mazzi.

 
 

Carlotta Mazzi (03/04/1992)
Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera dove ho conseguito il Diploma di II Livello in Grafica d’Arte. Oltre alla passione per la grafica e la stampa d’arte coltivo da anni l’interesse per l’illustrazione. Oggi parallelamente alla ricerca artistica personale sono occupata come docente di arte e grafica nella scuola secondaria di I e II grado. Alcune mie tavole sono apparse su Squadernauti, qui, qui, quiqui e qui.

Stare, possedere

 
 
 
 

“Tornai indietro lungo il tragitto che avevo percorso, ma non riconoscevo più gli edifici, non li avevo mai visti prima”.
 
“Nei suoi ultimi anni mia madre iniziò a parlare con i fantasmi. I suoi fantasmi erano fenomeni quotidiani del mondo circostante”.
 
“Pensai che il sobborgo della mia infanzia esisteva ancora, non era perduto, non era scomparso per sempre nell’oscurità”.
 
“Raccontò che uscendo di casa l’assaliva sempre una strana sensazione, una sorta di artificiosità dello scenario che la circondava, quasi si trattasse di un’illusione a cui gli abitanti della città si aggrappavano per evitare di ricadere nell’incertezza più totale”.
 
 
Scrivere mostra che non esiste uno spazio più vero degli altri, né un tempo più vero degli altri.
 
Scrivere insegna che in tutti gli spazi e in tutti i tempi si può stare, ma che nessuno spazio e nessun tempo si può possedere.
 
 
 
(Suggestioni e citazioni tratte da Matthias Nawrat, L’ospite triste. Romanzo berlinese, traduzione di Marco Federici Solari, L’orma editore, Roma 2023)
 
 
 
(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Kispet

 
 
 
di Apolae
 
 
 

Tra alcuni istanti Russia e Ucraina scenderanno in campo. Pochi oramai ci speravano. Sediamo con smartphone e laptop sulle gambe sudate, afa appiccicosa qui in gradinata, che poi è diventata un’unica sala stampa, lunga e sinusoidale come un cardiogramma, inglobando panche e poltroncine e seggiole aggiunte alla bisogna. Gli sguardi arcigni delle forze dell’ordine, fucili scarichi a spalla, perimetrano la zona dell’impianto sportivo di Samsun, modesto prima che arrivassimo ma ora cresciuto a dismisura, ben oltre i disegni originali, ai limiti della sostenibilità del progetto, sotto lo sventolìo di mezzelune neutrali verso gli altri e bugiarde a se stesse. Soffoco uno sbadiglio. Discreti camerieri passano tra i nostri visi stanchi e assonnati, qualche collega è appena atterrato dopo tre scali e pure chi ha viaggiato in auto sente il peso della partita, ci schiaccia la testa, allora incliniamo il capo con un sorriso forzato, ringraziamo, accettiamo il caffè rovente nei bricchi di cevze aggiungendo calore alla calura e per un momento sembra di stare in un bagno turco gigantesco, uno sbuffo di vapore all’aperto che sortisce l’insperato effetto di rinfrescarci. Mi vibra il telefono sul ginocchio, rispondo con l’auricolare, Ciao sì Vale ecco, Ciao Leo che mi dici, Eh qui troppo caldo, Dai manda qualcosa, No dai è ancora presto, Su dammi due righe, Ma cosa ti scrivo, Tu basta che abbozzi. Improvviso un messaggino e lo mando al volo, così, giusto per togliermi di torno la capo almeno un poco: “La diplomazia degli scacchi e del ping pong ha passato il testimone all’oliva, simbolo della culla mediterranea in un’Europa alla resa dei conti”.

Nel frattempo, passo sicuro, si fa viva la terna arbitrale. La collega messicana mi crolla addosso col suo intreccio di capelli corvini. Annuso il suo aroma di avocado e la lascio riposare, prendendo appunti sui direttori di gara che si incontrano, rilassati e professionali. Non sorridono. Quello domestico istruisce la controparte statunitense e l’omologo cinese. Indica i punti del quadrato di gioco in cui si collocherà ciascuno per vigilare senza ostacolare la sfida. Cenni d’intesa. Poi sincronizzano gli orologi ai polsi. Le telecamere inquadrano ogni scena per restituirla in digitale agli occhi del mondo, qui le dieci assolate e appena le undici operose in Abruzzo, ma le quindici secche nello Shangdong, le diciannove pigre in Nuova Zelanda, le tre profonde nel Mid-West, le quattro gelate nella Terra del fuoco. Fazzoletti detergono le fronti. Ormai ci siamo. Una ciaramella intona l’attacco di un motivo tradizionale, lenta e soffusa, cauta come una serpe che sbuca dalla cesta, pfff, tanto per accelerare ci sarà tempo, lei lo sa, non ha fretta e stira le note, avvolgendo l’arrivo dei venti giocatori, dieci per squadra, praticamente irriconoscibili poiché tutti indossano solo il tipico pantalone in pelle nera, lo chiamano kispet, una sorta di feticcio da queste parti, come la belt lo è nella boxe e il kimono lo è nel judo. Gli assistenti verificano l’aderenza del costume ai corpi degli atleti, tastandone gli orli elastici mentre addetti preposti spalmano olio d’oliva sulle pelli e sui corpi lucidi di gloria. Il tabellone luminoso segnala che i partecipanti hanno superato l’esame incrociato all’anti-doping. Si può finalmente incominciare, esclama sotto al cappello il conduttore, che comunque non capiamo perché urla nel gelato in lingua locale, eppure intuiamo che si parte. Vorremmo applaudire, ci interroghiamo spaesati con lo sguardo, ma potrebbe trattarsi di un gesto sconveniente e desistiamo imbarazzati. Il rombo dei tamburi intreccia ai fiati un ritmo carico di tensione, batte e monta, parla come l’eco di un timbro antico.
 
I ragazzoni a bordocampo brillano marinati come fusti di kebab, alcuni accartocciati sull’erba nelle ultime preghiere, altri a srotolare allungamenti delle braccia al cielo, qualcuno si abbraccia e tenta un timido urto, senza farsi male, prima di concedersi in battaglia al fischio congiunto degli ufficiali. Fronte contro fronte, le dieci coppie si formano sull’ingaggio classico, gomiti tesi e mani sui trapezi opposti, tutte così o quasi, a parte chi ancora si studia, uno dei due accenna una presa al fianco schivata dall’avversario, quindi arretra basso con le gambe larghe e il dorso curvo. Tra noi il collega turco è l’unico che prende nota, ghigna soddisfatto, forse è il solo che ci sta capendo qualcosa e che se la gode, ma nessuno osa interromperlo sperando di poter attingere dai suoi taccuini. Tre duetti sono già al suolo, un colosso ne ha atterrato un altro e si avvinghiano sdrucciolando, le dita viscose nei pantaloni, in cerca di punti d’appoggio inibiti dall’olio, lontane dai testicoli per evitare sanzioni, intente a forzare l’ombelico al cielo e ottenere la vittoria per schienamento. Torsioni e movimenti contrari sotto al sole, via via meno decisi e invece controllati, ché questo non è sport di forza bruta bensì di paziente astuzia, tentativi goffi e fiacche finte, proiezioni possenti e scivolate inevitabili. Per sette scontri la lotta è terminata, si sono date la mano e poi giù stremate sul terreno zuppo, vincitore e vinto. Voci filtrano in tribuna il vantaggio 4 a 3 dei russi, noi annuiamo e non capiamo, perché i pantaloni dei giocatori giacciono senza forze a filo delle panchine, tutti simili e unti e madidi. Cerchiamo conferme dal collega esperto che non ha tempo, fisso al telefono con la redazione, dunque facciamo spallucce e sorbiamo un secondo caffè che conforta ustionando la gola, buono per carità, davvero, lo dice anche l’inviata indonesiana alzando le sopracciglia, però che partitaccia.
 
L’arbitro di casa interrompe il cronometro e chiama gli addetti all’unzione coi vasi di ceramica smaltata, gesticola veemente e li sollecita, vuole i superstiti più unti. Convoca i due equivalenti e parlottano fitto fitto, con le mani a coprire la bocca, occhi sottili e chissà quali parole passano tra i residui traduttivi, la carie dei denti stretti, il cipiglio malcelato, le spazzole dei baffi ruvidi, lo schizzo di saliva sulle fedi, gli intensi attimi d’indifferenza. I sei guerrieri sono stati radunati ora vicini tra loro, sudici e grassi, in poche zolle. Riannodano la cinghia del costume, si battono il cinque, tornano avvinghiati a paia, scomposti, chi afferrando il collo e chi trovando le caviglie. Un altro combattente ha la meglio sul rivale, gli viene alzato il pugno al cielo, segna un allungo russo o magari una rimonta ucraina. Cade a terra esausto. Le canne delle ciaramelle rincorrono una melodia circolare attorno alla foga dei tamburi, pesanti come il manto umido che gonfia l’aria e annega i dubbi in spremute di sudore. Le otto gambe restanti si contorcono tra loro, coi pantaloni tutti oleosi e scuri e le carni tutte chiare, arrossate dal caldo e dagli schiaffi d’oliva, impastate di steli appiccicati sui lombi, sradicate dalle piante dei piedi. Guardiamo e non capiamo più per chi tifare, chi sta vincendo, chi perde, se poter esultare, se dover esultare, cosa pensare, cosa mormorare tra di noi, cosa scriveremo negli articoli, cosa racconteremo ai nostri figli.

 
 
 

Si fa chiamare Apolae perché solo così riesce a scrivere liberamente. Piccoli premi locali per narrativa breve. Pubblicazione nel 2022 nell’antologia di LibroMania (DeA) “The Source. Scrivere sull’Acqua”. Suoi racconti compaiono sulle riviste: CrunchEd, Fiat Lux, In fuga dalla bocciofila, L’appeso, L’equivoco, Liberi di scrivere, Linoleum, Nabu Storie, Racconticon, Smezziamo, Spaghetti Writers, Tango Y Gotan e Tremila Battute. Altri testi popolano la pagina Instagram apolae_fotoracconti. Ama la sua famiglia e la letteratura. Si impegna per coniugarle.

 
 
 

Illustrazione originale di Claudio Rossi.

 
 
 

Claudio Rossi, graphic designer. Lavora prevalentemente nel settore della progettazione di identità d’impresa spaziando in un articolato campo d’azione che comprende diversi aspetti della comunicazione visiva. Entra a far parte della pubblicazione ADI Index 2016 grazie al progetto di identità visiva per la Regione Sardegna in EXPO Milano 2015. Lo stesso progetto viene candidato e compete per il Premio Compasso d’Oro ADI(2018), il più antico e più autorevole premio mondiale di design. Affianca all’attività da graphic designer una ricerca nel mondo dell’illustrazione divertendosi a saltellare e sperimentare tra similitudini visive e colori.

 
 
 

Una questione di famiglia

 
 
 
 

Nella nostra recensione della raccolta di racconti Di seconda mano di Chris Offutt scrivevamo che i protagonisti delle vicende sono “come sospinti ai margini della vita da una forza centrifuga: sembra loro preclusa la formula che conduca alla tranquillità, alla stabilità, a un minimo di benessere esistenziale.” E aggiungevamo che “sono accomunati da una certa tenacia, dall’inclinazione ad affrontare in modo diretto e scabro ogni situazione, nonostante quasi mai essi siano equipaggiati per risolverla a proprio vantaggio, o quanto meno per non uscirne troppo segnati.”

Le medesime formule sono adattabili anche a Mick Hardin e ai personaggi minori di Una questione di famiglia, romanzo di Offutt uscito anch’esso in Italia per minimum fax (giugno 2023), sempre nella traduzione di Roberto Serrai.

Tuttavia qui l’ironia presente in Di seconda mano si fa più disincantata, e la marginalità esistenziale di Hardin e degli altri attori della narrazione può condurre a esiti più drammatici.

Il militare Mick Hardin torna in licenza nella cittadina collinare del Kentucky dove risiede, convalescente per una ferita alla gamba dovuta all’esplosione di un ordigno durante una missione in Afghanistan. Intanto il tassista locale trova il cadavere di Barney Kissick, un piccolo spacciatore di eroina. L’arcigna madre di Barney chiederà a Mick di indagare sull’omicidio, archiviato frettolosamente dalla polizia.

Mick non ha alcun legame affettivo con la famiglia Kissick. Anzi, più in generale è un uomo del tutto sradicato: militare momentaneamente lontano dal servizio, è prossimo al divorzio dalla moglie Peggy, e ha un unico (e complicato) legame affettivo con la sorella Linda, ruvido sceriffo del paese, impegnata nella campagna elettorale per la propria rielezione.

Eppure Mick accetta l’incarico, forse per un primitivo senso di giustizia, o forse nella convinzione che proprio la sua assoluta alterità possa eleggerlo a mero esecutore del compito assegnatogli.

“«Perché io?»
«Non mi fido della legge».
«Nell’esercito sono la legge, signora. Agente speciale della CID».
«Qui non lo vedo, l’esercito».
«Non sta rispondendo alla domanda», disse. «Perché io?»
«Mi fido di te. In un certo senso», disse lei, a bassa voce.
«Perché?»
«Perché non te ne importa davvero».
Mick rifletté. Aveva ragione: non gliene importava di suo figlio, o della legge. Sulle colline ogni omicidio portava ad altre morti, e a lui importava solo che le persone avessero la possibilità di vivere, non di morire” (p. 32).

Le indagini lo porteranno a collaborare con il figlio minore della famiglia Kissick, anche lui militare. E a scoprire che i motivi della morte di Barney sono strettamente legati alla deriva morale di quei luoghi.

In Una questione di famiglia la trama gialla è solo un pretesto per tornare sul tema, caro a Offutt, della separatezza dal mondo: che, se nel caso di Mick è palesata dalla mancanza di ogni minima stabilità (affettiva, sociale, geografica), nei personaggi che vivono nella cittadina ai piedi degli Appalachi si declina in una serie di esistenze fisse, alimentate da manie, pregiudizi e atteggiamenti di difesa preventiva nei confronti di qualunque persona o evento possa turbare la quotidianità.

E allora in questo romanzo l’ironia, dicevamo, si fa dolente. Perché non nasce più, come nei precedenti racconti, dall’incapacità di padroneggiare la realtà, ma dall’impossibilità di trovare autentici punti di contatto tra le varie solitudini, di mettersi davvero in relazione: “Una consapevolezza improvvisa lo avvolse come uno scialle d’acciaio: era solo. La profondità di quella sensazione lo sorprese. Era abituato a vivere da solo, viaggiare da solo, e lavorare da solo. Parlava con la sorella, perlopiù ascoltando lei, e pensava che questo contasse come contatto umano, se non come una conversazione vera e propria. Lui voleva bene a sua sorella. Lei voleva bene a lui, ma la sua presenza in casa era un’intrusione, e cercavano a vicenda di lasciarsi ampio spazio di manovra. Aveva pure cominciato ad abbassare la tavoletta in bagno, come lei voleva e come con sua moglie non aveva mai fatto. Forse avrebbe dovuto. Forse sarebbero stati ancora insieme” (p. 154).

 

(Claudio Bagnasco)