Muhammad Alì

 
 
 
di Andrea Bruccoleri
 
 
 

Mio padre ha sempre avuto un problema alla tiroide. Non fuma, non tocca alcolici. Gli piacciono i film western e i telegiornali; a differenza mia, non gli frega niente del calcio. Però ogni domenica mi compra due pacchetti di figurine per l’album e, quando c’è la fiera, mi porta a vedere le giostre, a sparare al tiro a segno.
 
Impugna saldamente il fucile ad aria compressa e fa cadere un barattolo dopo l’altro. Sono fiero di lui mentre torniamo verso il parcheggio delle auto. Con lui a guidare i miei passi, non temo le ombre che si allungano tra i vicoli.
 
Stringendogli la mano, mi sento al riparo.
 
 
 
Io tifo per l’Inter. Poi per il Milan. Poi per la Juventus. Poi per il Milan e poi di nuovo per la Juventus. Poi per il Perugia.
 
Mio padre è distratto e per il compleanno può capitare che mi regali la maglietta del Milan di Van Basten invece di quella dell’Inter di Bergkamp. Mi arrabbio: nemmeno un giro alle giostre può allora ravvicinarci, anche perché non è più capace di colpire neanche di striscio un solo bersaglio.
 
Così, di punto in bianco, non ho più il diritto di scegliere il peluche che preferisco come premio, né di suscitare l’invidia degli altri bambini che non hanno un papà che spari come l’eroe a cavallo di un film di cowboy.
 
 
 
Faccio il fantacalcio coi compagni di scuola, conosco tutte le formazioni a memoria. Stufo dei programmi dove si parla di politica, preferirei guardare i telefilm del pomeriggio, ma le dita di mio padre restano aggrappate al telecomando, come le avesse incollate col mastice.
 
Vorrei viaggiare per le strade di Beverly Hills, chiedere un cheeseburger e una coca al bancone di un fast-food, ballare alla festa di compleanno nella villa con piscina del mio compagno di banco – surfista provetto e quarterback della squadra di football del liceo.
 
La notte sogno di menare botte da orbi in una rissa dell’antica Grecia, immerso in una natura di cartapesta, con Xena che mi fa l’occhiolino passandomi una freccia da scagliare contro l’orda di invasori.
 
 
 
Mio padre vede dei neurologi. Prenota una visita al nord da uno specialista, lo accompagno. Andiamo in taxi all’aeroporto, prendiamo l’aereo, dormiamo insieme nel letto matrimoniale della camera d’albergo.
 
È il primo anno di Hidetoshi Nakata al Perugia, ma a mio padre non frega un accidente del calcio. È distratto, lavora tanto.
 
Siccome mi vede disegnare dappertutto bandiere col sol levante, per farmi piacere la sera mi porta a mangiare dai cinesi. Mi arrabbio. E ancora di più quando chiede la forchetta perché non sa usare le bacchette: quando cerca di servirsene, fa una strage col pollo alle mandorle sul tavolo e il pavimento del ristorante.
 
 
 
(altro…)

Noi siamo i lupopesci

 
 
 
 

Se esistono i pescecani, allora possono esistere anche i lupopesci, ma nella raccolta di microfinzioni di Alfonso Lentini Noi siamo i lupopesci (Pièdimosca edizioni 2023) a dire il vero non compaiono né gli uni né gli altri. Che si tratti di creature misteriose o del tutto ordinarie, essi vengono nominati in un unico racconto, ma come svagatamente, e a causa di un sogno. Nel prologo, in compenso, viene spiegato che questa loro assenza deriva dal vizio di sbagliare strada, cronico al punto da impedirgli di nascere, facendo saltare qualsiasi tipo di appuntamento.
 
D’altronde, “Posto in cima alla collina, il generatore automatico di parole inesistenti lavorava a pieno ritmo per rifornire i parlanti” (p. 131) si scopre nel racconto In cima alla collina – fra i più lunghi della raccolta, 800 battute in tutto. Ma le parole inesistenti, appena inventate, cominciano a circolare e qualcuno prima o poi riuscirà a trovare loro un significato, vanificando il lavoro del suddetto generatore.
 
LupopesciMacchine simili sono condannate al fallimento perché le parole veicolano sempre un frammento di verità, vuole forse dirci l’autore, magari un frammento che si modifica con un semplice scambio di lettera: il nano di mente non ci arriva, ma mica per colpa sua, viene da pensare al lettore, magari per una tara genetica e le bambole d’ossigeno sembrano concederti una boccata d’aria al solo vederle passeggiare lungo i viali, “tacchi alti, rossetto e minigonna” (p. 127).
 
Se non è lo scambio di una lettera, è la sostituzione di una parola a mostrare ai nostri occhi verità nuove, luminose persino. Nella microfinzione Se piange, ad esempio, all’iniziale descrizione del comportamento di un neonato viene sostituita la parola “bimbo” con la parola “Capo” e il gioco è fatto. “Il Capo ci guida a colpi di pianto. Se piange, bisogna fare qualcosa. Se smette di piangere, vuol dire che quella cosa va bene e si deve continuare” (p. 119).
 
Ci sono le scale nel primo capitolo della raccolta: qui si parla del salire, dell’ambire a posizioni elevate, dell’avere a che fare con spirali ascendenti, scale musicali o triangoli scaleni, di un’intera famiglia i cui membri sono costretti? premiati? condannati? a percorrere tutte le scale che incontrano.
 
Poi c’è il sonno, nel secondo capitolo: “Attorcigliarsi nel sonno è gesto anarchico, anticapitalista, del tutto improduttivo, ma non celibe. […] Chi dorme certamente non piglia pesci, ma piglia basilischi, uccelli del paradiso, daini albini, topi giganti, pantere profumate, unicorni, leviatani, centauri, lupopesci. Godere a sbafo di tutto questo, che privilegio oltreumano!” (p. 54).
 
La nostra ostinata ricerca di un senso potrebbe risultare frustrata da molte di queste microfinzioni, ma quanto bello, romantico e triste è un racconto come Fare sesso, in cui ci viene insegnato a riconoscere un cavallo, ad esempio dall’assenza del becco, un vaso di gerani, dall’incapacità di parlare lingue straniere, o una casa, dall’immediata disponibilità alla copula. “Se incontri una casa, chiedile subito di fare sesso. Se ci sta, vuol dire che è proprio una casa. Allora tu riempila di fiori, stappa una bottiglia, infilale al dito l’anello più prezioso. Ponile sulla fronte una dolce corona di spine” (p. 145).
 
Il nonsense non si traduce in un rifiuto della realtà perché la realtà è talmente sfaccettata che farà capolino ovunque, anche laddove abbiamo cercato di allontanarla, o di nascondere noi stessi alla sua vista. “Se pensi, non pensi. Se bevi, non bevi. Se cammini, non cammini. […] è tutto tratto da una storia vera, come nei film” (p. 120).
 
“Ti auguro di restare incomprensibile. Solo così sfuggirai al massacro” (p. 147) recita l’inizio di Buon risveglio, una delle ultime microfinzioni della raccolta. Accettiamo il suggerimento fiduciosi e speriamo di esserci riusciti.

 
 
(Giovanni Locatelli)
 
 

Il puma

 
 
 
 

Finora, l’unico puma della letteratura di cui avevamo memoria era quello di Alonso e i visionari, scritto da Anna Maria Ortese nel 1996.

Quasi cinquant’anni prima, nel 1947, Jean Stafford aveva scritto Il puma, che solo adesso (giugno 2023) Adelphi propone ai lettori italiani nella mirabile traduzione di Monica Pareschi.

Anche questo romanzo, al pari di ogni opera di Anna Maria Ortese, somiglia a un lungo sogno, in cui la realtà appare come una continua sorpresa e minaccia, e gli accadimenti sono sempre illeggibili per difetto o eccesso di verità.

Qui, poi, la vastità della natura – le luci e gli spazi del Colorado – sottrae alla vicenda confini certi, come è appunto nella geografia onirica.

Protagonisti de Il puma sono due fratelli, Ralph e Molly, che nelle battute iniziali del romanzo hanno rispettivamente dieci e otto anni, e sono cagionevoli di salute per le conseguenze di una scarlattina.

I due si dividono tra il periodo dedicato alla scuola, trascorso con la madre vedova e le due sorelle maggiori a Covina, nella contea di Los Angeles, e i mesi estivi, passati nel ranch dello zio Claude, in Colorado.

Ralph e Molly sono, anzitutto, uniti da un sentimento di ostilità nei confronti degli adulti, cui somministrano una serie di piccole – ma dalla loro prospettiva terribili – crudeltà: “cincischiarono più del solito, per nulla sicuri che a casa avrebbero trovato qualcosa di interessante da fare, ma sicurissimi, d’altra parte, che la madre, oltre ad agitarsi e a non star zitta un momento come faceva ogni volta che aspettava visite, vedendoli sarebbe montata su tutte le furie” (p. 12).

C’è poi il rapporto che lega i due fratelli. Simbiotico quando si tratta di opporsi all’universo dei grandi, complesso e irrisolto nelle dinamiche tra i due. Molly adora Ralph e – spesso respinta come petulante, destino comune a molti fratelli minori – sviluppa verso di lui una sorta di odio difensivo.

Per Ralph, viceversa, Molly è una struggente e faticosa necessità: “Guardò con avversione quello scheletro della sorella, che si era accovacciata a raccogliere i gigli tutt’intorno a lei, e quando Molly sollevò lo sguardo e i grandi occhi umidi gli lambirono il viso con quel loro amore struggente, gli venne voglia di piangere per la disperazione, perché quello di Molly era davvero l’unico amore che aveva, e per lui non era altro che un peso e un patimento”, p. 115.

La medesima sproporzione relazionale rende Ralph e Molly inabili alla vita. Per questo la realtà, dalla loro prospettiva, è sempre abnorme: “Erano talmente maldestri che non erano in grado di sedersi su una sedia senza sembrare in bilico sull’orlo di un burrone e, se venivano interpellati all’improvviso da un adulto che non conoscevano, restavano senza voce nel bel mezzo della risposta, gli si riempivano gli occhi di lacrime e gli si appannavano gli occhiali” (pp. 34-5).

Infine c’è la natura, l’inconoscibile, che nelle montagne del Colorado ha i tratti di una femmina di puma, a cui lo zio Claude dà la caccia da tempo. E che, improvvisamente, suscita il medesimo desiderio in Ralph. Come se, uccidendola, il ragazzo potesse annullare ogni distanza non solo tra sé e l’adultità, ma anche tra sé e il mondo: “decise che sarebbe stato lui, e non lo zio, a sparare al puma” (p. 166, corsivo nel testo).

E se risulta indispensabile per Ralph, automaticamente la caccia al puma diventa tale anche per Molly: “Anche lei non si sarebbe sentita tranquilla finché quell’animale meraviglioso non fosse morto” (pp. 204-5).

Al di là delle diverse (ma non necessarie) letture simboliche che la presenza del puma suscita nell’intelligenza del lettore, nella grandiosa scena finale il progressivo avvicinamento all’animale sfocerà in un drammatico trionfo della realtà sul sogno, e il traumatico risveglio dei due fratelli annullerà ogni loro velleità infantile. Come questa, che riguarda Ralph: “Aveva solo la sensazione irrazionale che, se avesse saputo come fare, avrebbe spaccato il mondo, persino a dispetto di Molly” (p. 195).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Il senso del brodo

 
 
 

di Alessandra Baraldi
 
 
 
 
Ero piccola ma già odiavo anche solo il pensiero di quell’odore acre che invadeva la cucina la domenica mattina. Nel giorno in cui anche Dio aveva riposato era richiesto come minimo un pranzo da principi. Minestra con brodo di gallina allevata nel proprio pollaio, quanto di meglio si potesse chiedere. Io invece odiavo quell’odore che si appiccicava ai vestiti e ai capelli. Forse odiavo anche i capelli, così lunghi lisci perfetti luminosi. Così sospesi, come lo ero io a quel tempo.La minestra nuotava affannosamente in un mare torbido e nauseabondo: una palude colma di insidie ai miei occhi. Dovevo salvare quei tortellini e quelle tagliatelle e quei capelli d’angelo prima che il brodo avesse il sopravvento. Mi lanciavo come un bagnino nella vasca dei naufraghi ripescando a uno a uno gli oggetti alla deriva. Li adagiavo in un contenitore asciutto e sicuro e li avvolgevo con un rassicurante scialle di panna o un soffice cappotto di burro e formaggio. Poi prendevo tra le mani il piatto con lo stagno vuoto e univo quei cerchi di grasso trasformandoli in un’unica grande luna, una luna eterea e muta.Un giorno lo scenario cambiò. Il senso del brodo si appropriò della mia anima. Come una corsa all’oro, così si assistette, da un giorno all’altro, alla corsa al brodo.

 

Univo i cerchi di grasso nel piatto con la punta della forchetta per ottenere un unico cerchio enorme, come i pezzi di un puzzle, come se in quel piatto e di conseguenza in quel cerchio enorme si dovesse leggere una profezia. Vi si potesse ritrovare un’immagine. O riconoscere un’abilità. Da allora raccolgo tutti i pezzi di una vita frantumata e gli regalo una seconda chance. Colleziono tutti i frammenti di uno specchio e ricompongo la mia storia. Nel mio viaggio abbraccio tutte le esperienze attraversate, disegnando un’unica grande avventura, una parabola originale, ricca e calda, luminosa e accogliente. Che riunisce tortellini, tagliatelle, risoni, capelli d’angelo e paste di ogni forgia e provenienza.

 

Arriva con l’età, qualcuno dice. Arriva con le vicende della vita, sostiene qualcun altro. C’è chi dice che quando sei giovane vuoi cibarti di solidità, di concretezza, di certezze, di cibi che abbiano radici e che non siano vaganti come banderuole al primo vento. Cibi che ti rispondano subito, quasi senza interrogarli. Nutrimenti che non invitino a pensieri, a interrogazioni, a indagini. Piatti che non richiedano tempi e valutazioni. Da giovani abbiamo bisogno di immediatezza. Come i quiz per la patente. Come i test d’ingresso all’università. Bianco o nero. Buono o cattivo. Dolce o salato. Freddo o caldo. Frastuoni o silenzi. Tutto subito o nulla, discorso chiuso. Non ci sono tempi d’attesa. Niente sospensioni. Ripensamenti vietati. Si lancia la pallina in aria e si batte.

Poi, all’improvviso, l’illuminazione. In una di quelle giornate anonime che non si farebbero ricordare nemmeno per la nebbia che a quell’ora avvolge ormai tutte le case. Stai lavorando ma posi la penna sulla scrivania e ti scopri a pensare al brodo. Il desiderio di un piatto di minestra in brodo si appropria a quel punto della tua mente. Ogni poro della pelle richiama quella fragranza consolante come fosse un’essenza di un famoso profumiere. Lo stomaco ne pregusta il tepore e una sensazione di pace ti pervade.

È il segnale del tempo che passa. Come posseduti da un demonio buono, fautori del senso del brodo, ci adoperiamo per non mancare a quell’appuntamento. Non c’è bisogno di correre. C’è tutto il tempo che serve. Il piacere sta nell’attesa, abbiamo imparato. Non è uno sguardo effimero. O uno sparo nel silenzio. Nemmeno una toccata e fuga. Non è fast-food. Non è un rifornimento dal benzinaio. E nemmeno il flash di una macchina fotografica.

È il tempo di annettere ciò che galleggia in sospensione al proprio corpo, come nuovi territori da esplorare, come nuove cellule, come nuove domande. E contemporaneamente è tempo di unire i cerchi del grasso del brodo e riflettersi in quell’unico grosso specchio. È il tempo che si nutre del tempo che ci si accorda. Passiamo da un incedere incessante in completa assenza di tempo alla ricerca spasmodica di un tempo sopra ogni cosa. Un tempo che ci indichi che siamo e non passiamo soltanto. Un tempo che ci dia la gioia di vederci correre ma anche di poterci fermare. Non un tempo che ci spinga solamente a far girare la ruota come criceti senza nome e senza patria, sempre più performanti ma senza forme e senza peso.

Questo è il senso del brodo.
 
 
 

Alessandra Baraldi nasce nel 1968. Scrive poesie e racconti da sempre. Frequenta con soddisfazione un cenacolo di amici scrittori con i quali ha pubblicato un paio di raccolte di poesie e racconti (“Scrivere si può” – 2017 e “Vite in riserva” – 2022) presentati come eventi collaterali al Festivaletteratura di Mantova nelle edizioni 2017 e 2022. È appassionata di scrittura e fotografia.
Questo il suo profilo su Facebook.

 

lustrazione originale di Cristiano Baricelli

Cristiano Baricelli nasce a Genova nel 1977. Autodidatta dal 1997, elabora una personale tecnica di disegno basata sull’uso della penna a sfera. Ha partecipato a numerose mostre collettive e personali e collabora con Fanzine e Magazine di illustrazione tra cui: Grrrz Comic Art Books, Nurant, Osel,Watt, CartaCanta, Nitch, L’inquieto, Pastiche, Verde Rivista, Antropoide, Illustrati, Nèura, Freak Out, Guida 42, Carie, Rituali, Effe Rivista, Risme, Squadernauti, Racconti Crestati, Digressioni, Horror Moth. Attualmente sta sperimentando tecniche miste, e odia svegliarsi presto la mattina.