Chris Offutt

La legge delle colline

 
 
 
 

Dopo Le colline della morte (2021) e Una questione di famiglia (2023, da noi recensito qui), minimum fax dà alle stampe (ottobre 2024, sempre nella traduzione di Roberto Serrai) La legge delle colline, terzo volume scritto da Chris Offutt che ha per protagonista Mick Hardin.Hardin, trentanovenne ex militare ora in congedo, ha progettato di trasferirsi in Corsica. Prima, però, torna al suo paese natale, Rocksalt, sulle colline del Kentucky. Forse per salutare la ruvida sorella Linda, sceriffo locale, o forse per “andare a controllare la sola proprietà che possedeva, quella che gli aveva lasciato il nonno. Immaginò che fosse un addio, ma non era sicuro di cosa stesse salutando. Suo nonno, il suo passato, la terra che amava? Se stesso, magari?” (p. 30).

Già questa breve incursione autoriale nei dubbi del protagonista ci dice molto. Non solo, nello specifico, su un’attrazione viscerale – e per questo difficile da indagare su un piano razionale – verso i propri luoghi d’origine; ma anche sull’irresolutezza esistenziale di tutti i personaggi di Offutt, la legge delle collineargomento cui avevamo già fatto cenno sia occupandoci di Una questione di famiglia sia della raccolta di racconti Di seconda mano (qui). Si tratta di uomini e donne inquieti o disillusi perché le proprie ambizioni sono incongrue rispetto alla realtà avuta in sorte o perché, al contrario, la vita le ha rattrappite.

Ecco quindi che la vicenda noir in cui sarà coinvolto, suo malgrado, Mick Hardin (e che Offutt gestisce con maestria da giallista di vaglia), sarà innescata proprio dalla misteriosa morte di due abitanti del luogo e dal successivo ferimento di Linda. Mick si troverà a interrogare persone inclini alla solitudine e al sospetto verso il prossimo, portatori di segreti traumatici patiti o fatti patire, chiusi nelle proprie convinzioni e nei propri pregiudizi; e Mick a sua volta ubbidisce a una propria legge morale in nome della quale, più che dirimere tra buoni e cattivi, innocenti e colpevoli, finirà per applicare una vasta indulgenza scaturita dal disincanto. In altre parole, attraverso il personaggio di Mick Hardin, Chris Offutt ci ricorda come l’ambiente in cui si nasce e cresce condiziona (irrimediabilmente?) le nostre scelte e il nostro destino. E così la vita adulta appare come un incessante, e in larga parte infruttuoso, tentativo di emanciparsi: “Forse non gli andava di arrestare persone per reati che avrebbe commesso anche lui. Suo nonno avrebbe detto che Mick stava seguendo la legge delle colline. Mick sperò che fosse così” (p. 223).

Da ciò deriva un tratto peculiare della narrativa di Offutt: sovrintende i gesti dei personaggi de La legge delle colline un senso di vanità che li rende grotteschi. Gli approcci amorosi sono quasi sempre timidissimi o fraintesi; e pure gli episodi di violenza, che qui non mancano, finiscono per risultare comici più che drammatici. Come in questo capoverso a commento di una rissa che ha visto coinvolto Mick in una sala da biliardo: “Il primo aggressore si stava riprendendo e cercava di tirare fuori una pistola dalla tasca dei pantaloni cargo. Mick gli diede un colpetto con la stecca, abbastanza forte da avere tutta la sua attenzione. L’uomo smise di muoversi e Mick gli tolse dalla tasca una Smith & Wesson Shield nove millimetri compatta. L’uomo gli sputò addosso, mancando il bersaglio” (p. 178).

Insomma, se è sempre angusto l’ambito d’azione degli umani, lo è ancora di più in realtà sociali immobili, che fagocitano qualunque tentativo di evadere: “Le colline erano come un nodo scorsoio: più ti dibattevi e più stringevano” (p. 258).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Una questione di famiglia

 
 
 
 

Nella nostra recensione della raccolta di racconti Di seconda mano di Chris Offutt scrivevamo che i protagonisti delle vicende sono “come sospinti ai margini della vita da una forza centrifuga: sembra loro preclusa la formula che conduca alla tranquillità, alla stabilità, a un minimo di benessere esistenziale.” E aggiungevamo che “sono accomunati da una certa tenacia, dall’inclinazione ad affrontare in modo diretto e scabro ogni situazione, nonostante quasi mai essi siano equipaggiati per risolverla a proprio vantaggio, o quanto meno per non uscirne troppo segnati.”

Le medesime formule sono adattabili anche a Mick Hardin e ai personaggi minori di Una questione di famiglia, romanzo di Offutt uscito anch’esso in Italia per minimum fax (giugno 2023), sempre nella traduzione di Roberto Serrai.

Tuttavia qui l’ironia presente in Di seconda mano si fa più disincantata, e la marginalità esistenziale di Hardin e degli altri attori della narrazione può condurre a esiti più drammatici.

Il militare Mick Hardin torna in licenza nella cittadina collinare del Kentucky dove risiede, convalescente per una ferita alla gamba dovuta all’esplosione di un ordigno durante una missione in Afghanistan. Intanto il tassista locale trova il cadavere di Barney Kissick, un piccolo spacciatore di eroina. L’arcigna madre di Barney chiederà a Mick di indagare sull’omicidio, archiviato frettolosamente dalla polizia.

Mick non ha alcun legame affettivo con la famiglia Kissick. Anzi, più in generale è un uomo del tutto sradicato: militare momentaneamente lontano dal servizio, è prossimo al divorzio dalla moglie Peggy, e ha un unico (e complicato) legame affettivo con la sorella Linda, ruvido sceriffo del paese, impegnata nella campagna elettorale per la propria rielezione.

Eppure Mick accetta l’incarico, forse per un primitivo senso di giustizia, o forse nella convinzione che proprio la sua assoluta alterità possa eleggerlo a mero esecutore del compito assegnatogli.

“«Perché io?»
«Non mi fido della legge».
«Nell’esercito sono la legge, signora. Agente speciale della CID».
«Qui non lo vedo, l’esercito».
«Non sta rispondendo alla domanda», disse. «Perché io?»
«Mi fido di te. In un certo senso», disse lei, a bassa voce.
«Perché?»
«Perché non te ne importa davvero».
Mick rifletté. Aveva ragione: non gliene importava di suo figlio, o della legge. Sulle colline ogni omicidio portava ad altre morti, e a lui importava solo che le persone avessero la possibilità di vivere, non di morire” (p. 32).

Le indagini lo porteranno a collaborare con il figlio minore della famiglia Kissick, anche lui militare. E a scoprire che i motivi della morte di Barney sono strettamente legati alla deriva morale di quei luoghi.

In Una questione di famiglia la trama gialla è solo un pretesto per tornare sul tema, caro a Offutt, della separatezza dal mondo: che, se nel caso di Mick è palesata dalla mancanza di ogni minima stabilità (affettiva, sociale, geografica), nei personaggi che vivono nella cittadina ai piedi degli Appalachi si declina in una serie di esistenze fisse, alimentate da manie, pregiudizi e atteggiamenti di difesa preventiva nei confronti di qualunque persona o evento possa turbare la quotidianità.

E allora in questo romanzo l’ironia, dicevamo, si fa dolente. Perché non nasce più, come nei precedenti racconti, dall’incapacità di padroneggiare la realtà, ma dall’impossibilità di trovare autentici punti di contatto tra le varie solitudini, di mettersi davvero in relazione: “Una consapevolezza improvvisa lo avvolse come uno scialle d’acciaio: era solo. La profondità di quella sensazione lo sorprese. Era abituato a vivere da solo, viaggiare da solo, e lavorare da solo. Parlava con la sorella, perlopiù ascoltando lei, e pensava che questo contasse come contatto umano, se non come una conversazione vera e propria. Lui voleva bene a sua sorella. Lei voleva bene a lui, ma la sua presenza in casa era un’intrusione, e cercavano a vicenda di lasciarsi ampio spazio di manovra. Aveva pure cominciato ad abbassare la tavoletta in bagno, come lei voleva e come con sua moglie non aveva mai fatto. Forse avrebbe dovuto. Forse sarebbero stati ancora insieme” (p. 154).

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Di seconda mano

 
 
 
 

Escono per il pubblico italiano (e sono ancora inediti per quello americano) gli undici racconti che compongono Di seconda mano, raccolta scritta da Chris Offutt, tradotta da Roberto Serrai e data alle stampe da minimum fax nel luglio del 2022.

Si tratta di bizzarre e struggenti vicende i cui protagonisti cercano in ogni modo di riguadagnare o di trattenere una (presunta) normalità, dalla quale li separa l’incapacità di assoggettarsi al campionario di comportamenti che di norma garantisce una vita sufficientemente placida.

Nel primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, una donna che vive con un uomo divorziato accetta di impegnare l’unica propria cosa di un certo valore per regalare una bicicletta alla figlia di lui, e così conquistarne la fiducia.

“Voglio guardarla per sempre. Le mani di una bambina che tremano di gioia sono lo spettacolo più bello che abbia mai visto. Quando le mie tremano, è sempre per paura. Sale sulla bici e pedala via. Chissà se per mia figlia avrei fatto lo stesso scambio” (p. 20).

Lo strampalato e irresistibile Dalle mie parti narra del matrimonio tra un anziano uomo, che è già stato sposato quattro volte, e una giovane donna. E della loro sgangherata luna di miele nel Kentucky, tra amplessi nel pick-up, giovani ritardati guardoni e colpi partiti per sbaglio da una pistola calibro 38: “Ho puntato la pistola e stavo per gridare una minaccia quando mia moglie ha affondato il dito proprio come non doveva, e io ho sparato alla cieca verso il finestrino. Nella cabina si è udito un fracasso terribile. Mindy ha smesso di fare quello che stava facendo” (p. 27).

Il sesso, che appare con una certa costanza e disinvoltura nelle pagine di Offutt, è esemplare della difficoltà dei suoi personaggi a governare la realtà. È sovente causa di incomprensioni, incidenti, mancate corrispondenze tra un desiderio e la sua realizzazione. Mostra, insomma, il carattere in fondo comico dell’umana inaderenza al mondo.

Le undici brevi narrazioni sono popolate da individui come sospinti ai margini della vita da una forza centrifuga: sembra loro preclusa la formula che conduca alla tranquillità, alla stabilità, a un minimo di benessere esistenziale.

Eppure non c’è alcuno struggimento, nei racconti di Chris Offutt. I cui protagonisti sono accomunati da una certa tenacia, dall’inclinazione ad affrontare in modo diretto e scabro ogni situazione, nonostante quasi mai essi siano equipaggiati per risolverla a proprio vantaggio, o quanto meno per non uscirne troppo segnati.

Non c’è nemmeno alcun ripiegamento malinconico, in Di seconda mano; e se pure una vicenda ha esito negativo, lo scorno che ne deriva non sembra mai preparatorio a una resa definitiva.

Come nel racconto Tutto apposto (dove il titolo non contiene un errore ortografico ma restituisce un’espressione orale), in cui la giovane barista Betsy va a vivere con la collega Georgia e il suo compagno Jack, si invaghisce del ragazzo, trascorre una notte torbida con loro e poi, disorientata, si allontana dall’appartamento, rifiutando di salire sull’automobile dei due che vorrebbero riportarla a casa: “L’auto la seguì lentamente per alcuni isolati, con Georgia che cercava di convincerla e la voce bassa di Jack che la chiamava e basta. Betsy si rifiutò di guardarli. Continuò a camminare. Sapeva che alla lunga si sarebbero stufati” (p. 153).

Disillusi, forse sfortunati forse ingenui, di certo con palesi difficoltà di orientamento nei confronti del mondo che li circonda, i protagonisti di Di seconda mano mantengono tuttavia una loro dignità e coerenza. Cercano una compiutezza, probabilmente consapevoli del fatto che è loro preclusa. Tra un tentativo e l’altro, vivono la propria marginalità rendendola massimamente confortevole e profittevole. Poi ritentano un varco, non lo trovano aperto, si riaccomodano ai bordi del mondo, nell’attesa di recuperare energie per tentare ancora…

Scatta perciò un curioso sentimento ambiguo, di identificazione e rifiuto, da parte del lettore nei confronti di questi personaggi, così abili nel ricordarci che, in fondo, essendo il centro del mondo ignoto a chiunque, ogni vita è marginale.

 

(Claudio Bagnasco)