Già questa breve incursione autoriale nei dubbi del protagonista ci dice molto. Non solo, nello specifico, su un’attrazione viscerale – e per questo difficile da indagare su un piano razionale – verso i propri luoghi d’origine; ma anche sull’irresolutezza esistenziale di tutti i personaggi di Offutt,
argomento cui avevamo già fatto cenno sia occupandoci di Una questione di famiglia sia della raccolta di racconti Di seconda mano (qui). Si tratta di uomini e donne inquieti o disillusi perché le proprie ambizioni sono incongrue rispetto alla realtà avuta in sorte o perché, al contrario, la vita le ha rattrappite.
Ecco quindi che la vicenda noir in cui sarà coinvolto, suo malgrado, Mick Hardin (e che Offutt gestisce con maestria da giallista di vaglia), sarà innescata proprio dalla misteriosa morte di due abitanti del luogo e dal successivo ferimento di Linda. Mick si troverà a interrogare persone inclini alla solitudine e al sospetto verso il prossimo, portatori di segreti traumatici patiti o fatti patire, chiusi nelle proprie convinzioni e nei propri pregiudizi; e Mick a sua volta ubbidisce a una propria legge morale in nome della quale, più che dirimere tra buoni e cattivi, innocenti e colpevoli, finirà per applicare una vasta indulgenza scaturita dal disincanto. In altre parole, attraverso il personaggio di Mick Hardin, Chris Offutt ci ricorda come l’ambiente in cui si nasce e cresce condiziona (irrimediabilmente?) le nostre scelte e il nostro destino. E così la vita adulta appare come un incessante, e in larga parte infruttuoso, tentativo di emanciparsi: “Forse non gli andava di arrestare persone per reati che avrebbe commesso anche lui. Suo nonno avrebbe detto che Mick stava seguendo la legge delle colline. Mick sperò che fosse così” (p. 223).
Da ciò deriva un tratto peculiare della narrativa di Offutt: sovrintende i gesti dei personaggi de La legge delle colline un senso di vanità che li rende grotteschi. Gli approcci amorosi sono quasi sempre timidissimi o fraintesi; e pure gli episodi di violenza, che qui non mancano, finiscono per risultare comici più che drammatici. Come in questo capoverso a commento di una rissa che ha visto coinvolto Mick in una sala da biliardo: “Il primo aggressore si stava riprendendo e cercava di tirare fuori una pistola dalla tasca dei pantaloni cargo. Mick gli diede un colpetto con la stecca, abbastanza forte da avere tutta la sua attenzione. L’uomo smise di muoversi e Mick gli tolse dalla tasca una Smith & Wesson Shield nove millimetri compatta. L’uomo gli sputò addosso, mancando il bersaglio” (p. 178).
Insomma, se è sempre angusto l’ambito d’azione degli umani, lo è ancora di più in realtà sociali immobili, che fagocitano qualunque tentativo di evadere: “Le colline erano come un nodo scorsoio: più ti dibattevi e più stringevano” (p. 258).
(Claudio Bagnasco)

