Sodoma e Gomorra

 
 
 
 

Sodoma e Gomorra è l’ultimo libro su cui Proust abbia esercitato fino in fondo la propria acribia stilistica. È nota, documentata dai settantacinque quaderni (cahiers de brouillon) conservati alla Bibliothèque Nationale di Parigi, la tendenza proustiana a rinforzare il testo, a correggerlo, a modificarlo – talvolta in extremis, quando si era in procinto di andare in stampa. La morte, però, scombina i piani anche a un predestinato: i restanti volumi della Recherche (La prigioniera, Albertine scomparsa e Il tempo ritrovato) uscirono postumi in un’edizione curata da Robert Proust, fratello dell’autore, con Jacques Rivière e Jean Paulhan.
L’infortunio biografico occasiona una prima riflessione di psicologia mondana: nell’alta società, tra i rituali degli appuntamenti fissi e dei ricevimenti, morire è piuttosto sconveniente. Già l’epilogo di La parte di Guermantes – correlato, per una vicenda specifica, all’apertura di questo quarto volume – rimarcava l’assoluto rifiuto dei lutti: il duca Basin, pur di non mancare a un attesissimo ballo in maschera, schivava i lacchè che intendevano aggiornarlo sull’agonia di suo cugino Amanien d’Osmond.
Tuttavia, ora è raggiunto dall’infausta notizia:
“«Basin, abbiamo tenuto ad avvertirvi, temevamo che vi faceste vedere a quella festa: il povero Amanien è morto un’ora fa.» Il duca visse un istante di panico. Vedeva il famoso ballo in maschera sbriciolarglisi davanti, ora che quelle dannate montanare l’avevano informato della morte del signor d’Osmond. Ma si riprese ben presto, e lanciò alle due cugine questa battuta […]: «Morto?! Ma via, non esageriamo, non esageriamo!».” (p. 153)
Sodoma e Gomorra
Il libro è disseminato di episodi comici, ma lo sfondo è occupato da un’umanità vanesia e ingorda che si logora i nervi tra matinées, pranzi esclusivi e visite di cortesia. Nella squisitezza formale delle relazioni, nel continuo stare in posa degli invitati non c’è traccia di sincerità. Tutti inaridiscono e – nel segreto della vita interiore – ne soffrono. Alla sofferenza, il cuore degli uomini non basta: “non avevo la forza di reggere un dolore così grande, la mia attenzione veniva meno nel momento in cui esso si riformava intero, e le sue arcate precipitavano prima d’essersi ricongiunte, così come crollano le onde prima d’aver compiuto la propria volta” (p. 221)
Quando Swann si dichiara malato e incurabile, la duchessa Oriane, in ritardo per il pranzo da Madame de Saint-Euverte, rimanda l’argomento a una colazione futuribile e con sbrigatività si congeda (salvo tornare indietro, pochi minuti dopo, per cambiarsi le scarpe che a detta di suo marito non si intonano al vestito).
È una lezione di superficialità che il narratore sembra voler applicare. Pianifica la seconda villeggiatura a Balbec all’inseguimento di nuovi piaceri fantasmatici: l’amico Saint-Loup gli aveva segnalato una cameriera di Madame Putbus, baronessa che sarebbe presto stata ospite dei Verdurin alla Raspelière (il castello di proprietà dei marchesi Cambremer). Il Grand-Hôtel di Balbec si trova lì nei pressi, simbolicamente al centro di un’avventurosa geografia della costa normanna, tra litorali sabbiosi, strapiombi e virtualità erotiche.
Si prospettano mesi di evasione e libertinaggio.
 
Invece, proprio nella lussuosa camera d’albergo, il ricordo della nonna morta sconvolge i programmi e fa subito slittare un convegno amoroso con Albertine. È la familiarità degli ambienti – il contesto emotivo, la cornice – a riattivare la memoria involontaria: il narratore si china per sfilare uno stivaletto ed è come investito dal senso di accudimento della nonna, che solo un anno prima, lì al Grand-Hôtel, lo aveva aiutato a svestirsi. Non si tratta, però, di una nostalgia astratta:
“Avevo visto nella mia memoria, chino sulla mia stanchezza, il volto tenero, preoccupato e deluso della nonna, così come era stato quella prima sera, appena arrivati; il volto della nonna: non di quella che m’ero stupito e rimproverato di rimpiangere così poco, e che di lei non aveva che il nome; ma della nonna vera, di cui […] ritrovavo, in un ricordo involontario e completo, la viva realtà” (p. 190)
La “viva realtà” della nonna è tutta nel nipote che ritorna a un sé stesso anteriore: l’epifania scaturisce dalla molteplicità dell’io già descritta da Proust – ad esempio in All’ombra delle fanciulle in fiore – per spiegare la discontinuità dei sentimenti.
 
Qui, invece, è una vera e propria teorizzazione sui meccanismi della coscienza:
“Ai disturbi della memoria, infatti, sono legate le intermittenze del cuore. È sicuramente l’esistenza del nostro corpo, simile per noi a un vaso in cui fosse racchiusa la nostra spiritualità, a farci supporre che tutti i nostri beni interiori, le nostre gioie passate, tutti i nostri dolori, siano perennemente in nostro possesso. Forse è altrettanto inesatto credere che se ne vadano o ritornino. In ogni caso, se rimangono dentro di noi, rimangono per la maggior parte del tempo in una regione sconosciuta dove non ci sono di alcun giovamento e dove anche i più usuali vengono ricacciati indietro da ricordi di diversa natura, che escludono ogni simultaneità con essi all’interno della coscienza. Ma non appena si ricostruisce la cornice di sensazioni in cui sono conservati, essi acquistano a loro volta il medesimo potere d’espellere tutto quanto sia incompatibile con loro, installando in noi, solitario, l’io che li ha vissuti.” (p. 191)
Les intermittences du coeur avrebbe potuto essere il titolo dell’opera. Con Sodoma e Gomorra ha invece prevalso il tema dell’omosessualità – il rovescio clandestino del desiderio, onnipresente e destinato a farsi scoprire: perenne minaccia per la reputazione.
 
Il narratore aveva assistito, a Montjouvain, ai giochi saffici di Mademoiselle Vinteuil, che insieme all’amante sputava sulla fotografia del padre morto. Una casualità analoga, con il medesimo voyeuristico turbamento, rivela il vizio del barone di Charlus, grottescamente sedotto dal farsettaio Jupien. L’amplesso – brutale e rumoroso – si consuma in un retrobottega, e l’impacciato colloquio che ne segue fa da prologo alle celebri pagine sugli invertiti di Sodoma.
“Certo, ogni uomo simile a Charlus è una creatura straordinaria, giacché […] cerca essenzialmente l’amore di un uomo dell’altra razza, vale a dire di un uomo che ama le donne (e che, di conseguenza, non potrà amarlo); contrariamente a quel che credevo quando, in cortile, avevo visto Jupien girare attorno al signor di Charlus, simile a un’orchidea che cerca di attirare un calabrone, questi esseri eccezionali dei quali si ha compassione sono una folla […], e loro stessi si dolgono d’essere troppi più che d’essere troppo pochi”. (pp. 39-40)
 
Quando Charlus si infatua di Morel (giovanotto di bassa estrazione, ma talentuoso violinista annoverato tra i fedeli di Madame Verdurin), compie il suo primo passo verso la rovina. Fino a quel momento era stato superbo, pazzoide, inavvicinabile, una figura di spicco che dominava il Faubourg Saint-Germain. Adesso, innamorato, subisce un clamoroso depotenziamento, secondo lo schema archetipico degli amori passionali esaminato in Dalla parte di Swann e tutto incentrato sul divario economico e sociale (Odette era una cocotte, Morel è il figlio di un cameriere).
Pur di frequentare l’amato violinista, Charlus si abbassa ai pranzi borghesi dei Verdurin, che hanno preso in affitto la Raspelière e, talvolta, accolgono nel loro salotto l’aristocrazia retrocessa (nobili ripudiati per scandali morali o tracolli finanziari). Morel ne approfitta, il suo arrivismo è sotto gli occhi di tutti i fedeli, così come il disgusto per il barone “pederasta” (p. 513).
“Questa irritazione giunse anzi, in seguito, come conseguenza della debolezza che spingeva Charlus a perdonare a Morel i suoi atteggiamenti sconvenienti, sino al punto che il violinista non cercava più di nasconderla, o addirittura la esibiva” (pp. 524-25)
 
Chi ama è in svantaggio e il barone tenta estrosi recuperi. Con il suo modo di ridere più intimo “che gli veniva, probabilmente, da qualche nonna bavarese o lorenese” (p. 395) tradisce ogni volta di più l’appartenenza a Sodoma. Quando Madame Verdurin gli domanda se gradisce dell’aranciata, Charlus declina “con un sorriso grazioso, in un tono cristallino che aveva di rado e con mille smorfie della bocca e altrettanti ancheggiamenti” (p. 422)
Morel, intanto, sfugge appena può con menzogne e scuse plateali. Ha bellezza, gioventù e sex appeal. È ineluttabile che il barone precipiti nella gelosia – come Swann con Odette; come Saint-Loup con Rachel e come il narratore, si vedrà, con Albertine. Tutti questi personaggi – l’umanità intera? – sono accomunati da una speranza di felicità che ripete all’infinito lo stesso errore.
“Era mio destino inseguire dei fantasmi, esseri la cui realtà, per buona parte, stava nella mia immaginazione” (p. 472)
 
È quindi, anche Albertine, un fantasma? Il suo legame con Gomorra era stato insinuato da Cottard, famoso medico della combriccola dei fedeli. Proust costruisce intorno al vizio della fanciulla una maledizione scientifica, la collega a Mademoiselle Vinteuil e, infatti, quando il Narratore apprende della loro amicizia capisce di essere finito.
La diretta (masochistica) conseguenza è nella frase che conclude il romanzo: “Bisogna assolutamente che io sposi Albertine” (p. 602).

 
 
(Giulio Neri)
 

Alzarsi presto

 
 
 
 

Reputiamo Alzarsi presto. Il libro dei funghi (e di mio fratello) di Sandro Campani importante per almeno tre motivi, di cui diremo in seguito, pur nella sua esiguità tipografica: si tratta di trentadue racconti che compongono una raccolta di centosettanta pagine di piccolo formato, le ultime nove delle quali occupate da un Glossario sentimentale.

Come suggerisce il sottotitolo del libro, uscito per Einaudi nell’ottobre del 2023, le brevi e brevissime narrazioni hanno per protagonisti due fratelli, Sandro e soprattutto Pietro Campani. Il secondo è micologo e tartufaio di mestiere, mentre il primo somiglia straordinariamente all’autore dell’opera.

Sono racconti ora struggenti ora divertiti, in cui la precisione e ricchezza semantica (data dalla coabitazione di vocaboli scientifici e altri in odore di dialetto) è volentieri smossa da deviazioni verso una lingua sentimentale: “Come in tutte le valli di questa parte d’Appennino, il versante che guarda a sudest, al sole, è coltivato e fitto di borgate; il versante che guarda a nordovest, all’ombra, da un certo punto in su è disabitato; il bosco mangia quelle che erano state vigne, si richiude sulle case che crollano. A media valle, uno strapiombo d’ofiolite, con su una chiesetta, che si potrebbe dire il nostro punto pittoresco, quello dove si porta un amore, o si va a fumare, o a contemplare il suicidio se si ha l’indole” (pp. 4-5).

L’occhio del Sandro Campani io narrante è ben attento ai luoghi, oltre che alle tattiche, alle tecniche e ai vizi dei cercatori di funghi; ma ogni tanto si vela, e – spesso per mezzo di una similitudine straniante – trasferisce il personaggio altrove. Questa dialettica tra mimetismo e distacco mostra due dei tre elementi centrali della raccolta, cui accennavamo in apertura: il tentativo di saldare un debito e di recuperare un equilibrio.alzarsi presto

Il debito è quello di chi si sente ormai estraneo ai luoghi familiari (nel doppio significato di intimi a sé, e frequentati dalla propria famiglia, soprattutto da Pietro e dal loro padre) e desidera, accompagnando il fratello, ritrovarli, riconoscerli. Ma il ricorso alla divagazione, oltre a garantire varietà di registro e ambientazione, suggerisce la difficoltà di Sandro a riguadagnare una confidenza forse perduta. Magari perché un debito, se riguarda il tempo trascorso, è sempre impossibile da saldare per intero.

Tuttavia ci si può affidare al bagliore di rari attimi in cui è dato non solo di percepire la propria appartenenza di sangue, ma anche di svincolarsi dall’impressione di essere stranieri a tutto. Ed ecco così, secondo elemento, il recupero di un equilibrio. Che però non sarà mai una condizione permanente: “E tornando a casa, penso: vado sempre in giro a dire quanto sono sradicato e inadeguato al mondo, che non ho un posto e non averlo è la mia croce; invece non è vero, ce l’ho un posto: è il bosco con mio padre e mio fratello. Quando sono nel bosco con mio padre e mio fratello smetto il resto, è tutto fuori, persino dai pensieri. Non ho nemmeno pensieri. Potrei essere bambino, perché anche il tempo è fuori. Ma non sarà per sempre, ed è questo che fa male. È come quando bevi: sai che è impossibile restare in quel punto preciso, nella pienezza con i lucciconi agli occhi, nella gratitudine per tutto ciò che vedi; non è un posto stabile, ha la sua scadenza; o ne torni fuori indietreggiando, gradualmente e perdendone la luce, o prosegui e c’è il bicchiere dopo, e allora sei scacciato nella malinconia, poi nel rimpianto, poi nella vergogna, a seconda di quanti bicchieri aggiungi: ma restare in quel punto ti è negato” (p. 149).

Si badi: finora abbiamo parlato del Sandro Campani personaggio di Alzarsi presto, anche se leggendo il volume è forte la sensazione che lo scrittore abbia abolito ogni diaframma tra realtà e finzione.

C’è infine da considerare un terzo aspetto, che riguarda stavolta la poetica di Campani. Qui, ancor più che nelle precedenti opere, il bosco si presenta non come sfondo ma come personaggio anch’esso, cui spetta il compito di negare ogni approdo stabile, invalidare ogni certezza. Attraversato da sempre ma mai decifrato, il bosco è l’inconoscibile: “Il bosco non sta lì per salvarci; non sta lì per controbilanciare la nostra perdizione e il nostro esserci votati al demonio della vita accelerata, per ricordarci le cose che contano, il contatto con la natura, e via dicendo; queste cose possiamo anche dirle, ma il bosco sta lì a prescindere da noi: ci precede e ci sopravviverà. Contiene una quantità di cose sconosciute che sono al di sopra della nostra portata; contiene un tempo più lungo del nostro, e più certo; un tempo che va indietro a quando noi non avevamo nemmeno consapevolezza di esistere, e un tempo che continuerà quando saremo morti” (pp. 35-6).

Per cui, viene da pensare, un vero punto di continuità con la propria genealogia, e un vero punto di coerenza con se stesso, forse sono rintracciabili solo in un certo vuoto comune, in una certa comune assenza.

 

(Claudio Bagnasco)

 
 
 

Palermo

 
 
 
 
Dopo Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt Books, 2016), Giorgio Vasta torna a far dialogare la propria scrittura con gli scatti del fotografo statunitense Ramak Fazel in un progetto dedicato alla sua città natale: Palermo. Un’autobiografia nella luce (Humboldt Books, 2022). Autobiografia non convenzionale, dedicata a un tema centrale nel percorso di ogni scrittore: come trovare il proprio punto di vista?
 
Il testo muove da una crisi d’identità, quella dei trent’anni. Preso da una sorta di afasia (“l’aria mi parlava nella bocca”, p. 9) e, più in generale, dall’incapacità di dominare il proprio linguaggio, il protagonista vaga in una vita impersonale consumando il proprio tempo con un programma di grafica: “Chiara mi fece scoprire l’esistenza di un software che permette di decidere non solo l’angolo dal quale illuminare un modellino realizzato al computer, ma anche la particolare qualità della luce proiettata su quel render (…) una città del mondo, una stagione Palermo GIorgio Vasta Ramak Fazeldell’anno, un’ora del giorno” (p. 10).
 
Eccolo gingillarsi con la luce di Istanbul, di Buenos Aires o di Reykjavik, perdersi in una sequenza inconcludente di esperimenti senza affrontare la propria impasse esistenziale. Il confronto con la città natale, non a caso, è rimandato di continuo (“il pensiero di vederla materializzarsi [la luce di Palermo, ndr], anche solo come finizione, mi faceva stare male”, p. 13). Eppure, nella luce c’è la chiave per comprendersi. La sua vita è infatti stata fino a quel punto un continuo abbaglio – parola chiave nell’opera -, un accecamento perenne che ha impedito alle forme del reale di emergere e di essere colte da un punto di vista personale. D’altronde: “la luce è dappertutto e da sempre e per sempre, ma io sapevo che a esasperarmi era il bisogno di individuare nel dappertutto e nel da sempre e nel per sempre, una sua forma specifica, o meglio una mia forma specifica, una luce mia, sapevo che quella forma esisteva ma non sapevo dove (…) in una mia archeologia fantastica dove memoria e invenzione erano indiscernibili” (p. 18).
 
E se vista e linguaggio (voce) sono legati intimamente, serve tornare dove quel linguaggio, in quella luce, è nato: a Palermo. Il narratore vi rientra ormai nell’età adulta insieme a Ramak Fazel, coautore trasformato in personaggio, il bianconiglio che saprà guidarlo verso l’agnizione: abbandonata ogni velleità di comprensione assoluta (“penetrati ormai entrambi nella famigerata vita adulta, e avendo iniziato a precipitare verso non si sa bene cosa, noi non potevamo che andare a zonzo, parlare a vanvera, passare il tempo nella vulnerabilità del senso.”, p. 33), l’unica soluzione disponibile è l’esplorazione casuale della realtà nelle sue zone d’ombra, dove lo sguardo si assottiglia e diviene capace, finalmente, di dire: “era come se a quel punto delle nostre vite il mio modo di immaginare e quello di Ramak – il suo modo di fotografare, il mio modo di scrivere – fossero inseparabili dal crepuscolo” (p. 34).
 
È proprio il fotografo a offrire la chiave di volta della ricerca risalendo all’esperienza primigenia del suo punto di vista, la camera oscura dove ha dato per la prima volta forma alla luce: “un lenzuolo sulla spalliera di due sedie, lui e sua sorella se ne stavano accovacciati uno accanto all’altra in quel teepee improvvisato in soggiorno (…) pomeriggi trascorsi sotto il lenzuolo. (…) tutto ciò che c’è esiste sottovoce” (p. 36 – 37).
 
Ecco allora la ricognizione della voce narrante di ogni “esperienza della luce” (p. 19) della sua vita, la rielaborazione di quel “prodigio della cecità e dei bagliori” (ibidem) in cui è cresciuto. Dagli abbagli infantili (“rivedevo la luce elastica arancione trapelare dal Super Santos che nel 1977 calciavo lungo i vialetti del giardino pubblico di fronte casa”, p. 19), al cinema, in sala o in dvd (definito “giacimento di luce”, p. 23), alla televisione, cardine di quella cultura pop così importante per Vasta (si pensi al tessuto culturale in cui si muove il protagonista de Il tempo materiale, minimum fax 2008), a internet e alla pornografia.
 
Fino alla luce di Palermo. In presa diretta, passeggiando fra le sue strade. Perché solo adesso il protagonista è pronto a incontrarla per davvero nelle sue mille apparizioni spaesate, fuori luogo: “A Palermo il cretaceo è ieri. (…) Palermo era come il dinosauro: una cosa ignota e ignara, anteriore a ogni trama, e se a Palermo una trama c’era, aveva aggiunto, allora era come quando all’inizio del gioco si gettano i bastoncini dello Shangai e guardandoli sparpagliarsi si avverte un senso di euforia e di sgomento. (…) Il fatto che Palermo fosse sempre a pezzi era sì frustrante ma allo stesso tempo gli sembrava una rivelazione: questo continuo eccedersi e disperdersi riguardava non solo una specifica città ma l’umano” (p. 35).
 
La ricerca sulla luce, da astratta, diventa materica. Coincide con i rullini di Ramak (“lo sguardo ha una consistenza, mi ero detto in quel momento, una temperatura e un peso”, p. 39) e con lo spazio occupato dal protagonista bambino: “Palermo coincideva con i metri quadri nella casa in cui ero cresciuto” (p. 39). Una casa dove tornare, cercare vecchi filmini e riconoscersi nelle inquadrature frammentate, piene di spezzoni mancanti. Ricongiungersi a sé stessi ma nello sguardo di un altro, quello del padre. Risalire all’atto primigenio, indietro e avanti nel tempo, tornare alla nascita biologica e artistica della soggettività: “la luce che illumina la camera da letto non sa niente e non sa niente il padre che osserva il neonato nudo al centro della trapunta” (p. 42). Ascoltare la voce di quell’uomo per trovare la propria (“domandandomi se tutta la mia nostalgia della luce non fosse altro che una nostalgia della voce: di una voce”, p. 45). Trovare infine le parole per trasformare uno sguardo in linguaggio. In un percorso continuo – vanverare, zonzare – alla ricerca di un corpuscolo di realtà da vedere, da dire.
 
La seconda metà del volume è dedicata alle foto di Ramak Fazel (City of Phantoms). È la luce del flash del fotografo statunitense, la tecnica insistita del fill-in in pieno giorno fra le strade della città, a imporsi sul reale. Un corpo a corpo fra il proprio lampo (punto di vista) e la luce circostante, un sortilegio per evocare forme (fantasmi, appunto) dalla massa tumultuosa della città (quella Palermo come “Absoltely everithing”, p. 36). Un punto di vista lontano dalle celebrazioni storico-artistiche o dalla denuncia giornalistica, aderente al flusso della vita presente: un modo di guardare, esserci – dietro le espressioni dei soggetti si percepisce il contatto col fotografo, la relazione in atto – per andare il più vicino possibile alla propria comprensione.
 
Un libro remoto, un a parte lento – tratto inconfondibile della prosa di Vasta, della sua assoluta precisione lessicale che impone al lettore una pausa su ogni singola frase. La riflessione scritta sottovoce di un artista sul senso del proprio operare, con tutte le sue zone grigie e i pezzi mancanti. Procedendo per lacune, abbagli, fino a definire un corpuscolo di reale. Relativo, e per questo personale. Tutto quello che forse è concesso di fare a un artista e a ognuno di noi. Perché, come recita la chiusa del testo: “Nei pressi. Le parole vivono nei pressi di qualcosa, di quella cosa che si nasconde nella luce” (p. 47).
 
 
(Agostino Bimbo)
 
 

Mr. Snob

 
 
 
 
di Lara Zambonelli
 
 
 

Mi chiamo Mr. Snob e sono una scimmia.
Una di quelle scimmiette carine, con il corpo snello, la coda lunga e gli occhietti brillanti che spesso gli umani ricchi, quelli che hanno già provato ogni sorta di distrazione e passatempo, si comprano nel disperato tentativo di intrattenersi.

Infatti mi hanno comprato.

Prima che vi commuoviate, permettete che vi dica una cosa: non ho nessuna nostalgia della mia vita precedente. Vivevo ai margini di una città puzzolente dove ogni notte dovevo battermi a sangue per mangiare i resti del pasto di qualcun altro. Quando mi hanno acchiappato, se ho tentato di scappare l’ho fatto più per orgoglio che per altro. Mi hanno chiuso in una gabbia arrugginita, nutrito con mangime per uccelli e caricato su una nave che mi ha portato fin qui, in Italia.

Sono arrivato a casa Fornasetti una domenica mattina, e il bambino, un orrido moccioso con le gambe a ics, ha subito cercato di afferrarmi per la coda. Io allora ho preso lo slancio su un cuscino damascato, usato la testa del piccoletto come appiglio, e con un salto fulmineo mi sono catapultato fin sull’attaccapanni, dove ho rubato un cappello di un magnifico e soffice materiale che, ho scoperto più tardi, si chiama tweed. La mia predilezione per gli accessori maschili in generale, e per i cappelli in particolare, è ciò che mi ha valso il nome di Mr. Snob, titolo che tutti gli abitanti di casa utilizzano quando si riferiscono a me.

Di noi scimmie si dice che siamo dispettose, ma non troverete nessuno, a casa Fornasetti, che non concordi sulle buone maniere del sottoscritto. Naturalmente ho anch’io le mie debolezze, e se gli ospiti a cena hanno l’avventatezza di lasciare incustodito un bell’ombrello col manico in osso, o che so io, un cappello di seta blu notte che (si vede dalla fodera!) arriva direttamente da Parigi, allora non posso, in tutta onestà, promettervi nulla.

È probabile che l’oggetto in questione arricchirà la collezione che tengo ben nascosta nelle fronde del mirto proprio di fronte alla terrazza ovest del palazzo. È un nascondiglio perfetto, così sfacciatamente sotto gli occhi di tutti. Mi arrampico sulla colonna più a sinistra della loggia, mi sporgo ad annusare le ortensie usando le sporgenze del capitello corinzio come i pioli di una scala, e poi salto sul ramo più vicino.

E da qui, nascosto dall’oscurità, cullato nel mio paradiso di cappelli, mi capita di osservare cose interessanti. (altro…)

Tipi in processione

 
 
 
 
di Ornella Zen

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Mica è chiaro cosa spinge le persone a partecipare ai cortei, alle fiaccolate, alle processioni. Si innesca qualcosa di forte, una molla, ecco, che vibra sempre più intensamente e porta la gente a uscire di casa, a radunarsi: poi inizia il percorso. Nel frattempo calano le ombre della sera, il buio della notte. Ti trovi al fianco di persone ignote, tu ignaro e assorto.  C’è una coppia davanti a te: lei ha una gonna ampia che cela fianchi grandi, spropositati. La gonna è di raso chiaro, con arabeschi blu eleganti al bordo. Che strana scelta, che accentua anziché nascondere: la donna che la indossa è giovane, nel buio la vedi appena, ne distingui il profilo delicato quando la luce dei lampioni la rischiara. È molto giovane e non troppo formosa nel busto, ma i fianchi sono enormi. Incuriosito la osservi, non la abbandoni con lo sguardo: la bocca è piccola e fine, lo sguardo un po’ timoroso si rivolge di continuo all’uomo che le sorregge il braccio. Lei gli parla, accorata, insistente. E intanto cammina, lasciando ondeggiare la sua meravigliosa gonna, fluente attorno alle anche grandiose. Pure le gambe sono forti, e le scarpe basse, perché la ragazza fatica a camminare. Ma lui? Non molto alto, forse lei se si raddrizzasse lo supererebbe in statura, ma dritto e con le spalle rigide, le braccia incrociate dietro la schiena, a destra porta il carico dell’avambraccio delicato della ragazza, bianco e tornito. La ascolta e risponde a mezza voce, senza scomporsi, quasi senza girare il capo, quasi a monosillabi. Lei invece, giovane, quanto giovane! Te ne accorgi ora, continua a suggerire ipotesi, domande, pensieri, timori. Chi saranno? Padre e figlia? Ma no, per l’età non sembra possibile e poi lei non gli somiglia affatto. Lui è tarchiato ma asciutto. Il marito no, troppo vecchio per lei, una fanciulla. È forse uno di famiglia che l’ha portata alla festa, rassicurandola sull’aspetto, rassicurandola su tutto, promettendole che l’avrebbe tenuta sempre con sé, senza lasciarla mai. Passa la gente nel buio, taluni sembra corrano a raggiungere la testa del corteo, energicamente attraversando i gruppi, sfiorando i lenti camminatori; appaiono e scompaiono in un lampo dei fuochi d’artificio. Ti affianca una donna con un bimbo in braccio: lei è avanti con gli anni, sarà una nonna. Magra e nervosa, trattiene rapacemente il piccolo al petto. La madre segue, col passeggino. Vestita semplicemente, capelli raccolti, si barcamena tra i passanti. Le due litigano, scambiandosi sommessamente parole rabbiose, per il bambino: la madre si vede esclusa, messa da parte dalla nonna che non lascia il piccolo. I bambini sono motivo di contesa, persino tra madre e figlia, pensi. Osservi e rimugini, tornando a ricordi brucianti. Meglio guardare altrove. Poi, di colpo, i fuochi. Ne hai paura istintivamente ma non ti muovi di un passo, paralizzato, non temerario. I colpi martellanti si susseguono e tu non comprendi in che modo questi spari terribili possano essere divertenti. Infine ecco, basta. Camminando, ritrovi la madre e la figlia che hanno escogitato una soluzione: il bimbo starà nel passeggino. Ma lui non è d’accordo, peccato. Piange e strepita tra i canti e la musica. Ti chiedi della grande fanciulla, che non vedi più. Le tenebre hanno avvolto ormai tutte le strade e le piazze, le campane hanno smesso di martellare i loro rintocchi. È tutto conchiuso. Accanto al carro un uomo raccoglie un mazzetto di orchidee color latte per una ragazza.
 
 

Ornella Zen docente di matematica in pensione, dal 1994 collabora con la Settimana Enigmistica per i giochi in versi e occasionalmente ha pubblicato su altre riviste enigmistiche, sempre componimenti in versi. Ha partecipato a concorsi letterari enigmistici con diversi racconti brevi. Su Squadernauti ha già pubblicato i racconti Mondi paralleli – Due coppie, Tutto falso.

 
 

Illustrazione originale di Elena Baila.

 

Elena Baila Artista poliedrica, visual&sound storyteller. Ha partecipato a svariate letture, esposizioni personali e collettive, ha collaborato e pubblicato elaborati artistici, fotografici e testi con diverse riviste e case editrici. Altre tavole sono apparse su Squadernauti, qui, qui e qui.

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