
Se fosse un calciatore sarebbe una punta alla Ibrahimovic. Enorme, inamovibile, ma anche tecnica. E con qualche colpo speciale da estrarre dal cilindro.
Se fosse un giocatore di basket sarebbe un centrone colossale, ma con le mani delicate e i piedi da ballerino. Uno tipo Hakeem Olajuwon o Nicola Jokic.
Invece è uno smartphone ed è l’undicesima versione del Galaxy Note che quest’anno, come per il Galaxy S (vai alla recensione di S20 Ultra), introduce una versione “Ultra“. Come tutti i Note rimane un dispositivo extralarge, potente e con un’arma segreta: lo stilo S-Pen, che nel mondo degli smartphone resta una caratteristica unica e sostanzialmente senza concorrenti di questa serie.
Il Galaxy Note 20 Ultra, la versione che stiamo usando da un paio di settimane, però ha un’anima un po’ diversa dai tanti Note che lo hanno preceduto. La serie Note è sempre stata quella pensata non solo per per i “techies” (gli appassionati delle primizie tecnologiche, che vanno sempre bene per tutti i prodotti ad alto costo…), ma anche per un pubblico professionale. Quello che un tempo aveva il BlackBerry e che oggi cerca uno smartphone al passo coi tempi per tutte le esigenze di lavoro. Ma visto che il confine tra lavoro e privato si è fatto (ahinoi) sempre più sfumato, questi professionisti cercano – a differenza dei BlackBerry che furono – dei dispositivi che siano anche ottimi per scattare una bella foto ai figli, per vedere al meglio una puntata di una serie mentre si spostano in treno o in aereo e, perché no, anche per fare una partita a un videogame ogni tanto. Questo Note 20 Ultra vuole essere tutto questo insieme: uno smartphone grande&grosso, un blocco digitale per appunti grazie alla S-Pen, un cameraphone per foto e video di qualità, uno strumento di svago per videogame e consumi multimediali. Non è una piccola ambizione ed è parametrata al prezzo, che a sua volta non è affatto piccolo: 1.329 euro di listino (salgono a 1.429 per la versione con 512 GB di memoria interna).
Note 10 Plus (a sinistra) e Note 20 Ultra
Il Note 20 Ultra riesce a essere all’altezza delle aspettative? Vediamolo insieme.
Il Note 20 Ultra è un insieme molto equilibrato di cura estetica, potenza e funzionalità, alcune delle quali assolutamente peculiari. Partiamo però dalle cose che non ci sono piaciute.
Il Note è sempre stato uno smartphone enorme, fin dalla prima edizione che ci impressionò favorevolmente proprio perché, con quelle dimensioni extra-large, cambiava le carte in tavola nell’uso quotidiano. In un certo senso il Note DEVE essere enorme. Qui, con tutte le ottimizzazioni possibili di uno schermo ormai praticamente senza bordi, siamo davvero al confine con il mondo tablet. 6,9 pollici di diagonale portano l’altezza del dispositivo a 164,8 mm. Con una custodia, fortemente consigliata perché con dimensioni simili è facile far cadere a terra i 1.329 euro del Note 20 Ultra, si arriva a circa 17 centimetri. Se non siete fan del borsello, auguri a trovare una tasca abbastanza capiente da alloggiare agevolmente questo Note 20. Il peso è contenuto, si far per dire, in 208 grammi, che non sono neppure troppi vista la stazza (ricordiamo che l’iPhone 11 Pro Max pesa 226 grammi, l’Asus Rog Phone III addirittura 240).
Sul retro c’è un “bozzo” delle fotocamere che non passa inosservato. Samsung ha lavorato benissimo a livello di materiali: un po’ come iPhone 11, il bozzo alterna materiali opachi e lucidi, metallo e vetro, creando un insieme che è volutamente molto visibile ma che ha anche molta personalità. Può non piacere ma è probabilmente lo smartphone su cui i designer Samsung hanno cesellato i dettagli minuti (la differenza con l’S20 Ultra, dove invece il blocco fotocamera era davvero buttato lì sul retro del telefono, è abissale). Tutto quel bozzo è davvero gigantesco e, al di là, dell’estetica sbilancia completamente il Note 20 Ultra quando è appoggiato su un tavolo. Non sarebbe poi questo enorme problema (di solito quando di digita sulla tastiera virtuale si tiene il dispositivo in mano), ma il Note nasce anche per scrivere a mano. E scrivere, o disegnare, con la S-Pen su un telefono così sbilanciato diventa davvero problematico se volete usare il Note 20 come un bloc notes: balla più di un tavolino zoppo.
Infine c’è lo schermo curvo. Il display è una delle cose più belle di questo Note 20 Ultra. Enorme, come già detto, con i suoi 6,9 pollici e di gran qualità (è un Super Amoled QHD+ da 3088×1440 pixel, con supporto ai 120 Hz di refresh). Purtroppo è anche curvo ai lati. Non è una curva gentile, misurata, come quella del Galaxy S20 Ultra, che ha raggiunto un interessante punto di equilibrio tra forma e funzionalità. Qui è molto curvo. E, a parte le fastidiose aberrazioni ottiche che un display simile necessariamente comporta ai lati (sui cui Samsung per altro ha lavorato bene, smorzandole molto), qui c’è la S-Pen. E la S-Pen sul pezzetto curvo funziona male o spesso non funziona proprio. Facciamo un esempio. Un uso classico della S-Pen è: acquisizione di una porzione di schermo, annotazione e condivisione con i colleghi per segnalare un errore da correggere o un punto a cui dare attenzione. Con lo schermo curvo, andare a selezionare bene il testo che arriva ai margini è un’impresa infernale. Il principio “forma prima delle funzioni” è già deprecabile di per sé (ma evidentemente fa vendere, se molti produttori vi si conformano) ma è ancor meno accettabile su un dispositivo come il Note, che dovrebbe avere la produttività come sua stella polare. Se Samsung vuole continuare a puntare sul display curvo – ed è ragionevole lo faccia visto che lo ha inventato lei – un suggerimento potrebbe essere invertire l’angolo della curvatura: più accentuato sui Galaxy S e molto meno sui Note (n.b.: il Note 20, il modello non-Ultra, ha un pratico display “flat”).
Le cose apprezzabili di questo dispositivo invece sono tante. Molte sono quelle che da sempre distinguono i Samsung di fascia alta. La dotazione hardware in primis. Detto dello schermo, davvero ottimo anche se la frequenza a 120 Hz può essere utilizzata solo impostando il display in FullHD+ e non in QHD+ (sinceramente, si vede una differenza concreta? No). La luminosità di picco è eccezionale: 1500 nits, che si traduce in un’ottima visibilità in qualunque condizione.
Ci sono ben 12 GB di Ram, 256 GB (o 512) di spazio dati, espandibile con micro SD (e non sono più molti gli smartphone top di gamma a permetterlo). Avevamo qualche timore per la batteria. L’autonomia dell’S20 Ultra era tutt’altro che degna di nota e anzi arrivava a una sufficienza stiracchiata. C’era qualche legittima preoccupazione, considerato che lo schermo è ancora più grande, che la batteria è più piccola (S20: 5.000 mAh; Note 20 Ultra: 4.500 mAh) e che il processore è lo stesso, l’energivoro Exynos 990. Invece Note 20 Ultra si comporta un po’ meglio dell’S20 Ultra. Non siamo di fronte a un campione di autonomia e neppure a un ottimo risultato, ma con un utilizzo standard, da telefono business (molte mail in push, messaggi, navigazione, documenti Office e pdf, annotazioni con la S-Pen, un po’ di streaming musicale e video), si arriva serenamente a fine giornata. Le cose peggiorano quando si prova a usare un po’ di più app che fanno scaldare molto lo smartphone, come giocare o girare video in alta risoluzione (4K o 8K). Allora sì che l’autonomia decresce rapidamente e si arriva a fine giornata con percentuali risicate di batteria o si rischia anche di rimanere a secco.
Il miglior risultato rispetto a S20 è merito di una miglior ottimizzazione dell’Exynos 990 ma anche e sopratutto della frequenza di aggiornamento del display variabile: quando non serve, per pagine web statiche o documenti di testo ad esempio, scende e non resta inutilmente fissa a 120 Hz. Nella confezione è comunque presente un alimentatore per ricarica rapida a 25W (in 1h40’ si va da 0 a 100%) e – ovviamente – il Note 20 Ultra è compatibile con la ricarica wireless e può alimentare a sua volta altri dispositivi (come le nuove cuffiette Galaxy Buds Live) con la ricarica a induzione inversa (Wireless reverse charge).
E’ compatibile con il 5G, è dual sim con supporto anche alle eSim, l’aggancio alle reti è stabile anche in aree con poco segnale, è impermeabile IP68 e considerata la presenza della S-Pen è un’ottima e non banale cosa. Manca invece il jack per le cuffie. Ha anche l’UWB, protocollo per condividere file e documenti con altri smartphone in prossimità compatibili con questa tecnologia, finora vista solo sugli iPhone più recenti.
Hardware a parte, il Note resta unico nel panorama per almeno due aspetti. Al primo abbiamo già fatto cenno: la S-Pen. Ogni anno il pennino viene un po’ migliorato, si raffinano le funzioni e se ne aggiungono di nuove, anche se la maturità di questo accessorio è stata raggiunto da anni. Sull’Ultra, grazie al nuovo display a 120 Hz, il tempo di risposta dello stilo scende a soli 9 millisecondi: scrivere e disegnare diventa un gesto ancora più naturale e piacevole. Ci sono molte funzioni utili, come quelle per gestire l’autoscatto come con un telecomando. L’app Samsung Notes è molto migliorata, così come il riconoscimento del testo scritto, davvero molto buono. La nuova S-Pen introduce poi nuove Air Actions per controllare lo smartphone muovendo lo stilo nell’aria: in verità, almeno per questo aspetto, i movimenti sono un po’ cervellotici e funzionano ogni volta ogni tanto. Dopo un po’ li dimenticherete, senza rimpianti.
L’altro punto di eccellenza e peculiare di questo Note 20 Ultra è la capacità di essere utilizzato come un’alternativa a un classico computer o un’integrazione a esso. Intanto c’è DeX: è un software Samsung che permette di collegare gli smartphone compatibili a un monitor esterno e che permette di usare le app con un’interfaccia in modalità desktop. Collegando mouse e tastiera (bluetooth) si ottiene la possibilità di lavorare in trasferta, magari da una camera d’hotel, bene quanto alla scrivania dell’ufficio ma senza portarsi il notebook dietro: le app Office, ad esempio, sono compatibili. Note 20 Ultra fa un passo avanti: introduce la possibilità di far funzionare DeX completamente senza fili. Basta avere uno schermo, un tv ad esempio, compatibile con Mirrorlink. Si parla quindi di moltissimi modelli, non solo Samsung, e anche piuttosto datati. Abbiamo usato DeX in modalità wireless con un tv Samsung del 2019 e tutto funziona in modo perfetto e molto fluido. Il Note, inoltre, si può trasformare in un touchpad: molto comodo per una presentazione pubblica ad esempio.
Inoltre, grazie alla partnership tra Samsung e Microsoft, la gamma Note 20 avvia un’integrazione con Windows 10 davvero interessante. Qualcosa di simile esiste solo all’interno del mondo Apple, tra dispositivi iOS e Mac. Qui c’è il vantaggio che va bene un qualunque Pc. Con Note 20 è possibile eseguire le app Android all’interno di Windows 10. Un’integrazione che avviene tramite le app Your Phone (Il tuo telefono) per Windows 10 e Link to Windows (Collegamento a Windows) per Android. È persino possibile aggiungere le app alla barra delle applicazioni o al menu Start, proprio come si farebbe con un applicativo nativo di Windows 10. Al momento però questa possibilità non è attiva su tutte le app e non tutte gestiscono mouse e tastiera. In più le due aziende hanno lavorato su altre compatibilità: ad esempio gli appunti di Samsung Notes possono essere sincronizzati con l’app OneNote e con il feed OneNote di Outlook; oppure Samsung Reminders con Outlook, Microsoft To Do e Teams.
E se siete interessati anche al gaming, Note 20 fa comunella con Microsoft offrendo compatibilità con Xbox Game Pass Ultimate (per i pre-ordini del Note c’erano anche 3 mesi del servizi offerti insieme a un game controller), il servizio di giochi in streaming che andrà a far concorrenza a Google Stadia.
Infine, la fotocamera. Note 20 Ultra spinge ancora più in alto il livello già eccellente raggiunto con S20 Ultra. Ci sono due sensori già visti su S20 Ultra: il principale è un 108 Megapixel ƒ/1.8 stabilizzata otticamente, l’altro è un 12 Megapixel ƒ/2.2 ultra-grandangolare. Infine c’è un’ottica zoom (12 MP ƒ/3.0) con lenti periscopiche che spingono l’ingrandimento ottico a un notevole 5X. Una combinazione di sensori che funziona davvero bene e offre una grande versatilità. Difficile rimanere delusi dagli scatti, davvero molto buoni in qualunque situazione, compresi quelli notturni. Rispetto a S20 qui arriva un autofocus laser che migliora nettamente i tempi di messa a fuoco.
Per i video abbiamo apprezzato la nuova modalità Pro: non solo permette di intervenire manualmente sui parametri ma introduce un utile controllo sulle fonti auto. È possibile scegliere di registrare solo con i microfono posteriori, solo con quelli anteriori, con tutti quanti oppure con una fonte esterna come un auricolare Bluetooth. Davvero comodo per gli aspiranti videomaker (su iPhone ad esempio una soluzione simile è ottenibile con app di terze parti).
IN CONCLUSIONE
Ci sono voci che questa potrebbe essere l’ultima uscita agostana per la serie Note che, sempre secondo questi rumor, andrebbe sostituite da un modello pieghevole Fold e/o accorpata ai Galaxy S come variante con S-Pen. In effetti è già così e non da quest’anno. Via via il senso della serie Note si è perso, con i Galaxy S che diventavano grandi quanto i Note e on i Note che diventavano stilosi e versati nel gaming e nella multimedialità quanto i Galaxy S.
Se così fosse, se il Note 20 Ultra fosse l’ultimo Note della serie, beh allora sarebbe un degno finale. Al di là dei difetti che abbiamo elencato a inizio pezzo, la remora più grossa sull’acquisto di un Note 20 Ultra resta il prezzo. Un listino di oltre 1.300 euro resta di difficile appetibilità anche per un dispositivo che sa far così tante cose, e così tante cose al meglio, come questo maxi-smartphone di Samsung. I tanti produttori cinesi, ma anche la stessa Samsung, hanno in listino una serie di alternative a prezzo molto, molto più appetibile. Non avranno la S-Pen e altre chicche (fotocamere, integrazione con Windows 10, DeX wireless) di questo Note 20 Ultra, ma sono in grado di intercettare il 98% dei bisogni di qualunque utente. Compresi quei professionisti danarosi a cui il Note 20 Ultra strizza l’occhio.

Italians di Beppe Severgnini
Il Twitter del direttore 









Da sempre Philips ha un punto di forza sui suoi televisori: Ambilight. Se ne avete visto uno all’opera a casa di un amico o in negozio sapete di cosa parliamo, perché l’idea è originale ed è esclusivo appannaggio dei tv olandesi (che oggi sono di TP Vision, a sua volta controllata dalla TPV di Hong Kong). Ambilight sfrutta una serie di led per “estendere” il piccolo schermo, proiettando giochi di luce coordinati con i colori mostrati in quel momento dal pannello del tv. Che cos’è la Philips Hue Play HDMI Sync Box che abbiamo provato? Un’idea per portare Ambilight su tutti i televisori, ma anche qualcosa di diverso, che si inserisce perfettamente nella filosofia delle luci
Con le nuovi luci Led smart è possibile però immaginare non solo un’illuminazione sensata per la stanza ma anche modificarla alla bisogna, passando da luce di lettura a luce potente fino a luce adatta ai nostri occhi che guardano la tv. Philips Hue Play HDMI Sync Box sfrutta quest’ultimo concetto. è uno scatolotto compatto dall’installazione piuttosto semplice. In confezione c’è un trasformatore con possibile di alimentare fino a 3 dispositivi (il Box e due luci ad esempio). Poi va collegato al tv tramite una porta Hdmi; sul retro ha 4 porte Hdmi per accogliere fino a 4 dispositivi. In questo modo fa anche da switch nel caso avessimo troppi dispositivi e non abbastanza porte Hdmi sul televisore. La commutazione da un dispositivo all’altra è gestita in maniera automatica dal Sync Box e funziona piuttosto bene, anche se ho avuto qualche problema con la Ps4, quand’era accesa in contemporanea alla Apple TV 4K. Per funzionare è necessario un Bridge Hue.
Tramite l’app Hue Sync si dà il via alla sincronizzazione vera e propria. Ci sono tre modalità: Video, Gioco e Musica, a seconda che si voglia far modulare le luci in base a quanto compare sullo schermo, in base al videogame che si gioca o in base al ritmo della musica (quella di un contenuto video o tramite app quali Spotify o Amazon Music). La musica è quella con l’effetto migliore: si può trasformare la stanza in una piccola, ma impressionante discoteca, con luci e suoni che variano all’unisono. L’app permette di modulare l’intensità luminosa e la “reattività” delle luci (ci sono 4 livelli, da blanda a molto alta).

Nell’epoca delle quarantene, del cosiddetto smart working e delle videolezioni, tutte le famiglie hanno scoperto (o riscoperto) l’importanza di una buona connessione Internet domestica. E quindi di un buon wifi. Se vivete in un appartamento non troppo grande probabilmente non vi siete mai posti il problema del wifi: il segnale che diffonde il modem-router che vi ha dato il fornitore di accesso è più che sufficiente a coprire tutte le stanze. Ma se vivete in una casa più grande, magari su più livelli, o anche in un’abitazione non troppo estesa ma con molti muri portanti in cemento armato o con pareti antiche e spesse, allora vi sarete accorti che il segnale wifi fatica ad arrivare in alcune stanze. Oppure non arriva affatto. Questi ragionamenti valgono, a maggior ragione, per uffici, negozi o superfici commerciali che, per loro natura, possono essere molto più grandi di un classico appartamento. Per superare i problemi legati alla portata limitata del wifi, da tempo esistono i cosiddetti extender, accessori che si collegano alla rete del router e generano una rete “figlia” che copre un’area ulteriore. La gestione di questi oggetti non è sempre banale per chi è digiuno di questioni tecniche legate alle reti. Per questo negli ultimi anni sono arrivati sul mercato apparati che sfruttano il concetto di wifi mesh.
Il punto chiave del sistema mesh di Google è la semplicità. Il dispositivo principale non è un modem: va sempre e comunque collegato al modem-router fornito dall’operatore. Poi si installano gli (eventuali) punti di accesso supplementari. La disposizione nella casa va studiata con intelligenza, collocando questi satelliti in maniera strategica, in modo da coprire tutte le stanze nel modo migliore. In pochi minuti si porta a termine la configurazione tramite l’app Google Home. Con il precedente Google Wifi si utilizzava l’app omonima che, curiosamente (e un po’ confusamente), resta necessaria se si vuole entrare nei settaggi avanzati della rete wifi. Il 99% degli acquirenti di un sistema come Nest Wifi non avrà però bisogno delle impostazioni avanzate, accontentandosi degli automatismi previsti dal sistema. L’app Google Home è il vero punto di forza del sistema e permette di accedere a tutte le funzioni principali con una grafica chiara e intuitiva. Si possono effettuare test per controllare la velocità di rete, attivare una rete Guest per gli ospiti e poi ci sono le interessanti funzioni di Parental control. È possibile impostare restrizioni di orario al funzionamento del wifi in base a certi orari o a certi dispositivi (quelli dei figli, anche creando dei gruppi che tengano insieme più dispositivi). Si possono bloccare certi siti e filtrare la navigazione grazie a Google Safesearch (genitori, sapete che
Accedendo alle impostazioni avanzate, come detto, verrete rinviati all’app Google Wifi. Qui potrete intervenire sui classici parametri dei router quali Dns, UPnP, gestione delle porte.
Huawei P40 Pro è il miglior smartphone possibile da comprare se vi sta molto, molto sulle scatole Donald Trump. O il migliore se volete restare alla larga dall’invadenza di Google. O ancora, più sul serio, se cercate un eccellente cameraphone e vi curate poco (ma molto poco) del resto. Perché il P40 Pro è una fuoriserie. Costretta a correre su tre ruote. La quarta gliel’ha sfilata l’amministrazione degli Stati Uniti con 









Che cosa sta facendo Huawei?Amplia i suoi servizi: dopo Huawei Video ecco Huawei Musica, entrambi offerti gratis per 3 mesi ai neo-iscritti.
















Yoga è la linea di notebook convertibili di 

La prima pedalata su una elettrica non si scorda facilmente: appena il motorino si attiva ti fionda in avanti e ti senti 20 anni di meno. Poi subentra un leggero senso di colpa: «Stai barando» ti dice una vocina mentre ti muovi senza sforzo intorno ai 25 chilometri orari, la velocità a cui è l’aiuto elettrico è autolimitato. Infine si prende confidenza con la realtà della pedalata assistita e il godimento è assicurato.