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Stroncatura di una poesia di Maurizio Cucchi. Lettura di Giorgio Linguaglossa. Un testo che non conosce gli oggetti. Non gli interessano gli oggetti. Retropensieri di una retropia, o retropie di retropensieri…

(Marie Laure Colasson, présence, acrilico, 30×30, 2025)

Giorgio Linguaglossa
(12 giugno 2019 alle 11:16)

Siamo inesorabilmente invasi dalle parole «piene», le parole comunicazionali che troviamo in tutti i libri di poesia e di narrativa che si stampano oggi, analoghe a quelle che usiamo tutti i giorni nei nostri commerci quotidiani. Le parole «piene», quelle di Salvini, dei Vannacci, di Telemeloni, le parole della propaganda politica, della pubblicità & company vogliono essere seduttive, si rivolgono al proprio elettorato, al proprio uditorio, ai propri followers, chiamano a raccolta, imperative in quanto soliloquiali, piene di significato soliloquiale, piene di steccati soliloquiali.

No, le parole della poesia sono un’altra cosa, esse sanno di essere deboli e fragili, sanno di non poter contare sul proprio statuto di verità ontologica, sanno di poggiare su una ontologia meta stabile, soggetta alla mutazione, soggetta al toglimento, alla de-coincisione.

A me francamente fanno sorridere le certezze dei poeti della domenica, quelli che mi dicono: «ma come fai a togliere l’io da una poesia?».

Ecco, dinanzi a questa domanda da commercialista io non ho nulla da dire. Cosa potrei dire? Tutti gli ultimi libri di Maurizio Cucchi sono il discorso di un io plenipotenziario che parla di se stesso e con se stesso: io di qua, io di là, io così, io colà. Penso che se l’autore mette dappertutto l’io, ne sarà pur convinto, sarà in buona fede, forse pensa che l’io sia un passepartout che apre tutte le porte. Io invece penso che l’io chiuda tutte le porte. Chiude tutti i discorsi invece di aprirli.  Li chiude in quanto convinto della coincidenza tra l’io e l’esserci, perché crede ingenuamente nell’eternità e nella bontà glossologica dell’io. Cucchi adotta il senso comune del volgo. Infatti, l’io si basa su questa credenza popolare: l’io è vero e degno di fiducia, tutto il resto è falso, o può risultare falso. Opinione accettabilissima per il senso comune acritico, ma priva di qualsiasi significato filosofico.

È chiaro che un “io” di questo genere userà soltanto parole «piene», parole «vere»; dividerà le parole: di qua le parole vere e piene, di là le parole non-vere e non-piene.

Oggi la poesia la si scrive avendo in mente i propri followers

Questa che segue è una poesia di un noto poeta italiano, autore di 11 libri di poesia, Maurizio Cucchi. La prendo come parametro di quello che dicevo sopra. La composizione inizia con la descrizione del pensiero dell’io, poi passa alla auto fustigazione di «noi animali» (sic), per poi proseguire con una ruminazione mentale oziosa e peregrina, vacua, irrisoria, che vorrebbe additare ad un pensiero profondo, alla eternità del dopo la morte: «E laggiù dove andrò, remoto», cui segue tutta una infiorettatura di pensierini irrisori, irrisolti e gratuiti estrapolati dalla camera più segreta «nell’ultimo conato» dell’io.

Ecco, qui siamo in presenza di quello che intendevo dire quando parlavo di «parole piene», di parole ad uso di tutti, di parole faccendiere, affaccendate in quanto proiezione di un “io” che non nutre neanche del beneficio del dubbio cartesiano; un “io” nascosto, ascoso in chissà quale profondità della mente. Lo dice il testo stesso, all’io «piace… assaporare la più elementare forma di dominio». Sì, è vero, questa volta ha ragione Cucchi, qui si tratta del «dominio» vero e proprio, del dominio delle «parole piene», risolutorie che si rivelano, al contrario, nei testi essere parole vacue, ingorde, irrisorie, fideiussorie: Le parole della poeticità debole nell’epoca del presentismo mediatico.

di Maurizio Cucchi

Troppo spesso – pensavo – troppo,
troppo spesso noi animali ci affidiamo
alla bontà curiosa della nostra indole.

E laggiù dove andrò, remoto,
nella patetica smorfia verticale muore
l’impronta, e non lo sa, e replica
se stesso, ancora, nell’ultimo conato
costruttivo. Del resto
ci piace assaporare, puerili,
la più elementare forma di dominio,
espressione del nostro costume
e la natura ci ingombra, ci pesa ma consiglia
le terre più estreme, dove l’attrito procede
e si consuma ancora più violento
e fisico, più naturale.

Se si legge con attenzione, ci accorgiamo che non è citato nemmeno un oggetto, tutte le espressioni appartengono al genere “astratto” del si dice di ciò che non si dice, del non si dice di ciò che si dice. Parole che appartengono ad una vecchia ontologia del novecento rimasticata e rispolverata, riverniciata di fresco. Parole che appartengono al genere della decrescita culturale felice, felice in quanto acritica, del soliloquio che è sito in un angolo remoto della mente: nell’Io plenipotenziario. Una ruminazione fine a se stessa che parla di «dominio», che vorrebbe riuscire moralistica, che ci parla con il suo tono assertorio, regolatorio, che in realtà parla a se stessa, non parla mai al lettore. È un testo che non conosce gli oggetti. Non gli interessano gli oggetti. Retropensieri di una retropia, o retropie di retropensieri, fate voi. Anzi, mi correggo, retrovie di retropie…

Senza l’Immaginario il Reale non sarebbe abitabile

È questa riflessione di Lacan che mette a soqquadro la posizione geometrale cartesiana di un soggetto logico che abita uno spazio neutro. Il Reale per poter funzionare come oggetto del godimento e della rappresentazione deve essere supportato dall’Immaginario. Per la nuova poesia e il nuovo romanzo il Reale va vestito, mascherato, fantasmatizzato. Appunto, fantasmatizzato. Abitare il Reale presuppone sempre abitare l’Immaginario, implica la possibilità di abitare più temporalità e più spazi, moltiplicare l’Io tramite la convocazione di sosia e di avatar. Assegnare alle spazialità proprietà propulsive implica poter riconoscere i bordi, le sfrangiature, le cuciture, i confini, le cicatrici dello spazio, e sarà su questo spazio che il linguaggio poetico può operare delle piegature, delle cuciture, dei tagli, delle foderature, dei nodi.

Il periscopio della nuova poesia

dovrà quindi necessariamente virare dalla vita intima a quella esterna. l’interiorità del soggetto non è altro che una esteriorità rovesciata su se stessa. Il linguaggio poetico critico dovrà appuntare la sua attenzione non solo sulla vita interiore ma anche e soprattutto sugli abiti, sulle maschere, sui soprabiti, sui cappelli ornamentali, sulle passamanerie fantasmatiche e passare dalla vita presuntuosamente intima del soggetto a quella dell’extimità del soggetto stesso, di ciò che sta al di fuori del soggetto, in lontananze che per la geometria cartesiana sarebbero abissali ma che per la geometria degli spazi topologici invece sono vicinissime. L’abito come manufatto linguisticamente topologico implica che esso è fatto di proiezioni dell’Immaginario, con conseguenti attese, rimozioni, ribaltamenti, deviazioni del desiderio, deviazioni del godimento; abito inteso come costumi, comunità di linguaggi, esoscheletro. In ultima analisi abito linguistico come abito del Politico. In una parola: abito come creazione da parte di una particolarissima sartoria teatrale, allestimento plurilinguistico, plurifantastico e plurifantasmatico. Perché un nuovo abito linguistico designa sempre un nuovo soggetto politico.

Maurizio Cucchi è nato nel 1945 a Milano, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia: Il disperso (Mondadori, 1976, e Guanda, 1994), Le meraviglie dell’acqua (Mondadori, 1980), Glenn (San Marco dei Giustiniani, 1982, Premio Viareggio), Donna del gioco (Mondadori, 1987), Poesia della fonte (Mondadori, 1993, Premio Montale), L’ultimo viaggio di Glenn (Mondadori, 1999), Poesie 1965-2000 (Mondadori, 2001), Per un secondo o un secolo (Mondadori, 2003), Jeanne d’Arc e il suo doppio (Guanda, 2008), Vite pulviscolari (Mondadori, 2009), Malaspina (Mondadori, 2013), Paradossalmente e con affanno (Einaudi, 2017), Sindrome del distacco e tregua (Mondadori, 2019). In prosa: Il male è nelle cose (2005), La traversata di Milano (2007), La maschera ritratto (2011), L’indifferenza dell’assassino (2012). Ha inoltre curato un’antologia di “Poeti dell’Ottocento” (1978), il “Dizionario della poesia italiana” (1983 e 1990), e, con Stefano Giovanardi, l’antologia “Poeti italiani del secondo Novecento” (1996). Ha diretto per due anni la rivista “Poesia” (1989-1991).

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L’ombra con la valigetta 24 ore in mano è un passante, un transitante in viaggio in una struttura dissipativa alla ricerca del senso e del significato, un significato barrato dal significante che lo soggioga e lo sposta di continuo. È la condizione dell’uomo moderno, deiettato dal significante e dal significato, costretto ad abitare una struttura dissipativa.

[Marie Laure Colasson, Ordo Rerum, strutture dissipative, acrilici 40×40 cm. 2020]

Il termine «struttura dissipativa» fu coniato dal premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine alla fine degli anni ’60. Il merito di Prigogine fu quello di portare l’attenzione degli scienziati verso il legame tra ordine e dissipazione di entropia, spostando l’attenzione dalle situazioni statiche e di equilibrio studiate fino ad allora, a quelle dinamiche ed instabili, contribuendo in maniera fondamentale alla nascita di quella che oggi viene chiamata epistemologia della complessità.

Per struttura dissipativa (o sistema dissipativo) si intende un sistema termodinamicamente aperto che lavora in uno stato lontano dall’equilibrio termodinamico scambiando con l’ambiente energia, materia e/o entropia. I sistemi dissipativi sono caratterizzati dalla formazione spontanea di anisotropia, ossia di strutture ordinate e complesse, a volte caotiche. Questi sistemi, quando sono attraversati da flussi crescenti di energia, materia e informazione, possono anche evolvere e, passando attraverso fasi di instabilità, aumentare la complessità della propria struttura (ovvero l’ordine) diminuendo la propria entropia (neghentropia).

Marie Laure Colasson intende la pittura come uno spazio figurale, un ordo idearum, una «struttura dissipativa», una struttura complessa di forme e colori soggetta a biforcazioni e deviazioni non lineari che opera all’interno di un «sistema aperto» per eccellenza quale è lo spazio. Nello spazio il «processo conglobativo» si ripete trilioni di volte con una serie di variazioni pressoché infinite. Il linguaggio figurale della Colasson recepisce l’idea dello spazio figurale come la struttura tipica della complessità dell’ipermoderno.

Il discorso sulla verità e sul senso della pittura ancorata ad un concetto di mimesis è stato derubricato e sostituito da un discorso sulla vertigine e sulla reversione della profondità in superficie, dell’originale in simulacro, dell’ordo rerum in ordo idearum, ovvero, in ordo phantasmaticum. Il discorso sul senso si è rivelato un similoro, un falso, un ideologema. La superficie, il simulacro, l’illusione, l’abbaglio sono gli avatar della figurazione colassoniana. Tutta la strategia della nuova figuralità è di portare le cose alla mera apparenza del loro insorgimento, di farle irradiare e consumarsi nel gioco dell’apparenza e della dis-apparenza.

[Marie Laure Colasson, présence, acrilici 30×30 cm. 2024]
 
L’ombra con la valigetta 24 ore in mano
è un passante, un transitante in viaggio alla ricerca del senso e del significato, un significato barrato dal significante che lo soggioga e lo sposta di continuo. È la condizione dell’uomo moderno, deiettato dal significante e dal significato, costretto, suo malgrado, ad abitare una struttura dissipativa, una bolla spazio temporale, un ologramma.
 
La pittura di Marie Laure Colasson pone il problema del feticismo del valore dei colori assunti nella loro presunta e apparentemente ovvia naturalità. Se i colori fossero l’espressione del soggetto, sarebbe improprio parlare di feticismo, i colori in un sistema figurale e figurativo sono sempre regolati dal sistema-medium che disciplina le equivalenze, i gusti e i sistemi di valori.
 
È nel codice del valore che l’oggetto-colore trova il significato di valore, il quale è il frutto di un’astrazione che pone tutti gli oggetti-colore su un piano di equivalenza e che fa della loro unicità una simulazione di senso, una performazione di senso. Ciò che viene feticizzato nell’atto della usucapione del colore è il singolo colore valore d’uso del singolo oggetto-colore; è l’intero sistema del valore-colore come colore naturale che la figuralità della Colasson mette in discussione insieme  allo stesso giudizio culturale di gusto.
 
Marie Laure Colasson opera una critica della economia politica del gusto, è questo il punto. I colori vengono sottratti al sistema del gusto, e solo allora vengono ri-significati, ri-semantizzati. Questa astrazione pone la necessità di una nuova configurazione della figuralità, perché è sul piano della astrazione che si gioca la partita della legittimità del valore-colore. È da questo assunto che si diparte il bisogno di un nuovo codice, di una nuova semiotica dei colori e delle forme ad essi connesse.
La Colasson opera una riconfigurazione dello spettro coloristico dei colori naturali ormai feticizzati in quanto espressione del valore di scambio. Il falso risiede nel raddoppiamento della forma-colore che investe tanto la produzione di segni quanto la produzione figurale mediante la quale la stessa forma-valore si riproduce ai fini del riconoscimento sociale. L’ideologia del riconoscimento culturale è già implicita nel livello della produzione materiale e nel rapporto di consumo del valore-colore.
 
È paradossale che sia stata la stessa critica marxista del capitalismo ad affinare il processo di razionalizzazione attraverso la «naturalizzazione» del valore d’uso e, con esso, del valore di scambio. È la stessa forma strutturale del codice, non colta nell’analisi marxista del feticismo della merce, a innervarsi nuovamente nel valore d’uso. Contrariamente alla tradizionale posizione marxista che intende il valore d’uso come il rapporto tra il bisogno dell’uomo e la proprietà del prodotto del suo lavoro, in realtà è anche il valore d’uso un rapporto sociale, e quindi un’astrazione. L’astrazione dal sistema delle convenzioni dei colori e delle forme che si manifesta nel sistema del gusto nel momento della fruizione e dello scambio.
 

(Giorgio Linguaglossa)

Marie Laure Colasson nasce a Parigi nel 1955 e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi e Argentina, ha insegnato danza classica e coreografia di spettacoli di danza contemporanea. Nel 2022 per Progetto Cultura di Roma esce la sua prima raccolta poetica in edizione bilingue, Les choses de la vie. È uno degli autori presenti nella Antologie Poetry kitchen 2022 e Poetry kitchen 2023, nonché nella  Agenda 2023 Poesie kitchen edite e inedite (2022),  nel volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, (2022), nonché nella antologia di undici autori kitchen Exodus del 2024,  Progetto Cultura, Roma. È componente della redazione della rivista on line l’ombradelleparole.wordpress.com e della rivista trimestrale di poesia e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. Sulla sua pittura hanno scritto, tra gli altri, Mario Lunetta, Edith Dzieduszycka, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago e Giorgio Linguaglossa.

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Luigi Fontanella, Lo Sperdimento e altro (2019-2024), Passigli, 2025. Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa. La poesia di Fontanella è un tassello significativo del nostro tempo di crisi. «La poesia è magia liberata dalla necessità di essere verità» (Adorno). Di Marie Laure Colasson, présence, 30×30 acrilico, 2024

(Marie Laure Colasson, présence, acrilico, 30×30, 2024. L’homo sapiens è in viaggio nel mondo con una cartella 24 ore alla ricerca di un senso e di un significato che ha irrimediabilmente perduto)

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  «La poesia è magia liberata dalla necessità di essere verità»

(Adorno)

Luigi Fontanella dichiara esplicitamente di «perdersi nella folla» e nelle peripezie del viaggio. È uno «sperduto» poeta capitato, con uno spintone della storia, nell’Apocalisse dei nostri giorni che tenta di raccapezzarsi tra uno «sperdimento» e il deragliamento dei ricordi, delle cose incontrate, delle esperienze vissute, una sorta di reportage della memoria. Fontanella tira fuori i significati da fatti minuscoli, trascurabili, casuali, da persone incontrate che la memoria inconsapevole gli consegna. Ma è che la ricerca del senso e del significato oggi è sbarrato alla poesia se non si procede per esitazioni, per intrusioni, per spostamenti, per smottamenti della memoria.

Fontanella è intento in una scherma con i suoi mitologemi, con le sue divinità come un veggente daltonico immerso nello «sperdimento» dei giorni e delle cose alla ricerca del vello d’oro del segreto che d’improvviso può scintillare in qualche angolo buio dell’esistenza, nella ricerca di una nuova ontologia estetica. Fontanella fa  una poesia asistematica, vertiginosamente dismetrica, erratica, irta di pinnacoli e di circonvoluzioni del pensiero;  procede per via di mitologemi mediante categorie allotrie. I pensieri altro non sono che mitologemi che i poeti si appuntano al petto come un generale le sue medaglie. Si potrebbe anche affermare che Fontanella sa di essere affetto da una forma particolarissima di cecità che è al tempo stesso una capacità di ipervisione, una qualità che, paradossalmente, consente all’occhio di vedere con esattezza le cose per la seconda volta.

La ricchezza fenomenica della poesia fontanelliana è il risultato di un equilibrio, instabile, tra il verosimile, il vero e i non detti; certi accorgimenti retorici come la peritropè (il capovolgimento), il deragliamento (controllato) delle sue perifrasi; le deviazioni, l’entanglement tra personaggi diversi sono gli elementi base sui quali si fonda la sua poesia, che ha il privilegio di godere dei vantaggi di una libertà espressiva controllata da una precisa idea di poesia.

E allora che cos’è la costruzione della realtà?, per il Nostro la realtà è perdita che si traduce in «sperdimento», parente non lontanissimo della entropia che involge il nostro universo.

Forse il mondo oggi ha cessato di essere significativo. Forse al poeta di oggi non è concesso l’accesso alle esperienze significative, ma è emblematico che alla poesia di oggi tocchi in sorte di dover stendere in versi l’epicedio esistenziale forse più lucido e disincantato della poesia di matrice novecentesca, quando, come in questo libro, si parla dell’indebolimento della soggettività con la tranquilla consapevolezza che ciò che possono dare le parole della poesia forse non è granché ma è pur sempre qualcosa di non trascurabile.

Il fatto è che non si può uscire dal «sortilegio», o dall’«immaginario» direbbe Lacan. Non possiamo sortire né entrare in un luogo linguistico se non mediante un trucco, un dispositivo, un cavallo di Troia, perché la città del «senso» la puoi prendere soltanto con un trucco, con un sortilegio, un atto di raggiro, di illusione, perché il poeta «sperduto» è ragguagliabile ad un illusionista che si illude e illude con le sue stesse parole.

«Il fatto è che non si può davvero uscire dal trucco, o dall’immaginario, come direbbe nel suo linguaggio Lacan».1

Il senso residuo dopo la combustione dell’esistenza è una favola bella buona per gli imbonitori e i falsari; il «senso» e il «significato» sono il prodotto dell’indebolimento della soggettività che dura ormai da tanto tempo che ne abbiamo perfino dimenticato la scaturigine storica.

La poesia di Fontanella è un tassello significativo del nostro tempo di crisi: non certo la ricerca di un approdo felice sulla spiaggia della poesia elegiaca, Fontanella è un poeta troppo consapevole per fare questo errore. Forse la sua è una navigazione verso l’isola incantata chiamata Utopia da Raffaele Itlodeo. Fontanella procede per lampi e sprazzi, per intermittenze della memoria, per intrusioni, per evasioni dall’ordine simbolico, per zoom paesaggistici, il suo non è il canto del cigno della soggettoalgia della lirica privatistica ed elegiaca che va di moda in Italia  da molto tempo, quanto piuttosto la percezione della «cattiva coscienza» che necessariamente e storicamente ci accompagna nelle nostre peregrinazioni esistenziali. Così, intervengono nel testo cose varie: i ricordi del padre e della giovanissima madre, per poi subito dopo divagare sul «cappotto di Montale» che la Gina donò al poeta Elio Fiore in un anno lontano della memoria.

Scrive Luigi Fontanella in una nota in calce a Lo scialle rosso (2017):

«Nella mia ricerca poetica ho sempre alternato momenti per così dire epifanici, nei quali la scrittura si coagula in brevi momenti circoscritti – veri e propri cortocircuiti mentali, accensioni improvvise o pure trascrizioni di lacerti onirici (sulla lunghezza d’onda di un mio antico amore per il surrealismo) -, ad altri che hanno bisogno di una distensione riflessiva di più largo respiro. Da qui, il carattere anche “narrativo” o “diaristico” di questi poemetti, beninteso una narrazione in versi assolutamente non lineare, con iati e sbalzi improvvisi o accentuazioni di carattere metalinguistico (per esempio il mio periodico interrogarmi sul senso dello scrivere, del fare poesia, dello stesso vivere)».

Ecco una citazione di poetica alla quale Fontanella tiene molto:

Ognuno di noi continua a parlare un linguaggio 
che lui stesso non intende, 
ma che ogni tanto, viene inteso. 
Il che ci permette di esistere e di essere perciò quanto meno fraintesi. 
Se esistesse un linguaggio in grado di essere inteso, disse Saurau, 
non ci sarebbe bisogno di nient’altro.

(Thomas Bernhard – Perturbamento)

(Giorgio Linguaglossa)

1 citato in Pier Aldo Rovatti,  Abitare la distanza, Raffaello Cortina Editore, 2007 p. 87.


Luigi Fontanella divide il suo tempo tra Firenze e Long Island, New York. Un’ampia scelta delle poesie composte fra il 1970 e il 2005 è stata raccolta nel volume riassuntivo L’azzurra memoria, a cura di Giancarlo Pontiggia (Moretti & Vitali, 2007, Premio Laurentum, Premio Città di Marineo), a cui hanno fatto seguito Oblivion (Archinto, 2008); L’angelo della neve. Poesie di viaggio (Mondadori, Almanacco dello Specchio, 2009); Bertgang (Moretti & Vitali, 2012); Disunita ombra (Archinto, 2013); L’adolescenza e la notte (Passigli, 2015); La morte rosa (Stampa, 2015), Lo scialle rosso (2017) e Lo sperdimento e altro (2017-2024). È autore di parecchi volumi di critica letteraria e di romanzi: Hot Dog (Bulzoni, 1986) e Controfigura (Marsilio, 2009). Dirige per Olschki la rivista internazionale “Gradiva”, ed è responsabile della redazione americana della rivista “Poesia”. luigifontanella02@gmail.com

Ecco l’incipit del poemetto:

Nel mio corto viaggio sentimentale
tra Mountain Ridge e JFK
ancora qualche residuo
baluginante di ieri sera
nello sguardo indolente di Lester Burnham
bramante, nel sogno, Angela Hayes
lolita viziosetta
con tutto il conseguente… ma poi
ogni immagine rimescolata con la lettura
di quella storia sbrindellata di Gabriella
… letta post-mortem (pour cause)
in uno scenario assai rassomigliante
a un vecchio racconto di Vasco
sullo sgombero di nonna e nipote
da via dei Magazzini a via del Corno
sfratto forzato in un freddo inverno
verso un altrove incerto
eppure… lì, a pochi passi da loro…
sempre più ‒ il tutto ‒
intrecciato all’ennesimo trasbordo
al Kennedy: un altro in più
in quarant’anni del mio americano
sperdimento.

*

In questo corto viaggio
a folate
bagliori intermittenti
di quanto appena lasciato
e di quanto, rimuginando,
mi aspetta fra i due continenti.
Fa freddo. Mi avvolgo nel mio cappotto.
Che fine avrà fatto quello di Montale
che la Gina regalò a Elio Fiore?

*

Anch’io ne regalai uno a Maurizio Cucchi:
un mio vecchio giaccone di renna
che gli stava a pennello.
Faceva già freddo a Port Jefferson
quel 24 ottobre 2014,
e lui doveva fare scalo a Oslo
prima di rientrare a Milano.

*

Mi guida Cristopher
l’affabile fàtico autista…
lo sbircio ogni tanto ad occhi socchiusi.
Cristopher subito diventato
un fantasmatico fabulatore
del mio labirintico andare.

*

Nitido, a tratti, mi appare
solo il volto di Emma
l’unico, forse, senza penombre
o striature interferenti… mentre
la limo procede in
un affastellarsi pulviscoloso
di passato-presente
ogni personaggio ogni imago
ogni persona o cosa
tutto
ben incastonato in un muto teatro a me di fronte
un po’ simile a quello
del vecchio Aghios in partenza per …
pieno di gioia febbrile e di speranze
viaggio nel quale – benché vegliardi entrambi –
non bisogna escludere
qualche gaia creatura femminile.

*

La donna ideale…. mancante magari di gambe e di bocca, non poteva essere assente. Giaceva nell’ombra confusa con molti altri fantasmi, parte importante degli stessi. Ma la donna non è sempre la stessa nel desiderio… necessaria prima di tutto all’amore, ma talvolta desiderata per proteggerla. Una creatura forte e debole, che se si può si accarezza, e se non si può si accarezza ancora.

*

Se solo la salvazione bastasse
a proiettarci felici da qualche parte…
se solo bastasse
a guarirci di ogni accidiosa indolenza
di ogni scontentezza
di ogni nostra insufficienza.

*

Ieri sera me ne stavo a letto buono buono vicino a te… ma
poi il pensiero se ne andava subito altrove in quel
regno di Claus Patera… ero dentro un caseggiato dove
gente buona e generosa mi aveva ospitato. Insegnavo l’abc
a qualcuno di loro ma sapevo che sarei presto ripartito.
Prima di andarmene avevo acquistato da questa famiglia un
fiasco di vino, del pane e del formaggio.

*

Forse bisognerebbe
davvero denudarsi
di ogni inutile orpello
di ogni oggetto d’affetto
e volgere questi a chi ne ha bisogno
o ne è privo
per connaturata incapacità
di darlo o riceverlo.

*

Il fàtico Cristopher parlandosi
mi racconta di una filippina, mentre passiamo
di fronte allo Stony Brook Hospital
l’altra mattina lì forzatamente piovuto
dopo un intrico di strade e traverse spaziali
per un MRI ordinatomi da John Fitzgerald MD
pacioso e pensoso, forse premuroso
che mi aveva visitato un po’ superficialmente.

Un mastodontico edificio
alveolare
perfetto di sette piani buzzatiani
labirintici corridoi stanze stanzini cubicoli.
Muti e trasparenti gli sporadici addetti sanitari
ingrembiulati spettri di se stessi.

*

Di questa filippina
Cristoph continua a fabularmi
la vorrebbe impalmare, le manda
quattrini e medicine ogni mese
svagato e insonnolito lo ascolto
gemello di Claus Patera: sovrano assoluto
del Reich des Traumes
nonché fornitore di singolari
fenomeni dell’immaginazione…

(trasognato distratto, di colpo
ripenso al mio amico Fabio quando trent’anni fa
partiva periodicamente per Kiev
carico di doni mercanzie e medicamenti
per la sua Oksanuchka ambiziosa e fedifraga)

Come Aghios fingo partecipazione
proiettato soprappensiero a quanto
dovrei invece aspettarmi transoceanicamente,
impaziente d’essere lasciato tranquillo a goderne
e sottraendomi per quanto possibile
a ogni simulazione

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Poesie del poeta ceco Pavel Řezníček (1942-2018). La sceneggiatura dell’inconscio richiede l’ingresso nella Rappresentazione dei traslati, del Fantasma e dei suoi sosia – Traduzioni di Antonio Parente

(Marie Laure Colasson, présence, 30×30 acrilico, 2024)

Tempo fa, Gino Rago ha parlato di novello «Adamismo» riguardo alla poesia di Michal Ajvaz, “Turisti” e alla poesia “Alla portineria dell’Hotel Kempinski” di Pavel Řezníček. Ed è vero. Qui i poeti cechi hanno trovato-incontrato il loro Adamo che ha guidato la loro mano a nominare le «cose» con il rispettivo nome proprio. È dall’incontro con Adamo e con i suoi sosia che può sortire fuori la nuova poesia, perché la nuova poesia è sempre nuova denominazione delle «cose».

A volte, si verificano dei miracoli… dopo una ricerca durata una vita, magari… E ci troviamo catapultati in un appartamento pieno di oggetti, di fantasmi, di suppellettili. Ed ecco che quelle «cose», all’improvviso, escono dalle fotografie dove li avevamo confinati e senza che noi ce ne fossimo accorti, ricominciano a parlarci.

Quando entriamo in un appartamento ricco di suppellettili, di vasellame, di sosia, di «oggetti». Dobbiamo aspettare un po’ di tempo per abituarci a quegli «oggetti». A volte, passiamo tutta una vita per abituarci a quegli «oggetti». In fin dei conti, noi abbiamo bisogno, per vivere, di «cose» che abbiamo scelto e che ci accompagnano nella nostra esistenza quotidiana. La differenza tra «oggetti estranei» e «cose» è di vitale importanza per la nostra sopravvivenza. All’improvviso, una «cosa» ci parla o riprende a parlarci, ma in un’altra lingua. Ecco, in quel momento si ha una trasmutazione degli «oggetti» in «cose», si ha una trasmutazione delle parole, gli «oggetti indifferenti» diventano nostri consanguinei, i nostri compagni significativi. Le nuove «cose» innescano la necessità di nuove parole e un nuovo sguardo. E noi vediamo il mondo come per la prima volta. Torniamo novelli Adamo, riconosciamo le «cose» dai loro nuovi nomi. Gli «oggetti» morti sono diventati all’improvviso vivi e significativi, sono diventati «cose».

«Tutto il contingente è soltanto immagine», ha scritto Osip Mandel’štam negli anni dieci del novecento. Ed io replico: tutto il contingente è soltanto un fantasma, un frammento.

(Giorgio Linguaglossa)

Pavel Řezníček

Pavel Řezníček (1942-2018) è stato uno dei maggiori rappresentanti del Surrealismo ceco. Esordì nel 1965 con un programma di poesie di Breton, Péret, Dalí e Tzara, presentato al teatro Konvence di Brno, dal titolo La coda del diavolo è un biciclo (Ďáblův ocas je bicykl). Da allora, e forse più di ogni altro poeta ceco, è rimasto fedele alla sua idea surrealista e ai tre punti focali di questa corrente: umorismo nero, casualità oggettiva e dislocazione percettiva. Dal 1974 fino alla morte ha pubblicato l’almanacco Sigaro (Doutník), apparso prima in edizione samizdat e poi, dal 1996, ufficialmente. Delle sue opere in prosa, oltre a Strop, pubblicato nel 1983 in Francia con prefazione di Milan Kundera e nel 1984 in Italia col titolo Il soffitto (Edizioni e/o), possiamo ricordare Zrcadlový pes (Cane a specchio, 1994) e Hvězdy kvelbu, (Stelle di una volta, 1992/2007). Importante è anche la sua attività di traduttore dal francese (Joyce Mansour, Ambroise Vollard, Benjamin Péret, ecc.). In Italia le sue poesie sono apparse sulle riviste Hebenon, Atelier, cortocircuito, e nel 2008 in forma antologica nel volume Confessione di un funambolo (Mimesis-Hebenon). Pavel Řezníček è inoltre presente nell’antologia di poesia ceca contemporanea Sembra che qui la chiamassero neve (2005, Mimesis-Hebenon).

Pavel Řezníček (1942-2018)

Alla portineria dell’Hotel Kempinski
Un uomo in attesa
Inghiotte quelli che escono

Il poeta Byron ingoiava solo i diabetici
Dalla sua ultima vittima si emanò un fumo fosforescente
Byron fu immediatamente arrestato e impagliato sul posto

Questo accade alle persone che si gingilleranno vicino agli alberghi
Barcelò Kempinski Ritz e Alcron
E avranno desiderio di ingoiare i propri concittadini

Saranno impagliati vivi
Anche se cacceranno tutte le urla animalesche
Che vogliono

Solo Deus absconditus può ingoiare le persone
Oppure “La giovane guardia” del romanzo omonimo
di Alexander Fadejev

Non si può caricare la penna stilografica con il latte versato!

Penso che il criterio pertinente per interpretare un testo kitchen o come questi post-surrealisti di Pavel Řezníček non possa che essere il tasso di figuralità; niente affatto la destinazione letteraria del testo.
I discorsi referenziali, e tra essi il discorso scientifico, descrivono il mondo in termini tendenzialmente neutri, oggettivi, trasparenti (parola versus significato), ciò che chiamiamo discorso letterario è quel discorso che si caratterizza per caratteristiche figurali, quel discorso che altera la relazione di trasparenza, la directdness tra significante e significato. Una poesia kitchen, eminentemente poesia figurale, non deve essere letta seguendo il significato letterale, perché il suo significato è traslato, si trova in un altro luogo, in un altro piano, significa sempre qualcosa d’altro e di diverso.
Occorre ridurre il discorso kitchen come anche il discorso post-surreale di Pavel Řezníček al grado zero, portarlo da un piano letterale proposizionale ad uno figurale e polisignificazionista. Per esempio, la metamorfosi in insetto di Gregor Samsa, i suoi pensieri mentre sta a letto, oppure le parole della renna nella poesia di Pavel Řezníček, tutto ciò che ne segue è una macro figurazione che sta per qualcosa d’altro; si tratta di vicende che ci toccano a livelli transletterali, simbolici, profondi che suscitano in noi reazioni di identificazione e di repulsione… La poesia “Alla portineria dell’Hotel Kempinski” è stata pubblicata nel 2011 ma e stata scritta due anni prima, come ci informa il traduttore Antonio Parente, anticipando la poetry kitchen di ben 12 anni. (g.l.)*

Parlò la renna

Siccome scoppiò la pazzia per la paura
della pazzia delle mucche malate
/Creutzfeld-Jacobs/
smisi di mangiare carne bovina
Partii per la Finlandia con una sostanziosa commessa:
Portare in Europa alcuni vagoni di carne di renna
La malattia delle mucche non riguarda le renne.

Arrivai in Finlandia e ne parlai
con una renna
Mi dette del lei si inchinò e asciugò la collottola
sudata con un fazzoletto a quadretti:
«Signore, lei pensa che la pazzia sia solo un getto di cenere e sangue,
o un colibrì imbrattato di bile, che nella tabacchiera
dell’eternità mette in ginocchio la memoria con un colpo
di porcellana?
No, l’anima della mucca, l’anima della renna e l’anima della pazzia è eterna, anche se
la vostra enfia lingua rossa avesse solo un occhio. La pazzia è
la pala del motore e il motore della regina Ecuba di compensato.
Dove non c’è olio di Aztechi e Maya, non c’è neanche la macuba
di Ecuba. I mammut non puliscono le bucce di uova sode
lasciate dalle renne, ma le renne sì!

E adesso vai via, burino!» mi gridò la renna all’orecchio e mi cacciò
in bocca due bistecche crude di manzo.

/Ne scrivo dall’altro mondo, oltre il fiume Lete, nelle gole di un cumulo di asfodeli,
fiori liliacei che crescono soltanto nel regno dei morti, e non son più capace di profferir parola./

(Scritto la festa di Natale, 25. XII. 2000)

Regent Street

No non sono stato io
A rompere il finestrino
Della Rolls Royce del principe Carlo e di sua moglie Camilla
A Regent Street mentre attraversavano il quartiere londinese di West End
E non ho nemmeno dato alle fiamme
L’enorme albero di Natale
A Trafalgar Square

Come sempre mi si addossa la colpa di tutto
Ma ho un alibi di ferro

In quel momento accompagnavo la dodicenne
Rapita Margherita B.
Nascosta sotto il piano del pick-up
A New York
In modo che poi i suoi organi
Venissero usati
Per l’operazione del magnate Bernard Madoff

Acrux

Con arroganza si piantò
E proclamò
Di essere un rinoceronte
Il guardablocco subito tirò i paletti
Passò il treno della Croce rossa danese
È vero che tuo zio era un lupo?
Si chiamava Nabuccodonosor
Eaveva una Croce rossa tutta sua
I lupi hanno una Croce rossa tutta loro
Un mattone

Quella finestra è come una lacrima
Una lacrima con la tuta
E una fionda sparata in un occhio

La stella più luminosa della Croce del sud
Si chiama
Acrux

E di nuovo un mattone
Portato al posto della rosetta della Legione d’onore
Attaccato al risvolto della giacca
Di Hercule Poirot
Come se fosse una fica

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Poesie nuove di Fabio Sebastiani, con due note di lettura di Guido Oldani e Giorgio Linguaglossa, Fuoriuscito, con un capitombolo, dalle ibernazioni linguistiche dei linguaggi poetici novecenteschi, per Fabio Sebastiani è prioritaria la trasfusione  lessicale di diversa e spuria provenienza nel vaso di coccio di una forma-poesia nuova, Marie Laure Colasson, présence, 30×30, acrilici, 2024

Fabio SebastianiFuoriuscito, con un capitombolo, dalle ibernazioni linguistiche dei linguaggi poetici  novecenteschi, per Fabio Sebastiani è prioritaria la trasfusione  lessicale di diversa e spuria provenienza nel vaso di coccio di una forma-poesia nuova che ha accettato di misurarsi con il trash e il kitsch mixando con il linguaggio comune la terminologia consumistica, informatica, mediatica dei giorni nostri. Il poeta romano pensa in modo dialettico la questione linguistica, e adotta il procedimento dialettico: far confliggere il linguaggio trash con il piano nobile della forma-poesia del secondo novecento, traendone scintille. Riporto in proposito, come esplicativa del metodo dialettico, una citazione del poeta «materialistico» per eccellenza, Mario Lunetta, tratta da una intervista rilasciata a Simone Gambacorta in risposta alla domanda sul “fare” poesia: «Detesto il lirichese, oggi così di moda in questo nostro stupido paese. Mi ritengo un poeta dialettico, che non guarda solo il proprio ombelico e non celebra le proprie pulsioni individuali. Il mondo è vario, anche se sempre più omologato  nella volgarità, e un poeta deve avere il coraggio e la consapevolezza di guardarlo e confrontarvisi. Per farlo, occorre rinunciare alle scorciatoie del lirismo e dell’elegia – Baudelaire diceva che “i poeti elegiaci sono tutti delle canaglie” – per misurarsi coi linguaggi complessi. Quindi, non emozionalità di primo grado, ma lucidità e straniamento».

(Giorgio Linguaglossa)

Dopo Pasolini, la poesia civile sembra lasciata al pettegolezzo dei pensionati. Diverso però per chi abbia una storia propria alle spalle. È il caso di Sebastiani, che proviene dall’esperienza del quotidiano Liberazione, parente dell’omonimo “Liberation” d’oltralpe. Anche il suo attuale giornalismo radiofonico, prosegue in questa direzione, che non rappresenta certo il campo restrittivo della sua scrittura. Conoscitore meditativo del Realismo terminale, vive in una città esemplare dell’accatastamento dei popoli, una vera e propria “pandemia abitativa”. Questi suoi testi metropolitani, nulla hanno a che vedere con quelli scritti e riscritti fino all’eccesso nella metropoli milanese. Così la scrittura di Fabio Sebastiani mi pare apparecchiarsi in maniera propria del tempo necessario. I suoi versi, non privi di venature ironiche e di stupore di fronte all’eccesivo, si espongono secondo un gusto narrativo che non trascura i significati, come chi ben sappia che dietro la prosa dell’immagine, trapela sempre una nota di pensiero, cui rendere conto sia da parte dell’estensore che del lettore. L’autore sa che questo gusto della poesia, traghettatrice della prosa, si consolida sempre sia attraverso il dato emozionale ma mai trascurando un’ottica etica compartecipe della scrittura.  La sua è una raccolta non gravosa di testi, perché ciò che ha senso è significare il proprio calibro e dar conto di questo tempo senza precedenti, in cui, come ben recita il realismo terminale, la natura si dispone ad artificializzarsi perché lei, volente o nolente, così viene indotta dai pochi manipolatori dei miliardi dell’umano. Allora i versi di Sebastiani sono come l’intreccio delle vie di una geografia metropolitana, in cui circolano i significati, in un traffico alle volte al collasso, in altre scherzoso, perché tutti gli inverni, anche i più bui, finiscono sempre col lasciare incustodita una fessura, dalla quale, quando meno ce lo si aspetta può prorompere un lembo di primavera. E dunque all’improvviso il manipolo degli oscuri banchieri dell’inverno si vedono e si sentono sbeffeggiati dalla trombetta carnevalesca delle novità. Intanto, la vecchia letteratura dell’antico millennio precedente, continua a pretestarsi come nuova, ma il baccano sconsiderato non impedisce di fare occhiolino alla bussola inevitabile che ci indica l’universo in procinto di artificializzarsi inopinatamente.

(Guido Oldani)

présence 70x70 acrilico, 2024Mappe siderali

E quando non si trovò libero più nemmeno un buco
per gli ingombranti centri commerciali
nei viali piazzarono asettici cartelli circondariali:
qua di prodotti freschi e là di arnesi per il cuoco.

Detriti accatastati in scaffali e magazzini
ora allineati in trame concentriche di strade:
corso del Formaggio fuso sbuca in piazza delle Piade
e vicolo delle Barbie sta lì, presso la salita dei Lumini

In eccesso di tessitura ed eccitazione si correva
da un conato all’altro tra viuzze ed ampi slarghi
senza un preciso scopo, tutti già accasati negli ingorghi.
La moneta del poco e niente, intanto, già suonava.

Presto si realizzò che il signor Mazzini
e il grande condottiero Garibaldi
trapassarono da lapide a pro di offerte e saldi.
E che fu di piazza Indipendenza? Cibo e collari per gattini

Poi, che l’angoscia prese il posto di una improbabile baldoria
e sparse nei rioni come un sottile velo di grigiore
senza più traccia salda di memoria, o di nobile valore
sì partì spaesati alla ricerca, alcuni, della propria storia.

Nell’ultra-markert, ormai regolato da paralleli e meridiani
mai cessarono i silenzi delle cadenze tra le casse
altri deliri e giri di giostre come se il niente fosse.
E, a ben vedere, niente c’era oltre il belvedere dei divani.

Uno
L’ULTRA-MARKET DEI NITRITI

Senza più periferie
cerchiate in sospensione
ma di perifrastico budello
è l’impianto nella pianta di città.
Trasversale, ad anse, a rette
a volte, a giro snello
e scandito come la via crucis.

Viaggi e attraversamenti
in panopticon di merci
fin dentro l’orifizio
di tutte le possibili cosmesi.
Stazione dopo stazione
in lento transito di coproliti
fraseggi fatti di detriti
declinati dai nitrati coi nitriti.

Oncia di suono

Alla parola basta
un’oncia di buon suono
per guadagnarsi
la fuga dagli alveoli del nulla.
A tu per tu
con la matassa dei cieli:
sfrontata e ardente
aderente
a tutti i dettagli
ai fiati del cuore.

Due
EVASIONI E INVASIONI

Non si può evadere dall’ultra-market.
Non c’è un modo
né arguto, né puntuto.
Non c’è turno all’esito
millimetrico del piano
all’asola denudata della libertà.
Ci si può solo invadere
l’un l’altro
in angusto e reciproco torpore.
Liberi di librarsi nel budello
quello che attrafigge la città.
Ci si incontra a volte.
E di nuovo: recitando
la memoria in piedi e poi seduti
e poi di nuovo in piedi, sì
del primo giorno della scuola
e l’arrivederci a non più sfiorarci.

Parola d’inchiostro

Nudo come parola in corpo d’inchiostro
guardo le verità accaparrarsi
il posto della bellezza:
movimenti repentini e scaltri
dell’una e trina
mentre sta per calare il buio
mentre sta per farsi grande la pena.

présence, verde, 30x30, 2024
presence ombra con valigetta 30x30 2024Tre

NEL SACCHETTO L’ESSENZA DELLE COSE

Sto nel grido del clacson
costretto a pestare
i pochi centimetri
nei contorni
ai semafori di città.
Lo sguardo basso
nei sacchetti della spesa
a fine giornata
a frugare l’essenza delle cose.

Peggio della guerra, l’umanità

Peggio della guerra
c’è solo l’umanità
che si fa attraversare
da un dolore imbalsamato
sperando che prima o poi
si assorba anonimo
tra gli oggetti intorno.
E se prima o poi non lo cogli
il crepitìo del tramonto
se non lo sciogli
il nome vero dei silenzi
sarà che anche il tuo
si accenderà di apnee.

Quattro
ATTERRA LA LUNA

La luna, la luna-signori-venghino.
Qui: la luna è nel pozzo.
A scaglie, in polveri,
a ritratti. Ne aggiungo un po’?
Mezza, piena, un quarto.
La luna-signori-venghino.
È nel pozzo, non più di riflesso
ma incanto d’afflusso.
Venghino. Signori.
Da questa parte.
Non abbiate paura:
abbiate l’oro allora
che l’orifizio è qui.

Il cielo è degli storni

Ho nel cuore
il volo degli storni
colpi d’ala
che albergano all’unisono
come stridori di frenate
ma senza vizio
nel puro gesto della libertà
dal suolo, e dalla follia delle città.

Cinque
AVANZI VAGABONDI

Rimasero i cani
occhi infetti
come avanzi vagabondi
asintotici nei viali.
Alla fame
nell’abbondanza del perenne.
E nemmeno osavano abbaiare
canarsi in qualche anfratto
escogitato lì, all’impronta.
Vagando muti
dentro correità
di zampe e pelo
occhi e orecchie
senza dimensioni e definizioni.
Annusando il cielo
ad ogni latrato del sole
come fosse l’ultima notte
senza appartenersi mai
senza mai abiurare il presente.

A Pier Paolo Pasolini

Ma l’anima no. Non l’ho sputata
A botte orrende fluì solo il sangue
l’aria di una ruota che si sgonfia
piano.
L’hanno poi cercata invano
come moneta nel taschino
con la speranza di non finirci dentro.
Dimmi ora fratello
il nome del tuo come
magari è uguale al mio.
I semi della paura qui
ramificano senza germogli
ed entrano come dardi nella carne:
ma oggi farà tanta poesia.

Sei
L’ABITUDINE DELLE RONDINI

Beffarda e curiosa
l’abitudine delle rondini
che nel rimare i tetti
da generazioni spendono
in città sempre più assenti
e atroci nel presto delle luci
il destino che a loro tocca.
Solo loro e qualche capitello
ingombrante e di ferite nobili
sanno la memoria dei luoghi, quindi:
il segno preciso del posto
al buio
il calco di ogni colpo nel rovescio.
Dall’alto riferiscono agli dei
il malcontento
dettagliano lo scempio.

Anche il graffio

Anche il graffio
che il predatore assegna
nell’andito calmo e serale
porta a carne
lucentezza
certificato mai sopito
del coraggio.
E chi non se l’era
trascritto dentro
ora l’ha sulla pelle:
chiodo nel muro
che cinge la bellezza.

Sette-Otto-Nove
I SARTI DEL CAOS

E vennero i sarti per
farci apposta il caos.
Panneggi di caos
addosso
misurati fino al girovita
e da spalla a spalla.
Non più caos per caso:
il giusto taglio
dell’iperbole
al prezzo giusto
per scongiurare il caos.

L’IMPRONTA DELLO STUPORE

E vennero gli ingegneri
traendo luci dalle tasche
al netto delle ombre
fotogrammi che fanno abbacinanti
contorni e pieghe
l’impronta dello stupore fanno.
Tutto ciò che trattieni negli occhi
ora è il perfetto e basta.
E’ il fantasma iridescente
di quel che non puoi più vedere.

FINESTRA CON VISTA

E vennero i muratori
sigillando le case
inservibili ormai
nell’ultra-market digerente.
Sterilizzarono gli ingressi
i ricordi
ferri vecchi
nei controsoffitti.
Classificarono gli oggetti
sagomati scrupolosamente
ognuno secondo i propri difetti
a spanne di vuoto dagli affetti.
Le finestre ritagliate
precise davanti all’orizzonte
ma solo per la coreografia
della malinconia.

Fare gli universi

Scolpite dall’universo
per fare altri universi
imitano aeroplani
le mani.
E non atterrano mai.
Sempre a covare sogni
sempre nude.
Coniugano il giusto
in patrie di qualsiasi declinazione.
Ed è sempre giusto
il pane dei loro argomenti.
E dignitoso.

Le mani fanno
mi dico.
Le mani fanno
non dicono.
E mi calo
negli incroci
dell’equivoco.
E’ più di un dubbio
è stordimento:
dizionario povero
ricco di poesia.

Avverto il fare
che mi scava dentro:
intanto
e discorre, quasi cantando
nel poiein.
Afferra
nell’istoriato panneggio dei millenni
l’uomo
che al netto della presa
sarebbe durato
solo la virgola per dio.

Dieci
LOCULI CIVICI

Ora, citofoni
a comporre ordinatamente
lapidi in memoria.
Nomi allineati e già sbiaditi
rifanno l’anonimo
crepano nel muro
dei numeri criptati.

L’ultima occhiata
di soppiatto al cielo
prima che avvizzisca il giorno.
E poi solo i lumini
a copiare il ronzio
dei cavi nei vuoti
delle voci.

Cappio di luce stanca

Non siamo più sillaba di universo.
Questo vagare afono abbrutisce.
E nell’intercalare dei soli grigi
tutto si palesa impronunciabile
immoto.
E libero nel giro stretto del dolore.

Stenta, nel gracchiare
di motore in panne
nel cappio di luce stanca
che stanchi ci argomentiamo addosso.
Solo la poesia
graffia via la vita
ai muri di città.

Undici
PROCEDERE A TASTI

E’ una questione di potenza
delle onde elettromagnetiche:
un colpettino di telecomando
puntato allo schermo
di ultima generazione
nell’ultimo piano del condominio
e cambia la visione
istantaneamente
negli altri appartamenti
giù giù contando zeri
fino al piano terra e oltre.
E niente ti appartiene più
del marchingegno a cui somigli.

Asterismi di umanità

A volte si affacciano nell’universo
asterismi di umanità
così avvizziti che è quasi impossibile
farsene ragionevoli notizie.
Non c’è ragione, in fondo
di sapere
la forma degli oggetti vivi
se non di aderirvi passo passo.

Dodici
ISTRUZIONI PER L’USO

E’ stato assegnato ad ognuno
un presente
ma è lo stesso manuale per tutti:
non si sciupa mai.
Buono per ogni occasione
vuoto di ogni occasione.

Lo specchio

C’è chi cerca sé stesso.
E chi cerca a sé lo stesso.
Ma come specchio
che si incrina
le strade si moltiplicano
o svaniscono.

Tredici
ARCHEOLOGIA DEL PRESENTE

La città non è più:
nemmeno un luogo
e mappa di cieli.
Piuttosto, caparbia rete
che imbriglia sottosuoli.
E’ da lì che origliano
e trangugiano, ispessiti
nell’illusione radicale
del sempre e del perché
i cittadini a fumetti
le voraci formiche
in processione.

L’umanita’ batte sui vetri

Nella città è già bellezza
sottrarre alla vita
ogni occasione per rinnegarsi.
A cosa servono quei poeti
che si credono grimaldelli
se mentre l’umanità batte sui vetri
e loro fingono che sia pioggia?

Quattordici
ORIFIZI PUNTUALI

L’utile nomenclatura
in sessantesimi di oltranza
ben stipata negli orifizi
in ritmi puntuali
piega ogni attesa.
Ogni controtempo
è segnatempo
di invisibili impulsi
supplizi, precisi vagiti
in ventiquattro volte di lancette.
Ad ogni lancio dolori
di piombo ai polsi
vertigini di cemento
in prova di inferno.

Abitudine metallica

La poesia è parola nata:
la parola sola
che con la sola parola
trancia in due
l’abitudine metallica
degli immersi
e dei puntuali.

QUINDICI

MEDIOCRITA’ FLUTTUANTE

Ieri, ombelico nella sinossi delle stelle
la città è oggi mela che cade senza meta.
E fin nelle maglie dei dissolvimenti
è assorbita
come stasi inconsapevole dell’universo.
Solo la mediocrità è libera di fluttuare:
maschere di cose i volti degli uomini.
Maschere di umanoidi
su chi non ha più volto.
E poi strade, e suoni, e luci
per mettere ordine alla dissipazione.
La disperazione è traffico ai semafori.

Addomesticati…

…ma soprattutto:
Accasati
Accatastati
Accasciati
Accaduti
Siamo Acca. Acca e basta.
H Muta.

ULTIMA (a chiudere)

Il pungolo dell’umano

A ognuno è concesso un punto
È da lì che intreccia altri alvei
tra le moltitudini:
e nessun destino, lì
potrà dilagare.

Ognuno è l’interstizio scelto per il giusto
la sfumatura in cui ogni cosa può stare
così come in ogni altra casa della giustizia:
che ci sta addosso solo la possibilità del bene
mai come adesso, mai come queste poche parole.

Il testimone fa l’orlo alla luce, intanto
e con le mani conduce il tessuto all’umano
perché non si sfilaccino mai l’alba e il tramonto
perché il “mai più” non sia più profano.

 

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