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L’ombra con la valigetta 24 ore in mano è un passante, un transitante in viaggio in una struttura dissipativa alla ricerca del senso e del significato, un significato barrato dal significante che lo soggioga e lo sposta di continuo. È la condizione dell’uomo moderno, deiettato dal significante e dal significato, costretto ad abitare una struttura dissipativa.

[Marie Laure Colasson, Ordo Rerum, strutture dissipative, acrilici 40×40 cm. 2020]

Il termine «struttura dissipativa» fu coniato dal premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine alla fine degli anni ’60. Il merito di Prigogine fu quello di portare l’attenzione degli scienziati verso il legame tra ordine e dissipazione di entropia, spostando l’attenzione dalle situazioni statiche e di equilibrio studiate fino ad allora, a quelle dinamiche ed instabili, contribuendo in maniera fondamentale alla nascita di quella che oggi viene chiamata epistemologia della complessità.

Per struttura dissipativa (o sistema dissipativo) si intende un sistema termodinamicamente aperto che lavora in uno stato lontano dall’equilibrio termodinamico scambiando con l’ambiente energia, materia e/o entropia. I sistemi dissipativi sono caratterizzati dalla formazione spontanea di anisotropia, ossia di strutture ordinate e complesse, a volte caotiche. Questi sistemi, quando sono attraversati da flussi crescenti di energia, materia e informazione, possono anche evolvere e, passando attraverso fasi di instabilità, aumentare la complessità della propria struttura (ovvero l’ordine) diminuendo la propria entropia (neghentropia).

Marie Laure Colasson intende la pittura come uno spazio figurale, un ordo idearum, una «struttura dissipativa», una struttura complessa di forme e colori soggetta a biforcazioni e deviazioni non lineari che opera all’interno di un «sistema aperto» per eccellenza quale è lo spazio. Nello spazio il «processo conglobativo» si ripete trilioni di volte con una serie di variazioni pressoché infinite. Il linguaggio figurale della Colasson recepisce l’idea dello spazio figurale come la struttura tipica della complessità dell’ipermoderno.

Il discorso sulla verità e sul senso della pittura ancorata ad un concetto di mimesis è stato derubricato e sostituito da un discorso sulla vertigine e sulla reversione della profondità in superficie, dell’originale in simulacro, dell’ordo rerum in ordo idearum, ovvero, in ordo phantasmaticum. Il discorso sul senso si è rivelato un similoro, un falso, un ideologema. La superficie, il simulacro, l’illusione, l’abbaglio sono gli avatar della figurazione colassoniana. Tutta la strategia della nuova figuralità è di portare le cose alla mera apparenza del loro insorgimento, di farle irradiare e consumarsi nel gioco dell’apparenza e della dis-apparenza.

[Marie Laure Colasson, présence, acrilici 30×30 cm. 2024]
 
L’ombra con la valigetta 24 ore in mano
è un passante, un transitante in viaggio alla ricerca del senso e del significato, un significato barrato dal significante che lo soggioga e lo sposta di continuo. È la condizione dell’uomo moderno, deiettato dal significante e dal significato, costretto, suo malgrado, ad abitare una struttura dissipativa, una bolla spazio temporale, un ologramma.
 
La pittura di Marie Laure Colasson pone il problema del feticismo del valore dei colori assunti nella loro presunta e apparentemente ovvia naturalità. Se i colori fossero l’espressione del soggetto, sarebbe improprio parlare di feticismo, i colori in un sistema figurale e figurativo sono sempre regolati dal sistema-medium che disciplina le equivalenze, i gusti e i sistemi di valori.
 
È nel codice del valore che l’oggetto-colore trova il significato di valore, il quale è il frutto di un’astrazione che pone tutti gli oggetti-colore su un piano di equivalenza e che fa della loro unicità una simulazione di senso, una performazione di senso. Ciò che viene feticizzato nell’atto della usucapione del colore è il singolo colore valore d’uso del singolo oggetto-colore; è l’intero sistema del valore-colore come colore naturale che la figuralità della Colasson mette in discussione insieme  allo stesso giudizio culturale di gusto.
 
Marie Laure Colasson opera una critica della economia politica del gusto, è questo il punto. I colori vengono sottratti al sistema del gusto, e solo allora vengono ri-significati, ri-semantizzati. Questa astrazione pone la necessità di una nuova configurazione della figuralità, perché è sul piano della astrazione che si gioca la partita della legittimità del valore-colore. È da questo assunto che si diparte il bisogno di un nuovo codice, di una nuova semiotica dei colori e delle forme ad essi connesse.
La Colasson opera una riconfigurazione dello spettro coloristico dei colori naturali ormai feticizzati in quanto espressione del valore di scambio. Il falso risiede nel raddoppiamento della forma-colore che investe tanto la produzione di segni quanto la produzione figurale mediante la quale la stessa forma-valore si riproduce ai fini del riconoscimento sociale. L’ideologia del riconoscimento culturale è già implicita nel livello della produzione materiale e nel rapporto di consumo del valore-colore.
 
È paradossale che sia stata la stessa critica marxista del capitalismo ad affinare il processo di razionalizzazione attraverso la «naturalizzazione» del valore d’uso e, con esso, del valore di scambio. È la stessa forma strutturale del codice, non colta nell’analisi marxista del feticismo della merce, a innervarsi nuovamente nel valore d’uso. Contrariamente alla tradizionale posizione marxista che intende il valore d’uso come il rapporto tra il bisogno dell’uomo e la proprietà del prodotto del suo lavoro, in realtà è anche il valore d’uso un rapporto sociale, e quindi un’astrazione. L’astrazione dal sistema delle convenzioni dei colori e delle forme che si manifesta nel sistema del gusto nel momento della fruizione e dello scambio.
 

(Giorgio Linguaglossa)

Marie Laure Colasson nasce a Parigi nel 1955 e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi e Argentina, ha insegnato danza classica e coreografia di spettacoli di danza contemporanea. Nel 2022 per Progetto Cultura di Roma esce la sua prima raccolta poetica in edizione bilingue, Les choses de la vie. È uno degli autori presenti nella Antologie Poetry kitchen 2022 e Poetry kitchen 2023, nonché nella  Agenda 2023 Poesie kitchen edite e inedite (2022),  nel volume di contemporaneistica e ermeneutica di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, (2022), nonché nella antologia di undici autori kitchen Exodus del 2024,  Progetto Cultura, Roma. È componente della redazione della rivista on line l’ombradelleparole.wordpress.com e della rivista trimestrale di poesia e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. Sulla sua pittura hanno scritto, tra gli altri, Mario Lunetta, Edith Dzieduszycka, Lucio Mayoor Tosi, Gino Rago e Giorgio Linguaglossa.

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