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Immagine elaborata con Copilot | DALL·E 3.

Non avrebbe mai pensato di poter vedere, un giorno, il corpo inerte del Commissario disteso sul tavolo di un obitorio.
In qualche modo, attenendosi ai certosini dettami di una pratica nota solo a una ristretta cerchia di esperti di medicina legale, Doc e i suoi assistenti erano riusciti a ricomporre il volto del cadavere in un’espressione che, se non poteva dirsi di serenità, quantomeno rasentava la pacifica accettazione della fine. La maschera che aveva deformato i lineamenti del Commissario – come l’aveva intravista Briganti mentre gli uomini della Scientifica rimuovevano il corpo dalla scena del crimine – non era scomparsa. Ma un lavoro minimo di cosmesi avrebbe nascosto del tutto le ferite sugli occhi, sulle labbra e sulle guance. Il trattamento avrebbe reso il cadavere uno spettacolo accettabile nella teoria funeraria di una camera ardente. Ma adesso, nel seminterrato che era territorio di Lanzi, la vista di quel volto così dissonante richiamò alla mente di Briganti una icona clownesca, un saltimbanco scampato all’olocausto mnemonico della sua infanzia.
Occhi tristi e smorfia sorridente intessevano l’espressione contraddittoria di qualche enigmatico Pulcinella d’avanguardia. Un misto di felicità e sofferenza, di sconforto ed esultanza, conviveva nella maschera, in rottura con la comune accettazione della polarità delle rispettive nature.
Briganti sbatté le palpebre nel vuoto, in un mondo di soli odori. Disinfettanti e composti chimici per i quali non trovava un nome dominavano lo spettro della sua percezione. La parte più antica del suo cervello, quella risalente allo stadio rettile dell’albero evolutivo, decodificò l’informazione olfattiva in una frazione di secondo e lanciò un segnale modulato in frequenza alla superficie continentale del sistema limbico, la struttura caratteristica dei mammiferi che, tra le altre cose, è la sede dell’istinto. Qui il segnale emerse in forma cosciente e Briganti ricordò di trovarsi nel laboratorio di Lanzi.
Quello che restava era davanti a lui: un organismo immobile abbandonato al flusso entropico della decomposizione, che non serbava più alcuna traccia delle doti d’intelletto che ne avevano animato la mente.
Un corpo spento, nel gergo impietoso dei necromanti.
Il Commissario era regredito a uno stadio base, al rango di materia di indagine. Buono, al limite, per gli incubi di un bambino.
Nel silenzio statico del seminterrato, rotto appena dal ronzio dell’impianto di climatizzazione, Briganti s’inerpicò sulla salita della concentrazione. Cacciò da una tasca il suo astuccio argentato e lo posò su un ripiano, accanto a uno dei terminali olografici che attrezzavano il laboratorio. Quindi si tolse l’impermeabile e sganciò la fondina ad armacollo. Dopo aver posato la Typhoon e la sua custodia di cuoio sulla scrivania, passò alla cravatta. Infine si sbottonò il colletto della camicia e si rimboccò le maniche fino ai gomiti. Ogni sua mossa era parte di un rituale studiato in ogni dettaglio e ripetuto allo sfinimento, decine di volte.

Un estratto procedurale da Ricordi proibiti (Delos Digital, 2024).

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Anche Resurgam era attraversata, come ogni comunità umana, da un gradiente di ricchezza che calamitava i pezzi grossi in prossimità del fulcro di potere. E sulla Stazione, questo centro era la Cattedrale.
La residenza dell’amico di Ayesha si trovava a ridosso dei quartieri altolocati, al secondo livello della Stazione, e sovrastava la galleria di uscita del Penrose Express. Era una posizione privilegiata, come ci si sarebbe aspettati da un boss. La porta era preceduta da un vestibolo ornato di piante in fiore: ibridi artificiali, che Triton non aveva mai visto prima.
Ayesha non usò il riconoscimento genetico della porta. Si fece annunciare attraverso i circuiti della domotica e attesero alcuni secondi perché una ragazza si presentasse alla porta. Capelli neri raccolti in una coda dietro la nuca, occhi intelligenti ed espressione composta. La ragazza tradì un sentimento di complicità che al segugio non sfuggì, come se avesse riconosciuto Ayesha all’istante, sebbene la presenza di Triton la obbligasse ad attenersi a un severo distacco professionale.
– In cosa posso esservi utile?
– Devo vedere Paul de la Roya – disse Ayesha, in tono formale.
La ragazza sulla soglia cedette il passo e li lasciò entrare senza opporre resistenze. A giudicare dall’ingresso, l’appartamento doveva essere vasto e lussuoso. Lo pervadeva una luce bassa, azzurrognola, ricreando un’atmosfera cavernosa. Alle porte e nelle pareti erano incastonati riquadri geometrici in vetri colorati, disposti in composizioni raffinate che richiamavano l’antica estetica terrestre di stampo Art Déco. Una fluttuazione attraversava l’aria, come se la luce sgorgasse da profondità liquide. Le vetrate panoramiche si affacciavano sul primo tratto della ferrovia orbitale.
Dei passi, in fondo alla sala, anticiparono la comparsa di una figura longilinea. Quando il volto di de la Roya emerse dall’ombra, Triton ne incrociò gli occhi e si sentì precipitare in un baratro di ricordi…
Aveva cavalcato onde gravitazionali sul margine di Niger, con occhi come quelli. Aveva spinto la sua freccia a velocità semi-relativistiche e sperimentato l’ebbrezza della discesa e della risalita, in compagnia di quello sguardo. Ed erano sopravvissuti alle innumerevoli insidie di un oceano quantistico ribollente, nell’ergosfera.
Un nome, dal fondo del baratro: Rosario Espinoza. La Rosa Spinata, come l’aveva chiamata una volta Billy Holotropic Long, il più grande tra tutti i discesisti che erano passati da Resurgam, il cui ultimo volo era stato un suicidio nelle spire della nigredo, oltre l’orizzonte degli eventi. Per tutti gli altri, semplicemente “la Bruja”.
Maman Rosario – disse Triton e subito un numero prese forma nella sua testa.
Fu come se una nuova onda travolgesse le sue funzioni psichiche, annichilendo le facoltà di discernimento e individuazione che erano i pilastri della psiconautica. In quegli occhi c’era molta più storia che negli archivi-dati di Resurgam. C’erano vita, passioni, fallimenti, delusioni, crolli e rinascite. C’erano tutte le vette e le valli degli stati d’animo che si possono avvicendare lungo la curva dell’esistenza. E il panorama su cui si affacciavano quegli occhi celebrava la grandezza della memoria in opposizione al baratro dell’oblio.
Rotta 992, pensò Triton. E lo pensò con la voce di Lone.
La 992 punta dritta nell’ergosfera, aveva detto Ayesha.
Vai tranquilla, ragazza…
Il mondo intorno a Triton/Lone vorticò, troppo velocemente – questa volta – per poterne recuperare il dominio. Lo psiconauta crollò sotto il peso di una crisi epilettica.

Brano estratto da Vanishing Point, in edicola con l’Urania Jumbo n. 54 ancora per tutto il mese di aprile.

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…molti libri di testo dicono che una lingua è un meccanismo per l’espressione dei pensieri. Ma la lingua stessa è pensiero. Il pensiero costituisce l’informazione e la forma che essa si sceglie. La forma concretizza una lingua, e la forma di Babel-17 è… sorprendente.

Babel-17 – Samuel R. Delany

Vennero a prelevarlo nei suoi alloggi, ma lui ormai era partito. La luce esterna li colse impreparati e si confuse con l’allarme dei firewall, che innescò all’istante i loro wareWolves. Una scarica di neurotrasmettitori e i muscoli dei tre agenti si irrigidirono. Gli info-lupi da guardia codificati in difesa dell’integrità delle loro routine neurali li inchiodarono sulla soglia, mentre si accertavano dell’entità della minaccia.
Immagini ipnagogiche ristagnavano intorno agli uomini in divisa da microgravità e alla donna con i gradi di commissario della NERVE. Frammenti di scene interrotte, periodi perduti di un testo difficile da ricomporre. Nient’altro.
Uno scherzo, come sarebbe stato lecito aspettarsi dal loro obiettivo…
– Figlio di…
La donna fulminò con lo sguardo il sottoposto, poi si disinteressò di lui. C’era una ragazza seduta al centro della stanza, ma lo sguardo del commissario la superò e precipitò nello scenario che si schiudeva intorno a Resurgam.
La Stazione stava transitando pochi gradi sopra l’eclittica del Gorgo e la sua inclinazione forniva un punto di vista privilegiato sul tormento cosmico di Scylla, vampirizzata dalla sua invisibile Cariddi. Le fauci quantistiche del mostro divoravano il plasma incandescente con tranquillità, al riparo dietro la baluginante curvatura ottica della lente gravitazionale. Il transpex della parete panoramica era stato polarizzato per filtrare le frequenze più alte dello spettro, così una luce soffusa penetrava nel locale, spargendo i toni ambrati di un tramonto improbabile.
Gli occhi si fissarono tutti sull’abisso, là fuori. Nella scala delle priorità, la curiosità per l’apocalisse gravitazionale in corso aveva guadagnato il loro interesse: era la fine di tutte le cose, impossibile guardare con occhi diversi all’entità annidata in fondo al Gorgo. Nessuno ci sarebbe più riuscito, comunque, dopo che il mostro aveva tradito la sua instabilità, rivelandosi meno prevedibile del loro peggiore incubo. Mentre gli agenti di sicurezza completavano le loro verifiche subliminali, gli sguardi e i dubbi dei presenti si rincorrevano laggiù, nel profondo, incapaci di resistere all’attesa di un nuovo cataclisma. Solo i rapporti dei sistemi di difesa neuronica li richiamarono al momento contingente di quell’ultima stanza sospesa sull’orlo del baratro.
I wareWolves confermavano che si era trattato di un falso allarme: il contagio semantico aveva ormai quasi completato la sua parabola infettiva, dissipando il grosso del potenziale degenerativo. Gli agenti antivirali tornarono in stato idle, la procedura di emergenza rientrò sotto la soglia di guardia.
Il virus disgregante era ormai inerte, ma prima di spegnersi aveva aggredito tutto ciò che poteva compromettere e questo avrebbe reso cruciale il ruolo del segugio…
– Dov’è lui? – Le parole della donna risuonarono remote nella desolazione dello scenario. Gli uomini al suo seguito non fecero una piega nelle tute grigie dal taglio marziale. Su di esse, il marchio della NERVE dispiegava i suoi ideogrammi come petali d’acciaio.
La ragazza rimase china nella penombra. Contorta in una posa grottesca nella microgravità di Resurgam, le vertebre che tendevano la maglia di tessuto acaro-repellente, si stava cullando in un abbraccio invisibile e somigliava a un’antica bambola scordata. Un giocattolo a orologeria, dimenticato dopo un gioco che aveva presto lasciato campo libero alla noia.
– Dov’è andato? – insistette l’ufficiale della NERVE. Luce gelida nei suoi occhi, tanto fredda da bucare la gamma dell’infrarosso.
– Da qualche parte, là fuori – si risolse a rispondere la ragazza. I suoi lunghi capelli corvini riflettevano la luminescenza olografica di un modello planetario del sistema di Scylla/Niger. La Cintura, Klapeyron IV e Hybor e le loro lune, gli altri pianeti, vorticavano tutti nella solennità della loro danza cosmica in miniatura davanti a lei. I suoi occhi, fin dall’arrivo dei mastini della NERVE, non si erano scollati dalla proiezione.
Il silenzio si fece sepolcrale e carico di presagi sinistri per il terzetto d’intrusi, calati in quello scenario di sconfortante abbandono. L’appartamento era stato svuotato in fretta e furia, probabilmente non dall’uomo che lo aveva occupato negli ultimi sette anni-Terra. Malgrado l’azione disgregante del virus, nella scia della sua partenza sopravviveva l’eco di ricordi fuori dal tempo. Il tocco degli angeli del sogno dell’inquilino ristagnava nei ricettori passivi, penetrato in profondità negli strati nanotubolari di carbonio dell’habitat, come un’ombra psichica difficile da estirpare.
Ci avrebbe pensato il segugio.
– Se n’è andato – riprese la ragazza, come se stesse concludendo una sua linea di pensiero privata. – Per sempre.

Vanishing Point.

Il resto su Urania Jumbo n. 54, per tutto il mese di aprile in edicola.

Ad aprile, torna anche Vanishing Point, secondo capitolo delle mie programmate, e mai completate, Cronache del Gorgo. Siccome sono passati 13 anni dalla sua ultima apparizione, vale la pena riprendere il filo. E dunque… dove eravamo rimasti?

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Tutto comincia con Orizzonte degli eventi, racconto pubblicato inizialmente sulle pagine della rivista telematica di fantascienza Continuum, fondata e curata da Roberto Furlani, e poi riproposto nell’antologia di racconti connettivisti Frammenti di una rosa quantica, curata da Lukha B. Kremo per Kipple Officina Libraria (2008). Era in quelle pagine che veniva introdottto l’ecosistema orbitale di Resurgam, un remoto avamposto della civiltà umana situato ai confini della galassia. In questo futuro, un network interstellare consente di superare le enormi distanze siderali attraverso dei portali quantistici, ma la rete non può arrivare dappertutto, sia per limiti fisici intrinseci che per ragioni che potremmo definire politiche, così ai suoi margini fioriscono delle comunità autonome, pressoché isolate, in grado di evolversi lontano dall’influenza della Trascendenza (come si è «umilmente» ribattezzata l’umanità del futuro).

Resurgam è uno di questi posti, la cui economia si trova a essere incentrata sullo sfruttamento energetico del buco nero intorno a cui orbita e sul recupero dei reperti archeologici di un’antica civiltà aliena estinta, che ha lasciato solo enigmatiche vestigia sugli asteroidi e i pianeti del sistema di Scylla-Niger. È in questo sottobosco postumano che si muovevano Jerry Lone, Ayesha e la Bruja, la più esperta tra i recuperanti ancora in circolazione. Ed è lì che li avevamo lasciati, in seguito al recupero di un sistema di navigazione che prometteva di stravolgere le conoscenze dell’umanità e le loro vite…

Molte cose sono cambiate nel frattempo, come scopriranno i lettori tornando alle pagine di Vanishing Point. Per cominciare, Jerry Lone è svanito nel nulla, gran parte dei recuperanti della sua banda hanno finito per dedicarsi ad altre imprese, ma Ayesha è ancora lì, alla disperata ricerca delle ultime tracce lasciate dal suo compagno, convinta che qualcosa possa essergli successo proprio a causa della sua straordinaria scoperta. Ed è a questo punto che approda a Resurgam anche un’emissaria della Trascendenza, nonché di una delle più spietate organizzazioni al suo servizio, la NERVE, portandosi dietro uno psiconauta arruolato per aiutarla a ritrovare il manufatto alieno scomparso insieme al recuperante…

Come Orizzonte degli eventi (che per chi volesse può essere recuperato in versione integrale su su questo blog), anche Vanishing Point è una storia che deve molto a Samuel R. Delany, M. John Harrison, Greg Egan e Alastair Reynolds, e sono felice che venga riproposta proprio in appendice a un romanzo del grande maestro britannico della new space opera: la novella è infatti pubblicata in appendice all’Urania Jumbo n. 54, che presenta ai lettori italiani il romanzo del 2022 Eversion con il titolo di Il ritorno della Demetra.

Enjoy! (E magari fatemi sapere cosa ve ne è sembrato…)

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Śūnyatā, ovvero “vacuità” in sanscrito, è un concetto che nella dottrina buddhista indica una condizione ontologica su cui si fondano diverse scuole di pensiero, non ultima quella del monaco Nāgārjuna, per il quale tutti i fenomeni (dharma) sarebbero privi di identità e niente possiederebbe una natura indipendente. Ulteriormente estesa, la dottrina del Śūnyatā afferma che la realtà non è dotata di esistenza intrinseca, ma sorge solo da una “originazione interdipendente”, in cui ogni entità esiste solo in relazione alle altre e ogni cosa esiste solo nell’interconnessione con tutto il resto. In altre parole, tutto è connesso con tutto, un approccio sostenuto anche da Carlo Rovelli nell’interpretazione relazionale della meccanica quantistica che ha contribuito a formulare ormai trent’anni fa e a sostenere per tutto questo tempo.

È (anche) intorno a questa idea che si sviluppa, al di là delle intenzioni stesse del suo autore, il volume omonimo dato alle stampe da Eris Edizioni, che ha cominciato a far discutere molti addetti ai lavori e appassionati (si legga per esempio qui e qui) ancora prima della sua uscita. Un graphic novel che è allo stesso tempo un’opera d’arte concettuale e un conte philosophique, un organismo ibrido e sintetico che si propone di esplorare le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale generativa (AGI), inserendosi nella maniera più intelligente ed efficace possibile nel dibattito sul ruolo delle AI nell’industria culturale, e sull’impatto dei nuovi strumenti di produzione addestrati con dataset (di dominio pubblico o meno) sui sempre più fragili equilibri di un settore già in crisi. Che poi, con attori e tecnologie diverse, è un confronto che ha conosciuto diverse stagioni, ma affonda le radici già nelle prime forme di automazione del lavoro umano. Solo che qui cominciamo a spostarci dalla dimensione fisica a quella concettuale, e il discorso si fa immensamente più articolato, complesso e interessante.

Francesco D’Isa, filosofo, artista digitale e romanziere, nonché direttore editoriale della rivista culturale L’Indiscreto, aveva già dedicato al tema estese e approfondite riflessioni. Ma probabilmente è con quest’opera che guadagna un vantaggio forse incolmabile rispetto alle voci contrarie, barricate su posizioni destinate a essere spazzate via dal corso degli eventi: non perché gli oppositori delle AGI siano indistintamente dalla parte del torto, ma perché la legge di Riepl sta già trascinando alla deriva i loro argomenti come resti di un naufragio sospinti dalla corrente del tempo.

Quello di D’Isa con Sunyata è un tentativo di rendere esplicite le potenzialità di una tecnologia di cui abbiamo solo cominciato a intravedere qualche raro, sporadico e incoerente barlume. La trama del volume è talmente rarefatta da risultare poco più di un pretesto. Eppure, mescolando meditazione e simbolismo con una sensibilità molto vicina alle filosofie orientali, riesce ad addentrarsi nello spazio ancora inesplorato in cui si incontrano le potenzialità della macchina e la creatività umana, dove possibilità ancora latenti attendono di essere destate per estrinsecare tutta la loro carica dirompente, alimentando i sogni delle AI con fantasie e ansie umane e, viceversa, mettendo a disposizione della mente umana il fuoco di un potere tecnico potenzialmente immenso.

D’Isa ci conduce così per mano in una dimensione onirica, in cui la realtà si specchia e con lei si specchia anche l’identità della protagonista, che finisce per scindersi in una pluralità di soggetti interdipendenti, in relazione l’uno con l’altro. La chimera, che come le fiere dantesche le si presenta nel corso del suo vagare per una selva di simboli, è dapprima fonte di spavento e poi di un’ambigua fascinazione, e sembra incarnare l’ambivalenza delle tecnologie TTI (text-to-image) contro cui è stata canalizzata la polemica degli ultimi mesi.

Il discorso, come sottolinea l’autore nella sua preziosa introduzione, si fa presto politico. Prendendo in prestito le parole di Noam Chomsky, citato da D’Isa in un suo recente post sui social:

La maggior parte dei pericoli e dei limiti delle AI può essere riassunta nei limiti del dataset che rappresenta il loro mondo cognitivo. È vitale che questo sia il più aperto e inclusivo possibile, oltre che modificabile e trasparente, in modo da non offrire delle AI che parlano (e impongono) solo un mondo culturale. Ogni proposta che ostacoli la massima apertura del dataset come il copyright è da rifiutare con forza“.

Noam Chomsky, New York Times (8 marzo 2023)

Per quanto la sua suggestione sia innegabile, Sunyata si può dire un’opera riuscita solo in parte, e paradossalmente è in questa incompiutezza che risiede il suo successo più grande, dal momento che se la componente narrativa si risolve in una parziale evoluzione delle sue esili premesse, è la parte grafica, senz’altro la componente più sperimentale del progetto, a risplendere sfolgorante e a gettare nuova luce – e nuove ombre – sul futuro che già muove i primi passi tra di noi.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Avviso ai naviganti

Questo blog appartiene a Giovanni De Matteo, anche conosciuto per i vicoli della rete come X. Nel 2004 è stato tra gli iniziatori del connettivismo. Legge e guarda quel che può, e se riesce poi ne scrive. Si occupa soprattutto di fantascienza e generi contigui. La sua passione è sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Dopo Corpi spenti e Karma City Blues, il suo ultimo romanzo è anche il primo: s'intitola Ricordi proibiti.

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