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I miei sogni, da molto tempo a questa parte, deviano raramente verso la dimensione dell’incubo. Anche quando ero più giovane, i «brutti sogni» occupavano una porzione piuttosto marginale, direi quasi occasionale, della mia esperienza onirica. Potrei contare sulle dita di una, al massimo due mani gli incubi di cui ho memoria, e quello più vecchio di tutti, che a differenza degli altri si è anche ripresentato nel corso del tempo al punto da poter aspirare allo status di «incubo ricorrente», ha a che vedere con l’acqua.
Il primo ricordo che ne ho risale a quando avevo sei o sette anni e all’epoca lo associai alle immagini di un film che dovevo aver visto sul vecchio televisore a casa dei miei nonni. L’apparecchio era un Philips dei primi Anni ’80, da dieci o dodici canali, a sintonia rigorosamente manuale: si poteva cambiare canale tramite una pulsantiera situata accanto allo schermo, ma a parte le reti Rai e i tre canali del Caimano che si apprestava a fagocitare il paese, riusciva a catturare le frequenze solo di un paio di altre emittenti locali, assecondando i capricci della telediffusione dell’epoca.
Il tubo catodico illuminava fosfori scadenti, restituendo immagini che già di per sé sembravano recuperate dalle memorie di un cadavere, ma io ho da sempre il ricordo nitido e certo di questa piovosa e grigia mattina domenicale della mia infanzia in cui, forse per la prima volta, m’imbattei nella sequenza onirica ambientata in un abisso molto particolare che mi avrebbe accompagnato da lì in avanti.
Non si trattava di un abisso naturale, ma di qualcosa di molto più inquietante. Ci trovavamo infatti in una struttura sommersa di qualche tipo, come mi sarebbe capitato di ritrovare anni dopo tra le pagine di J. G. Ballard e che a un certo punto mi sarebbe sembrato di riconoscere nella sequenza iniziale di Inferno, il film di Dario Argento che in effetti sarebbe cronologicamente compatibile con la ricostruzione, ma che purtroppo presenta con i miei ricordi una sovrapposizione solo parziale. Infatti, nella sequenza perpetuata nei miei ricordi, a nuotare nelle profondità abissali di una costruzione sommersa erano un uomo e una donna, o per meglio dire un uomo alle prese con il vano tentativo di liberare la donna, disperatamente avvinta da catene. Anche se la memoria si attenua e si fa sempre più fallace, giurerei che la donna era sbucata da una cassa, forse una bara, ma il particolare che mi sembra ancora adesso maggiormente degno di nota è un altro: non erano corde ad avvolgere le sue membra, mentre i cui lunghi capelli si aprivano a ventaglio nelle profondità di questo abisso senza scampo, ma catene d’acciaio, e in effetti una logica irrazionale connotava tutta la sequenza.
Non riuscii mai a capire come fossero arrivati lì sotto quei due, o chi avesse incatenato e rinchiuso la donna nella cassa, né tantomeno come fosse finito sott’acqua quel palazzo, ma negli anni successivi mi sarebbe sembrato di cogliere echi e riflessi della sequenza in un numero imprecisato di opere, quasi sempre incompatibili, oltre che per i dettagli anche storicamente, con le circostanze del mio ricordo.
La visione di quella sequenza mi ipnotizzò ed ebbe un effetto quasi mesmerizzante sulla mia immaginazione di bambino. Credo che fu proprio questo il motivo per cui qualche adulto della mia famiglia, mia madre o forse mio padre, vedendomi tanto assorto e affascinato dalle immagini che si componevano sullo schermo a bassa risoluzione del Philips e temendo per gli incubi che avrebbero potuto istradarsi nella mia attività onirica notturna, si decisero a interrompere bruscamente la visione, spegnendo la TV o cambiando canale. Non sono in grado di dire se quella sequenza anticipò, quindi a tutti gli effetti ispirandoli, i miei incubi, o se al contrario furono i miei incubi a trovare una risonanza inattesa nelle immagini di quel film perduto di cui non sono mai riuscito a ricostruire la trama, il titolo e le caratteristiche di produzione, sempre che sia mai davvero esistito.
In anni recenti, mi è capitato però di tornare a quel sogno/incubo. L’ultima volta alcuni dettagli erano più chiari e facili da decodificare: mi trovavo in una specie di piattaforma petrolifera sprofondata nelle acque, e guardando verso la superficie riuscivo a riconoscere in controluce un carroponte e delle gru, verso cui mi sforzavo di risalire, ma ogni bracciata, ogni spinta, non riusciva ad accorciare la distanza che mi separava da loro. Alla fine mi abbandonavo al richiamo della gravità e sprofondavo lentamente verso la liquida e densa oscurità sottostante, con un senso di angoscia e sconfitta che si prolungava fino ai limiti estremi che mi erano consentiti dall’apnea.
Le ricostruzioni che mi è capitato di leggere sul tragico incidente occorso lo scorso 9 aprile presso la centrale idroelettrica di Bargi hanno indirizzato i miei pensieri in una spirale discendente proprio nella direzione di quel ricordo d’infanzia e del mio incubo più vecchio. La descrizione dell’impianto, con i dieci livelli articolati intorno a un pozzo verticale che scende fino a 54 metri sotto il livello del lago di Suviana e il carroponte in superficie usato per movimentare i carichi pesanti, ha chiuso il cortocircuito, riproiettandomi nella dimensione angosciante di quella sequenza perduta e del mio incubo più antico.
Forse è la più vivida rappresentazione di ciò che nel diario del Professor Morgan P. Carter, riportato integralmente in appendice al romanzo, presento come l’Interliminale, riprendendo una definizione che avevo già usato sul blog qualche anno fa:
In fondo, tutto il mio lavoro scaturisce da un sogno. E in particolare l’Interliminale stesso, la teorizzazione della dimensione cognitiva zero, è frutto di mie ampie e approfondite riflessioni sulla teoria del sogno. Fin dai miei primi articoli per la Psychological Review non ho fatto altro che interrogarmi sulle proprietà che diamo solitamente per scontate, ma che finiscono per risultare caratterizzanti della dinamica del sogno comune alla nostra esperienza. Ricordo per esempio le lunghe e accurate riflessioni, e le altrettanto lunghe e ben più accese discussioni con i colleghi, sull’assenza quasi totale di tecnologia elettronica dagli scenari onirici.
In fondo, posso far risalire proprio a questo i presupposti teorici dell’Interliminale, con quello che arrivai a definire – senza molto seguito, lo ammetto – il mio personale principio di esclusione: “il sogno filtra tecnologie oltre un certo stadio di complessità”. C’è sicuramente un retaggio biologico-evolutivo, come sostenevano la maggior parte dei mie colleghi, essendo opinione diffusa che il sogno sia una funzione sviluppata per preparare il soggetto alle insidie della veglia, fin dal tempo in cui il soggetto era solito dormire su un albero o in una caverna e la sua veglia consisteva in un ciclo di tentativi di sopravvivenza ai predatori, alle incursioni delle tribù rivali e a tutta una serie di minacce architettate dalla natura matrigna. Ma a mio modo di vedere c’era anche altro, e continua a esserci: una sorta di meccanismo di autoprotezione del sonno, per impedire – o per lo meno limitare – il possibile sconfinamento in dimensioni oniriche di livello inferiore. Questa sorta di censura onirica agirebbe come un firewall psichico, impedendo ai soggetti di introdurre tecnologie sufficientemente evolute nel contesto del sogno da riuscire a manometterlo arrivando, di fatto, a sabotarlo.
Questo nella mia formulazione più accessibile e accademicamente spendibile su una pubblicazione in peer review. Ma esiste poi una formulazione più ristretta e audace che ha trovato posto solo nei miei appunti dell’epoca e non ha mai visto la luce del dibattito pubblico. Se la mia sia stata prudenza o una forma di tacito pudore, non saprei dirlo. Ne faccio menzione qui perché il pensiero dell’Interliminale non ha potuto non richiamare anche questi miei vecchi pensieri dalla fossa del tempo in cui li avevo sepolti.
Questa seconda formulazione si domanda se tecnologia e sogno non siano in effetti due espressioni della stessa funzione: un tentativo, con mezzi diversi, di evasione dalla realtà fisica. E se così fosse, la dimensione cognitiva zero che assume la forma dell’Interliminale, non potrebbe esercitare una forma di attrazione psico-gravitazionale, cercando di riportare ogni coscienza abbastanza evoluta da essersi in parte sganciata – diciamo anche: parzialmente affrancata – dalla sua risonanza, in perfetta sintonia con la sua frequenza fondamentale?
Echi e immagini che si rincorrono. Eventi e ricordi che s’insinuano nell’immaginazione e che dall’immaginario entrano in risonanza con la realtà. Una prova plastica della permeabilità tra le dimensioni. L’ennesima testimonianza che nell’universo ogni cosa è connessa.
Le immagini che accompagnano l’articolo sono state generate con Copilot | DALL·E 3.
Momento di autopromozione spiccia, ma non poi così fine a se stessa. Finalmente è in uscita un’antologia che chi ci ha lavorato aspettava da un po’: la data è il 7 novembre, non proprio dietro l’angolo insomma, ma se ne comincerà a parlare già a Strani Mondi il prossimo 14-15 ottobre.
Come anticipa Carmine Treanni, che con Luca Ortino ne ha curato la selezione e scritto il saggio conclusivo che inquadra la climate fiction, il titolo è un omaggio neanche troppo velato a J. G. Ballard e al suo romanzo d’esordio, nonché primo tassello della sua tetralogia delle catastrofi naturali dedicate ai quattro elementi.
Nell’antologia, sono presente con un racconto che ho scritto nella prima metà del 2022 sullo slancio di un’ispirazione e di una motivazione ritrovati. S’intitola Santuario e parla di cambiamenti su diverse scale, dal tempo profondo della geologia a quello centenario delle società umane, per scendere fino alla granularità frammentata delle vite umane, che tuttavia, a volte, possono ritrovarsi a essere sconvolte dall’arrivo di un fronte d’onda nato nel passato, ma che nell’intervallo di pochi decenni ha saputo guadagnare abbastanza energia da stravolgere ogni cosa, spazzando via certezze che credevamo granitiche e convinzioni che dubitavamo potessero cedere il passo a una consapevolezza diversa. Santuario è, in diverse forme, un racconto sull’energia, il primo su questo tema con cui mi misuro in realtà ogni giorno da qualcosa come sedici anni. Ed è un racconto sul mutamento e sull’evoluzione, dell’uomo come specie e delle società che costruisce.
Credo che sia in fondo un lavoro molto tecnico ma anche un po’ poetico, e anche in questo racchiude la quintessenza di quello che dovrebbe essere il connettivismo. Ringrazio qui i curatori e in particolare Carmine per avermi invitato a partecipare al progetto, offrendomi l’occasione per cimentarmi con un tipo di scrittura per molti aspetti diverso dalla comfort zone a cui ero abituato.
Ancora Mark Fisher, ancora J. G. Ballard. Leggo del progetto Tiny Colour Movies di John Foxx in un pezzo di Fisher antologizzato in Spettri della mia vita e mi fiondo ad ascoltare Skyscraper su YouTube sulla risonanza che innesca nella mia testa il collegamento alle sonorità di Vangelis per Blade Runner.
Nel brano ritrovo effettivamente quelle atmosfere, ma c’è in effetti anche altro, o forse sono atmosfere che sembrano simili, ma in realtà tradiscono uno spirito diverso. Perché se ogni nota di Vangelis ci parlava (e ci parla ancora) del futuro – sorvoliamo al momento se si tratti di un futuro che non è stato, da cui la nostalgia, o di un futuro che si è fin troppo inverato, da cui il rimpianto per un futuro ormai passato in cui avremmo fatto in tempo a correggere la traiettoria della storia – è invece vero che quella di John Foxx è più un’operazione che Fisher riconduce giustamente allo slowtime, “un tempo di distacco meditativo dalla confusione del presente”.
Il video, con quegli spezzoni decontestualizzati di riprese di grattacieli, le dissolvenze con le performance di Foxx, trasferisce lo spettatore/ascoltatore in una dimensione parallela. Un mondo in grado di esaltare sulla scala delle megalopoli lo smarrimento che proviamo davanti ai quadri surrealisti di Paul Delvaux o Giorgio De Chirico, in cui la metropoli progressivamente slitta – come le ombre dei palazzi fuori campo che scorrono in timelapse sulle facciate dei palazzi inquadrati – nella condizione di necropoli, e i suoi abitanti diventano spettri di passaggio. E ancora le dissolvenze, i tramonti, i bagliori del giorno sui grattacieli (c’è anche molto Hopper, nella luce che illumina quasi dolorosamente alcune sequenze), mentre le ombre della notte affiorano dalle strade.
Quando la notte trascorre e le insegne al neon che hanno intessuto con i fari delle auto una danza mistica si sciolgono nella luce spettrale di un nuovo giorno sospeso fuori dal tempo, si ha la sensazione di aver assistito davvero a un rito negromantico, un’evocazione che ha messo in comunicazione epoche diverse, che forse abbiamo abitato o altrimenti ricordiamo soltanto di aver abitato. Spazi a cui torneremo, quando da fantasmi torneremo a mischiarci con le ombre.
Tra Mark Fisher e J. G. Ballard, come relitti del futuro, si moltiplicano nel panorama mediatico i segni di una dimensione che siamo solo convinti di conoscere e di comprendere. Una dimensione in cui siamo tutti prigionieri, giocando il ruolo di operatori inconsapevoli.
Siamo entrati da alcune settimane in quel mood un po’ nostalgico che fin dalle estati della nostra giovinezza si accompagna alla fine delle esperienze in cui abbiamo a lungo investito in termini emotivi. Non è una questione facilmente riducibile in termini quantitativi: per quanto possano sembrare tante in termini assoluti, una ottantina di ore spese a guardare una serie TV o una saga cinematografica finiscono per essere molto diluite quando vengono spalmate su un arco temporale di una decina di anni, ma questo non ne riduce affatto l’impatto qualitativo, perché tra un episodio e il successivo, tra una stagione o una fase e quella che ci aspetta, abbiamo speso una quantità non facilmente misurabile di tempo a farci domande e a parlarne con altri appassionati (o potenziali appassionati tra cui fare proseliti), che ha inevitabilmente contribuito ad aumentare le nostre aspettative e con esse il nostro investimento in quel particolare universo narrativo.

Il nostro mood mentre la fine si avvicina… [Lyanna Mormont (Bella Ramsey) in Game of Thrones, courtesy of HBO]
Dopotutto, non credo che sia un’esagerazione affermare che siamo le storie di cui ci nutriamo. Quindi, mentre portiamo avanti la discussione sulle conclusioni di quelli che sono probabilmente i due fenomeni culturali di proporzioni più vaste di quest’ultimo decennio, mi sono inevitabilmente ritrovato a riflettere sui momenti tristemente noti come finali. Sia su Game of Thrones che sul Marvel Cinematic Universe si è ineluttabilmente pronunciato Emanuele Manco, tra i maggiori esperti italiani di entrambi, e sebbene condivida il suo giudizio solo in parte (e più sul primo che sul secondo) vi rimando alle sue disamine dell’episodio 3 dell’ottava stagione di Game of Thrones e di Avengers: Endgame senza dilungarmi oltre. In ogni caso sono stati dei bei viaggi e, come per tutti i viaggi, forse non è così importante quello che troviamo alla fine rispetto a tutto quello che abbiamo avuto modo di apprezzare e imparare nel frattempo, anche (e forse soprattutto) su noi stessi.

Il nostro mood quando una storia finisce… [Marvel Studios’ AVENGERS: ENDGAME: Rocket (voiced by Bradley Cooper) and Nebula (Karen Gillan). Photo: Film Frame ©Marvel Studios 2019]
Però prendendo spunto da questa stagione di grandi e attesi finali, più o meno epici, più o meno riusciti, ho pensato di proporvi una lista, ispirata anche da questo montaggio di CineFix, e quindi, fatta questa doverosa premessa per scaldare i motori, eccoci a parlare di cinque finali su cui ancora oggi, a distanza di anni e in alcuni casi di decenni, continuiamo ancora a parlare, su cui continuiamo a fare ipotesi, costruire castelli teorici e alimentare un dibattito che contribuisce a prolungare la vita delle opere stesse ben oltre i confini temporali della loro fruizione (il che è un po’ la missione di ogni fandom che si rispetti). Sentitevi liberi di aggiungere le vostre considerazioni (e altre graditissime segnalazioni) nei commenti.
E adesso partiamo.
5. 2001: Odissea nello spazio (regia Stanley Kubrick, tratto da un racconto di Arthur C. Clarke, 1968)
Il film che ha consacrato la dimensione leggendaria di un regista già di culto come Stanley Kubrick. L’astronauta David Bowman (Keir Dullea) raggiunge l’orbita di Giove, destinazione della missione Discovery di cui è l’unico membro sopravvissuto, oltrepassa la soglia del monolito che è l’obiettivo della spedizione e si ritrova a esplorare una dimensione interiore, uno spazio psichico e psichedelico. Negli anni della New Wave (il seminale articolo di J. G. Ballard Which Way to Inner Space? apparve sulla rivista New Worlds nel 1962), ecco la prima e più incisiva rappresentazione visiva della rivoluzione concettuale che stava vivendo l’immaginario non solo di genere, proprio mentre l’uomo si apprestava a sbarcare sulla Luna e davvero il futuro era lì a portata di mano. Proprio come Ballard, anche Kubrick e, abbastanza sorprendentemente, il veterano Clarke suggeriscono che le vere frontiere dell’esplorazione non ci attendono lì fuori, ma sono sepolte dentro di noi, e l’ignoto spazio profondo non fa che avvicinarci a questo inner space, sbattendoci in faccia la sua intrinseca inconoscibilità. Se non conosciamo bene noi stessi (chi siamo? da dove veniamo?) come possiamo pretendere di capire ciò che ci attende alla fine del cammino (dove stiamo volando?)? Cosa è diventato Bowman, alla fine del suo viaggio oltre l’infinito? Quali implicazioni avrà la sua metamorfosi per il futuro della Terra e dell’umanità? Per affinità e assonanze, aggiungiamo non solo per dovere di cronaca che questa menzione non può che tirarsi dietro, come spesso accade quando si cita Kubrick in ambito sci-fi, anche Andrej Tarkovskij e i suoi altrettanto fondamentali Solaris (1972, tratto dal romanzo omonimo di Stanisław Lem) e Stalker (1979, tratto dal romanzo dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij Picnic sul ciglio della strada).
4. Blade Runner (regia di Ridley Scott, tratto dal romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick, 1982)
Più umano dell’umano, è lo slogan che demarca il target delle nuove linee di replicanti messi a punto dalla Tyrell Corporation per assistere il programma coloniale extra-mondo. E i Nexus 6 in fuga dalle colonie spaziali, sbarcati sulla Terra per ottenere un prolungamento delle loro vite artificialmente limitate a una durata di soli quattro anni, sono davvero indistinguibili dagli esseri umani di cui sono la copia, se non per il fatto di vantare una resistenza e una forza fisica perfino superiori. Il cacciatore di taglie Rick Deckard (Harrison Ford), richiamato in servizio dall’LAPD per un’ultima missione, riuscirà fortunosamente ad avere la meglio e portare a casa la pelle, anche grazie al provvidenziale ripensamento del leader dei replicanti ribelli Roy Batty (Rutger Hauer). Tornato a casa, deciderà di lasciare la città con l’ultimo replicante, un esemplare fuori serie che lo stesso creatore non ha esitato a definire “speciale” (Rachael Rosen, interpretata da Sean Young). Alla fine gli interrogativi lasciati aperti dalla pellicola, anche per via di un refuso di sceneggiatura (che menziona sei replicanti ribelli, mentre quelli effettivamente presenti o citati nel prosieguo della pellicola sono solo cinque) e poi attraverso i successivi editing di Ridley Scott (con montaggi alternativi che hanno incluso nuove scene, rimosso il finale e la voce fuori campo e apportato altri aggiustamenti minori), vertono tanto sulla figura del cacciatore di taglie (Deckard stesso è un umano o il replicante mancante?) quanto dell’androide che porta in salvo (cos’è che rende davvero speciale Rachael?). Dopo la vasta letteratura di seguiti ufficiali partoriti da K. W. Jeter, a entrambi gli interrogativi prova a dare una risposta con esiti decisamente più convincenti il sequel cinematografico diretto da Denis Villeneuve nel 2017, Blade Runner 2049, che tuttavia lascia aperti ulteriori spazi di indagine e di speculazioni sulle colonie extra-mondo e sul vero ruolo dei replicanti nei piani del magnate Niander Wallace (Jared Leto).
3. C’era una volta in America (regia di Sergio Leone, tratto dal romanzo The Hoods di Harry Grey, 1984)
Un film su cui si sono spese forse altrettante pagine di congetture da rivaleggiare con 2001. L’ultima impresa di Sergio Leone, a cui richiese uno sforzo produttivo durato tredici anni (e dieci mesi di riprese in USA, Canada, Francia e Italia) e che pose di fatto fine alla sua carriera. Allo stesso tempo, è il coronamento dell’opera di un autore straordinario, forse unico nel panorama della cultura italiana del ‘900 per l’influenza che è stato in grado di esercitare sulla cinematografia mondiale (e non solo nel western o nel cinema stesso: pensiamo anche alla fantascienza e ai debiti letterari riconosciuti da autori del calibro di William Gibson), la migliore conclusione possibile per la seconda trilogia di Leone (dopo quella del dollaro, quella del tempo). Un omaggio anche all’immaginario americano, con gli Stati Uniti rappresentati per quel generatore di miti che in effetti sono stati, il motore dell’immaginario del ‘900. “Una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria”, come ha scritto Morando Morandini nel suo Dizionario, ma anche “un sogno di sogni”, in cui “la memoria del singolo tende a dissolversi in quella di un intero paese” (come ha scritto invece Gian Piero Brunetta nel suo Cent’anni di cinema italiano). E un noir su cui, disorientati dal sofisticato meccanismo narrativo che combina caoticamente analessi e prolessi, non siamo ancora stati capaci di decidere se la storia che stiamo guardando sia frutto di una rievocazione o di una proiezione immaginaria. Ma alla fine, è davvero così importante sapere se Noodles (Robert De Niro) vivrà (ha vissuto) o no quei famosi trentacinque anni che gli sono stati rubati dal suo socio di un tempo Max (James Woods)? In che modo un furto di tempo e di vita può risultare diverso dall’altro? I fumi dell’oppio non aiutano a fare chiarezza, ma continuano ad alimentare l’incanto di una pellicola che c’incolla allo schermo con la densità stilistica compressa in ogni singolo fotogramma.
2. Inception (scritto e diretto da Christopher Nolan, 2010)
Da un sogno di sogni a un altro, Inception è il film che probabilmente ha alimentato le discussioni più lunghe in quest’ultimo decennio, generando una quantità di infografiche esplicative che hanno cercato di districarne l’intreccio (forse l’unico film a poter rivaleggiare in questo con Primer di Shane Carruth). Tra il secondo e il terzo capitolo della trilogia dedicata al Cavaliere Oscuro, Christopher Nolan torna a coltivare il suo amore per le architetture narrative sofisticate e chiude il decennio della sua consacrazione autoriale così come lo aveva iniziato nel 2000 con Memento. Il film è un sogno ricorsivo che deve molto anche alla letteratura di fantascienza (non ultimo Roger Zelazny), ma con quel tocco personale che rende inconfondibili i film del regista londinese. Dominic Cobb (Leonardo Di Caprio) è un ladro psichico capace di estrarre segreti preziosi dalla mente dei suoi bersagli, ma un giorno viene arruolato da Mr. Saito (Ken Watanabe) per tentare un’operazione inedita: innestare un’idea nella testa dell’erede dell’impero finanziario con cui è in competizione. Per portare a termine l’impresa, Cobb progetta un meccanismo di sogni condivisi annidati a più livelli di profondità e arruola una squadra di professionisti, ma la missione lo pone davanti a ostacoli sempre maggiori, non ultimo l’interferenza del ricordo della defunta moglie Mal (Marion Cotillard). L’unico modo che hanno i sognatori per distinguere tra la realtà e il sogno è affidandosi a un totem, che nel caso di Cobb è una trottola metallica: in un sogno, non essendo soggetta alle leggi fisiche della gravità, contrariamente a quanto accade nel mondo reale la trottola è destinata a girare all’infinito. Quando alla fine Cobb riesce a tornare dai suoi figli, ricompensa per la buona riuscita dell’incarico, vuole avere la certezza che non sia ancora intrappolato nel limbo in cui è dovuto addentrarsi per salvare Mr. Saito, ma quando abbraccia i bambini la trottola sta ancora girando. Cobb si è davvero svegliato dal sogno o è ancora intrappolato nel limbo?
1. True Detective (ideato da Nic Pizzolatto, 3 stagioni, 2014 – in produzione)
Serie antologica della HBO, True Detective ha esordito nel 2014 con una stagione memorabile che si è indelebilmente impressa nella nostra memoria di spettatori grazie alle interpretazioni di Matthew McConaughey e Woody Harrelson e a una scrittura fortemente debitrice delle suggestioni horror e delle vertigini cosmiche dei maestri del weird, da Robert W. Chambers e H. P. Lovecraft fino a Thomas Ligotti. Una seconda stagione un po’ sottotono e incapace di tener fede alle altissime aspettative sembrava averla condannata al limbo delle produzioni cinetelevisive, ma nel 2018 una terza stagione (forte delle interpretazioni di Mahershala Ali, Stephen Dorff e Carmen Ejogo) si è dimostrata capace di rinverdire i fasti degli esordi (ne abbiamo parlato diffusamente anche su queste pagine). Come la prima stagione, anche quest’ultima ha uno dei suoi punti di forza nell’atteso twist finale e in entrambi i casi le implicazioni sottese alle scelte di sceneggiatura e regia hanno innescato una ridda di ipotesi e suggestioni. Cosa vede davvero Rustin Cohle pugnalato a morte dal Re Giallo? E Wayne “Purple” Hays riconosce o no Julie Purcell nella madre a cui riesce a risalire dopo decenni di indagini e solo ora che le sue facoltà cognitive sono irrimediabilmente compromesse dall’Alzheimer? Cos’è la giungla in cui si ritrova a vagare nella notte, come ai tempi delle sue missioni in Vietnam come recog? Un finale in grado di richiamare altri grandi classici della recente serialità televisiva, non ultimo la popolare Life on Mars prodotta dalla BBC, i cui enigmi sono poi stati sciolti nella successiva Ashes to Ashes.
Come sa chi la frequenta con una certa assiduità, la missione della fantascienza non è tanto di provare a prevedere il futuro, esercitando facoltà divinatorie di cui i suoi scrittori non sono affatto più dotati rispetto ai colleghi di altri generi, quanto piuttosto quella di parlarci di noi, qui e ora, come potremmo essere visti attraverso una prospettiva storica che inevitabilmente ci porta a guardarci indietro dal futuro. L’estrapolazione delle coordinate attuali fa parte del gioco, ma non ne è l’essenza, né tanto meno ne rappresenta lo scopo ultimo. Piuttosto, attraverso l’elaborazione di scenari e l’allestimento dell’equivalente letterario di un esperimento scientifico, il genere ci consente di mettere in pratica – con economia di mezzi – una forma di ricerca, in cui l’oggetto ultimo è il destinatario stesso della conoscenza: l’essere umano, preso in sé o inserito nel contesto storico della nostra contemporaneità.
Una conseguenza delle caratteristiche del genere, tuttavia, è che chi scrive fantascienza deve prima o poi confrontarsi con una situazione singolare, che viene a verificarsi nel momento in cui la storia lo mette davanti al risultato delle sue estrapolazioni oppure allo scenario alternativo maturato in seguito allo svolgimento del nastro della storia. È un discorso che si ricollega idealmente alle riflessioni sul futuro che ci siamo persi per strada, in particolare alla percezione/consapevolezza generale del futuro. Il 2019 è un anno cruciale in tal senso: come il 2001, ma in una certa misura più del 2001 di Kubrick, rappresenta uno snodo cruciale nel nostro immaginario connesso al futuro. Non abbiamo i replicanti e nemmeno le colonie extra-mondo, ma non è detto che questo sia necessariamente un male (in fondo, la martellante insistenza propagandistica del programma coloniale governativo mi ha sempre ispirato una certa diffidenza).
Quello che abbiamo sono invece: a. legioni di utenti zombie sui social network, usati per condizionare l’opinione pubblica in favore di questo o quel personaggio, e in ultima istanza a vantaggio di una superiore agenda politica; b. elettrodomestici smart infettati da malware per reclutarli in botnet con cui sferrare attacchi DDoS di portata planetaria; c. disperati in fuga dai loro paesi trattati come comparse di uno spot nemmeno più originale, in una campagna elettorale eterna e senza confini; d. la tragicommedia di intere nazioni che per secoli sono state pilastri della civiltà occidentale tenute in ostaggio dalla pantomima dei loro governi legittimamente eletti, da una parte; e. dall’altra, le manovre di una superpotenza militare che non esita a ricorrere a tutte le armi messe a sua disposizione dalla tecnologia per condizionare la vita politica delle nazioni di cui al punto precedente; f. la farsa della nazione più potente al mondo incastrata sotto il tallone di ferro di un Manchurian Candidate; g. come possibile effetto del combinato disposto dei precedenti due punti, la sospensione del trattato INF per la non proliferazione delle armi nucleari; h. l’intensificarsi dei fenomeni catastrofici direttamente legati alle dinamiche dei cambiamenti climatici (ondate anomale di caldo, incendi, siccità, inondazioni, etc.), sufficienti per scriverci sopra un’intera enciclopedia di fantascienza apocalittica, altro che tetralogia ballardiana degli elementi. E fermiamoci pure qua.
Il futuro, insomma, è arrivato ed è tutto intorno a noi, anche se non è esattamente il futuro che avevamo in mente quaranta, venti o anche solo dieci anni fa, a cui forse somiglia in maniera pur vaga negli aspetti peggiori, se solo non fosse che proprio questi aspetti peggiori sembrano portati alle loro conseguenze estreme, imprevedibili a chiunque.
Da scrittori di fantascienza abbiamo quindi sbagliato? E, se è così, dove abbiamo sbagliato?
Gli scrittori di fantascienza devono tenere le loro antenne ben sintonizzate sul presente, per poter estrapolare futuri se non impeccabili almeno attendibili, abbastanza da risultare efficaci e non interrompere la sospensione dell’incredulità del lettore. Ma non devono mai dimenticare di tenere in debita considerazione anche il passato. Per esempio, appena dieci anni fa, all’inizio di una crisi da cui non siamo ancora del tutto venuti fuori, già sembravamo in grado di mettere in prospettiva gli anni del terrore che avevano caratterizzato le due amministrazioni Bush e che oggi, a fronte dell’inedito mix di incompetenza, negligenza, affarismo e avventurismo rappresentato dall’amministrazione americana in carica, ci sembra quasi di ricordare come anni tranquilli e tutto sommato ancora a modo loro normali.
Le vicissitudini dello scorso decennio sono state la conseguenza dell’attacco sferrato all’Occidente da parte di un’organizzazione terroristica di stampo islamico allevata dagli stessi USA fin dagli anni ’80 per contenere l’espansionismo sovietico. Questo decennio si chiude invece con un fantoccio in carica a Washington grazie alla più assurda macchinazione politica che si sia mai vista in una democrazia occidentale: non dovremmo sorprenderci se l’obiettivo del Cremlino non fosse altro che rimuovere il vincolo del trattato che impediva l’escalation nucleare per meglio potersi muovere nella prospettiva degli anni di instabilità geopolitica e disordini crescenti che ci attendono, a partire dall’approssimarsi di una Brexit in condizioni di no deal. Peggio sarebbe se ancora non avessimo visto tutti gli effetti più deleteri del piano russo…
Siamo usciti vivi dagli anni Zero, con qualche ferita in più riusciremo a sopravvivere anche a questi anni ’10. A patto però di continuare a scrutare nel buio che a volte sembra avvolgerci, chiudendo qualsiasi possibilità di proiezione, qualsiasi prospettiva di alternativa, dietro la cortina di ferro di un futuro a zero dimensioni, come piace immaginarlo a quelli che sono i nostri veri avversari.
La fantascienza è un lago e gli scrittori di fantascienza sono dei villeggianti che trascorrono il tempo a passeggiare sulle sue sponde: ogni volta che si siedono davanti a una tastiera, lanciano una pietra in acqua. Le onde che si generano tornano indietro sulla riva e trovano lo scrittore ogni volta più avanti, in una posizione diversa. Prima di lanciare il sasso, lo scrittore prova a farsi due conti e cerca di anticipare dove lo raggiungerà il fronte d’onda che scaturirà dall’impatto con l’acqua. I suoi calcoli sono approssimazioni, i suoi passi influenzati dalle condizioni di un terreno che non conosce. Ma la cosa fondamentale, è che lo scrittore di fantascienza si interroga sulle conseguenze. Volente o nolente, dovrà farlo in ogni caso: è una delle regole non scritte del gioco.
Esattamente dieci anni fa concludevo uno dei mie interventi sul Blog di Urania, che all’epoca avevo il piacere di amministrare sotto la guida di due maestri del fantastico e della speculative fiction in senso lato come Sergio Altieri e Giuseppe Lippi, con questa chiosa:
[…] ancora una volta le conseguenze dell’atto di immaginare il futuro potrebbero incidere sulla distribuzione delle probabilità tra i futuri possibili. E la fantascienza, continuando a essere chiamata in causa per parlarci attraverso l’immagine del futuro dei cambiamenti che hanno luogo attorno a noi, non può ancora permettersi di prescindere dalle conseguenze.
Non è ancora tempo di fermarsi. Ogni lancio ha un grande potere: può disinnescare un futuro peggiore. Ora più che mai, gli scrittori di fantascienza devono continuare a lanciare pietre nell’acqua. Nessuno di noi può permettersi di rinunciare alle conseguenze.
Una chiacchierata con Lanfranco Fabriani sulla genesi del nostro lavoro a quattro mani: YouWorld.
Giovanni
Ricordi come è nato il progetto?
Lanfranco
Il progetto è nato per gioco, con una mia mail a te, per il desiderio di confrontarsi, anche a prescindere da un risultato finale. Assieme alla constatazione che mentre negli USA, casa madre della fantascienza non è insolita una collaborazione tra due scrittori, in Italia queste si contano veramente sulla punta della dita di una mano. Differenza antropologica nell’intendere la scrittura? Ma lo scopo era soprattutto quello di imparare, se possibile, uno dall’altro, consci delle nostre differenze, della conoscenza delle nostre due storie completamente differenti, ma poi fino a un certo punto. E appunto per le nostre differenze il gioco sarebbe diventato più interessante.
Dalla settimana scorsa è tornato disponibile sui principali store on-line, in una nuova versione rivista e corretta, l’edizione digitale di Ptaxghu6, romanzo di Sandro Battisti e Marco Milani. Per acquistarlo potete rivolgervi al sito dell’editore o ad Amazon. La sua riedizione è l’occasione per inaugurare una nuova collana della Kipple Officina Libraria: si chiamerà Spin-off e ospiterà contributi scritti da diversi autori che prenderanno in prestito e svilupperanno lo scenario dell’Impero Connettivo ideato da Sandro Battisti. Per maggiori informazioni sul libro – impreziosito da una cover di Ksenja Laginja – e sul progetto vi rimando direttamente alla pagina di presentazione sul blog della Kipple. Intanto vi riporto qui di seguito la mia introduzione.
Non amo ripetermi, ma l’occasione me lo impone: a poco più di due anni di distanza dall’uscita del romanzo Olonomico di Sandro Battisti siamo di fronte a un nuovo evento. Cinque anni dopo la prima edizione per i tipi di Diversa Sintonia, torna infatti disponibile Ptaxghu6, il romanzo che Battisti ha scritto a quattro mani con Marco Milani, altro co-iniziatore del connettivismo.
La loro è una collaborazione letteraria che suggella un’amicizia di lungo corso. I progetti comuni in cui si sono cimentati spaziano dalla fondazione e cura di Next (con il sottoscritto a fare da complice), rivista che si è meritata il Premio Italia nel 2011, alla compilazione di antologie come Avanguardie di un Futuro Oscuro, curata nel 2009 da Battisti e pubblicata da EDS, la casa editrice fondata e diretta da Milani. Mancava un romanzo fino al 2010, quando i due hanno unito le loro forze in questa impresa capace di instillare nuova linfa nel movimento.
Ptaxghu6 è un distillato purissimo di essenza connettivista. Prendete l’Impero Connettivo, l’invenzione di Battisti che riprende in chiave fantascientifica le vicende dell’Impero Romano trasponendole su uno sfondo cosmico, in una operazione post-asimoviana e post-herbertiana da cui scaturisce uno degli affreschi letterari più ambiziosi di questi anni. Aggiungete la sensibilità di Milani per la spiritualità zen e tutto ciò che è invisibile agli occhi e dunque essenziale. Giusto un tocco di ironia a stemperare le ombre più oscure. Una spruzzata di Roger Zelazny e J.G. Ballard e un’altra di Valerio Evangelisti. E servite con del ghiaccio: ecco pronta una bevanda fresca e dissetante per le vostre menti, perfetta come lettura tanto di evasione quanto di riflessione.
Purtroppo sono costretto a sorvolare sugli elementi di maggior pregio del romanzo, essendo inopportuno svelare in una prefazione gli ingranaggi del meccanismo narrativo a cui vi apprestate a consegnarvi. E tuttavia voglio lo stesso spendere due parole sull’idea di costruire una replica della Terra e una variazione sulla storia dei suoi popoli, che a pensarci bene rende omaggio anche allo stesso Philip K. Dick, un autore menzionato di frequente da chi poco o nulla conosce delle sue opere e ancor meno avrà letto di fantascienza. Battisti e Milani sanno invece di cosa parlano e, anche rifuggendo da qualsiasi accostamento diretto, riescono a confezionare uno scenario che avrebbe benissimo potuto essere adottato dal grande e sfortunato autore americano come ambiente di collaudo per una delle sue realtà artificiali.
D’altro canto l’importanza di Ptaxghu6 si spinge al di là del valore letterario – comunque indiscutibile – dell’opera. Si tratta infatti della prima collaborazione a cui si presta l’universo narrativo di Battisti, che nei suoi lavori ha sempre rivendicato quell’attitudine all’apertura tipica degli ambienti di sviluppo open source. E questo romanzo è il primo passo verso la condivisione dell’Impero Connettivo. Gli autori e Kipple Officina Libraria hanno infatti scelto proprio questo titolo per inaugurare un progetto di ampio respiro, il cui decollo è previsto per quest’anno: mettere lo scenario di Battisti a disposizione di altri scrittori, che potranno così cimentarsi con i suoi personaggi e i suoi intrighi, ambientando le proprie storie sullo sfondo dell’Impero retto da Totka_II.
Il mondo che vi attende è disseminato di insidie: ogni realtà del mazzo di sequenze temporali su cui l’Impero estende il proprio dominio è potenzialmente letale per chi non si adegua alla legge del nephilim. Se volete, prendete questo libro come un manuale di sopravvivenza. Spremuto e condensato in un cocktail inebriante di visionarietà terminale e avventura sfrenata.
Giovanni De Matteo
Numero ricchissimo di contenuti, il 73 di Robot che arriva in distribuzione in questi giorni (in formato elettronico lo trovate già disponibile al download sul Delos Store). Dietro la copertina di Alejandro Burdisio vi aspettano 192 pagine di meraviglia, tra cui un ricordo di Gianfranco Viviani (uno dei grandi professionisti della fantascienza in Italia, purtroppo scomparso la scorsa estate), un reportage dalla Worldcon di Londra, la versione ampliata dell’articolo di Marco Passarello sul pessimismo e l’ottimismo nella fantascienza apparso su Repubblica Sera.
Sia l’articolo sulla Loncon3 che quello sull’approccio contemporaneo alla fantascienza includono dei miei interventi, che per altro chi legge questo blog ha già avuto modo di leggere nei mesi scorsi: qui e qui.
Ma l’indice comprende anche un mio racconto inedito, un’ucronia hard-boiled come ha voluto definirlo Francesco Lato – e a me la sua scelta sta benissimo. Il racconto, che s’intitola Cloudbuster, vuole essere un omaggio a Dashiell Hammett, al cui stile mi sono indegnamente ispirato per la scrittura. Ma anche a Wilhelm Reich, controverso personaggio della scienza (e della fringe science) del ‘900 che ha già ricevuto le attenzioni letterarie di Valerio Evangelisti nel bellissimo Il mistero dell’inquisitore Eymerich: tanto lo psichiatra quanto il suo gruppo CORE (acronimo per Cosmic Orgone Engineering) giocano un ruolo cruciale nella vicenda, che si avvale anche della partecipazione straordinaria di William S. Burroughs, J.G. Ballard e Cordwainer Smith. Il tutto si svolge a St. Louis nei frenetici giorni della Green World Conference del ’75.
Come? È la prima volta che ne sentite parlare? Fidatevi, non è l’unica cosa che vi suonerà strana alla lettura di queste pagine. Il racconto è stato infatti concepito nell’ambito di un progetto di scrittura poi abortito, un’antologia che avrebbe dovuto uscire per i tipi di Edizioni XII e che purtroppo non riuscì a vedere la luce prima della chiusura della coraggiosa casa editrice. Il progetto, curato da Luigi Acerbi, Sandro Battisti e Daniele Bonfanti, era incentrato sull’idea di discronia: universi che seguono leggi fisiche diverse dal nostro, da cui divergono per effetto di qualche anomalia capace di rendere scienza quella che per noi è solo scienza di confine. Come avrete intuito, la teoria dell’orgone di Reich è il concept da cui ho sviluppato la mia storia.
A Reich l’impareggiabile cantautrice britannica Kate Bush, tornata recentemente a calcare le scene, dedicò la canzone Cloudbusting (inclusa nell’album Hounds of Love del 1985), che parlava di un ragazzo che vive la perdita del padre. Il video della canzone fu concepito dalla stessa autrice con Terry Gilliam e realizzato da Julian Doyle (che proprio in quel periodo stava collaborando con Gilliam alla realizzazione degli effetti speciali di Brazil) e vanta la partecipazione di Donald Sutherland nei panni dello scienziato.
Giovanni Agnoloni ha sintetizzato per PostPopuli alcune sue riflessioni sull’Altro, che presto confluiranno in un saggio più strutturato sul connettivismo, conducendo una panoramica su Corpi spenti e la serie della psicografia in cui si inserisce. Con l’occasione mi ha rivolto anche alcune domande su argomenti di cui si è molto discusso in rete – anche da queste parti – negli ultimi tempi: i “realisti di una realtà più grande” di Ursula K. Le Guin, il congresso di futurologia e lo stato della fantascienza in Italia. E così l’articolo è diventato una sorta di termometro della situazione. Ve lo consiglio anche per questo.
Eccone un estratto:
In un nostro recente scambio di battute su FB – a seguito del suo articolo uscito su Holonomikon – hai sottolineato come il Connettivismo si fondi sulla sostanziale compresenza (o, eventualmente, sull’alternanza) di generi diversi, fusi però in un’unica sensibilità capace di proiettarsi anche su un orizzonte narrativo mainstream. Si può dire che il movimento stia cercando di evolversi in una direzione che vada oltre certe resistenze “passatiste” della produzione strettamente fantascientifica italiana, che evocavi nel tuo articolo?
Ho sempre creduto che la cosa importante fosse evitare di fossilizzarci. Per restare in ambito fantascientifico, la mia prima grande passione è stato il cyberpunk: dai quindici anni in poi ho cercato di acciuffare qualsiasi cosa fosse stata pubblicata in Italia di riconducibile a questa corrente letteraria. Ho accumulato decine di libri e li ho divorati tutti, leggendoli più e più volte. Ma per mia fortuna, quando ho scoperto il movimento di Gibson e soci, Bruce Sterling ne aveva già certificato la morte da quattro o cinque anni. La scena del crimine, quando sono arrivato io, era già fredda… Così ho potuto spingermi in esplorazione, fuori dal filone, e sai cosa ho trovato? Altre fonti di meraviglia che hanno acceso altre passioni: Philip K. Dick, per cominciare; e poi Samuel R. Delany, J.G. Ballard e gli altri protagonisti della New Wave; e poi Alfred Bester, Fritz Leiber, Frederik Pohl e gli altri padri ispiratori del genere. E, tra gli italiani, Valerio Evangelisti, Vittorio Catani, Vittorio Curtoni, Lino Aldani…
Tra gli utenti del fandom di SF attivi in rete, c’è un certo numero di nostalgici che rimpiangono un’età dell’oro perduta: la cara vecchia space opera, le storie semplici e accattivanti di una volta, i protagonisti tutti d’un pezzo, e non so che altro. Non credo che siano la frangia più numerosa del fandom (figuriamoci dell’intero bacino di lettori di fantascienza, di cui il fandom rappresenta solo la punta dell’iceberg), ma di sicuro è la più rumorosa. Scalpita, recrimina, rivendica un ritorno a stagioni della nostra storia che purtroppo per i loro sogni non si ripeteranno mai più. Come non si ripeterà più il decennio del cyberpunk. Ma questo non vuol certo dire che in futuro non ci saranno correnti e filoni altrettanto vitali e interessanti.
Già adesso nel mondo anglosassone si parla di una nuova Golden Age: lo hanno fatto quest’anno gli editori e gli addetti ai lavori riuniti a Londra in occasione della WorldCon. Si guarda con interesse ad altre culture, grazie al fatto che la società americana e quella britannica, di fatto le culle della science fiction, acuiscono sempre di più i loro tratti multietnici. E si guarda con uguale interesse al tema dei diritti civili, che dal femminismo in avanti non ha mai conosciuto battute d’arresto. Solo qui in Italia possiamo trovare gente che si permette di fare la voce grossa guardando al passato, senza che si inneschi un moto di risposta collettivo che riesca a isolare e far risaltare l’insulsaggine di queste pretese.
Con il connettivismo abbiamo messo in piedi un tentativo in questa direzione. E l’idea di cristallizzarci in uno schema imitativo (sia pure di noi stessi) non ci sfiora nemmeno. Quest’anno varchiamo l’orizzonte dei dieci anni. Era una notte di dicembre del 2004, quando quest’oscuro congegno si mise in moto. Chi l’avrebbe detto che dieci anni dopo saremmo stati ancora qui (con Sandro Battisti, Marco Milani e un gruppo sempre più numeroso di amici acquisiti per strada, tutti animati dalla stessa passione) a parlare di fantascienza e a proporre progetti per il futuro?
Edward Hopper e Albert Watson rappresentano il contraltare iperrealistico dell’estetica fantastica di Beksinski.
Nei quadri di Hopper il soggetto umano si riduce a un mero pretesto per suggerire una storia, una situazione, che spesso abbraccia i luoghi (la città come la campagna, New York come il paesaggio rurale del New England) e li riguarda più strettamente di quanto non faccia con le persone. Le figure, spesso sgraziate, ancora più spesso anonime, servono quasi a ricordarci chi sia il vero protagonista della tela: al posto degli uomini e delle donne che Hopper dipinge potrebbe esserci chiunque di noi. E la discrezione dell’artista è tale da far sembrare la loro presenza una coincidenza in un determinato punto dello spazio e del tempo. Tutti sembrano congelati nell’attimo eterno di un’attesa che potrebbe non finire mai. E intorno a loro si dispiega un universo fatto di milioni di storie che sappiamo essere identiche senza nemmeno vederle, immerse in una natura distaccata (anche i tramonti di Hopper, lungi dalla quiete, sembrano portare con i contrasti turneriani di luce e di ombre presagi più sinistri di quanto saremmo disposti a tollerare) o in una città aliena (ridotta alla verticalità delle superfici e attraversata secondo le fughe prospettiche delle ferrovie sopraelevate).
Watson riprende la lezione iperrealista di Hopper e nei suoi panorami notturni o crepuscolari, nelle stanze d’albergo di Las Vegas, nelle celebrità e nelle muse fetish che si lasciano catturare dal suo obiettivo, codifica una dimensione nuova e criptica, in un rincorrersi di suggestioni che rievocano il surrealismo tanto caro a J.G. Ballard. Consiglio la lettura di questo brano di Watson, utile riflessione sulla tecnica e l’esperienza che si può tranquillamente estendere al di là dei confini della fotografia:
Sperimento e mi muovo in molte direzioni diverse, non solo perché sento di poterlo fare ma perché amo questo eclettismo della visione. In un periodo difficile per me, negli anni Settanta e forse anche nei primi anni Ottanta, mi sono molto impegnato a cercare di risolvere una serie di possibili questioni tecniche legate alla fotografia non tanto perché fossi affascinato dalla tecnica, ma perché sentivo un’urgente necessità di sviluppare determinate possibilità creative che avevo chiare in mente e, come sempre in fotografia, riesci a realizzare meglio le cose che vuoi se hai un’eccellente padronanza tecnica. Saper fare: questo è importante; come saper dominare tutti gli aspetti. Quando sei stato fotografo per molto tempo, impari ad utilizzare soluzioni diverse, strade diverse, chiavi e percorsi alternativi, non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche creativo ed emotivo. Se hai un problema particolare da risolvere, puoi far riferimento alla tua esperienza passata e da lì scegliere. Questo rende la tua vita più semplice. Certo, non si smette mai di imparare e più diventi bravo tecnicamente, più il tuo metodo di lavoro diventa fluido. Possiedi un’esperienza emotiva e creativa e quando ti serve, puoi usarla.
Un libro e un racconto. Per il tracciamento dei container trasportati via mare e lo scenario da guerra di spie in cui il Mediterraneo sta scivolando in Corpi spenti, ho derivato lo spunto di partenza da Guerreros di William Gibson.
Un altro debito importante è verso Samuel R. Delany (non è la prima volta, non sarà l’ultima) e il suo Sì, e Gomorra. A distanza di 47 anni dalla prima pubblicazione gli scenari delineati nel racconto, con le sottoculture urbane che fioriscono intorno allo sfruttamento sessuale degli spaziali in licenza, continuano a risultare una metafora insuperabile, soprattutto come rappresentazione delle alternative di utilizzo che la strada riesce sempre a trovare per le ricadute del progresso.
Uno dei punti-chiave del romanzo è la colonizzazione spaziale. Il che potrebbe sembrare paradossale, per un future noir che si svolge interamente per le strade di una metropoli e nei suoi bassifondi. Ma la Nuova Frontiera incombe sui personaggi e sulle loro storie. Tra i principali spunti che ho voluto approfondire nel libro c’è appunto l’approccio dell’umanità allo spazio: il modo in cui ci si arriva, il modo in cui la conquista dello spazio ci cambia. L’outer space si riversa nell’inner space, e come insegna J.G. Ballard il terreno di battaglia sono prima di tutto la nostra psiche e i nostri corpi.
Tre parole-chiave per l’approccio alla tecnologia in Corpi spenti: nichilismo, alienazione, paranoia.
Immagini via Exonauts.


























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