Da domani, Ricordi proibiti sarà disponibile su tutti i bookstore, facilmente raggiungibili a seconda delle vostre preferenze dalla pagina dell’editore, e mi preme con l’occasione ringraziare ancora una volta Delos Digital e Silvio Sosio per averlo scelto per la collana Odissea Fantascienza, pazientando a lungo per assecondare i miei tempi di riscrittura.

Ricordi proibiti segna il ritorno in circolazione di Sezione π², il romanzo con cui nel sempre più lontano 2006 mi sono aggiudicato il Premio Urania (spuntandola, non mi stancherò mai di ricordarlo, su una shortlist di ottimi romanzi, molti dei quali avrebbero fortunatamente visto la luce in seguito: due, curiosamente scritti a quattro mani, poi riuniti in un fantastico Millemondi nel 2010, e un terzo a firma di Alberto Cola, che con un’opera diversa si sarebbe portato a casa il Premio Urania nel 2009). Scelto da Sergio Altieri e Giuseppe Lippi, all’epoca rispettivamente editor delle collane Mondadori per il mass market e curatore di Urania, il romanzo si andò a inserire in un filone di opere contaminate che si proponevano di mescolare generi (soprattutto noir, thriller e fantascienza, ma anche horror, spy story, e chi più ne ha più ne metta) e registri diversi (in questo, il mio tentativo voleva spingere al massimo la vena postmoderna del cyberpunk). Un sentiero che alcuni scrittori del periodo, incluso il sottoscritto, provarono a battere approfittando dell’interesse e dell’attenzione prestati appunto da Altieri a questo tipo di soluzioni sperimentali: non andò benissimo, e fummo per un po’ tra quelli che volevano uccidere la fantascienza (ma questa è un’altra storia che prescinde dai meriti e dai demeriti e che ognuno può raccontare per come l’ha vissuta).

Quindi, tornando a noi, Ricordi proibiti non è una riedizione di Sezione π² in senso stretto: la riscrittura mi ha impegnato per ben più tempo di quanto ne abbia richiesto la stesura della prima versione, e ha finito per cambiare almeno i due terzi dell’esistente e aggiungere un ulteriore 25% di pagine da zero. A conti fatti possiamo dire che Ricordi proibiti è un romanzo completamente diverso da Sezione π²: ne conserva senz’altro l’ispirazione e ne ripercorre la trama, ma rimodulandola su un intreccio più ricco e che a tratti si discosta anche significativamente dall’originale.

Questo post è dunque per i lettori che, nel dubbio, volessero decidere se valga la pena rileggerlo, più che per quelli che lo rileggeranno per la prima volta (a costoro sarà dedicato un post ad hoc).

Personaggi

Cominciando dai personaggi, insieme ad alcune variazioni non così eclatanti nella caratterizzazione dei protagonisti, vale la pena segnalare che il cast si è leggermente ampliato. Alcuni personaggi che prima giocavano un ruolo piuttosto marginale hanno rivendicato uno spazio maggiore (da cui buona parte di quel 25% o giù di lì di pagine aggiuntive, ma su cui torneremo più avanti). Altri, invece, sono stati introdotti ex-novo: è il caso di Simona Di Cesare, figlia del Commissario Salvatore Di Cesare, sul cui omicidio s’incentrano le indagini di Vincenzo Briganti e Corrado Virgili detto Guzza, che finisce per giocare un ruolo cruciale nella storia attestandosi come un motore immobile di dantesca memoria; ma anche di altre figure secondarie, che ho trovato utile e anzi necessario introdurre per delineare con maggiore profondità il mondo in cui si svolge la storia e le trame che s’intrecciano dietro le quinte.

Ambientazione

Il lettore che avesse già avuto modo di misurarsi con Briganti e la sua prima indagine dopo la decapitazione della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica noterà inoltre molte differenze nella caratterizzazione dei luoghi in cui si svolge la storia. In Ricordi proibiti, Napoli è molto più presente di quanto non fosse in Sezione π², tanto con i suoi luoghi reali (da Montecalvario a Chiaia, da Bagnoli al Vomero) e i suoi paraggi (fino ad arrivare agli scavi archeologici di Cuma, che offrono un nuovo sfondo al climax finale), quanto con la sua topografia reinventata allo scopo: il lettore forse ricorderà il Kipple, che qui si arricchisce anche di nuove e più specifiche denominazioni (Limbo, Vastaturo, Labirinto) a seconda di chi ne parla e da dove lo si guardi; ma si sorprenderà forse di scoprire anche luoghi che non erano prima menzionati, come per esempio un arcipelago artificiale costruito nelle acque antistanti Posillipo sul modello di una piccola Venezia, riprendendo un progetto visionario di Lamont Young.

Background

Rimanendo sul world-building, anche i presupposti storici vengono in parte arricchiti, in parte stravolti. Le novità: le fascinazioni escatologiche, teologiche e per certi versi anche proto-millenariste riconducibili alla figura di Gioacchino da Fiore si sostituiscono a tutto il subplot originariamente imperniato sulle trame della Cabala di San Tommaso, che non avevo mai trovato particolarmente convincenti soprattutto perché sfruttate in maniera troppo sfacciatamente pretestuosa per le mie finalità narrative. Con Gioacchino da Fiore ho trovato invece una quadra, riuscendo sia a mantenere le suggestioni esoteriche che mi stava a cuore conservare in questa nuova versione del romanzo, sia ad aggiungere nuovi elementi organici allo sviluppo della storia, nonché una possibile chiave di lettura per lo scioglimento della vicenda – nonché ulteriori, se mai ve ne fosse bisogno, rimandi danteschi.

Strettamente connessa all’influenza gioachimita e florense, è inoltre la figura di Morgan Carter, il discusso psicologo a cui si devono le principali intuizioni che nel romanzo portano alla definizione della psicografia. La sua storia ha rivendicato uno spazio maggiore rispetto ai brevi accenni che ne venivano dati in Sezione π², e viene ulteriormente approfondita in un’appendice dedicata che riprende – udite, udite! – il suo misterioso diario in versione integrale (da cui, ecco svelato il mistero, buona parte di quel 25% di pagine aggiuntive di cui dicevo). Una storia nella storia, a tutti gli effetti. Ma anche una storia che fa da ponte tra il nostro mondo e l’universo di Briganti, trasformandolo in un’evoluzione futura di quella che tecnicamente sarebbe un’ucronia – storie, dentro storie, dentro altre storie…

Ulteriori dettagli si aggiungono sul conto della dottoressa Irina Pavlovna Nowotny e del Commissario stesso, ma anche su Briganti e i suoi primi anni alla Sezione Investigativa Speciale… che, per la cronaca, non si chiama più Sezione π², bensì Sezione IX – un arrotondamento burocratico imposto da una necessaria cura di dimagrimento (tutte quelle lettere greche sui documenti ufficiali mandavano al manicomio le IA del Ministero, ma sono state mantenute nel corredo dei necromanti).

Altre sottotrame

Le sottotrame menzionate non sono le uniche attraverso le quali ho provato a scavare nella terza dimensione dell’universo di Briganti e soci. Ce ne sono altre, a coinvolgere la AKS Corporation (il modo in cui ho ribattezzato quella che era la Ksenja Systems) e le figure politiche vecchie e nuove coinvolte nelle indagini, come anche lo stesso Briganti e i suoi trascorsi, e basterebbero queste per fare di Ricordi proibiti un libro totalmente diverso da Sezione π². Ma siccome da Sezione π² sono trascorsi la bellezza di 17 anni, non ho saputo fare di meglio che rivedere nello stile e nella scrittura anche quel centinaio di pagine che sostanzialmente continuano a raccontare gli stessi accadimenti che conoscevate dalla precedente lettura.

Perché se Sezione π² era il meglio che potevo scrivere nella spensierata vanità dei miei venticinque anni, mi piace credere che Ricordi proibiti non potesse essere meno del meglio che ho da offrirvi nella piena maturità dei miei quarantatré. Ma la verità, in fondo, chi mi conosce un po’ sa già che è un’altra: Ricordi proibiti potrà piacere o meno ai lettori, anche a quelli che già avevano apprezzato Sezione π², ma non poteva uscire senza soddisfare prima di tutto chi lo ha scritto, che è un insoddisfatto cronico per sua natura. E questa, dopotutto, credo che sia anche la migliore garanzia a tutela di chi eventualmente vorrà investire ore preziose cimentandosi di nuovo nella lettura.

Ad aprile, torna anche Vanishing Point, secondo capitolo delle mie programmate, e mai completate, Cronache del Gorgo. Siccome sono passati 13 anni dalla sua ultima apparizione, vale la pena riprendere il filo. E dunque… dove eravamo rimasti?

Immagine elaborata con Copilot | DALL·E 3.

Tutto comincia con Orizzonte degli eventi, racconto pubblicato inizialmente sulle pagine della rivista telematica di fantascienza Continuum, fondata e curata da Roberto Furlani, e poi riproposto nell’antologia di racconti connettivisti Frammenti di una rosa quantica, curata da Lukha B. Kremo per Kipple Officina Libraria (2008). Era in quelle pagine che veniva introdottto l’ecosistema orbitale di Resurgam, un remoto avamposto della civiltà umana situato ai confini della galassia. In questo futuro, un network interstellare consente di superare le enormi distanze siderali attraverso dei portali quantistici, ma la rete non può arrivare dappertutto, sia per limiti fisici intrinseci che per ragioni che potremmo definire politiche, così ai suoi margini fioriscono delle comunità autonome, pressoché isolate, in grado di evolversi lontano dall’influenza della Trascendenza (come si è «umilmente» ribattezzata l’umanità del futuro).

Resurgam è uno di questi posti, la cui economia si trova a essere incentrata sullo sfruttamento energetico del buco nero intorno a cui orbita e sul recupero dei reperti archeologici di un’antica civiltà aliena estinta, che ha lasciato solo enigmatiche vestigia sugli asteroidi e i pianeti del sistema di Scylla-Niger. È in questo sottobosco postumano che si muovevano Jerry Lone, Ayesha e la Bruja, la più esperta tra i recuperanti ancora in circolazione. Ed è lì che li avevamo lasciati, in seguito al recupero di un sistema di navigazione che prometteva di stravolgere le conoscenze dell’umanità e le loro vite…

Molte cose sono cambiate nel frattempo, come scopriranno i lettori tornando alle pagine di Vanishing Point. Per cominciare, Jerry Lone è svanito nel nulla, gran parte dei recuperanti della sua banda hanno finito per dedicarsi ad altre imprese, ma Ayesha è ancora lì, alla disperata ricerca delle ultime tracce lasciate dal suo compagno, convinta che qualcosa possa essergli successo proprio a causa della sua straordinaria scoperta. Ed è a questo punto che approda a Resurgam anche un’emissaria della Trascendenza, nonché di una delle più spietate organizzazioni al suo servizio, la NERVE, portandosi dietro uno psiconauta arruolato per aiutarla a ritrovare il manufatto alieno scomparso insieme al recuperante…

Come Orizzonte degli eventi (che per chi volesse può essere recuperato in versione integrale su su questo blog), anche Vanishing Point è una storia che deve molto a Samuel R. Delany, M. John Harrison, Greg Egan e Alastair Reynolds, e sono felice che venga riproposta proprio in appendice a un romanzo del grande maestro britannico della new space opera: la novella è infatti pubblicata in appendice all’Urania Jumbo n. 54, che presenta ai lettori italiani il romanzo del 2022 Eversion con il titolo di Il ritorno della Demetra.

Enjoy! (E magari fatemi sapere cosa ve ne è sembrato…)

Immagine elaborata con Copilot | DALL·E 3.

Śūnyatā, ovvero “vacuità” in sanscrito, è un concetto che nella dottrina buddhista indica una condizione ontologica su cui si fondano diverse scuole di pensiero, non ultima quella del monaco Nāgārjuna, per il quale tutti i fenomeni (dharma) sarebbero privi di identità e niente possiederebbe una natura indipendente. Ulteriormente estesa, la dottrina del Śūnyatā afferma che la realtà non è dotata di esistenza intrinseca, ma sorge solo da una “originazione interdipendente”, in cui ogni entità esiste solo in relazione alle altre e ogni cosa esiste solo nell’interconnessione con tutto il resto. In altre parole, tutto è connesso con tutto, un approccio sostenuto anche da Carlo Rovelli nell’interpretazione relazionale della meccanica quantistica che ha contribuito a formulare ormai trent’anni fa e a sostenere per tutto questo tempo.

È (anche) intorno a questa idea che si sviluppa, al di là delle intenzioni stesse del suo autore, il volume omonimo dato alle stampe da Eris Edizioni, che ha cominciato a far discutere molti addetti ai lavori e appassionati (si legga per esempio qui e qui) ancora prima della sua uscita. Un graphic novel che è allo stesso tempo un’opera d’arte concettuale e un conte philosophique, un organismo ibrido e sintetico che si propone di esplorare le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale generativa (AGI), inserendosi nella maniera più intelligente ed efficace possibile nel dibattito sul ruolo delle AI nell’industria culturale, e sull’impatto dei nuovi strumenti di produzione addestrati con dataset (di dominio pubblico o meno) sui sempre più fragili equilibri di un settore già in crisi. Che poi, con attori e tecnologie diverse, è un confronto che ha conosciuto diverse stagioni, ma affonda le radici già nelle prime forme di automazione del lavoro umano. Solo che qui cominciamo a spostarci dalla dimensione fisica a quella concettuale, e il discorso si fa immensamente più articolato, complesso e interessante.

Francesco D’Isa, filosofo, artista digitale e romanziere, nonché direttore editoriale della rivista culturale L’Indiscreto, aveva già dedicato al tema estese e approfondite riflessioni. Ma probabilmente è con quest’opera che guadagna un vantaggio forse incolmabile rispetto alle voci contrarie, barricate su posizioni destinate a essere spazzate via dal corso degli eventi: non perché gli oppositori delle AGI siano indistintamente dalla parte del torto, ma perché la legge di Riepl sta già trascinando alla deriva i loro argomenti come resti di un naufragio sospinti dalla corrente del tempo.

Quello di D’Isa con Sunyata è un tentativo di rendere esplicite le potenzialità di una tecnologia di cui abbiamo solo cominciato a intravedere qualche raro, sporadico e incoerente barlume. La trama del volume è talmente rarefatta da risultare poco più di un pretesto. Eppure, mescolando meditazione e simbolismo con una sensibilità molto vicina alle filosofie orientali, riesce ad addentrarsi nello spazio ancora inesplorato in cui si incontrano le potenzialità della macchina e la creatività umana, dove possibilità ancora latenti attendono di essere destate per estrinsecare tutta la loro carica dirompente, alimentando i sogni delle AI con fantasie e ansie umane e, viceversa, mettendo a disposizione della mente umana il fuoco di un potere tecnico potenzialmente immenso.

D’Isa ci conduce così per mano in una dimensione onirica, in cui la realtà si specchia e con lei si specchia anche l’identità della protagonista, che finisce per scindersi in una pluralità di soggetti interdipendenti, in relazione l’uno con l’altro. La chimera, che come le fiere dantesche le si presenta nel corso del suo vagare per una selva di simboli, è dapprima fonte di spavento e poi di un’ambigua fascinazione, e sembra incarnare l’ambivalenza delle tecnologie TTI (text-to-image) contro cui è stata canalizzata la polemica degli ultimi mesi.

Il discorso, come sottolinea l’autore nella sua preziosa introduzione, si fa presto politico. Prendendo in prestito le parole di Noam Chomsky, citato da D’Isa in un suo recente post sui social:

La maggior parte dei pericoli e dei limiti delle AI può essere riassunta nei limiti del dataset che rappresenta il loro mondo cognitivo. È vitale che questo sia il più aperto e inclusivo possibile, oltre che modificabile e trasparente, in modo da non offrire delle AI che parlano (e impongono) solo un mondo culturale. Ogni proposta che ostacoli la massima apertura del dataset come il copyright è da rifiutare con forza“.

Noam Chomsky, New York Times (8 marzo 2023)

Per quanto la sua suggestione sia innegabile, Sunyata si può dire un’opera riuscita solo in parte, e paradossalmente è in questa incompiutezza che risiede il suo successo più grande, dal momento che se la componente narrativa si risolve in una parziale evoluzione delle sue esili premesse, è la parte grafica, senz’altro la componente più sperimentale del progetto, a risplendere sfolgorante e a gettare nuova luce – e nuove ombre – sul futuro che già muove i primi passi tra di noi.

Ovviamente, non posso fare altro che sperare che i diritti opzionati per la serie di Briganti si traducano in qualcosa di concreto, ma allo stesso tempo non posso ignorare che il mondo della serialità, che più di ogni altro ha cambiato negli ultimi 15-20 anni il modo di concepire, costruire e raccontare storie complesse incentrate su personaggi multidimensionali, ha già iniziato a cambiare nuovamente pelle: la prossima era, in cui già cominciamo a muovere i primi passi, prevede un progressivo abbandono di temi sfidanti e del modello rischioso fondato su temi scomodi o comunque in grado di accendere discussioni (e di tabù Sezione π² e Corpi spenti ne infrangono qualcuno) e su personaggi disfunzionali (come sono quelli intorno a cui ruotano le mie storie), a favore del recupero del vecchio formato confezionato per soddisfare i palati del pubblico più ampio possibile, e per questo basato su trame lineari, se non proprio verticali, necessariamente accessibili, in grado di assicurare il ritorno atteso agli investitori.

Al cinema, in realtà, il vecchio modello non ha mai lasciato molto spazio al nuovo: è stato nella serialità che la sfida è risultata vincente in questi ultimi anni, perché nella serialità si è potuto osare di più, grazie all’audacia di nuovi player alla disperata ricerca di una formula in grado di sovvertire lo status quo della fruizione generalista tradizionale. Il prevalere di fenomeni come il binge watching ha sancito l’esito della scommessa e la scoperta del tanto ambito Sacro Graal dell’intrattenimento continuo, multipiattaforma e dal seguito social: le piattaforme di streaming hanno conquistato quote di mercato sempre più larghe, arrivando a diventare dominanti con un sorpasso epocale portato a termine nel corso del 2022, e hanno potuto fissare gli standard di un modello poco sostenibile ma valido anche per i concorrenti. Lo spiega molto bene questo articolo uscito ieri sul Post e non faccio fatica a crederci.

Le case di produzione (cioè le società che le serie le inventano e poi le realizzano dopo averle proposte a un canale o una piattaforma che accetta di finanziarle) spesso raccontano come gli stessi committenti che prima chiedevano qualcosa di coraggioso oggi vogliano prodotti sicuri e adatti al grande pubblico. Anche i canali che avevano costruito un business intorno all’idea di serie di prestigio sono diventati altro, spinti a seguire economie di scala e a crescere sempre di più, il che significa attirare un pubblico più ampio, cosa per la quale è necessaria una programmazione buona per tutti e quindi con un carattere più vicino alla televisione generalista.

Benché, specialmente in ambito cinematografico, la storia della fantascienza sia scandita da fallimenti di grande successo (o capolavori che si sono rivelati dei flop al botteghino, a seconda di come la si voglia guardare), da Blade Runner a GATTACA, da Strange Days a Blade Runner 2049 (per chiudere il cerchio), era nella serialità che la science fiction, da Battlestar Galactica in poi, sembrava aver trovato una sua dimensione in grado di coniugare il coraggio di un certo approccio sperimentale a produzioni, almeno nelle loro stagioni di esordio, dal budget confrontabile o di poco superiore alle produzioni indipendenti (penso tra le altre a The Man in the High Castle, The Handmaid’s Tale, Love, Death & Robots e alla sfortunata Raised by Wolves o, sul versante della vecchia guardia, a Westworld, The Expanse e Watchmen).

Certo, esistono sempre le eccezioni e, per nominare una serie che non ho ancora citato, magari prima o poi salterà fuori una nuova Stranger Things. Tuttavia, nessuna delle produzioni avviate negli ultimi anni sembra destinata a prenderne il posto (come sottolinea l’articolo citato) e appare sempre meno probabile che la ricerca della prossima Stranger Things sia perseguita dai produttori con la sistematica tenacia che abbiamo visto finora. E questa è un’inevitabile conseguenza del cambio di modello di business che sta prendendo forma.

Mi piacerebbe sbagliarmi. Spesso succede. Magari succederà anche stavolta.

La notizia è ormai della settimana scorsa, ma torneremo a parlarne anche perché ci sono altre novità che stanno maturando dietro le quinte, dove si consuma la gran parte del lavoro di chi scrive: la Fast Film, casa di produzione di recente costituzione (come dimostra il sito ancora in allestimento), ha opzionato i diritti cinematografici, televisivi e audiovisivi di Sezione π² e di Corpi spenti, i due romanzi incentrati sulla figura di Vincenzo Briganti e sui suoi agenti della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica di Napoli.

Si tratta di un traguardo che non potevo nemmeno lontanamente prevedere quanto iniziavo a scrivere questa serie e a cui tanto meno potevo pensare di aspirare, ma alla fine è successo e sono doppiamente felice perché, al di là del risvolto personale, sancisce un interesse da parte di un circuito totalmente estraneo al mondo della fantascienza scritta in Italia per ciò che in questo mondo viene elaborato, prodotto e pubblicato. Un risultato tutt’altro che scontato, chiunque sia direttamente coinvolto, e quale che sia l’opera baciata dalla sorte.

Come sa bene chi bazzica questo mondo da un po’, non è comunque il caso di farsi troppe illusioni. I diritti opzionati che arrivano infine sul grande o sul piccolo schermo sono una piccola frazione delle acquisizioni totali che interessano l’editoria, ma ci sono dei potenziali investitori che hanno colto degli elementi di interesse in Briganti e nei suoi necromanti, e questo per il momento è abbastanza. È un risultato per cui sono grato a Urania e al suo curatore attuale, Franco Forte, a chi ha seguito la trattativa per conto dell’ufficio Movie&Domestic Rights di Mondadori, e naturalmente a Sergio Altieri e Giuseppe Lippi, all’epoca rispettivamente editor e curatore di “Urania”, che hanno creduto al lavoro di un giovane poco più che ventenne al punto da volergli offrire un’opportunità sulle pagine della più antica collana di fantascienza in circolazione. Senza di loro, non saremmo qui a commentare questa per me splendida notizia.

Momento di autopromozione spiccia, ma non poi così fine a se stessa. Finalmente è in uscita un’antologia che chi ci ha lavorato aspettava da un po’: la data è il 7 novembre, non proprio dietro l’angolo insomma, ma se ne comincerà a parlare già a Strani Mondi il prossimo 14-15 ottobre.

Come anticipa Carmine Treanni, che con Luca Ortino ne ha curato la selezione e scritto il saggio conclusivo che inquadra la climate fiction, il titolo è un omaggio neanche troppo velato a J. G. Ballard e al suo romanzo d’esordio, nonché primo tassello della sua tetralogia delle catastrofi naturali dedicate ai quattro elementi.

Nell’antologia, sono presente con un racconto che ho scritto nella prima metà del 2022 sullo slancio di un’ispirazione e di una motivazione ritrovati. S’intitola Santuario e parla di cambiamenti su diverse scale, dal tempo profondo della geologia a quello centenario delle società umane, per scendere fino alla granularità frammentata delle vite umane, che tuttavia, a volte, possono ritrovarsi a essere sconvolte dall’arrivo di un fronte d’onda nato nel passato, ma che nell’intervallo di pochi decenni ha saputo guadagnare abbastanza energia da stravolgere ogni cosa, spazzando via certezze che credevamo granitiche e convinzioni che dubitavamo potessero cedere il passo a una consapevolezza diversa. Santuario è, in diverse forme, un racconto sull’energia, il primo su questo tema con cui mi misuro in realtà ogni giorno da qualcosa come sedici anni. Ed è un racconto sul mutamento e sull’evoluzione, dell’uomo come specie e delle società che costruisce.

Credo che sia in fondo un lavoro molto tecnico ma anche un po’ poetico, e anche in questo racchiude la quintessenza di quello che dovrebbe essere il connettivismo. Ringrazio qui i curatori e in particolare Carmine per avermi invitato a partecipare al progetto, offrendomi l’occasione per cimentarmi con un tipo di scrittura per molti aspetti diverso dalla comfort zone a cui ero abituato.

Ogni volta che muore uno scrittore con cui avverto una risonanza, o che in qualche modo ha avuto un’influenza sulla costruzione delle lenti attraverso cui osservo il mondo, non posso fare a meno che tornare alle sue pagine. A volte sono libri che ho già letto e a cui torno come si farebbe ritorno in una casa che abbiamo abitato per un po’, prima di partire per nuove destinazioni (non è così, in fondo, per tutti i libri che leggiamo, almeno i più belli?). Altre sono libri che mi prefiggevo da tempo di leggere ma che per un motivo o per l’altro (crediamo ci sia sempre tempo, per le cose importanti che necessitano di quel tempo) sono rimasti ad accumularsi sulle mensole della libreria. Era successo l’anno scorso con Valerio Evangelisti. Ed ero ancora immerso nelle sue pagine, quelle familiari intrise di un senso di claustrofobia di Cherudek e quelle crudeli e violente che leggevo per la prima volta di Veracruz, quando è arrivata la notizia della morte di Cormac McCarthy.

Cormac McCarthy Photograph © Beowulf Sheehan http://www.beowulfsheehan.com (via Literary Hub)

Adesso, leggere Sunset Limited potrebbe non essere stata la scelta migliore, mentre ero ancora intriso del mood di Cherudek e delle riflessioni di Mark Fisher, ma di sicuro ha amplificato quella risonanza, quel senso di sintonia con alcune considerazioni, sensazioni o convinzioni, che vanno montando da un po’, stratificandosi tra i miei pensieri, condizionando il mio modo di vivere e agire il mondo.

Il libro è un testo teatrale portato in scena per la prima volta nel 2006 a Chicago, e in seguito adattato anche per la televisione da Tommy Lee Jones, che lo ha interpretato con Samuel L. Jackson. Protagonisti sono due uomini con una vita di dolore e rabbia alle spalle, ma mentre il Nero ha trovato una via d’uscita da questa gabbia di oscurità (“Ho avuto quello che mi serviva invece di quello che volevo, e questa è grossomodo la più grande fortuna al mondo“, sostiene a pag. 100 dell’ultima edizione Einaudi del 2017, nella traduzione di Martina Testa), il Bianco continua a vivere in un “mondo buio“, in cui si sente in trappola.

Una mattina il Nero evita al Bianco di trasformarsi in un “pendolare terminale“, strappandolo dalle rotaie davanti al Sunset Limited in arrivo. Lo porta a casa sua, in uno squallido caseggiato popolato di tossici e crackomani, e inizia tra i due un lungo dialogo sui massimi sistemi: la vita, la morte, il destino dell’uomo, il senso del mondo. Una pagina prima, dopo una lunga insistenza da parte del Nero, il Bianco si era finalmente risolto a dichiarare il suo punto di vista:

Per me il mondo è fondamentalmente un campo di lavori forzati da cui ogni giorno si estraggono a sorte i detenuti – completamente innocenti – perché vengano giustiziati. Non è così che la vedo. E’ così che è. Esistono pareri diversi? Certo. Resistono a un esame approfondito? No.

Ma è un confronto che li porta a lambire un po’ tutto lo scibile umano, dalla musica di John Coltrane al metodo scientifico, dalla storia alla letteratura, diventando ben presto un esercizio olistico di critica, come in questo passaggio capace di coniugare fisica quantistica e narratologia:

BIANCO La Bibbia è piena di storie che devono servire da ammonimento. Anzi, ne è piena tutta la letteratura, se è per questo. Ci dicono di stare attenti. Attenti a cosa? A non prendere la strada sbagliata. Il sentiero sbagliato. Quante ne esistono, di strade sbagliate? Un numero infinito. E di strade giuste? Una sola. [pag. 57]

Il Bianco è un pessimista, un disilluso, e in diversi momenti sembra richiamare direttamente la lezione di Thomas Ligotti. Cormac McCarthy non compare nel lungo elenco di nomi e di titoli di cui il maestro delle tenebre fa menzione nelle sue interviste, ma giudicate un po’ voi davanti a una pagina come questa:

BIANCO Ok. Forse ha ragione. Va bene, ecco le notizie che ho da darle, reverendo. Io anelo all’oscurità. Io prego che arrivi la morte. La morte vera. Se pensassi che da morto incontrerei le persone che ho conosciuto in vita, non so cosa farei. Sarebbe la cosa più orrenda. Il colmo della disperazione. Se dovessi incontrare mia madre e ricominciare tutto daccapo, ma stavolta senza la prospettiva della morte a consolarmi… Be’, quello sarebbe l’incubo finale. Kafka coi controfiocchi.

NERO Cazzo, professore. Non vuoi rivedere tua mamma?

BIANCO No, per niente. Gliel’ho detto che si sarebbe arrabbiato. Io voglio che i morti restino morti. Per sempre. E voglio essere uno di loro. Sennonché, ovviamente non si può essere uno di loro, perché ciò che non esiste non può formare una comunità. Ecco: nessuna comunità. Mi si scalda il cuore soltanto all’idea. Silenzio. Buio. Solitudine. Pace. E tutto questo, nell’arco di un battito di ciglia.

NERO Cazzo, professore.

BIANCO Mi faccia finire. Io non considero il mio stato mentale una visione pessimistica del mondo. Io lo considero equivalente al mondo così com’è. L’evoluzione non potrà non condurre la vita intelligente alla consapevolezza di una certa cosa sopra tutte le altre, e questa cosa è la futilità. [pag. 109-110]

Ecco di cosa stiamo parlando, per intenderci. E ogni giorno di più ho la sensazione che la sofferenza sia davvero una costante ineluttabile, nelle nostre vite. Le cose possono andarci tanto bene da oltrepassare le nostre più rosee aspettative, eppure ci sarà sempre quel rumore di fondo a ricordarci che manca qualcosa, che qualcosa potrebbe andare meglio, che quella certa cosa poteva essere fatta meglio. Non è di insoddisfazione che sto parlando, ma proprio di vincoli, di oneri che ci opprimono, che ci schiacciano le spalle e il petto e ci impediscono di riempirci i polmoni di quell’ossigeno vitale di cui avremmo bisogno per dare sfogo alla nostra gioia. Nessuno è davvero libero, e nessuno, che se ne renda conto o meno, può trascendere la verità finale.

Perché, dopotutto, siamo tutti soli anche quando non siamo davvero soli: siamo soli con noi stessi davanti ai bilanci di natura personale, a quei piccoli check point con cui periodicamente sottoponiamo al vaglio ciò che abbiamo fatto e ciò che stiamo facendo, a quegli esami in cui ci misuriamo rispetto all’ideale che avevamo in mente quando abbiamo scelto di essere una determinata persona o fare una certa vita. Questo è qualcosa a cui non possiamo sfuggire, e non saranno le parole delle persone che abbiamo intorno, nemmeno le più vicine, a poter intercedere per noi con l’ultimo giudice a cui ognuno di noi si trova a rendere conto: sé stesso.

Possiamo nasconderci dietro alla facciata che ci siamo dati, dietro l’apparenza delle maschere che indossiamo ogni giorno, ma sotto è con questo che dobbiamo confrontarci. E sono qui che mi trastullo con queste riflessioni quando mi capita davanti questa visione di Hulk firmata da Mark Fielding:

Sembra un segnale dall’universo, no? Uno di quei messaggi che la realtà ti manda per metterti alla prova, per testare la tenuta delle tue convinzioni. Cosa dire, se non sposare ancora una volta le parole del Bianco di McCarthy, che qui entrano in risonanza con immagini di orrore cosmico in grado di richiamare addirittura H. P. Lovecraft:

La rabbia, di fatto, la provo solo nei giorni migliori. Ma in verità non me n’è rimasta molta. In verità le forme che vedo si sono andate pian piano svuotando. Non hanno più nessun contenuto. Sono soltanto figure. Un treno, un muro, un mondo. O un uomo. Una cosa che penzola con le sue espressioni insensate in mezzo a un vuoto ululante. Senza che ci sia alcun significato nella sua vita. Nelle sue parole. [pag. 112-113]

S: Davide, quando eri un angelo, ce l’avevi la televisione?

D: Sì, però era senza bocca (sic).

S: E ti manca Dio?

D: No, non mi manca zio, l’ho visto ieri.

S: Non zio, Dio!

D: No, zio.

S: Davide, non zio, dicevo Dio.

D: Ma quello non è Dio, è una gru grande grande.

Ancora Mark Fisher, ancora J. G. Ballard. Leggo del progetto Tiny Colour Movies di John Foxx in un pezzo di Fisher antologizzato in Spettri della mia vita e mi fiondo ad ascoltare Skyscraper su YouTube sulla risonanza che innesca nella mia testa il collegamento alle sonorità di Vangelis per Blade Runner.

Nel brano ritrovo effettivamente quelle atmosfere, ma c’è in effetti anche altro, o forse sono atmosfere che sembrano simili, ma in realtà tradiscono uno spirito diverso. Perché se ogni nota di Vangelis ci parlava (e ci parla ancora) del futuro – sorvoliamo al momento se si tratti di un futuro che non è stato, da cui la nostalgia, o di un futuro che si è fin troppo inverato, da cui il rimpianto per un futuro ormai passato in cui avremmo fatto in tempo a correggere la traiettoria della storia – è invece vero che quella di John Foxx è più un’operazione che Fisher riconduce giustamente allo slowtime, “un tempo di distacco meditativo dalla confusione del presente”.

Il video, con quegli spezzoni decontestualizzati di riprese di grattacieli, le dissolvenze con le performance di Foxx, trasferisce lo spettatore/ascoltatore in una dimensione parallela. Un mondo in grado di esaltare sulla scala delle megalopoli lo smarrimento che proviamo davanti ai quadri surrealisti di Paul Delvaux o Giorgio De Chirico, in cui la metropoli progressivamente slitta – come le ombre dei palazzi fuori campo che scorrono in timelapse sulle facciate dei palazzi inquadrati – nella condizione di necropoli, e i suoi abitanti diventano spettri di passaggio. E ancora le dissolvenze, i tramonti, i bagliori del giorno sui grattacieli (c’è anche molto Hopper, nella luce che illumina quasi dolorosamente alcune sequenze), mentre le ombre della notte affiorano dalle strade.

Quando la notte trascorre e le insegne al neon che hanno intessuto con i fari delle auto una danza mistica si sciolgono nella luce spettrale di un nuovo giorno sospeso fuori dal tempo, si ha la sensazione di aver assistito davvero a un rito negromantico, un’evocazione che ha messo in comunicazione epoche diverse, che forse abbiamo abitato o altrimenti ricordiamo soltanto di aver abitato. Spazi a cui torneremo, quando da fantasmi torneremo a mischiarci con le ombre.

Tra Mark Fisher e J. G. Ballard, come relitti del futuro, si moltiplicano nel panorama mediatico i segni di una dimensione che siamo solo convinti di conoscere e di comprendere. Una dimensione in cui siamo tutti prigionieri, giocando il ruolo di operatori inconsapevoli.

Di Matthew Phipps Shiel abbiamo già scritto, a proposito del suo capolavoro di fantascienza post-apocalittica La nuvola purpurea. Sul Post Libri Ludovica Lugli ha esplorato un’ulteriore ramificazione della sua storia, che parte dall’incoronazione da parte di suo padre Matthew Dowdy Shiell, che volle così celebrare la nascita di un figlio maschio dopo tante femmine, e di scrittore in scrittore, attraverso un labirinto di testi molto postmoderno tenuto attualmente in vita da Javier Marías, arriva fino a noi: la storia del Regno di Redonda.

La Biblioteca del Futuro (Future Library, in norvegese Framtidsbiblioteket) nasce a Oslo da un progetto dell’artista scozzese Katie Paterson nel 2014. Da allora raccoglie ogni anno il manoscritto inedito di un autore o un’autrice internazionali destinato a essere custodito nella cosiddetta Silent Room per essere pubblicato solo nel 2114. In questi anni hanno preso parte all’iniziativa autori di prima grandezza come Margaret Atwood (Il racconto dell’ancella), Han Kang (Atti umani) e David Mitchell (Cloud Atlas), che all’inizio per la verità era scettico sulla valenza dell’operazione, ma poi ha dovuto ricredersi.

Il progetto si prefigge infatti di mettere in condizione gli autori di misurarsi con il pensiero a lungo termine, qualcosa che trascende le loro vite, e quelle dei lettori che avranno la possibilità di misurarsi con le loro opere: tutti gli autori che prenderanno parte alla Biblioteca prima della metà di questo secolo (e plausibilmente molti tra quelli che verranno anche dopo) scriveranno infatti lavori destinati a essere letti da generazioni nemmeno ancora nate al momento della stesura. Inoltre, i contributi che si aggiungeranno alla Biblioteca nel corso del tempo risentiranno inevitabilmente del mutare delle condizioni (politiche, sociali, economiche, culturali) in cui saranno scritti, attraversando un secolo intero di vita sulla Terra, e di sicuro il secolo più ricco di eventi, sconvolgimenti e ricadute tecnologiche tra tutti quelli trascorsi dalla comparsa di quel fenomeno che va sotto il nome di civiltà.

La Biblioteca del Futuro richiama un po’ anche l’intento della Long Now Foundation, che lavora su una scala temporale persino più ampia (10000 anni). L’idea, come scrive BBC Future, è ispirare le persone a superare le distrazioni momentanee e riflettere sulle responsabilità nei confronti delle generazioni che abiteranno il pianeta dopo di noi, promuovendo una prospettiva lungimirante sul futuro. Questo è il sito ufficiale della Future Library.

Trovo che, in un’epoca come la nostra, iniziative come queste dovrebbero fiorire un po’ dappertutto, finché non si sarà raggiunta una consapevolezza tale da poter dare per scontato che le nostre scelte nel presente possono avere una ricaduta a lungo termine, anche oltre l’orizzonte della nostra permanenza sulla Terra.

L’articolo che avevo annunciato è online da alcuni giorni su Quaderni d’Altri Tempi. È un pezzo a cui tengo molto e che allo stesso tempo avrei preferito non dover scrivere.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

Avviso ai naviganti

Questo blog appartiene a Giovanni De Matteo, anche conosciuto per i vicoli della rete come X. Nel 2004 è stato tra gli iniziatori del connettivismo. Legge e guarda quel che può, e se riesce poi ne scrive. Si occupa soprattutto di fantascienza e generi contigui. La sua passione è sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Dopo Corpi spenti e Karma City Blues, il suo ultimo romanzo è anche il primo: s'intitola Ricordi proibiti.

Unisciti a 121 altri iscritti

Archivi

aprile: 2026
L M M G V S D
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930  

Categorie

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora