Un passo indietro

Viviamo senza dubbio in un mondo collettivamente isterico, dove chi ha il potere fa di tutto per tenerlo, e chi è debole e lo subisce non ha la forza per rovesciarlo e, anche perché anestetizzato da un trentennio di propaganda, lo subisce passivamente, lottando con gli altri deboli, in una perenne guerra tra poveri.

D’altra parte, è sempre stato così: “panem et circenses”, dicevano gli antichi romani, che si assicuravano il consenso con distribuzione di grano (panem) e con l’organizzazione di grandiosi spettacoli pubblici (circenses).

Negli anni tutti i maggiori letterati e rappresentanti della cultura hanno descritto questi meccanismi, gente come Polibio, Lucrezio, Machiavelli, Montesquieu, Alfieri, Leopardi e Pasolini, tanto per citarne qualcuno.

Poi, il vuoto. Gli argomenti da toccare non devono turbare l’opinione pubblica. Che nel frattempo non c’è più. O, meglio, è cambiata.

Il concetto di opinione pubblica è sempre stato utilizzato per indicare l’insieme delle idee che un determinato agglomerato umano ritiene giusto e vero in un determinato momento oppure l’insieme delle persone che costituiscono la collettività che giudica, in base ai riferimenti culturali, sociali, religiosi ed economici, i fatti che accadono.

Ma in questa società della super specializzazione e delle distorsioni cognitive, chi è in grado di giudicare o dare un giudizio morale rimanendo super partes e allo stesso tempo avendone le capacità? Quasi nessuno.

Personalmente mi sono sempre rifiutato di “giudicare”, perché è un meccanismo da cui si viene rapiti, e si inizia a giudicare e pontificare andando spesso e volentieri fuori dal seminato.

Isteria, dicevo all’inizio. Dal 2009, più o meno, la velocità con cui si è trasformata la società è raddoppiata anno dopo anno; quindi, potrebbe anche accadere che la trasformazione portata all’eccesso porti a dei benefici (per una ciclicità delle trasformazioni), ma per ora questi vantaggi non si vedono.

La cosa più complicata da fare è il famoso “passo indietro”.

Quasi nessuno, ormai da tempo, resosi conto di essere inadeguato, si pone nello status di umiltà che quella pratica richiederebbe. Andiamo avanti, e proseguiamo indefessi, anche quando ci rendiamo conto di aver sbagliato.

Quando ero ragazzino ricordo un libricino che mio padre teneva nel reparto “umoristico” della sua immensa libreria; convinto fosse un libro per ridere, iniziai a leggerlo, ma mi resi conto quasi subito che papà doveva essersi sbagliato (strano, lui mette anche le medicine in ordine alfabetico).

Il libro si chiama “Il principio di Peter” ed è stato scritto dallo psicologo canadese Laurence J. Peter insieme all’umorista Raymond Hull, cosa che deve aver tratto in inganno mio padre, pensavo.

Invece no. È un libro dannatamente serio ed al tempo stesso profondamente umoristico, che usa una figura retorica ormai in disuso, il “paradosso”. Il “principio” descrive gli effetti dei meccanismi che governano la carriera aziendale dei lavoratori, evidenziandone i risultati paradossali. Può essere riassunto così:

“In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”

Il principio di Peter va inteso nel senso che, in una gerarchia, i membri che dimostrano doti e capacità nella posizione in cui sono collocati vengono promossi ad altre posizioni. Questa dinamica, di volta in volta, li porta a raggiungere nuove posizioni, in un processo che si arresta solo quando accedono a una posizione poco congeniale, per la quale non dimostrano di possedere le necessarie capacità: tale posizione è ciò che gli autori intendono per “livello d’incompetenza”, raggiunto il quale la carriera del soggetto si ferma definitivamente, dal momento che viene a mancare ogni ulteriore spinta per una nuova promozione. (“Principio di Peter – Wikipedia”)

Ovviamente Peter teneva conto di altre cose, anche se marginalmente, come le “raccomandazioni”, vedendole più come la “spinta” del papà proprietario d’azienda nei confronti del proprio (incompetente) figlio, o come il desiderio di un “protettore” nei confronti del “protetto”.

Quello di cui non ha tenuto conto per niente è che in un tipo di società come la nostra, la creazione di “caste” e “sotto-caste” sconvolge alcuni meccanismi.

Perché, se è vero che ciascuno di noi può essere promosso fino al proprio livello di incompetenza, ciò può essere interrotto quando subentra qualcuno che blocca l’ascesa. Che, se da un certo punto di vista può essere un bene (non raggiungerai il tuo livello di incompetenza), dal punto di vista dell’organizzazione può causare anche dei danni maggiori, piazzando in ciascuna posizione lavorativa gente incompetente.

Possono esserci altre situazioni, ad esempio di corruzione, clientelismo, immoralità, anche nell’occupazione di ruoli di importanza nazionale o internazionale. Queste posizioni vengono occupate da persone “manovrabili” e manovrate per il vantaggio di altri. È un modo di fare lobbying fondamentalmente scorretto.

Un gruppo di pressione (in inglese lobby) è un gruppo organizzato di persone o di aziende che cerca di influenzare con varie strategie dall’esterno le istituzioni per favorire particolari interessi, la cui influenza può far leva su elementi immateriali, come il prestigio di cui il gruppo gode, o su elementi materiali, come il denaro di cui dispone.

Quando parliamo di lobby pensiamo tutti agli Stati Uniti, dove il lobbying ha costituito un mezzo concorrente a quello politico nella rappresentanza degli interessi della società civile, e dove circa la metà dei parlamentari uscenti diventano lobbisti, ma anche in Europa non scherziamo.

Si stima che a Bruxelles ci siano circa quindicimila lobbisti che difendono gli interessi delle grandi aziende, delle associazioni di categoria, ma anche dei gruppi ambientalisti, per la tutela dei diritti sociali e delle organizzazioni non governative nei confronti del sistema politico-decisionale europeo, tanto che nel corso del 2011 anche il Parlamento europeo aderì all’iniziativa della registrazione per i lobbisti e creò un Registro comune europeo dei rappresentanti di interessi, denominato “Registro per la trasparenza”.

E in Italia? Non ci sono né leggi, né regolamentazioni a livello nazionale. Qualcuno ci ha provato, negli ultimi vent’anni, ma come si può facilmente intuire, non ci è mai riuscito. E i gruppi di pressione lavorano più o meno indisturbati.

Infatti, nel marzo 2012 la Presidenza del Senato italiano aveva annunciato l’intenzione di istituire un registro dei lobbisti, ma non si riuscì a trovare un punto d’incontro neanche sulla differenza tra la figura del lobbista e quella del faccendiere. Ci sono delle regolamentazioni regionali (Toscana, Abruzzo, Lombardia, Calabria, Puglia), ma sembra ancora impraticabile l’ipotesi di emanazione di una legge nazionale sul tema.

Tutto ciò va in contrasto con quello che l’Europa, intesa come istituzione politica, dovrebbe fare, cioè tutelare i suoi abitanti. Perché i gruppi di pressione lavorano anche su quello, tanto che recentemente “pare” ci siano stati episodi di corruzione da parte di stati esterni all’Unione Europea.

Inoltre, la Brexit ha complicato ancora di più le cose (e non solo perché adesso per andare in UK serve il passaporto): infatti gli stati sovrani mediorientali, per penetrare il mercato Europeo, non devono fare altro che entrare in UK e poi in Europa, come in un giallo di John le Carré.

Su queste pagine, nonostante i miei propositi di qualche anno fa, ho iniziato a parlare sempre più spesso di calcio. Non so se lo avete notato, il calcio sta cambiando. E non in meglio.

Quando parlo del “passo indietro” e dell’inadeguatezza, mi riferisco soprattutto al mondo del calcio. Ma chi dovrebbe compiere il famoso passo indietro?

Intanto, potrebbe iniziare chi, chiamato a svolgere un compito, e nonostante i proclami iniziali, quel compito non lo svolge nella maniera adeguata, non mantenendo le promesse e le premesse.

Come il CT della Nazionale italiana di calcio, chiamato a rilanciare il calcio italiano, che, a onor del vero, qualcosa ha fatto. Ha chiamato giocatori sconosciuti o semisconosciuti, oppure che non erano titolari nelle proprie squadre di club, rinnovando di fatto il parco giocatori. Al campionato d’Europa vinto nel 2021 (diciamocelo, anche grazie a una buona dose di fortuna) solo 6 su 26 erano gli stessi di quattro anni prima.

Però, oltre quello? Le partite di un certo livello sono state perse o pareggiate (unica eccezione, il Belgio agli europei). Non ci si è qualificati per i mondiali. Che cos’altro bisogna fare per dare le dimissioni? Zoff e Prandelli, nello stesso ruolo, lo fecero per molto meno.

Stesso discorso, ovviamente, per i vertici federali. Ma si sa, il governo del calcio è composto più o meno sempre dalle stesse persone ormai da anni, che girano e si rieleggono tra loro, e quando arriva qualcuno di nuovo, è perché è sodale con chi è ai vertici o corruttibile. L’unico che provò a cambiare qualcosa, Albertini, ex giocatore del Milan, fu fatto fuori in un amen.

E intanto ogni anno almeno una società media e parecchie società piccole sono alla canna del gas e falliscono, con tutto quel che ne consegue per il tifo locale (il famoso calcio del popolo).

Devono fare un passo indietro i presidenti, i dirigenti e gli organi direttivi delle società, che pensano di avere sempre la soluzione in tasca ma poi si dimenticano chi è che porta i soldi nelle casse della società. La supponenza e l’arroganza di alcuni dirigenti è nota (“Con Carpi e Frosinone in A siamo rovinati”), così come chi cambia allenatore ogni due per tre, o chi non lo cambia mai.

E chi fomenta i propri tifosi “contro” e non “per”, pur avendo mille scheletri nell’armadio.

Devono fare un passo indietro gli allenatori, che si ritengono dei guru, anche in virtù dei contratti che riescono ad avere: un allenatore di serie A guadagna da 200 mila euro l’anno (Palladino – Monza) fino a 7 milioni (Allegri – Juventus e Mourinho – Roma), per non parlare di altri campionati in cui si arriva a delle cifre molto superiori (Simeone 34, Guardiola 22, Klopp 18). Non è un mestiere semplice, soprattutto se alcuni dei tuoi calciatori guadagnano più di te, ma da qui a ritenersi dei santoni, e non delle persone che devono gestire degli sportivi per il raggiungimento della vittoria, ce ne passa.

Devono fare un passo indietro i calciatori, che ormai, ad alti livelli, hanno degli stipendi che paiono sinceramente esagerati. Vero che la carriera di un calciatore non è lunghissima (dai 15-16 fino ai 35 circa, mediamente), ma da qui, a guadagnare quelle cifre ce ne passa. E non solo questo: alcuni calciatori, pur conoscendo la situazione dovuta alla pandemia, non hanno rinunciato a nulla. Mi pare un comportamento altamente egoistico.

Devono fare un passo indietro i giornalisti, che ormai sono tifosi, e fomentano il tifo, non fanno cronaca. Ricordavo come alcuni giornalisti sportivi del passato, andati in pensione, rivelassero di essere tifosi di una determinata squadra, e di come la notizia fosse appresa con stupore, tanto erano stati “super partes” durante la carriera.

Alcuni giornalisti, poi, sono ossessionati e ciò non fa che aumentare i dissidi tra tifosi.

Che sono gli ultimi, ma non ultimi, come si dice, a dover fare un passo indietro.

Dobbiamo tutti fare un passo indietro, perché vincere è l’eccezione, non la regola. Si DEVE giocare per vincere, ma la vittoria potrebbe non arrivare, l’importante è aver fatto il possibile. Altrimenti non è più sport, è guerra.

E di guerre, sinceramente, ne abbiamo già abbastanza.

Inquinamento mediatico

Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”

“La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”

[…]

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Inizio con una premessa, doverosa: questo che leggerete è solo un tentativo.

Il tentativo di capire una deriva, intesa come direzione non voluta, che sta prendendo la società civile italiana per quanto riguarda la politica, i media, la pubblicità e la censura. Compito improbo, senza dubbio, infatti l’articolo sarà lungo e complesso.

Vi chiedo lo sforzo di accompagnarmi in questo viaggio e se vi va, di darmi qualche suggerimento per ampliare gli argomenti.

Per provare a capire e contestualizzare la situazione fin dal principio ho messo nell’introduzione l’articolo 21 della Costituzione: in pratica, dopo la Seconda guerra mondiale, quando i Padri Costituenti scrissero uno dei due cavalli di battaglia di Benigni, pensarono (giustamente) che dopo un ventennio di “privazioni”, la stampa dovesse tornare libera.

“Reporters sans frontières” è un’organizzazione non governativa internazionale per la libertà di stampa. “Nata nel 1985, riconosciuta dall’ONU, è attiva nella difesa di giornalisti e collaboratori dei media perseguitati o imprigionati, nella lotta alle limitazioni della libertà di stampa, nel miglioramento della sicurezza dei giornalisti nelle aree di conflitto.” (“Reporters sans frontières nell’Enciclopedia Treccani”, nda)

Tutti gli anni “RSF” stila una classifica sulla libertà di stampa (la potete trovare qui) e l’Italia nel 2022 ha perso ulteriormente terreno, essendo posizionata al 58° posto al mondo, contro il 41° dell’anno prima. In Europa va anche peggio: siamo davanti al blocco dei paesi ex sovietici (ma Croazia, Cechia, Slovacchia e Moldavia ci sono davanti), ma siamo dietro a tutte le nazioni occidentali (Francia, Germania, UK, Spagna, Austria, Svizzera, Benelux, Portogallo, Irlanda), per non parlare degli stati scandinavi, che dominano questa classifica.

Come è mai possibile che una nazione tutto sommato libera sia messa così male su uno dei cardini della democrazia come la libertà di stampa? Per capirlo devo parlarvi di Tv, DC e spot. No, non sono impazzito: Tv sta per televisione (e censura), DC sta per politica (e ingerenza) e spot sta per pubblicità (e messaggio).

Andiamo in ordine, partendo dalla situazione italiana negli anni ’50 del secolo scorso.

In Italia le trasmissioni televisive iniziarono nel gennaio 1954, mandate in onda dalla Rai, ente concessionario che deteneva il monopolio televisivo nazionale e che era soggetta al controllo del governo; quindi, del partito di maggioranza che all’epoca era la Democrazia Cristiana.

Ebbene sì (mi rivolgo ai giovani lettori): mentre in UK (1937) e negli Stati Uniti (1941) già avevano dei “miti” televisivi, da noi si iniziava appena. Tra l’altro, nel 1954 in Italia esistevano solo 24 mila apparecchi televisivi, a fronte di 48 milioni di abitanti. E c’era, come detto, il monopolio Rai. Questo durò fino al 1962, quando la situazione socioeconomica era sicuramente migliorata, iniziava il boom economico e gli apparecchi televisivi sfioravano i 6 milioni.

Nel ’54, come detto, iniziarono le trasmissioni, che erano fondamentalmente di “informazione”, con telegiornale, rubriche divulgative e la “domenica sportiva” che la facevano da padroni. Si può subito notare che l’informazione sportiva era già molto importante, anche se molti pensavano che la Tv mai e poi mai avrebbe potuto sostituire la carta stampata e soprattutto la radio, che era il mezzo più veloce, allora, per dare le notizie.

Dal 1962 con l’introduzione della tecnologia americana Ampex (la registrazione magnetica), divenne possibile velocizzare il processo, trasmettere le immagini in movimento (fino ad allora c’erano solo foto dietro i giornalisti) e si diede la possibilità di ricontrollare le notizie da mandare in onda (a cui dunque si potevano effettuare dei tagli). Vista l’influenza politica sulla Rai, la possibilità di montaggio delle registrazioni che portò l’Ampex si tramutò in una continua operazione di censura e patteggiamento tra gli uffici dei partiti e quelli Rai per la decisione dell’interpretazione da dare alle notizie.

Alla fine degli anni Cinquanta anche la televisione italiana cominciò a trasmettere messaggi pubblicitari, ma mentre all’estero, avveniva attraverso spot e sponsorizzazioni, in Italia si percorse una strada assolutamente originale. La pubblicità fu ammessa, ma esclusivamente all’interno di uno spazio dedicato, il famoso “Carosello”.

“Alle aziende che intendevano usufruire di questa nuova opportunità, venne richiesto di gratificare lo spettatore, che si riteneva venisse “disturbato” dalla presenza della pubblicità, con qualcosa che avesse una connotazione spettacolare.” (“Dispensa redatta dal Prof. Marco Galdenzi – DELCO s” – nda) In tal senso venne imposto che i filmati fossero composti da: 100 secondi di spettacolo (in cui il prodotto non poteva assolutamente essere presente) e 35 secondi per il cosiddetto “codino” commerciale.

Per i vincoli imposti, Carosello non sempre si rivelò uno strumento efficace. In alcuni casi, infatti, la scenetta presentata o la forte personalità del personaggio impiegato monopolizzavano l’attenzione dello spettatore generando un effetto di “vampirizzazione” sul prodotto che non veniva memorizzato. (“Dispensa redatta dal Prof. Marco Galdenzi – DELCO s” – nda)

Quelli di noi che hanno visto Carosello, ricordano Franco Cerri, Ernesto Calindri, Nicola Arigliano, Paolo Ferrari, Gino Bramieri e Totò (e tantissimi altri), ma non sempre si riesce a ricordare COSA pubblicizzassero.

Dopo gli anni del boom economico, tuttavia, il mondo della pubblicità, in tutti i paesi industrializzati, visse un periodo di crisi che era anche economica, ma soprattutto culturale. I pubblicitari, infatti, subirono numerose critiche da parte degli intellettuali, dai giovani e da numerose persone che all’epoca condividevano le ideologie anticonsumistiche. Queste ultime, infatti, rimproveravano a chi promoveva i prodotti di creare negli individui bisogni di consumo “falsi” e “superflui” Alla fine degli anni ‘60, anche in Italia arrivarono i primi segnali di tale contestazione verso il mondo della pubblicità. (“Aspetti Evolutivi – economia – ““AADDVVEERRTTIISSIINNGG …” – nda)

Nel frattempo, nel 1962 era nata la seconda rete nazionale (Rai 2) in cui, con il progetto di informazione concorrenziale tra le reti introdotto dalla Riforma Rai del 1975, venne inserito il secondo notiziario nazionale, il Tg2. Più che concorrenza interna (il Tg1 rimaneva comunque il più visto), era un tentativo di dare voce anche ad altri schieramenti.

La lenta presa di coscienza del mezzo di comunicazione di massa senza precedenti che rappresentava la televisione e il potere sul pubblico che derivava dalla sua gestione, infatti, la fecero diventare ben presto argomento di grande conflitto e contrattazione per i partiti, dando vita alla fase che venne definita “Governo della televisione”.

I giornalisti, in questa fase, erano più che altro speaker, attori a cui era richiesta una perfetta dizione e un’esposizione asettica che non lasciasse intendere il sentore di un’opinione personale e al quale non erano affatto richieste competenze giornalistiche in quanto solo rappresentante visivo delle notizie. Il timbro sicuro scelto per la lettura trasmetteva l’autorevolezza informativa che la Rai voleva per il proprio notiziario.

I primi veri giornalisti formatisi a questa scuola furono i migliori, perché alla cultura richiesta dal mestiere, associarono questa “neutralità” di base, ed oggi se ne sente la mancanza. Intanto, Carosello chiudeva.

Nel ’73, a causa dell’austerity imposta dalla crisi petrolifera, la Rai anticipò il termine dei programmi e di conseguenza anticipò di mezz’ora il telegiornale, che passò dalle 20:30 alle 20:00. Carosello, che veniva trasmesso quotidianamente dalle 20:50 alle 21:00 (tranne il Venerdì Santo e il 2 novembre) dal 2 dicembre 1973 fu trasmesso alle 20:30 (e noi bambini si andava a letto prima, porca pupazza).

Nel 1976 una sentenza della Corte costituzionale sancì la fine del monopolio Rai, e il 1° gennaio del 1977 chiuse Carosello. Nel 1980 in Italia vi erano circa 500 televisioni private, ma non avevano ancora la forza per farsi sentire a livello nazionale.

“Lo sviluppo del sistema televisivo italiano, ed in particolare modo delle televisioni private e commerciali, resero disponibili maggiori spazi il che consentì a molti nuovi utenti, anche a quelli con budget di dimensioni meno elevate, di utilizzare il mezzo televisivo.” (“Evoluzione – extra integrativo non essenziale – StuDocu” – nda). Il conseguente aumento degli utenti determinò una significativa crescita degli investimenti pubblicitari, che passarono da circa 360 miliardi di lire del 1974 ai quasi 3.200 miliardi del 1984.

Il modo di veicolare i messaggi (pubblicitari) intanto cambiava: lo scenario economico vide una ripresa economica, con un conseguente aumento della domanda e nel mercato si manifestarono alcune tendenze che si consolidarono sino ai primi anni ’90.

Un bravissimo blogger (o tiktoker? mah!) ha provato a fare una sorta di storia dell’evoluzione del messaggio pubblicitario in Italia a partire dagli anni ‘50, molto interessante come approccio (lo trovate qui, lui si chiama Giacomo Panozzo ed è molto bravo e simpatico). In pratica lui ha notato come il focus del messaggio pubblicitario sia passato dal prodotto al consumatore comunicando via via in maniera differente il messaggio stesso.

Prima, al tempo del carosello, come detto, il prodotto era relegato alla fine del messaggio pubblicitario.

Su questo vorrei fare un inciso di tipo “sociale”. Nell’immediato dopoguerra e pressappoco fino all’inizio degli anni ’60, in Italia si stava ricostruendo dopo la devastazione della guerra, e l’economia era fortemente contratta. In pratica, chi aveva un’attività commerciale aveva la fila di clienti, la domanda era altissima e l’offerta era quella che era. Non c’era la necessità di pubblicizzare per aumentare i propri giri di affari.

Negli anni Sessanta, invece, il boom creò nuove “necessità” e la gente iniziò a comprare anche il superfluo. Negli anni ’80 il prodotto tornò ad essere al centro del messaggio, ma non più come un oggetto necessario, ma come un oggetto che fa diventare più “fighi”: chi non ricorda “l’uomo che non deve chiedere mai”?

In un forum sulla comunicazione tenutosi a Milano nel 1985, provarono ad ipotizzare gli scenari futuri:

“I prodotti oggi sono standard e la gente lo sa: il valore aggiunto che i prodotti oggi possono avere è soltanto un valore aggiunto di comunicazione, di immaginario, di fantasia, di poesia e quindi di spettacolo.” (“Corso di laurea in Economia e Metodi quantitativi per le … – UniTE”) (Marco Magnani, Direttore Creativo RSCG Italia)

“La nostra è una comunicazione che sempre più dovrà essere seducente per essere convincente, anche perché solo così riuscirà ad essere accettata… lo spettacolo della pubblicità diverrà formalmente più lieve, ma nella sostanza più sofisticato, e perciò più determinante di oggi per la vita stessa delle marche.” (Marco Sorrentino, Coordinatore creativo SSC&B Lintas)

Come dicevo prima, nel 1975 ci fu la legge di Riforma della Rai che stabilì l’indipendenza delle testate giornalistiche della Rai. Sia nei canali radiofonici che in quelli televisivi il palinsesto venne diviso fra la direzione giornalistica che si occupava dei telegiornali, delle rubriche informative o di approfondimento e degli eventi in diretta, e la direzione dei programmi che si occupava del resto.

Il controllo della società rimase competenza del settore pubblico ma passò dalle mani del governo a quelle del Parlamento, nell’intento di riuscire ad assicurare una televisione più pluralista, obbiettiva e imparziale nel fornire l’informazione al pubblico. La riforma previde inoltre l’introduzione di un nuovo canale (Rai3) che si sommava alle già esistenti Rai1 e Rai2, anche per dare spazio all’informazione regionale che fino ad allora non era stata considerata.

In realtà, quello che avvenne fu una vera e propria lottizzazione: Rai1 alla Democrazia Cristiana, Rai2 al Partito Socialista e Rai3 al Partito Comunista. Di conseguenza, anche l’informazione divenne uno specchio di questa spartizione. C’era una cosa che la politica di allora aveva sottovalutato, però: l’avvento delle Tv commerciali.

Già nel 1974, con il consenso alla ripetizione di programmi televisivi stranieri in Italia (quelli della mia generazione sono cresciuti con Koper Capodistria – ah, quanti ricordi- e con la Tv Svizzera) la Consulta aveva iniziato questo processo, ultimandolo nel 1976 con la sentenza 202 che consentiva l’emittenza privata, anche se inizialmente solo a livello locale.

L’emittenza locale sfruttò il telegiornale per consolidarsi sul proprio territorio ed avere un’arma di contrattazione con la politica. Un giovane imprenditore milanese, in cerca di un canale dove pubblicizzare la vendita degli appartamenti da lui appena costruiti, comprò un canale via cavo sull’orlo del fallimento, “Telemilanocavo”, al prezzo simbolico di una lira (in cambio del risanamento dei debiti), trasformandolo poco dopo in “Canale 5”.

Dopo una rapida espansione nel Nord Italia, nel 1982 Silvio Berlusconi comprò anche “Italia 1” e l’anno successivo rilevò dal gruppo Mondadori “Rete 4”, creando di fatto un duopolio televisivo con la Rai, con la nascita del gruppo “Mediaset”, e con un escamotage (videocassette che dalla sede milanese venivano distribuite ad emittenze locali associate di altre regioni) violò di fatto la legge vigente sul monopolio rimasto della Rai per la trasmissione radiotelevisiva nazionale.

Le reti Mediaset furono a quel punto oscurate e potevano trasmettere solo in Lombardia; l’allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, amico di Berlusconi, dovette tornare in Italia in fretta e furia per sbloccare la situazione. E da allora nacquero leggi e leggine fatte ad hoc per mantenere lo status quo, con la situazione in continua evoluzione, come vedremo, grazie all’ingresso nel mercato delle televisioni satellitari.

Berlusconi, piaccia o non piaccia, ha rivoluzionato il mercato televisivo italiano, ma prima di arrivare a lui al suo modo di pensare la televisione, vorrei tornare un attimo al discorso censura.

Chi, delle nuove generazioni, guarda oggi la Tv farà fatica a credere (a meno che qualcuno che glielo abbia raccontato) che fino a qualche anno fa, sicuramente fino alla fine degli anni ’70, le ballerine portavano la calzamaglia per non mettere in mostra le gambe “nude” e il linguaggio doveva essere controllatissimo: parole come amante, parto, vizio, verginità, talamo, alcova, amplesso erano assolutamente vietate.

Non si poteva dire “membro del parlamento” o “in seno alla commissione”, non si potevano dire le parolacce e non si potevano prendere in giro le personalità politiche o religiose; ne sanno qualcosa i vari Tognazzi, Vianello, Tortora, Fo, Grillo e Benigni, allontanati dalla Rai per vari motivi, tutti abbastanza ridicoli a rileggerli oggi.

Negli anni ’80 sembrava però che il mondo stesse cambiando: trionfava l’edonismo, il corpo andava mostrato, e le Tv commerciali non esitarono a sfruttare i “pruriti” di un popolo tutto sommato bigotto come quello italiano.

Su questo, mi permetto di fare un altro inciso. Per lavoro ho vissuto in Puglia, dove sono nato, in Campania, nel Lazio, in Emilia, in Romagna, in Lombardia e in Alto Adige. Poi sono stato, senza viverci stabilmente, anche in Valle D’Aosta, in Piemonte, in Liguria, in Sardegna, in Toscana, in Veneto, in Abruzzo e in Sicilia. E in ogni regione ho visto luoghi così diversi tra loro che a volte si fa fatica a pensare che appartengano allo stesso Paese.

Per non parlare delle persone! Gente così diversa da un luogo all’altro. Per quello ogni qualvolta parlo di popolo italiano, sto forzando un concetto. Perché, pur mantenendo una base comune, che io individuo nella “pietas”, intesa alla latina, cioè la devozione religiosa, il sentimento d’amore patriottico e di rispetto verso la famiglia, oltre al valore intrinseco e gerarchico che essa rappresentava nel mondo ellenico (pensiero personale, sia chiaro), la nostra forza sta proprio nella diversità, cosa che negli anni della leva obbligatoria, ad esempio, si notava tantissimo.

D’altronde, cos’hanno in comune un contadino di Catania e un montanaro di Bolzano se non la nazionalità sulla carta d’identità? Eppure, quando sono stato in missione, due miei colleghi erano proprio due così, e vi assicuro che erano entrambi straordinari, sia come persone sia come militari, oltre che molto amici tra loro.

Detto questo, negli anni ’80, con l’avvento della televisione “libera”, la censura si allentò. Berlusconi sfruttò i suddetti “pruriti” trasmettendo “varietà” scollacciati, nei quali non vi era il minimo pudore. Parallelamente, con il suo Tg5 provava a dare un taglio più legato alla cronaca che alle notizie generaliste che avevano dominato sui Tg della Rai.

L’Osservatorio di Pavia realizzò nel 2009 una ricerca sulla presenza della politica nell’informazione televisiva delle reti pubbliche Rai; ebbene, la ricerca, che potete trovare qui, evidenziò un effettivo aumento dello spazio dedicato alla cronaca. Essa, infatti ricopriva, al passare degli anni, sempre più tempo nei telegiornali, a scapito della politica e dell’informazione pura.

Tra l’altro, confrontando questi dati con l’estero, emerse che la politica era presente nei telegiornali italiani il doppio che negli altri paesi (34,8% contro il 16,5%). La differenziazione più interessante fatta con gli altri paesi era però qualitativa; se nei paesi esteri si dava (e si dà) attenzione alla politica in occasione di eventi rilevanti principalmente legati all’attività di governo, nei telegiornali italiani la politica è quotidianamente presente.

Con tutto quel che ne consegue: una volta la politica si occupava di governo della cosa pubblica senza che il popolo avesse ben presente chi fossero gli attori principali delle cose che venivano fatte, mentre ora si conosce vita, morte e miracoli di ciascun deputato, senatore o politico locale, molto spesso senza sapere, però, quali siano le cose che porta avanti nelle azioni di “governo”.

Questa spartizione dei tempi informativi politici italiani non è però sempre stata così: all’origine dell’informazione politica televisiva il 90% dello spazio era occupato dalle sole azioni politiche. La diluizione del tempo occupato dagli atti a favore delle opinioni può spiegarsi attraverso la lenta trasformazione avvenuta nella televisione come mezzo ospitante dell’informazione. Da monopolio pubblico in origine poteva non curarsi degli indici di ascolto per privilegiare il rigore dell’informazione, successivamente si è trovata a far parte di un ambiente concorrenziale dove riuscire a tenere l’attenzione dei telespettatori è fondamentale.

Questo richiede una spettacolarizzazione dell’informazione, che ha anche il dovere di intrattenere lo spettatore al fine di non perderlo. Un’altra trasformazione responsabile è quella dei soggetti politici, agli inizi delle trasmissioni televisive essi continuavano l’attività elettorale principalmente tramite gli organi partitici.

Parallelamente, le trasmissioni televisive “osavano” sempre di più, spingendo i limiti senza temere interventi di censura, in nome della libertà di espressione.

Quello che mi fa sorridere quando ripenso a quel periodo è che i giovani di allora, che oggi sono chiamati boomer e vengono tacciati di bigottismo (e dei quali faccio parte anche io), in realtà non avevano preclusione nei confronti di nessuno: attenzione però, non sto facendo il solito discorso de “ai miei tempi eravamo più tolleranti”!

Perché non è vero che eravamo più comprensivi (basta guardare il film Philadelphia del 1993 per capire come, ad esempio), però eravamo forse più liberi. Anche liberi di dire o fare cose sbagliate. Certo, è giusto che le minoranze o le categorie che fino ad un certo punto erano “svantaggiate” vengano aiutate e supportate, però ora si sta toccando l’estremo opposto. Ma non è l’argomento di questo articolo, quindi passo avanti.

Riepilogando: la Tv, prima solo Rai ed estremamente tenuta a bada dalla censura di governo, ad un certo punto si è vista spodestata dalle tv locali e commerciali; di conseguenza, sia la censura, sia le pubblicità sono molto cambiate.

Come raccontavo, le pubblicità degli anni ’80 magnificavano il prodotto come un “mezzo” per essere migliori, mentre negli anni ’90 il messaggio cambiò: la crescita economica registrata nella seconda metà degli anni ’80 infatti si esaurì progressivamente nei primi anni Novanta. Le famiglie italiane si trovarono così a vivere una situazione di duplice disagio: da un lato la diminuzione del potere di acquisto del reddito disponibile, e dall’altro l’incertezza sul futuro.

Il veicolo pubblicitario puntava sull’utilità dei prodotti pubblicizzati: se prima il messaggio era “se usi il prodotto sei più figo”, ora diventava “se usi il prodotto sei più intelligente”, perché stai utilizzando un prodotto utile e non stai spendendo tanto. In quel periodo, in Italia sono nati anche i discount.

 Anche in Mediaset, come in Rai, ci fu una scelta precisa sul tipo di target di ciascun canale: Canale 5 scelse di rivolgersi principalmente alle famiglie medio-borghesi, a differenza di “Italia 1”, che scelse un pubblico più giovane, e “Rete 4” con un taglio che ricercava l’attenzione femminile e degli anziani.

Anche i rispettivi notiziari di informazione si caratterizzarono per questa “spartizione” del pubblico di riferimento di ciascuna rete, con una novità rispetto alla Rai: infatti, gli interventi fatti dalla conduzione non si limitavano all’introduzione dei servizi, ma facevano parte del corpo del telegiornale, spesso aggiungendo un commento e un giudizio sull’informazione data, cosa che lo avvicinava alla dinamica informativa commerciale americana e al ruolo del giornalista come “anchorman”.

In quel periodo nacquero in Italia anche i cosiddetti “talk-show”, inventati dagli americani negli anni ’50, che erano un misto di intrattenimento e informazione, spesso con conversazioni (talk) che toccavano anche la sfera privata degli intervenuti, ancorché personaggi politici: molto importante, in quel caso, il ruolo del moderatore-intervistatore.

L’inizio degli anni ’90, con Tangentopoli e con tutto quel che ne consegue, a livello politico e sociale, sono un altro frangiflutti di queste dinamiche: la nascita di una nuova politica in contrapposizione ai vecchi partiti si riflette sia sulla Rai, in quanto lottizzata, sia su Mediaset, in quanto di proprietà di Berlusconi, a quel punto non più imprenditore ma politico.

Cambiano la figura di giornalista, che in sede di conduzione vedrà necessario acquisire la capacità di spettacolarizzazione delle notizie. Il presentatore divenne fondamentale all’interno del programma d’approfondimento diventandone spesso il volto e acquisendo dei poteri che prima non gli erano concessi.

Cambiò il modo di fare pubblicità, passando totalmente sul consumatore e sul consumo, tornando, in un certo modo, alla pubblicizzazione di prodotti fintamente necessari (ma in realtà superflui).

Cambiò il modo di fare censura, ora di nuovo pilotata dalla politica, che a tratti ebbe modo di commettere ingerenza nella libertà di espressione dei media. Capita spesso in quegli anni che la stampa diventi ancora più lottizzata di quanto fosse la Rai degli anni ’60, non dai partiti, però, ma dai singoli editori, spesso politici o con agganci e aderenze politiche.

Quello che diede ancora uno scossone allo status quo fu l’ingresso nel mercato delle televisioni satellitari. “Infatti nel 1994, negli Stati Uniti, la Hughes Electronics diede avvio al primo servizio di TV digitale via satellite con la Direc TV mentre in Italia circa un anno dopo seguirono i servizi digitali satellitari di Telepiù.” (“Storia della televisione – Wikipedia” – nda)

Ciò ampliò ancora di più l’offerta, ma non solo: la qualità, con la trasmissione in HD (alta definizione) iniziò a necessitare di strutture di trasmissione e di ricezione sempre più sofisticate.

La società, nel frattempo, si trovava a combattere altri tipi di battaglie e, come raccontavo prima, prendevano sempre più piede le battaglie delle minoranze, a cui si contrapponevano le difficoltà dei governi nel combattere battaglie più importanti, come quelle contro la criminalità organizzata e contro il terrorismo.

Il messaggio pubblicitario nel nuovo secolo sposta ancora il focus: dal consumatore, le pubblicità iniziano a “santificare” la missione delle aziende pubblicizzate; in pratica, viene inteso che se tu acquisti un prodotto, non lo fai perché è buono (messaggio degli anni ’60-’70), né perché ti fa diventare figo (messaggio anni ’80-’90), o perché utile (‘90-2000) ma perché l’azienda che lo produce è attenta ai tuoi bisogni, ai bisogni dell’ambiente e della società. Il che è evidentemente una stupidaggine nella maggior parte dei casi, ma tant’è, evidentemente il pubblico se la beve.

Stesso discorso per la censura, che prende un’aura di “giustizia”, col nome di “politicamente corretto”, quando è spesso il contrario.

Nel primo decennio degli anni 2000 entra in gioco un altro attore, che trasformerà ancora una volta il mondo circostante: il web.

Già dagli ultimi anni del secolo scorso si capiva che internet avrebbe cambiato il mondo, ma le vere potenzialità vennero fuori dopo, con la nascita dei social media, che di fatto connettevano tutti con tutti, in una sorta di “piazza” o di “bar” virtuale, dove spesso a farla da padroni sono quelli che si nascondono dietro un nickname e non si sa precisamente chi siano.

E qui si arriva all’ultimo punto che vorrei toccare: il cambiamento che il web ha portato in tutti noi.

Il “downhill” è la disciplina che sfrutta la gravità su percorsi prevalentemente in discesa, caratterizzati da curve in contropendenza e con sponde, salti, rocce, radici, prati aperti e sottobosco: l’avvento di internet io lo immagino così, senza però la possibilità di frenare.

Una volta che sei in discesa, vai sempre più veloce. Ed è quello che è successo alla cosiddetta “IT”, cioè “information technology”. Ormai è infatti impensabile svolgere le operazioni quotidiane senza una connessione a internet. E da quando esistono gli smartphone, la situazione ha avuto un’ulteriore accelerata.

I motori di ricerca che forniscono informazioni su tutto praticamente in tempo reale, i social media che connettono in una mega rete tutto il mondo, l’intrattenimento on-line per usufruire di prodotti che una volta erano relegati in un punto fisso della casa, gli acquisti da “remoto” che ti permettono ricevere praticamente tutto a casa, i nuovi lavori legati alla rete (e non solo il “telelavoro”) che sono in continua evoluzione e cambiamento, sono solo alcuni degli aspetti della rivoluzione alla quale stiamo assistendo.

Che, come tutte le rivoluzioni, ha ovviamente un lato oscuro.

L’altro giorno, con dei miei “amici virtuali”, cioè con dei profili che conosco esclusivamente on-line, parlavamo di calcio e uno di loro ha espresso il pensiero di come sia diventata

“…una festa trasformata in una guerra. È questo il calcio che vogliamo lasciare ai nostri figli?”

Io ho commentato:

“Mi sto chiedendo, avendo frequentato gli stadi negli anni ‘80 e ‘90, quando sia diventata una guerra. Gli ultras c’erano già, gli hooligans mettevano a ferro e fuoco gli stadi, ma non c’era questa atmosfera di odio assoluto anche fuori dal campo di gioco, di tutti contro tutti.”

Il commento di un altro utente è stato illuminante:

“Non esistevano i social, le discussioni le facevi al bar con gente che conoscevi da una vita e alla fine la chiudevi con una birra in attesa della partita successiva.”

Esatto! È proprio quello il punto. Urge a questo punto un ripasso generale dei punti toccati:

  1. Anni ’50-’60: monopolio di una TV di stato che era fondamentalmente gestita dalla Democrazia Cristiana, partito conservatore e bigotto (e la censura ne era una conseguenza); la pubblicità in TV era poco orientata al prodotto e quasi per niente al consumatore; i giornalisti erano speaker molto preparati ma asettici.
  2. Anni ’70: allargamento delle reti Rai, lottizzazione dei partiti sui tre canali; pubblicità orientata al prodotto, ma poco al consumatore; i giornalisti erano politicamente schierati ma molto preparati e professionali.
  3. Anni ’80-’90: ingresso delle TV locali, creazione duopolio Rai-Mediaset; pubblicità incentrata sul consumatore; giornalisti sempre più intrattenitori e meno speaker.
  4. Anni ’90-2000: nascita del web; pubblicità incentrata sull’utilità; giornalismo sempre più specializzato e schiavo della “linea editoriale”.
  5. Nuovo secolo: sviluppo dei social media; pubblicità incentrata sull’etica; corsa alla notizia in esclusiva, a scapito della veridicità (fake news).

La conseguenza di queste trasformazioni successive è che adesso abbiamo troppe notizie e troppe voci discordanti, che portano all’annullamento di tutte le notizie: per spiegare meglio cosa intendo, anche col titolo di questo pezzo, vi faccio un esempio astronomico.

Mia moglie è nata il 10 di agosto, San Lorenzo, giorno noto a molti perché titolo di una poesia di Giovanni Pascoli (San Lorenzo, io lo so perché tanto – di stelle per l’aria tranquilla – arde e cade, perché si gran pianto – nel concavo cielo sfavilla. e così via; leggetela, se non la conoscete, è molto bella – nda) e perché la sera si aspetta il fenomeno delle cosiddette “stelle cadenti”.

In realtà, quelle che noi chiamiamo stelle cadenti non sono stelle ma sciami meteorici e più precisamente, nel caso della notte del 10 agosto, sono frammenti della cometa Swift Tutle che ogni anno in quei giorni passa molto vicina al Sole rilasciando frammenti che invadono il cielo e sono visibili all’occhio umano.

Per tradizione, vedendo una scia nel cielo, si esprime un desiderio; a quanto pare però in futuro ciò non sarà praticamente più possibile. Perché? Per l’inquinamento luminoso. Cos’è? L’inquinamento luminoso è la presenza eccessiva di luce artificiale durante la notte. E perché è un problema?

Intanto, non rende agevole l’osservazione del cielo notturno, quindi anche le Perseidi (gli sciami meteorici di cui sopra): ma pensare che l’inquinamento luminoso sia un danno solo per l’osservazione notturna è un grosso limite.

Infatti, gli esseri umani, ma anche gli animali, sono abituati al cosiddetto “ritmo circadiano”, cioè l’alternanza del ciclo giorno-notte, che funziona come una specie di “orologio” biologico interno per il nostro corpo.

Una quantità eccessiva di luce artificiale durante la notte può scombussolare questo delicato ciclo e causare problemi del sonno, depressione e indebolimento del sistema immunitario. Anche per gli animali nascono problemi per quanto riguarda la riproduzione, il sonno e la protezione dai predatori.

Inoltre, l’illuminazione notturna delle nostre città (e non solo) costa miliardi ogni anno, oltre ad essere un danno dal punto di vista ecologico. Secondo l’International Dark-Sky Association, il 35% di tutta l’illuminazione esterna è sprecata a causa degli impianti che disperdono la luce verso il cielo. Il costo totale di questo spreco ammonta a circa tre miliardi di dollari ogni anno solo negli Stati Uniti.

In più, vengono emesse milioni di tonnellate di diossido di carbonio per produrre l’energia necessaria per questa illuminazione, con un risultato catastrofico per l’ambiente. Oltre al fatto che molti di noi non hanno più il piacere di vedere il cielo stellato (e vi assicuro che il cielo senza inquinamento luminoso è uno spettacolo da togliere il fiato – da me visto nel ’93 in Mozambico, nda).

Quello a cui stiamo assistendo adesso nella trasformazione della società e nel rapporto che c’è tra notizia, pubblicità, media ed il consumatore è esattamente la stessa cosa: la corsa alla notizia, senza verificarne la fonte, o la pubblicità ossessiva, perché se non compri quel prodotto non meriti di far parte della società, sono esattamente una sorta di inquinamento mediatico.

È una sovraesposizione a un flusso di notizie continuo, che la pandemia ha solo accelerato, ma che era già in corso negli anni precedenti. Il problema di fondo, così come l’inquinamento luminoso non ha solo una conseguenza, è che questa sovraesposizione colpisce persone di tutte le età, professionisti dell’informazione e no, e fasce della popolazione con alti e bassi livelli di istruzione.

“La maggior parte di noi non capisce ancora che le news stanno alla mente come lo zucchero sta al corpo” scriveva sul Guardian nel 2013 l’imprenditore svizzero Rolf Dobelli, autore del libro “Smetti di leggere le notizie”.

Una delle differenze più chiare tra piattaforme digitali moderne e i canali di informazione tradizionali come la televisione e la radio, è che il consumatore di notizie non è più un “ricevitore passivo”. Il problema è che l’attività (di risposta) conseguente è spesso sbagliata, e ci si ritrova come a correre su un tapis-roulant: ci si stanca, ma si è sempre nello stesso posto.

Io credo che i professionisti dell’informazione, così come chi li governa (e chi governa il Paese, ovviamente), debbano fermarsi, fare una pausa, e chiedersi, come ha fatto quel mio amico:

“ma è davvero questo, il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?”.

Intanto i giornali stanno morendo, il giornalismo pure, e anche io non mi sento tanto bene.

“È straordinario che ogni giorno nel mondo succedano esattamente le notizie che ci stanno in un giornale”. Jerry Seinfeld

Applarӧ

Una delle cose più divertenti quando si va all’IKEA, oltre al furto della matita e del metro (alzi la mano chi non li ha sottratti, con senso di colpa più o meno grande), per me è leggere i nomi degli oggetti.

Ce ne sono di veramente assurdi, anche se il criterio è stato svelato: le librerie hanno nomi di persona, nomi comuni (“Expedit”, che era uno scaffale, significa negoziante, o il macinaspezie si chiama Kryddig, che in svedese significa “speziato”) o nomi propri. Mobili e attrezzi da giardino hanno di solito nomi geografici scandinavi; i tappeti hanno nomi di città; lenzuola e cuscini hanno denominazioni che derivano dal mondo botanico.

Credo che tutti sappiano che cos’è l’IKEA, ma per quei tre o quattro che lo ignorassero, vi racconto la sua storia.

Ingvar Kamprad (1926-2018), appena diplomatosi, ebbe dal padre una piccola somma di denaro come premio per gli studi portati brillantemente a termine, così aprì una piccola attività di vendita per corrispondenza di articoli di uso quotidiano: penne, fiammiferi, orologi, bustine di semi e decorazioni.

La chiamò IKEA, dalle iniziali del suo fondatore e di Elmtaryd e Agunnaryd, la fattoria e il villaggio svedese di nascita di Ingvar.

Nel 1950 i mobili entrarono a fare parte dell’assortimento e nel 1951 venne realizzato il primo catalogo: una pubblicazione di 16 pagine con illustrazioni dei vari prodotti disponibili; un segno distintivo da questo momento per l’azienda.

Dalla fine degli anni ’50 IKEA iniziò a specializzarsi gradualmente in mobili e complementi d’arredo sviluppando un proprio assortimento esclusivo, fornendo articoli di design a prezzi vantaggiosi e accessibili alla maggior parte della popolazione.

Nel decennio successivo iniziò l’espansione all’estero, dapprima nei paesi scandinavi, poi, negli anni ’70 in tutto il mondo.

E i nomi? Poiché Ingvar era dislessico e aveva difficoltà a ricordare i codici dei prodotti ebbe l’idea di associare a ogni mobile oggetti familiari a cui fosse in grado di risalire.

L’azienda è comunque molto nota perché ti fornisce i mobili smontati e quindi quando arrivi a casa, imprecando, te li devi montare da solo. Proprio perché il cliente finale, con questa storia del montaggio, entra nel processo produttivo, io credo che la matita e il metro siano quanto meno meritati.

A parte le battute, leggevo che pochi giorni fa l’Ikea ha lanciato la possibilità di affittare, anziché vendere, i complementi d’arredo che realizza.

Trampolino di lancio sarà la Svizzera che testerà nei prossimi mesi questa nuova formula. Il meccanismo, del resto, è semplice: scegli i mobili da noleggiare e una volta terminato il periodo concordato puoi restituire il prodotto procedendo a un nuovo prestito. Nell’intervista rilasciata al giornale americano, Torbjorn Loof, amministratore delegato di Inter Ikea, ha sottolineato che la misura vuole anche combattere gli sprechi e contribuire a un futuro più sostenibile:

“Invece di buttare via i prodotti usati possiamo rimetterli a nuovo per riproporli quindi sul mercato. Allunghiamo, cioè, la loro vita”.

Io invece la penso diversamente.

Io credo che la nostra società, così com’è strutturata, stia marcendo. Come può funzionare se la gente è messa talmente male da dover noleggiare i mobili?

Questa crisi ha origine nel passato: pur di vendere oggetti che una volta erano inutili, le società commerciali si inventano sempre nuove forme: sconti, credito, noleggio; quale la prossima?

Siamo considerati solo per ciò che possediamo.

La vita media si è allungata (nella società occidentale), l’accessibilità alle cure mediche è superiore che in passato, c’è più benessere, certo, ma il circolo vizioso che si è innescato, guadagnare per possedere e possedere per guadagnare, non è quello che immaginavamo da piccoli.

Papa Francesco, pochi giorni fa, era ad Abu Dhabi, ed insieme all’ imam di Al-Azhar, Ahmad Muhammad Al-Tayyib, ha firmato un documento, il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.

“[…] tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti […] Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione, conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco, portando così altre persone ad arrendersi a forme di dipendenza e di autodistruzione individuale e collettiva”.

Ci stiamo autodistruggendo?

Arte e tecnica

Quando ho affrontato il tema del rapporto tra scienza, tecnica e tecnologia, il mio amico “Franz” mi ha detto che sarebbe stato curioso di capire come vedo quello tra arte e tecnica, che in “Scienza e tecnica” avevo solo accennato.

Per valutare ad hoc il rapporto tra arte e tecnica (che è altra cosa dal rapporto tra arte e scienza) è necessario fissare alcuni punti.

La prima riguarda la sostanziale identità tra antropogenesi (il processo di origine ed evoluzione dell’Homo sapiens come specie distinta e la sua diffusione sulla Terra) e tecnogenesi (inteso come relativo alla nascita della tecnica nella civiltà umana).

La tecnica, da questo punto di vista, non è qualcosa che si aggiunge all’uomo, ma è contemporaneo a questa costituzione. È un tratto distintivo dell’uomo, infatti, affidare la definizione della propria natura a elementi artificiali e suppletivi: che si tratti di una selce scheggiata o di un microchip inserito sotto l’epidermide.

Ne consegue che la tecnica non può essere intesa solo in senso puramente strumentale.

Penso che la tecnica non sia un insieme di mezzi esterni a disposizione dell’uomo, ma un modo peculiare di dare forma al mondo abitato dall’uomo, un progetto “ambientale” complessivo solo in parte dominabile.

L’uomo è l’ideatore degli oggetti tecnici, ma la loro capacità di evolvere in sinergia con l’uomo e con l’ambiente è relativamente autonomo.

Ciò che cambia, nel corso del tempo, è il grado di consapevolezza di questa dipendenza reciproca dell’uomo e delle sue protesi tecniche.

Ciò che cambia, nelle diverse epoche storiche, è il modo in cui il fare tecnico, che è costitutivo dell’uomo, produce un mondo abitabile e orienta le forme della sua stessa comprensibilità.

Ci si può chiedere, a questo punto, quale sia il ruolo dell’arte di fronte alla situazione complessiva fin qui descritta. Né si potrebbe sottovalutare l’importanza e la pertinenza di questa domanda se solo si riflette sul fatto che arte e tecnica trovano comune origine nella tekhné degli antichi greci, come accennavo nel precedente articolo.

Che si possa costruire un utensile propriamente detto significa dunque nello stesso tempo che l’operazione è stata liberata dall’assillo degli scopi immediati, che si può operare a prescindere da questi, che si è insomma aperto uno sconfinato territorio di sperimentazione operativa e che proprio questa apertura è il contrassegno saliente delle proprietà della specie umana.

L’opera d’arte si colloca in questo contesto come luogo esemplare in cui le peculiarità dell’operare umano si manifestano.

Immanuel Kant, filosofo tedesco, il più importante esponente dell’illuminismo tedesco, anticipatore degli elementi fondanti della filosofia idealistica e della modernità, quando parlava di questi argomenti (ne “La Critica del Giudizio”), affermava che il genio produce in modo inconsapevole, perché la natura agisce  in lui e lo usa come mezzo per stupire gli altri uomini.

Quindi quella predisposizione innata preposta alla produzione di opere d’arte è una capacità di fornire regole. Regole che il genio non recupera da qualche altra fonte, ma da sé stesso.

Mi chiedo a questo punto come la creatività umana si caratterizzi e possa continuare ad esercitarsi nel contesto tecnologico globale. Nel momento, cioè, in cui in maniera esponenziale cresce l’impiego e la diffusione dello strumentario tecnico nell’agire e nel produrre umani.

È infatti sotto gli occhi di tutti come l’imporsi di modalità razionali e d’agire peculiarmente tecnico-scientifiche abbiano cambiato l’agire stesso dell’uomo e il suo rapporto con il mondo.

Se la tekhné è l’apertura al ventaglio di possibilità produttive sempre nuove, è il saper aprire sempre nuove strade nella realtà già nota, rivelando l’inesauribilità concettuale dell’esperienza stessa, le tecnologie moderne sembrano agire proprio qui.

Esse non si limitano a costituirsi come un agire creativamente aperto, condizione di possibilità, mai definitivamente determinata, del produrre. La tecnica moderna è essenzialmente progressiva esteriorizzazione delle protesi attraverso cui l’uomo agisce e produce, prolungamento costitutivo dell’uomo oltre sé stesso nella sua dinamica peculiarmente moderna.

In questo senso la tecnologia moderna si pone in continuità con la tecnica in generale.

Tuttavia, oggi, il processo di esteriorizzazione avverrebbe in essa secondo modalità nuove, tali da poter individuare l’irruzione di una peculiare discontinuità. Ciò accade su diversi piani e implica una serie di conseguenze.

Innanzi tutto, nell’ambito del sentire.

Lo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate si concretizza nella realizzazione di protesi sempre più efficienti, volte a potenziare il nostro sentire (per esempio, il telescopio può essere considerato l’antenato di queste moderne protesi tecniche e la sua creazione uno degli eventi fondanti della modernità).

In secondo luogo, ciò avviene nell’ambito della comunicazione. I sistemi di comunicazione di massa, come anche i mezzi di trasporto quali l’aereo, consentono di ridurre drasticamente addirittura lo spazio e il tempo.

Orientando la nostra apertura sul mondo fino a condurci e trattenerci fuori da noi stessi, la tecnica, da spazio creativo, da apertura al possibile, diviene la fonte stessa delle regole dell’operare. Ovvero, avviene qui il contrario di ciò che è stato considerato come peculiarmente creativo: la tecnica moderna è l’insieme delle regole determinate dell’operare.

Le tecnologie moderne, cioè, non si limitano a potenziare facoltà già esistenti. La produzione creativa di regole dell’esperienza, dell’agire e del produrre smette di essere apertura al nuovo mai definitivamente determinata, ma il nuovo medesimo diventa a sua volta una regola. La condizione storica, che è tale in quanto aperta alla contingenza del nuovo di volta in volta progettato e prodotto, appare dunque determinata e fissata dalle regole stesse del produrre tecnicamente veicolato.

L’ottimizzazione del prodotto è il nuovo paradigma dell’agire e del produrre: se Aristotele poteva distinguere la praxis (e quindi, semplificando, l’agire in generale) dalla poiesis (l’agire in vista di un prodotto come suo fine), ora la produzione tecnico-scientifica ha come fine sé stessa, cosicché l’agire in generale va a coincidere con il produrre, in quanto scopo ultimo di sé stesso.

Quindi si va a tornare al periodo pre-aristotelico, insomma.

E c’è un ritorno alle origini anche per quanto riguarda il concetto di comunità.

La voglia di comunità è esplosa nei social network, non-luoghi di incontri, amicizie, costruzione e affermazione di sé, la cui fragilità e temporaneità ben si adatta al tempo “liquido”. La comunità in Rete non è per sempre, si piega all’arbitrio dei navigatori, a soddisfare il desiderio profondo di essere “altro da sé”, riformularsi in modi nuovi.

La decostruzione della comunità non è dovuta ai social, che anzi ne rappresentano un surrogato, ma al venir meno dei suoi componenti essenziali, il sangue e il suolo. Il Blut und Boden che i preromantici tedeschi indicavano come elemento costitutivo dell’identità collettiva, utile all’affermazione dei nazionalismi. Il sangue in quanto legami stretti, familiari e sodali, intrecciati in una rete fittissima tra le persone, che le rendono reciprocamente dipendenti. Il suolo in quanto luogo privilegiato in cui si sono piantate le radici. Un luogo fortemente antropizzato, manipolato e caratterizzato dalle persone che vi abitano. Oggi questi due requisiti sono recessivi: né sangue, né suolo.

Con l’indebolimento dei rapporti familiari (il sangue) e l’apertura dei confini nazionali (il suolo), l’idea di comunità perde di senso; insistervi è perfino controproducente, dato che l’individuo può restarvi intrappolato e perdere ogni opportunità di realizzarsi.

I legami forti, quelli familiari che legano per la vita, non producono capitale sociale, mentre la crescita avviene solo con l’allontanamento dalla comunità di origine. Perciò oggi la comunità è un pericoloso legame di cui liberarsi in fretta.

Eppure, la comunità è stata il primo e più antico nucleo da cui è nata la società.

La sua evoluzione è un complesso di relazioni, leggi e obblighi reciproci, trasmessi da un sistema concettuale attraverso la più antica delle tecnologie, la scrittura; un sistema universalmente condiviso, più aperto e solido, che definiamo “società”.

Questo affrancamento dai legami antichi manda in soffitta l’idea tradizionale di comunità, quella fisica, in senso sociologico, che per secoli è stata opposta alla società, in un acceso contrasto ideologico. Alla comunità guardavano in chiave antimoderna i filosofi irrazionalisti, come Nietzsche, con nostalgia per un bene perduto.

Molto è cambiato da allora: non solo l’apertura delle frontiere e il velocizzarsi delle comunicazioni, ma soprattutto la precarietà e l’incertezza hanno reso l’idea di comunità qualcosa di relativo, fragile e soprattutto sostituibile.

Prima la comunità si è dilatata sul territorio, poi si è progressivamente dissolta. Perché la caratteristica sociale del nostro tempo è la mobilità: nel lavoro, nella residenza, negli affetti.

Ogni cambiamento è caratterizzato dall’oblio dei precedenti compagni di viaggio; si lasciano le amicizie vecchie e se ne fanno di nuove. Ne consegue che il senso di comunità è svuotato di ogni reale significato. La comunità di oggi, nel senso di appartenenza a una collettività, si trasferisce con la persona e sopravvive in forma frammentaria.

La sua distruzione produce maggiore libertà, ma anche angoscia esistenziale e senso di isolamento.

Una modernità che solo un secolo dopo, sul declinare del secondo millennio, sarà messa in discussione ed entrerà in un periodo di profonda crisi: la società liquida di Bauman, da cui non siamo ancora riemersi.

O che forse ci darà la spinta per riemergere…

I nostri figli

Il 3 gennaio 1954, con una triplice cerimonia a Milano, Torino e Roma, la Rai inaugurò ufficialmente l’inizio delle trasmissioni nel nostro Paese. “Ogni settimana sul vostro schermo oltre 32 ore di trasmissioni”, diceva lo slogan.

Alle 11:00 Fulvia Colombo da Milano e Nicoletta Orsomando da Roma annunciarono contemporaneamente l’avvio ufficiale delle trasmissioni televisive.

Il palinsesto prevedeva:

  • Ore 11.00: Cerimonia di inaugurazione.
  • Ore 14.30: Arrivi e partenze. Prima trasmissione regolare della televisione italiana. Era una breve rubrica settimanale con interviste a personalità note in arrivo e in partenza dall’aeroporto di Ciampino. Armando Pizzo e Mike Bongiorno avevano il compito di fermare i personaggi tra un volo e l’altro e di far loro qualche domanda. La regia era di Antonello Falqui.
  • Ore 14.45 : Cortometraggio.
  • Ore 15.00 : Orchestra delle quindici (musica leggera).
  • Ore 15.45 : Pomeriggio sportivo (ripresa in diretta di un avvenimento).
  • Ore 17.30 : Le miserie del signore Travet (film di Mario Soldati).
  • Ore 19.00 : Le avventure dell’arte: Giambattista Tiepolo, a cura di Antonio Morassi. La rubrica presentava nel modo più esaustivo possibile vita e opere di alcuni pittori italiani. Il primo fu Tiepolo. Primo programma culturale della storia della tv italiana.
  • Ore 20.45 : Telegiornale.
  • Ore 21.15 : Teleclub (curiosità culturali e varie presentate da “note personalità”.
  • Ore 21.45 : L’osteria della posta di Carlo Goldoni, regia di Franco Enriquez; in diretta.
  • Ore 22.45 : Settenote (programma di musica leggera presentato da Virgilio Riento).
  • Ore 23.15 : La domenica sportiva, a cura di Aldo De Martino. Risultati, cronache filmate e commenti sui principali avvenimenti della giornata. (Senza conduttori!)

Senza dubbio, a leggerlo ora, non fa né caldo né freddo, ma allora immagino sia stata una vera emozione, anche perché la televisione era una realtà già diffusa in altri paesi del mondo.

Nel giro di qualche anno i programmi si ampliarono, nacquero altre reti e l’offerta arrivò a superare ogni più “rosea” aspettativa.

Quello che mi piaceva vedere, quando ero ragazzo, erano soprattutto “La Tv dei Ragazzi” (dove imparammo a conoscere “Rin Tin Tin”, “Lassie”, “Zorro” e “Furia”) e le repliche de “L’amico degli animali”, che in realtà era finito qualche anno prima che io nascessi.

La trasmissione era condotta dallo studioso di zoologia Angelo Lombardi, padre della divulgazione scientifica attraverso la tv, che proponeva, con spirito scientifico-educativo, di far conoscere alla gente, in una sorta di viaggio nel regno animale, varie specie viventi ancora allo stato selvatico, mostrandole dal vivo ed educando ad un rispetto per un mondo per molti versi ancora misterioso (allora).

Lo zoologo spiegava come si catturano ed addomesticano belve feroci come leoni o tigri e come si estrae il veleno dai serpenti per trasformare il liquido letale in una medicina. Ma sul proscenio dello studio televisivo non salivano solo animali della savana o delle foreste d’Africa ma anche i piccoli compagni dell’uomo, come cani, gatti o pappagalli.

Da quei programmi si imparava davvero tanto (e non c’era la pubblicità ogni cinque minuti). Le cose che mi piacevano di più in genere erano legate al mondo dei mammiferi, di cui facciamo parte anche noi umani. Erano interessanti soprattutto i tempi di svezzamento e di indipendenza dei cuccioli, che variano da specie a specie.

In realtà per noi umani le cose sono un po’ complesse, perché le necessità biologiche sono state affiancate da altri tipi di necessità, di ordine morale e pratico, che gli animali non hanno.

In antichità, quando eravamo più simili alle scimmie che all’uomo moderno, le cose andavano diversamente da ora. L’uomo doveva cacciare tutto il giorno per procacciare il cibo per tutto il “nucleo familiare” e la donna gestiva la crescita dei figli più piccoli. Le cose sono cambiate piano piano, le vite si sono allungate grazie ai progressi nel campo medico-scientifico, le città sono diventate dei luoghi più vivibili e i tempi dedicati al lavoro sono calati tantissimo.

Si pensi che un contadino di inizio ‘900 lavorava nei campi almeno dodici ore al giorno per tutti i giorni dell’anno e aveva un’aspettativa di vita che raramente superava i cinquant’anni. Oggi, nei paesi occidentali (non dico “civilizzati”, perché certi comportamenti dell’uomo occidentale sono tutto, tranne che civili), il lavoro non supera le otto ore, viviamo fino a quasi ottant’anni in case confortevoli e abbiamo l’assistenza sanitaria.

Eppure, in questo vivere agiato, c’è qualcosa che si è perso.

Non tantissimi anni fa, nelle case vi era, quando andava bene, un televisore. Noi ne avevamo uno in cucina. Di giorno rigorosamente spento: dopo la scuola, i compiti e dopo i compiti era troppa la voglia di noi piccoli di prendere un po’ di aria fresca, quindi cortile. Al rientro dei papà, tutti a tavola, programmi stabiliti dal capofamiglia e a letto presto.

Le cose sono un po’ cambiate: nelle case ci sono più televisori, a cui si sono aggiunti pc, portatili, tablet e cellulari. Ognuno ha il suo flusso di informazioni personalizzato, senza che vi sia la “direzione” da parte del più anziano, come accadeva prima.

La società attuale è purtroppo pervasa di un egoismo furibondo, pieno di cinismo e di indifferenza e carenza di ideali e valori guida. È una società con un ritmo di cambiamento sbalorditivo: quello che è valido o innovativo oggi, domani è già vecchio ed obsoleto. Credo che in questo mondo “sballato” ci sia sempre più bisogno di capacità di giudizio e di buon senso. Questo ritengo sia uno dei più importanti valori che la famiglia può validamente e concretamente trasmettere ai giovani: saper navigare cioè in mezzo alle crescenti difficoltà di un mondo sempre più competitivo.

Le difficoltà per farlo, però, sono più che moltiplicate.

Vero, non esiste un manuale per “il genitore perfetto”, ma il buon senso può aiutare.

Invece oggigiorno i genitori sono così fragili ed emotivi da ritrovarsi incapaci di porre regole, di predisporre con autorità e solidità paletti tali da consentire al bambino di orientarsi una volta adulto: tutto subito, tutto garantito, tutto gratis, tutto ossessivamente e individualmente semplificato. Basterebbe smettere di non fare i genitori.

Siamo riusciti a rendere i nostri figli non solo inabili, ma anche insopportabili e decisamente antipatici.

Ai genitori, in teoria, spetta il compito di dare delle regole. Ma negli ultimi anni i genitori si sono trasformati in qualcos’altro. Mollando, dopo che lo avevano fatto la società e la scuola, il ruolo di educatori.

Se l’aver mollato sull’educazione avesse almeno prodotto genitori più liberi, più riposati, più tranquilli, non più stressati da quest’impegno quotidiano e costante! Certo sarebbe stato comunque un problema, perché di fatto rinunciare a educare produce bambini a rischio, ma almeno i genitori avrebbero potuto “starsene in pace” a dedicarsi alle loro cose. Niente di tutto questo. Spesso oggi, oltre ad avere bambini stressati e disorientati, abbiamo anche genitori sempre più isterici, stremati, pentiti di essersi riprodotti.

E già si vedono questi figli, così decisionali e autodeterminati, che benché cresciuti finiscono per non uscire mai di casa, facendo coppia troppo tardi, finendo gli studi sempre oltre i limiti canonici, prolungando il tempo della dipendenza a suon di inutili e costosi master di specializzazione. Non si sentono mai pronti per abbandonare lo status di figlio, e continuano a ricorrere ai genitori oltre i limiti storicamente concessi.

Come fare ad invertire questa tendenza?

Abbiamo detto che non c’è il manuale e forse troppi anni di deriva ci renderà difficoltoso riprendere la rotta, ma ascoltando qualcuno che dell’educazione dei piccoli ne ha fatto un mestiere, magari si riesce a venirne fuori.

Victoria Prooday, una psicoterapeuta canadese (di origini ucraine) specializzata in ergoterapia e che lavora con bambini, genitori e insegnanti, ha scritto un articolo che riporto tradotto. Il link è in fondo, per chi volesse leggere l’originale.

C’è una tragedia silenziosa che si sta svolgendo proprio ora, nelle nostre case, e riguarda i nostri gioielli più preziosi: i nostri bambini. Attraverso il mio lavoro con centinaia di bambini e genitori come ergoterapista, ho visto questa tragedia svolgersi proprio sotto i miei occhi. I nostri bambini sono in uno stato emotivo devastante! Provate a parlare con insegnanti e professionisti che hanno lavorato nel campo negli ultimi 15 anni e ascolterete le mie stesse preoccupazioni. Inoltre, negli ultimi 15 anni sono state pubblicate statistiche allarmanti circa il continuo aumento di disturbi psicologici nei bambini, che stanno raggiungendo livelli quasi epidemici:

  • 1 bambino su 5 ha problemi di salute mentale
  • I disturbi dello spettro ADHD (deficit di attenzione/iperattività) sono aumentati del 43%
  • Fra gli adolescenti, la depressione è aumentata del 37%
  • Nei ragazzi tra i 10 e i 14 anni, i suicidi sono aumentati del 200%.

Quante altre prove ci servono per svegliarci?

No, il solo “aumento nelle diagnosi” non è la risposta!

No, “sono tutti nati così” non è la risposta!

No, “è tutta colpa della scuola” non è la risposta!

Sì, anche se può essere doloroso ammetterlo, in molti casi NOI, i genitori, siamo la causa dei problemi dei nostri bambini!

Da molte ricerche risulta che il cervello ha la capacità di modificarsi a seconda dell’ambiente che ci circonda. Sfortunatamente, con l’ambiente e l’educazione che stiamo fornendo ai nostri figli, stiamo modificando i loro cervelli nella direzione sbagliata, aumentando le loro difficoltà.

Sì, esistono e sono sempre esistiti bambini nati con disabilità, e che, nonostante tutti gli sforzi dei genitori, continuano ad avere difficoltà. Non sto parlando di questi bambini.

Sto parlando di tutti quegli altri i cui problemi dipendono in gran parte dai fattori ambientali che i genitori, pur con le migliori intenzioni, forniscono loro. Come ho potuto osservare nel mio lavoro, nel momento in cui i genitori modificano la loro visione della genitorialità, questi bambini iniziano a cambiare.

Cosa c’è che non va?

Oggi i bambini vengono privati delle basi per un’infanzia sana, cioè:

  • Genitori emotivamente presenti
  • Limiti ben definiti e figure di guida
  • Responsabilità
  • Alimentazione equilibrata e numero adeguato di ore di sonno
  • Movimento e vita all’aria aperta
  • Gioco creativo, interazioni sociali, opportunità di avere del tempo libero e momenti di noia.

Al contrario, ai bambini vengono offerti:

  • Genitori “digitalmente distratti”
  • Genitori indulgenti che permettono ai figli di “comandare”
  • Convincimento che tutto gli è dovuto
  • Alimentazione non equilibrata e poche ore di sonno
  • Vita sedentaria dentro casa
  • Stimolazioni continue, babysitter tecnologiche, gratificazioni immediate, assenza di momenti di noia.

Come si può crescere una generazione sana in un ambiente così malsano? È impossibile! Non esistono scorciatoie, e la natura umana non può essere ingannata. Come possiamo vedere, i risultati sono terribili. I nostri bambini pagano l’assenza di un’infanzia sana col loro benessere emotivo.

Cosa fare?

Se vogliamo che i nostri bambini diventino adulti sani e felici, dobbiamo tornare ai fondamentali. È sempre possibile farlo. Lo so perché centinaia dei miei clienti, dopo aver adottato gli accorgimenti qui di seguito, assistono a cambiamenti nei loro figli nel giro di settimane (in certi casi, persino nel giro di giorni).

Fissate dei limiti, e ricordate che voi siete i GENITORI del bambino, non degli amici.

Offrite al bambino uno stile di vita di bilanciato, ricco di ciò di cui egli HA BISOGNO, non solo di ciò che VUOLE.

Non abbiate paura di dire “No!” quando ciò che il bambino vuole non è ciò di cui ha bisogno.

  • Dategli cibi nutrienti e limitate gli snack
  • Trascorrete almeno un’ora al giorno in uno spazio verde: andando in bici, camminando, pescando, osservando insetti o uccelli
  • Durante i pasti, mettete via i cellulari
  • Fate giochi da tavolo
  • Fate svolgere al bambino piccoli lavori domestici (ripiegare il bucato, mettere a posto i giocattoli, riporre i vestiti nell’armadio, vuotare le buste della spesa, apparecchiare, ecc.)
  • Fate in modo che il bambino dorma un numero sufficiente di ore in una camera priva di dispositivi tecnologici.
  • Insegnategli la responsabilità e l’indipendenza e non proteggetelo dai piccoli fallimenti. In questo modo, impareranno a superare le grandi sfide della vita.

Non siate voi a preparargli lo zaino per la scuola, non portateglielo voi, se ha dimenticato a casa il pranzo o il diario non portateglielo a scuola, non sbucciate una banana per un bambino di 5 anni. Insegnategli piuttosto come si fa.

Cercate di ritardare le gratificazioni e fornitegli opportunità di “annoiarsi”, poiché è proprio nei momenti di noia che si risveglia la creatività:

  • Non ritenetevi la fonte d’intrattenimento dei vostri figli
  • Non curate la noia con la tecnologia
  • Non usate strumenti tecnologici durate i pasti, in macchina, al ristorante, nei supermercati. Usate questi momenti come opportunità per insegnare ai bambini a essere attivi anche nei momenti di noia
  • Aiutateli a creare un “kit di pronto soccorso” della noia, con attività e idee per questi momenti.
  • Siate presenti per i vostri bambini e insegnate loro come disciplinarsi e comportarsi:

Spegnete i cellulari finché i bambini non vanno a letto, per evitare di essere distratti

Insegnate al bambino come riconoscere e gestire la rabbia o la frustrazione

Insegnategli a salutare, a condividere, a stare a tavola, a ringraziare

Siategli vicini dal punto di vista emotivo: sorridetegli, abbracciatelo, leggete per lui, giocate insieme.

Occorre fare dei cambiamenti nella vita de nostri bambini prima che un’intera generazione vada sotto farmaci. Non è ancora troppo tardi, ma presto potrebbe esserlo…”

A causa degli stimoli continui, i bambini diventano ottusi nei confronti del mondo circostante, tanto che sempre più spesso genitori e insegnanti si lamentano del fatto che i bambini non siano più in grado di ascoltare o di osservare (tanto che in alcuni casi si può addirittura parlare di “autismo virtuale”). Oggi spesso accusiamo i giovani di essere indifferenti, di essere capaci di restare a guardare mentre un loro compagno o un estraneo viene picchiato, senza intervenire o chiamare aiuto. Forse la causa è anche questa.

Riguardo la necessità di dire di no ai bambini e di imporre limiti, alcuni anni fa uscì un libro che riscosse un certo successo, dal titolo “I no che aiutano a crescere”. Leggetelo.

Un bambino che cresce senza limiti è come un fiume senza argini: si espande dove capita e alla prima occasione strariperà, danneggiando sé stesso e gli altri.

Alcune delle problematiche messe in luce dalla Prooday sono di facile risoluzione, richiedono solo un po’ d’impegno e presa di coscienza da parte dei genitori. Altre, invece, richiederanno più tempo, perché occorrerà una presa di coscienza da parte della società intera.

Che dite, ce la facciamo?

https://yourot.com/parenting-club/2017/5/24/what-are-we-doing-to-our-children