Buona Pasqua 2020

Avevo già parlato su queste pagine dei riti della Settimana Santa a Taranto, mia città di origine.

Questi riti della Settimana Santa risalgono all’epoca della dominazione spagnola nell’Italia meridionale. Furono introdotti a Taranto dal patrizio tarantino don Diego Calò, il quale nel 1703, commissionò a Napoli le statue del Gesù morto e dell’Addolorata.

Nel 1765 il patrizio tarantino Francesco Antonio Calò, erede e custode della tradizione della processione dei Misteri del Venerdì Santo, donò alla Confraternita del Carmine le due statue che componevano la suddetta processione e la prima volta fu il Venerdì Santo 4 aprile 1765, attribuendole l’onore e l’onere di organizzare e perpetrare quella tradizione cominciata circa un secolo prima.

La Settimana Santa di Taranto comincia ufficialmente quando ci si scambia i ramoscelli d’ulivo durante la Domenica delle Palme e tocca il suo culmine durante due processioni: quella dell’Addolorata del giovedì, che parte dalla Chiesa di San Domenico, nella città vecchia, e quella dei Misteri del venerdì, che parte dalla Chiesa del Carmine, nella Città Nuova.

Nel 2020 la processione dell’Addolorata e la processione dei Misteri non sono state disputate a causa della pandemia di coronavirus e il conseguente divieto di assembramenti.

Per noi tarantini sarà una data da ricordare a lungo, perché, a prescindere dalla pandemia, la tradizione popolare della Settimana Santa è legata al territorio in modo molto stretto.

Quest’anno, però, niente processioni, niente gente, niente notte in bianco.

Sarà per l’anno prossimo!

 

Un mare di plastica

In genere, quando si iniziano certe discussioni che riguardano le proprie città di origine, qualcuno se ne esce sempre con la frase: “sono orgoglioso di essere di X (sostituire con un comune meridionale a caso)”.

A quel punto il “baüscia” bofonchia qualcosa e se ne va.

Baüscia è un vocabolo dialettale che veniva utilizzato nella zona della Brianza, in particolar modo a Lissone (città storica del mobile e dell’arredamento) per indicare le persone che aiutavano i forestieri nella ricerca di botteghe e artigiani in cambio di denaro.

I baüscia erano soliti disporsi ai confini della città per poter abbordare i turisti e far loro da Cicerone, in alcuni casi accompagnandoli direttamente. Designa inoltre una persona che si dà delle arie, uno sbruffone. Letteralmente significa saliva, bavetta.

Baüscia indica in senso ironico anche una tipologia di piccolo imprenditore poco aperto alle innovazioni, egocentrico, che non ama collaborare o condividere decisioni. Tipicamente è un soggetto che vuole decidere e intervenire anche nelle aree aziendali di cui non ha competenza.

Ormai abito da qualche anno a Milano, ed ho scoperto un altro significato della parola.

A partire dagli anni venti del secolo scorso, i tifosi milanisti furono prevalentemente di estrazione proletaria; per questo motivo venivano soprannominati dagli interisti “casciavit (cacciaviti)” allo scopo di indicarne l’origine popolare.

I milanisti chiamavano viceversa baüscia i rivali, essendo allora la tifoseria nerazzurra composta perlopiù dalla media borghesia. In quegli anni il divario tra le due componenti sociali andò consolidandosi anche sul piano dei risultati sportivi, poiché l’Inter conquistò 5 scudetti mentre il Milan non vinse il campionato per molti anni (dal 1907 al 1951).

Attorno ai primi anni sessanta il giornalista sportivo Gianni Brera rilanciò la dicotomia tra baüscia e casciavit, vale a dire tra i borghesi e il popolo di Milano (i sciuri e la gent).

Oggi è difficile sentirlo, ma qualche vecchietto ancora lo usa.

Tornando a ciò che dicevo all’inizio, a volte ci sono motivi per sentirsi orgogliosi del proprio luogo di origine.

Io sono di Taranto, anche se non ci ho vissuto negli anni della mia infanzia e adolescenza, ma devo dire che di due cose sono particolarmente orgoglioso.

Taranto è stata la prima città, nel 2003, ad applicare la “legge antifumo” promulgata dall’allora ministro Girolamo Sirchia: detta legge proibiva il fumo nei locali pubblici. Ebbene sì, giovane lettore, una volta si fumava al chiuso.

Nei bar, nei ristoranti, nei cinema e anche negli ospedali!

Un altro motivo di orgoglio è che da quest’anno, ed anche in questo è tra le prime a farlo, sulle spiagge del litorale tarantino sarà vietato, oltre al fumo (quindi niente mozziconi), anche l’uso di plastica non biodegradabile.

Quello dell’inquinamento, soprattutto del mare, è uno degli argomenti più scottanti degli ultimi tempi, con tanto di movimenti planetari a decretarne l’importanza. Con i “gretini” in prima fila.

Calma, non è un’offesa.

È un gioco di parole per indicare i seguaci di Greta Eleonora Thunberg Ernman, attivista quindicenne svedese per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico. È nota per le sue manifestazioni regolari tenute davanti al Riksdag a Stoccolma, in Svezia, con lo slogan “Skolstrejk för klimatet” (sciopero scolastico per il clima).

Il 20 agosto 2018 Greta Thunberg, che frequentava il nono anno di una scuola di Stoccolma, ha deciso di non andare a scuola fino alle elezioni legislative del 9 settembre 2018.

La decisione di questo gesto è nata a fronte delle eccezionali ondate di calore e degli incendi boschivi senza precedenti che hanno colpito il suo paese durante l’estate. Voleva che il governo svedese riducesse le emissioni di anidride carbonica come previsto dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico ed è rimasta seduta davanti al parlamento del suo Paese ogni giorno durante l’orario scolastico.

A seguito delle elezioni, ha continuato a manifestare ogni venerdì, lanciando così il movimento studentesco internazionale “Fridays for Future”. È impossibile non averla mai vista durante un notiziario.

Nei mesi successivi, Greta è intervenuta in altre manifestazioni in diverse città europee, alcune delle quali hanno avuto una certa attenzione mediatica, come quella a Bruxelles del 21 febbraio o quella di Amburgo del 1º marzo.

Il 15 marzo scorso si è tenuto lo sciopero mondiale per il futuro, al quale hanno partecipato moltissimi studenti in 1.700 città in oltre 100 paesi del mondo (un milione solo in Italia).

Ma cosa dicono questi ragazzi?

“Voi parlate soltanto di un’eterna crescita dell’economia verde poiché avete troppa paura di essere impopolari. Voi parlate soltanto di proseguire con le stesse cattive idee che ci hanno condotto a questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare sarebbe tirare il freno d’emergenza. Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi bambini. […] La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere in maniera lussuosa. La sofferenza di molte persone paga il lusso di pochi. Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema (discorso di Greta alla COP24, vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici tenutosi a Katowice, in Polonia, 14 dicembre 2018)”.

Ma è davvero così? Sono i paesi più ricchi a rovinare l’ambiente?

Certo, la richiesta di energia da parte del mondo industrializzato è crescente. Ma il mondo “occidentale” è anche quello con più leggi e regole per evitare lo scempio.

Più volte mi si dice che dalla rivoluzione industriale del 1800 (la seconda, quella che introduceva i prodotti di derivazione petrolifera) il mondo si è andato via via inquinando sempre più.

Sbagliato.

La rivoluzione industriale pose le basi per un’accelerazione della storia, tramite innovazioni tecnologiche, miglioramento della medicina e conseguente sviluppo demografico, dei trasporti e delle comunicazioni, con importanti effetti socioeconomici, con il mutamento del rapporto tra agricoltura e industria, provocando l’estensione delle città e la variazione (in meglio) delle condizioni sociali.

E appena ci si accorse che si inquinava troppo, si cercarono subito i rimedi.

Ma quanto inquinano i paesi industrializzati occidentali, che sono anche le tappe del “pellegrinaggio” di Greta e dei suoi “gretini”?

Prendiamo ad esempio l’inquinamento marino.

Secondo uno studio pubblicato nel 2015 su “Science” da Jenna Jambeck, docente di ingegneria ambientale presso l’Università della Georgia, 5,3 degli 8,8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno raggiungono il mare provengono da appena cinque Paesi. Tutti dell’estremo Oriente: insieme alla Cina, a cui spetta la maglia nera con oltre 3,5 milioni di tonnellate riversate ogni anno in mare, Indonesia, Filippine, Thailandia e Vietnam sono infatti responsabili del 60% di tutta la plastica oceanica. Seguono Malesia, Nigeria, Egitto, Sri Lanka e Bangladesh.

Non leggo Germania, Inghilterra, Francia, Italia o Stati Uniti.

Che, sia chiaro, non è che non inquinino, ma almeno si forniscono di leggi e norme che provano a limitare i danni.

Come quelle di cui si è fornita la città dalla quale provengo e della quale, questa volta, sono “orgoglioso”.

Lingue d’Italia – il tarantino – parte terza

Se c’è una cosa che accomuna i popoli, è lo stare a tavola. In Italia, poi, le tradizioni culinarie sono patrimonio familiare, più che regionale o provinciale.

Viaggiando per lavoro, ho avuto, da un lato, la fortuna di provare pietanze differenti in ogni posto in cui sono stato, dall’altro, la nostalgia dei cibi della mia terra; quelli che cucinava mia nonna la domenica, per capirci.

Alcuni prodotti sono tipici di un luogo e fino a qualche anno fa era molto difficile trovarli in altre parti d’Italia, come ad esempio il cacioricotta.

Come può suggerire in modo particolarmente chiaro il suo nome, è un formaggio ottenuto tramite una particolare lavorazione che si colloca a cavallo tra quella tipica della preparazione del cacio e della ricotta.

‘U casəricottə è solo uno dei prodotti che da ragazzo non trovavo durante il mio peregrinare lungo la penisola. Un altro era la birra Raffo.

Il 15 aprile del 1919 Vitantonio Raffo fondò la sua “Fabbrica di Birra e Ghiaccio”, dando di fatto inizio alla lunga storia della birra di Taranto; la Raffo è diventata il simbolo di Taranto e della sua gente, tant’è vero che, anche se non è più della famiglia fondatrice (è passata dalla Peroni ad altre aziende, sino al gruppo giapponese Asahi, che produce anche la Pilsner Urquell e la Dreher), l’inno della squadra di calcio di Taranto dice:

“Nu’ sime tarandìne, c’u côre ross’e blu
bevìme ‘a birra Raffo e nnijnde cchiù”

Ma torniamo a parlare del tarantino inteso come dialetto.

Il tarantino ha due generi, maschile e femminile. Avendo la terminazione in e muta, il genere delle parole è riconoscibile solamente tramite l’articolo, che in tarantino è “’u”,  “’a” per il determinativo, e  “’nu”,  “’na” per l’indeterminativo.

Se il sostantivo che segue l’articolo comincia con una vocale, questo si apostrofa, a meno che esso non abbia una consonante iniziale precedentemente caduta:

l’acchiále (gli occhiali);

l’òmme (l’uomo);

‘n’àrvule (un albero);

le uáje (i guai);

l’uéve (il bue);

‘a uagnèdde (la ragazza).

La formazione del plurale è assai complessa. Per molti sostantivi ed aggettivi esso non esiste, ossia rimangono invariati:

‘u livre (il libro) – le livre (i libri);

l’àrvule (l’albero) – l’àrvule (gli alberi).

Alcuni aggiungono il suffisso -ere:

‘a cáse (la casa) – le càsere (le case);

Altri cambiano la vocale tematica:

‘a fògghie (la foglia) – le fuègghie (le foglie);

‘u chiangóne (il macigno) – le chiangúne (i macigni);

‘u sciorge (il topo) – le sciurge (i topi)

Altri ancora tutti e due:

‘u pertúse (il buco) – le pertòsere (i buchi);

‘u paíse (il paese) – le pajèsere (i paesi);

l’anìdde (l’anello) – l’anèddere (gli anelli).

La formazione del femminile segue le stesse regole. Alcuni sostantivi e aggettivi rimangono invariati:

bèdde (bello) – bèdde (bella).

Altri cambiano il dittongo uè in o:

luènghe (lungo) – lònghe (lunga).

I pronomi dimostrativi sono:

quiste (questo);

quèste (questa);

chiste (questi, queste);

quidde (quello);

quèdde (quella);

chidde (quelli, quelle).

Più usate nel parlato sono le forme abbreviate: “’stu” per “quiste”, “’sta” per “quèste”, “’ste” per “chiste”.

Ma vediamo un’altra carrellata di modi di dire:

  • Retə a’ ll’anghələ mangh’u latə.

Dietro l’angolo manca il lato.

Gioco di lingua che assume un altro significato (dietro l’angolo mi ha inculato).

  • Scacchiarə da indr’ô mazzə.

Scegliere dal mazzo.

Scegliere, fra tanti, un amico buono a nulla o cattivo. Detto ironicamente.

  • Scerə acchiannə ‘a salutə da ‘u spətalə.

Cercare la salute nell’ospedale.

Chiedere qualcosa a qualcuno che non può farne a meno o che non ne ha. Usata nelle domande retoriche “Da ‘u spətalə ve’ ‘cchiannə ‘a salutə?” (nello spedale vai cercando la salute?)

  • Scətta’ ‘u sanghə.

Gettare il sangue.

Vomitare sangue; o più in generale affaticarsi molto.

  • Statəvə buenə e aquá və lassə ‘a zappə.

State bene e qui vi lascio la zappa.

Saluto scherzoso fra amici. Il saluto classicamente usato è stattə/statəvə buenə.

  • Tə canoschə, pirə, da quann’ivə calapričə.

Ti conosco, pero, da quando eri pero selvatico.

Detto a chi si conosce molto bene.

  • T’agghi’a ‘mbara’ e t’agghi’a perdərə.

Ti devo insegnare e (poi) ti devo perdere.

Detto agli allievi o ai figli, che riceveranno gli insegnamenti e non impareranno mai o non saranno mai riconoscenti, oltre al fatto che andranno via.

  • Təratəmə ca m’honnə canusciutə.

Tiratemi, ché mi hanno riconosciuto.

Usato metaforicamente per quanti non riescono a sbarcare il lunario. Riferito ad un avvenimento antico in cui un ladro, calatosi dal camino, trovò l’intera famiglia attorno allo stesso e disse questa frase ai complici sul tetto.

Vé tingə a’ llə gnurə.

Vai a tingere i negri.

Detto a chi ci dice qualcosa di improbabile o tenta di buggerarci. Rimanda ad un passato colonialistico che riteneva l’africano facile da aggirare. Il secondo modismo è inteso nel senso di “vai a fare qualcosa di inutile”, come tingere di nero la pelle già nera.

Ovviamente non pretendo di esaurire il tarantino in queste poche pagine, anzi, visto il successo dei post (il mio amico Franz dice che ne avrò per anni, se mi ci applico…), riprenderò l’argomento, magari analizzando alcuni tra questi modi di dire con l’etimologia delle parole.

La prossima puntata sarà sul napoletano, quindi, amici partenopei, preparatevi!

 

Pasche – parte seconda – parafrasi e spiegazione

Questa Domenica di Pasqua, come feci già tre anni fa, ho scritto una “poesia” in dialetto tarantino. Dialetto complicatissimo, come spiegherò tra qualche tempo con un paio di articoli dedicati all’argomento.

Quando si scrive in “vernacolo” (dal latino vernacŭlus, cioè “domestico, familiare”, derivato di verna, “schiavo nato in casa”), che è la parlata caratteristica di un centro o di una zona limitata, in questo caso Taranto, non è tanta la difficoltà di riprodurre i suoni, quanto nel trascriverli.

Infatti scrivere in dialetto non è un’opzione letteraria, ma un sistema fonologico vero e proprio.

Passiamo a quello che ho scritto in “Pasche – parte seconda”, di cui farò, oltre alla traduzione letterale, una sorta di “parafrasi”, a sicuro vantaggio di chi non è delle mie parti.

Fùscene a ‘scesa Vasto le guagnùne / Scappano verso la Discesa Vasto1 i ragazzi

èsse da Sande Mimme ‘a Prucessione / mentre da San Domenico esce la processione2

ci jacchiano pe’ viche le Perdune / se i Perdoni3, girando per le vie

annante ‘a Mamma fasceno flessione. / incontrano la Madonna si genuflettono4.

E le crestiàne, prest’ ca jesse ‘a lune / Il giorno stesso i credenti, prima di sera,

vonne pe’ poste jacchianne perdone, / vanno al pellegrinaggio dei Sepolcri5

po’ jindr’a u Carmine, celebbrazziune, / il venerdì nella Chiesa del Carmine iniziano i riti

troccola, statue, banda e tradizione. / con troccola, statue, banda e tradizione6.

‘U sciurne ca abbevesce Gese Criste, / Il giorno in cui risorge Gesù Cristo

‘u tatarànne cu ‘nu scialle ‘nguèdda / il vecchietto con uno scialle sulle spalle

‘a tavola cu suso quìdde e quìste / la tavola imbandita con ogni ben di Dio

de amennele se fasce ‘a pecheredda, / la pecorella fatta di pasta di mandorle7

ma ‘u mègghie d’ôsce ancora nun l’è viste: / ma ancora non hai provato il piatto forte di oggi:

manìsciate, vé, e ‘annùscene ‘a scarcedda! / muoviti, vai, e portaci la scarcella8!

Partiamo dall’inizio, vedendo cosa vogliono dire alcune parole da me usate:

  1. Discesa Vasto: è uno degli scorci caratteristici della città Vecchia. Che non è un centro storico come gli altri, ma una vera e propria isola, unita al cosiddetto “Borgo”, cioè la parte moderna di Taranto, dal Ponte Girevole, e alla parte industriale, i “Tamburi”, dal Ponte di Punta Penna. Fino al 1746, l’attuale Taranto Vecchia costituiva il 100% della città e tutta la popolazione era raccolta sull’isola;
  2. Processione dell’Addolorata: la Settimana Santa di Taranto comincia ufficialmente quando ci si scambia i ramoscelli d’ulivo durante la Domenica delle Palme e tocca il suo culmine durante due processioni: quella dell’Addolorata del giovedì, che parte dalla Chiesa di San Domenico, nella città vecchia, e quella dei Misteri del venerdì, che parte dalla Chiesa del Carmine, nella Città Nuova;
  3. Nel primo pomeriggio del giovedì Santo inizia il pellegrinaggio dei Confratelli del Carmine nei “Sepolcri”, ovvero gli altari della reposizione allestiti in ogni chiesa della città. Escono in coppie o “poste”, a piedi nudi e incappucciati, e percorrono le vie cittadine facendo sosta in ogni sepolcro lungo il loro percorso. Sono i perdoni, in tarantino “perdune”, e simboleggiano i pellegrini che si recavano a Roma in cerca del perdono di Dio;
  4. Le “poste” impiegano diverse ore a compiere il tragitto designato perché avanzano con un dondolio lento ed esasperante che i tarantini chiamano “nazzecate”. Se i “perdoni” del giovedì, rientrando, incontrano la Madonna, si inchinano e genuflettono. Se invece le coppie di confratelli si incrociano con altre lungo la strada, si tolgono il cappello e portano i rosari ed i medaglieri contro il petto. Nel dialetto tarantino questo saluto si chiama “salamelicche”, termine che deriva dall’ebraico “saluto di pace”;
  5. Il giovedì santo, prima del calar del sole, anche i cittadini visitano i sepolcri, ma non è obbligatorio visitarli tutti, purché siano di numero dispari;
  6. Come detto, il venerdì Santo dal “Borgo” partono i cosiddetti “Misteri”. Qualche ora dopo le 17:00 si apre il portone della Chiesa del Carmine e ha inizio la Processione, aperta anche questa dal “troccolante”, l’unico “perdone” singolo a cui è consentito portare il bordone e il cappello. La troccola è una tavoletta di legno composta da maniglie di legno che viene ruotata in senso alternato producendo un “tric trac”, da cui forse deriverebbe il termine “troccola” come onomatopea. Un privilegio riconosciuto al troccolante, che vibrando la troccola, afferma il suo compito, talvolta in forme esibitorie, è di accelerare o ritardare il passo del corteo. A seguire ci sono le statue, rappresentanti la Passione di Cristo e le bande musicali, che scandiscono la notte con le note di famose marce funebri tradizionali;
  7. Uno dei dolci tipici della Pasqua tarantina: piccole pecorelle fatte con pasta di mandorle;
  8. La scarcella è un dolce pasquale pugliese conosciuto anche con i nomi di scarcedda, cuddura o puddhica, diffuso però nelle sue diverse varianti in tutto il meridione. In alcune zone intorno a Lecce, ma anche nel brindisino e nel tarantino la cuddura è chiamata puddica dal deverbale puddicare che è il lavorare la pasta coi pugni, premendo col pollice (pollex); mentre nel barese, ma anche in alcuni centri del brindisino e del tarantino, è detta scarcedda, avendo questo pane dolce con l’uovo nel centro la forma di una borsa per denaro.

Le tradizioni ci tengono ancorati al passato, ma al contrario di come pensa qualcuno, non servono per rimanere nel passato, ma per andare nel futuro. Dice infatti un proverbio africano: “Quando non sai dove stai andando, ricordati da dove vieni”. Mai dimenticare o rinnegare le proprie origini.

 

Pasche – parte seconda

Fùscene a ‘scesa Vasto le guagnùne
èsse da Sande Mimme ‘a Prucessione
ci jàcchiano pe’ viche le Perdùne
annante ‘a Mamma fasceno flessione.

E le crestiàne, prest’ ca jesse ‘a lune
vònne pe’ poste jacchiànne perdone,
po’ jindr’a u Carmine, celebbrazziùne,
troccola, statue, banda e tradizione.

‘U sciurne ca abbevesce Gese Criste,
‘u tatarànne cu ‘nu scialle ‘nguèdda,
‘a tavola cu suso quìdde e quìste;

de ammennele se fasce ‘a pecheredda,
ma ‘u mègghie d’ôsce ancora nun l’è viste:
manìsciate, vé, e ‘annùscene ‘a scarcedda!