Sono nato poco più di 54 anni fa, di mercoledì. Come lo so? Ho aperto un calendario sul computer, ho cercato il 23 ottobre 1968, et voilà.
Premettendo che sapere il giorno in cui si è nati non serve evidentemente a nulla, la cosa mi ha fatto però riflettere. Quando ero ragazzo, per risalire al giorno della settimana in cui ero nato, ricordo che ci misi un po’ più di tempo, perché non avevamo i computer. Alla fine, disperato, andai alla fonte (mia madre, ovviamente) e ricavai il giorno esatto.
In effetti, il sistema che usiamo oggi per contare le date è alquanto complicato, per tutta una serie di motivi e con tutta una serie di difficoltà. Perché sia così, e perché non sia mai stato cambiato (o, meglio, perché è stato cambiato tante volte) ci porta a dover capire come tutto è iniziato.
Per gli antichi popoli mesopotamici, la suddivisione dell’anno aveva degli scopi puramente pratici. Per un popolo che diventava stanziale, diventò fondamentale conoscere i tempi della semina e quelli della raccolta.
Il giorno (in sumero “ud”) iniziava al tramonto e non al sorgere del Sole ed era l’intervallo di tempo tra due successivi tramonti; si divideva in 12 periodi di 2 ore l’uno, valutati in base al cammino che si può percorrere in questo spazio di tempo.
L’unità di misura del tempo all’interno del giorno apparteneva quindi all’ordine delle lunghezze ed era il beru: 1 beru equivaleva dunque a 2 ore di tempo e a una lunghezza di circa 10.800 metri, che era appunto la distanza che si pensava fosse percorribile in media in due ore di marcia.
Due notazioni: per molti popoli il giorno inizia(va) al tramonto, ed il retaggio di questa usanza lo vediamo quando festeggiamo “la vigilia” di qualche cosa. Anche Halloween, ad esempio, deriva da “All Hallows’ Eve”, che letteralmente si traduce in “vigilia di Ognissanti”.
Non solo: in alcuni libri dell’Antico Testamento si utilizza l’espressione “notte e giorno”, in quest’ordine, proprio perché così si indicava il susseguirsi naturale delle cose. Abbiamo notizia che anche nell’Italia medioevale il giorno iniziava al tramonto. La convenzione di iniziare il giorno alle ore 00:00 è di origine francese ed è stata introdotta in Italia all’epoca della occupazione napoleonica, raggiungendo la massima diffusione dopo il 1800.
Quindi anche per gli Ebrei, altro popolo importante dal punto di vista del lascito culturale, era importante la suddivisione dei tempi: loro si spinsero oltre i popoli mesopotamici, suddividendo la giornata (sempre in base a fenomeni naturali) in aurora, mattino, mezzogiorno, tramonto, sera e notte.
La cosa più importante che si nota leggendo dei popoli antichi e della loro suddivisione del tempo è che ricorrono spesso alcuni numeri, soprattutto il 12 e il 60. Il motivo principale è che entrambi sono numeri che si possono dividere in parti più piccole in tanti modi diversi, senza lasciare resto.
È anche vero che quei popoli non avevano molta dimestichezza con le frazioni, per cui per loro la base sessagesimale e duodecimale erano scelte comode e pratiche. I primi a rendersi conto che fosse più vantaggioso dividere un giorno in ventiquattro ore, usando una meridiana, furono gli antichi egizi, che però si complicarono la vita per cercare di essere pignoli: con un sistema oltremodo complicato, contavano 10 ore di luce e 12 di buio, a cui aggiungevano 1 ora per l’alba e 1 ora per il tramonto. Ovvio che così le ore erano più lunghe in estate e più corte in inverno.
I greci intuirono a quel punto che la cosa più comoda da fare era suddividere il giorno in ore uguali tra loro: Ipparco di Nicea, oltre ad aver fatto altre scoperte, come la precessione degli equinozi, viene indicato come il padre delle 24 ore.
Alcuni di quei popoli usavano calendari “lunari” ed altri “solari”, in base all’apparente movimento dei due principali oggetti nel cielo, e quindi non esisteva un unico calendario. E non era neanche solo quello il problema. Entrambi i modi di contare i giorni portavano a delle differenze e prevedevano una compensazione.
Come ho detto all’inizio, lo scopo principale di avere un calendario era per conoscere i tempi legati ai fenomeni stagionali: ad esempio, il mese lunare in uso dai popoli pre-egizi era l’intervallo tra due successive apparizioni della Luna (lunazioni) e la sua durata variava tra 29 e 30 giorni; un anno durava quindi circa 354 giorni.
Però, come ho detto, la suddivisione serviva anche a fare dei calcoli; quindi, per gli amministratori e per gli astronomi vigeva la convenzione di considerare il mese sempre di 30 giorni e l’anno di 360 giorni. Così era più comodo fissare i bilanci, gli stipendi e le ferie (per così dire).
Noi sappiamo, però, che l’anno solare ha una durata più lunga, cioè circa 365 giorni e un quarto (365 giorni, 5 ore, 48 minuti, 46 secondi), quindi si verificava una cosiddetta “asincronia” sia con il mese lunare (circa 29,5 giorni) sia con quello solare (354).
I mesi così cadevano con giorni di ritardo ogni anno e dopo anni la sequenza dei mesi era sfasata rispetto alla stagione e alle attività designate in un particolare mese. Addirittura, se non si fosse trovato un modo per compensare questa differenza, dopo una trentina di anni un dato mese sarebbe passato attraverso l’intero ciclo cadendo in una stagione diversa.
Così fu aggiunto un mese “intercalare” ogni tre anni, almeno fino al tempo di Giulio Cesare. Nel 46 a.C., l’anno solare era considerato di 365 giorni e 6 ore e perciò l’anno civile (costituito da un numero intero di giorni) venne fissato in 365 giorni, stabilendo però di aggiungere un giorno ogni quattro anni. In questo modo si compensava la differenza delle sei ore in meno rispetto all’anno solare. Dopo tre anni comuni di 365 giorni, si aveva pertanto un anno bisestile di 366 giorni (il giorno in più venne attribuito al mese di febbraio).
Gli antichi romani avevano un modo tutto loro di contare (non avevano neanche lo zero, figurarsi) e aggiungevano il giorno in più dopo il 24 febbraio, che chiamavano “ante diem sextum Kalendas Martias” (sesto giorno prima delle Calende di marzo); il giorno aggiuntivo si chiamava “bis sextus dies” (sesto giorno ripetuto) da cui l’aggettivo “bisestile”.
Ma questa compensazione non andava benissimo: il valore dell’anno solare era leggermente superiore e la differenza (11 minuti e 14 secondi) si accumulò anno dopo anno: verso la metà del XVI secolo l’effettivo ritorno del sole all’equinozio di primavera si verificava l’11 marzo anziché il 21.
Così Papa Gregorio XIII, per evitare di dover celebrare la Pasqua in date non consone, convocò una commissione composta da astronomi, matematici ed ecclesiastici, a cui affidò il compito di riformare il calendario.
Luigi Lilio (o Giglio, secondo la notazione moderna), medico calabrese dell’epoca, trovò un sistema e così nacque il calendario gregoriano. Intanto, eliminarono i 10 giorni di differenza che ormai si erano accumulati, così dal 4 ottobre 1582 si saltò direttamente al 15 ottobre 1582.
Poi, per non riaccumulare ulteriore ritardo, si stabilì che fra gli anni secolari (che nel calendario giuliano erano tutti bisestili) fossero considerati bisestili soltanto quelli in cui il gruppo di cifre precedenti i due zeri è divisibile per 4: così, mentre è stato bisestile il 1600 e lo sarà anche il 2400, non lo sono stati invece il 1700, il 1800, il 1900.
Il calendario gregoriano, oltre ad essere diviso in mesi, si compone di settimane che hanno durata quasi uguale alle fasi lunari e conta gli anni a partire dalla nascita di Cristo, cosa che fino ad allora non si faceva.
Il mondo occidentale usa ormai in toto questo calendario, che, come dicevo all’inizio, pur rispettando quasi del tutto i tempi della natura, porta con sé il fatto che si usino numeri come 365 o 7, che sono sicuramente più complicati da trattare di 360 e 12.
Non solo: nel calendario attuale, cambiando i giorni della settimana ogni anno, le dodici festività nazionali italiane (Capodanno, Epifania, Pasqua, Lunedì dell’Angelo, Festa della Liberazione, Festa dei Lavoratori, Festa della Repubblica, Assunzione di Maria, Ognissanti, Immacolata Concezione, Natale e Santo Stefano) cambiano da un anno all’altro. Così, pur rimanendo ovviamente la Pasqua fissa alla domenica e il Lunedì dell’Angelo al lunedì, ci sono anni come il 2017 in cui ben nove delle restanti dieci sono cadute in un giorno feriale e altri come il 2021, in cui solo cinque sono state in un giorno feriale e le altre cinque tra sabato e domenica. Nel 2021 pertanto si lavorò quattro giorni di più rispetto al 2017 (eccetto gli enti pubblici che, si sa, fanno i ponti).
Inoltre, la maggior parte di queste feste sono religiose e molti dei “fruitori” del giorno di festa non sanno neanche perché il 15 agosto è “l’Assunzione di Maria” o come si calcola la data della Pasqua. Lo scopo delle ferie e dei giorni festivi dovrebbe essere quello di “staccare” per un periodo, breve o lungo che sia, dal lavoro. Invece queste festività non sono cadenzate in modo uniforme e ciò comporta che ci siano periodi “più feriali” e periodi “più festivi”.
Come si potrebbe fare per ovviare a ciò e uniformare le cose?
Nella storia sono stati fatti alcuni tentativi: intanto a fine anni ’80 del secolo scorso, con l’ISO 8601, che è lo standard internazionale per la rappresentazione di date e orari, in modo da evitare fraintendimenti da un capo all’altro del mondo. Questo standard fu pubblicato per la prima volta il 15 giugno 1988 per uniformare diversi vecchi standard, poi aggiornato il 21 dicembre 2000 e successivamente il 3 dicembre 2004.
Anche se controintuitiva, una data ISO 8601 si scrive “YYYY-MM-DD”, dove Y sta per anno, M per mese e D per giorno. Anche io, quando salvo alcuni file nel mio computer, li nomino così (ad esempio “2022_12_19_contabilità”), per trovarli più facilmente quando faccio una ricerca (o tramite data o tramite argomento).
Ma, a prescindere dalla notazione, come si potrebbe modificare il calendario per renderlo più semplice?
Il “calendario mondiale o universale” è stata una proposta di riforma del calendario formulata da Elisabeth Achelis di New York nel 1930, e ispirata al calendario gregoriano perpetuo descritto dal presbitero italiano Marco Mastrofini un secolo prima.
Questo calendario considera l’anno diviso in 52 settimane, con 4 trimestri di 91 giorni – composti di tre mesi di 31 giorni, 30 giorni, 30 giorni – e con la domenica all’inizio di ogni trimestre.
Rimarrebbero come giorni aggiuntivi 1 o 2 giorni all’anno, a seconda che si tratti di anno comune o di anno bisestile. L’anno e ciascun trimestre inizierebbero così sempre di domenica e si eviterebbero i fastidiosi computi del ciclo settimanale derivanti dalla diversa lunghezza dei mesi.
Ma su questi punti si incontrano le maggiori resistenze per motivi religiosi: alterare la successione settimanale è, per esempio, inammissibile per la religione ebraica. Di seguito lo schema:
Per come la vedo io, questo è un sistema complicato, che, è vero, semplifica alcune cose, ma non tutte.
I mesi restano 12, ma il fatto di avere un mese da 31 e due da 30 a trimestre non mi sembra una soluzione ottimale.
Un’altra proposta che era stata fatta (e per un periodo è stata adottata, anche se solo in un’azienda, la Kodak, e non in uno Stato) è quella del “Calendario Fisso Internazionale”, che prevede 13 mesi di 28 giorni (13 per 28 fa 364), tutti uguali, con l’aggiunta a fine anno di uno o due giorni supplementari.
Anche qui agevolo schema.
Questo calendario si proponeva di rendere più uniforme la distribuzione delle feste e soprattutto, per cadenzare i giorni in maniera più equa. Questo sistema proponeva inoltre di cambiare i nomi dei mesi, ormai obsoleti, e di chiamare i nuovi “mesi” con nomi storici come Siddharta, Platone, Gesù, Dante, Leonardo, Cartesio, Shakespeare, Galileo, Newton, Washington, Marie Curie, Einstein, Gandhi.
Anche questo calendario ha un grosso problema: 13 (mesi) è un numero primo, che difficilmente può essere diviso. Inoltre, come ho evidenziato nello schema, se vuoi fare i periodi da 91 giorni (colorati in modo diverso), essi capiteranno sempre in mezzo al mese (anche se inizieranno sempre di domenica).
Se nessuno di questi due sistemi è stato mai accettato e usato, un motivo ci sarà.
Allora parto con la mia proposta. Ricordate i numeri 360 e 12? Se noi dividiamo i due numeri, otteniamo 30. Quindi, la soluzione migliore sarebbe avere 12 mesi da 30 giorni. Allego schema:
Ovviamente, 30 per 12 fa 360, così avanzano 5 giorni extra, da piazzare dove si vuole (ad esempio, ad agosto, così il mese estivo più caldo sarebbe più lungo).
Questo calendario non risolverebbe nessuno dei problemi che ci sono attualmente, ovviamente, anzi penso che ne creerebbe di nuovi. Ma almeno eviterebbe ai maestri delle elementari di dover insegnare (se lo fanno ancora) la filastrocca:
“Trenta giorni ha novembre, con april, giugno e settembre. Di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri sono trentuno!”







