Il folle calendario

Sono nato poco più di 54 anni fa, di mercoledì. Come lo so? Ho aperto un calendario sul computer, ho cercato il 23 ottobre 1968, et voilà.

Premettendo che sapere il giorno in cui si è nati non serve evidentemente a nulla, la cosa mi ha fatto però riflettere. Quando ero ragazzo, per risalire al giorno della settimana in cui ero nato, ricordo che ci misi un po’ più di tempo, perché non avevamo i computer. Alla fine, disperato, andai alla fonte (mia madre, ovviamente) e ricavai il giorno esatto.

In effetti, il sistema che usiamo oggi per contare le date è alquanto complicato, per tutta una serie di motivi e con tutta una serie di difficoltà. Perché sia così, e perché non sia mai stato cambiato (o, meglio, perché è stato cambiato tante volte) ci porta a dover capire come tutto è iniziato.

Per gli antichi popoli mesopotamici, la suddivisione dell’anno aveva degli scopi puramente pratici. Per un popolo che diventava stanziale, diventò fondamentale conoscere i tempi della semina e quelli della raccolta.

Il giorno (in sumero “ud”) iniziava al tramonto e non al sorgere del Sole ed era l’intervallo di tempo tra due successivi tramonti; si divideva in 12 periodi di 2 ore l’uno, valutati in base al cammino che si può percorrere in questo spazio di tempo.

L’unità di misura del tempo all’interno del giorno apparteneva quindi all’ordine delle lunghezze ed era il beru: 1 beru equivaleva dunque a 2 ore di tempo e a una lunghezza di circa 10.800 metri, che era appunto la distanza che si pensava fosse percorribile in media in due ore di marcia.

Due notazioni: per molti popoli il giorno inizia(va) al tramonto, ed il retaggio di questa usanza lo vediamo quando festeggiamo “la vigilia” di qualche cosa. Anche Halloween, ad esempio, deriva da “All Hallows’ Eve”, che letteralmente si traduce in “vigilia di Ognissanti”.

Non solo: in alcuni libri dell’Antico Testamento si utilizza l’espressione “notte e giorno”, in quest’ordine, proprio perché così si indicava il susseguirsi naturale delle cose. Abbiamo notizia che anche nell’Italia medioevale il giorno iniziava al tramonto. La convenzione di iniziare il giorno alle ore 00:00 è di origine francese ed è stata introdotta in Italia all’epoca della occupazione napoleonica, raggiungendo la massima diffusione dopo il 1800.

Quindi anche per gli Ebrei, altro popolo importante dal punto di vista del lascito culturale, era importante la suddivisione dei tempi: loro si spinsero oltre i popoli mesopotamici, suddividendo la giornata (sempre in base a fenomeni naturali) in aurora, mattino, mezzogiorno, tramonto, sera e notte.

La cosa più importante che si nota leggendo dei popoli antichi e della loro suddivisione del tempo è che ricorrono spesso alcuni numeri, soprattutto il 12 e il 60. Il motivo principale è che entrambi sono numeri che si possono dividere in parti più piccole in tanti modi diversi, senza lasciare resto.

È anche vero che quei popoli non avevano molta dimestichezza con le frazioni, per cui per loro la base sessagesimale e duodecimale erano scelte comode e pratiche. I primi a rendersi conto che fosse più vantaggioso dividere un giorno in ventiquattro ore, usando una meridiana, furono gli antichi egizi, che però si complicarono la vita per cercare di essere pignoli: con un sistema oltremodo complicato, contavano 10 ore di luce e 12 di buio, a cui aggiungevano 1 ora per l’alba e 1 ora per il tramonto. Ovvio che così le ore erano più lunghe in estate e più corte in inverno.

I greci intuirono a quel punto che la cosa più comoda da fare era suddividere il giorno in ore uguali tra loro: Ipparco di Nicea, oltre ad aver fatto altre scoperte, come la precessione degli equinozi, viene indicato come il padre delle 24 ore.

Alcuni di quei popoli usavano calendari “lunari” ed altri “solari”, in base all’apparente movimento dei due principali oggetti nel cielo, e quindi non esisteva un unico calendario. E non era neanche solo quello il problema. Entrambi i modi di contare i giorni portavano a delle differenze e prevedevano una compensazione.

Come ho detto all’inizio, lo scopo principale di avere un calendario era per conoscere i tempi legati ai fenomeni stagionali: ad esempio, il mese lunare in uso dai popoli pre-egizi era l’intervallo tra due successive apparizioni della Luna (lunazioni) e la sua durata variava tra 29 e 30 giorni; un anno durava quindi circa 354 giorni.

Però, come ho detto, la suddivisione serviva anche a fare dei calcoli; quindi, per gli amministratori e per gli astronomi vigeva la convenzione di considerare il mese sempre di 30 giorni e l’anno di 360 giorni. Così era più comodo fissare i bilanci, gli stipendi e le ferie (per così dire).

Noi sappiamo, però, che l’anno solare ha una durata più lunga, cioè circa 365 giorni e un quarto (365 giorni, 5 ore, 48 minuti, 46 secondi), quindi si verificava una cosiddetta “asincronia” sia con il mese lunare (circa 29,5 giorni) sia con quello solare (354).

I mesi così cadevano con giorni di ritardo ogni anno e dopo anni la sequenza dei mesi era sfasata rispetto alla stagione e alle attività designate in un particolare mese. Addirittura, se non si fosse trovato un modo per compensare questa differenza, dopo una trentina di anni un dato mese sarebbe passato attraverso l’intero ciclo cadendo in una stagione diversa.

Così fu aggiunto un mese “intercalare” ogni tre anni, almeno fino al tempo di Giulio Cesare. Nel 46 a.C., l’anno solare era considerato di 365 giorni e 6 ore e perciò l’anno civile (costituito da un numero intero di giorni) venne fissato in 365 giorni, stabilendo però di aggiungere un giorno ogni quattro anni. In questo modo si compensava la differenza delle sei ore in meno rispetto all’anno solare. Dopo tre anni comuni di 365 giorni, si aveva pertanto un anno bisestile di 366 giorni (il giorno in più venne attribuito al mese di febbraio).

Gli antichi romani avevano un modo tutto loro di contare (non avevano neanche lo zero, figurarsi) e aggiungevano il giorno in più dopo il 24 febbraio, che chiamavano “ante diem sextum Kalendas Martias” (sesto giorno prima delle Calende di marzo); il giorno aggiuntivo si chiamava “bis sextus dies” (sesto giorno ripetuto) da cui l’aggettivo “bisestile”.

Ma questa compensazione non andava benissimo: il valore dell’anno solare era leggermente superiore e la differenza (11 minuti e 14 secondi) si accumulò anno dopo anno: verso la metà del XVI secolo l’effettivo ritorno del sole all’equinozio di primavera si verificava l’11 marzo anziché il 21.

Così Papa Gregorio XIII, per evitare di dover celebrare la Pasqua in date non consone, convocò una commissione composta da astronomi, matematici ed ecclesiastici, a cui affidò il compito di riformare il calendario.

Luigi Lilio (o Giglio, secondo la notazione moderna), medico calabrese dell’epoca, trovò un sistema e così nacque il calendario gregoriano. Intanto, eliminarono i 10 giorni di differenza che ormai si erano accumulati, così dal 4 ottobre 1582 si saltò direttamente al 15 ottobre 1582.

Poi, per non riaccumulare ulteriore ritardo, si stabilì che fra gli anni secolari (che nel calendario giuliano erano tutti bisestili) fossero considerati bisestili soltanto quelli in cui il gruppo di cifre precedenti i due zeri è divisibile per 4: così, mentre è stato bisestile il 1600 e lo sarà anche il 2400, non lo sono stati invece il 1700, il 1800, il 1900.

Il calendario gregoriano, oltre ad essere diviso in mesi, si compone di settimane che hanno durata quasi uguale alle fasi lunari e conta gli anni a partire dalla nascita di Cristo, cosa che fino ad allora non si faceva.

Il mondo occidentale usa ormai in toto questo calendario, che, come dicevo all’inizio, pur rispettando quasi del tutto i tempi della natura, porta con sé il fatto che si usino numeri come 365 o 7, che sono sicuramente più complicati da trattare di 360 e 12.

Non solo: nel calendario attuale, cambiando i giorni della settimana ogni anno, le dodici festività nazionali italiane (Capodanno, Epifania, Pasqua, Lunedì dell’Angelo, Festa della Liberazione, Festa dei Lavoratori, Festa della Repubblica, Assunzione di Maria, Ognissanti, Immacolata Concezione, Natale e Santo Stefano) cambiano da un anno all’altro. Così, pur rimanendo ovviamente la Pasqua fissa alla domenica e il Lunedì dell’Angelo al lunedì, ci sono anni come il 2017 in cui ben nove delle restanti dieci sono cadute in un giorno feriale e altri come il 2021, in cui solo cinque sono state in un giorno feriale e le altre cinque tra sabato e domenica. Nel 2021 pertanto si lavorò quattro giorni di più rispetto al 2017 (eccetto gli enti pubblici che, si sa, fanno i ponti).

Inoltre, la maggior parte di queste feste sono religiose e molti dei “fruitori” del giorno di festa non sanno neanche perché il 15 agosto è “l’Assunzione di Maria” o come si calcola la data della Pasqua. Lo scopo delle ferie e dei giorni festivi dovrebbe essere quello di “staccare” per un periodo, breve o lungo che sia, dal lavoro. Invece queste festività non sono cadenzate in modo uniforme e ciò comporta che ci siano periodi “più feriali” e periodi “più festivi”.

Come si potrebbe fare per ovviare a ciò e uniformare le cose?

Nella storia sono stati fatti alcuni tentativi: intanto a fine anni ’80 del secolo scorso, con l’ISO 8601, che è lo standard internazionale per la rappresentazione di date e orari, in modo da evitare fraintendimenti da un capo all’altro del mondo. Questo standard fu pubblicato per la prima volta il 15 giugno 1988 per uniformare diversi vecchi standard, poi aggiornato il 21 dicembre 2000 e successivamente il 3 dicembre 2004.

Anche se controintuitiva, una data ISO 8601 si scrive “YYYY-MM-DD”, dove Y sta per anno, M per mese e D per giorno. Anche io, quando salvo alcuni file nel mio computer, li nomino così (ad esempio “2022_12_19_contabilità”), per trovarli più facilmente quando faccio una ricerca (o tramite data o tramite argomento).

Ma, a prescindere dalla notazione, come si potrebbe modificare il calendario per renderlo più semplice?

Il “calendario mondiale o universale” è stata una proposta di riforma del calendario formulata da Elisabeth Achelis di New York nel 1930, e ispirata al calendario gregoriano perpetuo descritto dal presbitero italiano Marco Mastrofini un secolo prima.

Questo calendario considera l’anno diviso in 52 settimane, con 4 trimestri di 91 giorni – composti di tre mesi di 31 giorni, 30 giorni, 30 giorni – e con la domenica all’inizio di ogni trimestre.

Rimarrebbero come giorni aggiuntivi 1 o 2 giorni all’anno, a seconda che si tratti di anno comune o di anno bisestile. L’anno e ciascun trimestre inizierebbero così sempre di domenica e si eviterebbero i fastidiosi computi del ciclo settimanale derivanti dalla diversa lunghezza dei mesi.

Ma su questi punti si incontrano le maggiori resistenze per motivi religiosi: alterare la successione settimanale è, per esempio, inammissibile per la religione ebraica. Di seguito lo schema:

Per come la vedo io, questo è un sistema complicato, che, è vero, semplifica alcune cose, ma non tutte.

I mesi restano 12, ma il fatto di avere un mese da 31 e due da 30 a trimestre non mi sembra una soluzione ottimale.

Un’altra proposta che era stata fatta (e per un periodo è stata adottata, anche se solo in un’azienda, la Kodak, e non in uno Stato) è quella del “Calendario Fisso Internazionale”, che prevede 13 mesi di 28 giorni (13 per 28 fa 364), tutti uguali, con l’aggiunta a fine anno di uno o due giorni supplementari.

Anche qui agevolo schema.

Questo calendario si proponeva di rendere più uniforme la distribuzione delle feste e soprattutto, per cadenzare i giorni in maniera più equa. Questo sistema proponeva inoltre di cambiare i nomi dei mesi, ormai obsoleti, e di chiamare i nuovi “mesi” con nomi storici come Siddharta, Platone, Gesù, Dante, Leonardo, Cartesio, Shakespeare, Galileo, Newton, Washington, Marie Curie, Einstein, Gandhi.

Anche questo calendario ha un grosso problema: 13 (mesi) è un numero primo, che difficilmente può essere diviso. Inoltre, come ho evidenziato nello schema, se vuoi fare i periodi da 91 giorni (colorati in modo diverso), essi capiteranno sempre in mezzo al mese (anche se inizieranno sempre di domenica).

Se nessuno di questi due sistemi è stato mai accettato e usato, un motivo ci sarà.

Allora parto con la mia proposta. Ricordate i numeri 360 e 12? Se noi dividiamo i due numeri, otteniamo 30. Quindi, la soluzione migliore sarebbe avere 12 mesi da 30 giorni. Allego schema:

Ovviamente, 30 per 12 fa 360, così avanzano 5 giorni extra, da piazzare dove si vuole (ad esempio, ad agosto, così il mese estivo più caldo sarebbe più lungo).

Questo calendario non risolverebbe nessuno dei problemi che ci sono attualmente, ovviamente, anzi penso che ne creerebbe di nuovi. Ma almeno eviterebbe ai maestri delle elementari di dover insegnare (se lo fanno ancora) la filastrocca:

“Trenta giorni ha novembre, con april, giugno e settembre. Di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri sono trentuno!”

Storia magistra vitae – Lilibeth 3

– Dica un po’, perché Margherita la chiama Maestro? domandò Woland.

L’altro sogghignò e disse:

– È una debolezza perdonabile. Essa ha un concetto troppo alto del romanzo che ho scritto.

– Un romanzo su che cosa?

– Un romanzo su Ponzio Pilato.

A questo punto le fiammelle delle candele ripresero a ondeggiare e a guizzare, i piatti tintinnarono sulla tavola. Woland scoppiò in una risata tonante, ma quel riso non spaventò e non meravigliò nessuno. Behemoth, chi sa perché, applaudì.

– Su che cosa, su che cosa? Su chi? – disse Woland, e smise di ridere. – Questa è grossa. E non poteva trovare un altro argomento? Faccia un po’ vedere – E Woland tese la mano con la palma all’insù.

– Io, purtroppo, non posso farlo, – rispose il Maestro, perché l’ho bruciato nella stufa.

– Scusi, non ci credo, – replicò Woland, – non può essere, i manoscritti non bruciano – Si voltò verso Behemoth e disse: – Su, Behemoth, dammi qua il romanzo.

Il gatto, all’istante, saltò giù dalla seggiola e tutti videro che era seduto su un grosso pacco di manoscritti. Con un inchino, il gatto porse a Woland l’esemplare che stava sopra gli altri. Margherita si mise a tremare e gridò, commovendosi di nuovo fino alle lacrime:

– Eccolo, il manoscritto! Eccolo!

Si precipitò verso Woland e aggiunse, rapita:

– Onnipotente! Onnipotente!

(Michail A. Bulgakov, Il Maestro e Margherita)

Рукописи не горят, cioè “I manoscritti non bruciano”, è una frase che rimase scolpita nella roccia quando, negli anni ’60, fu pubblicato (postumo) il capolavoro di Bulgakov. Cosa intendeva l’autore russo con quella frase?

In primis, quando l’alter ego di Bulgakov (il Maestro), disperato, brucia il suo libro perché censurato e osteggiato dalla critica e dalla censura di regime, altri non è che l’autore stesso, che aveva bruciato una precedente stesura de “Il maestro e Margherita”, per ragioni simili. Quindi un’aspra critica allo stalinismo e a tutto ciò che aveva comportato per quella generazione di autori.

In seconda battuta, con la frase l’autore intende anche che, qualunque sia il tentativo di distruggere o far passare sotto silenzio un’opera d’arte, essa non potrà mai soccombere o cadere nell’oblio, perché l’eco rimarrà nell’eternità. I manoscritti non bruciano, così come non bruciano le idee.

La pensavano diversamente i britannici, quando, consci della fine del colonialismo, distrussero tutte le prove delle nefandezze realizzate negli anni dell’illuminato Impero dei Windsor.

In verità non distrussero tutto, ma solo una parte dei documenti, tant’è vero che dal 2012 hanno messo a disposizione del pubblico alcuni documenti che testimoniano i crimini commessi dagli inglesi in 37 colonie dell’ex Impero britannico.

I documenti erano rimasti segreti per oltre cinquant’anni nell’archivio segreto del centro di comunicazione del governo di Hanslope Park, nello stesso edificio dove operava il MI8, sigla che sta per Military Intelligence, Section 8, nome in codice del servizio di sicurezza radio del governo britannico durante la seconda guerra mondiale.

Alcuni documenti provano il fatto che il governo di Londra era perfettamente a conoscenza delle torture e degli omicidi dei ribelli Mau-Mau in Kenya. Altri rapporti conterrebbero le istruzioni per distruggere una parte degli archivi; la distruzione avvenne effettivamente nel 1961, dopo che il segretario di Stato per le colonie, Iain Macleod, aveva inviato l’ordine di distruggere:

“tutto il materiale che potrebbe essere imbarazzante per il governo di Sua Maestà, per i membri della polizia, delle forze armate, dei funzionari e degli informatori britannici”.

Per alcuni documenti non c’è stato bisogno di farlo, visto che se li sono portati via i “soci” della CIA. Di quali parlo? Ma di quelli che testimoniano come il governo britannico e la CIA abbiano collaborato per far cadere il governo democraticamente eletto in IRAN negli anni ’50 per mantenere il controllo degli impianti petroliferi.

Ma partiamo dall’inizio, con la storia come ci è stata raccontata.

Iran è il nome assunto dalla Persia nel 1935. Il suo territorio, abitato sin dalla preistoria, fu conquistato nel VII secolo a.C. dai Medi e nel VI dai Persiani, che vi fondarono, con Ciro il Grande, l’Impero achemenide. Esso cadde in seguito sotto il dominio di Alessandro Magno (IV secolo a.C.), dei Parti (III secolo a.C.) e quindi della dinastia persiana dei Sasanidi (III secolo d.C.), che fece dello zoroastrismo la religione dominante del paese. Scontratosi ripetutamente con Roma e poi con Bisanzio, il potente Impero sasanide entrò in crisi tra il VI e il VII secolo e così, tra il 634 e il 651, il paese fu occupato dagli Arabi e islamizzato.

Nei secoli successivi la Persia rimase una regione instabile e cadde sotto il dominio dei Turchi Selgiuchidi (XI-XII secolo) e poi dei Mongoli (XIII-XV secolo). Al principio del XVI secolo la dinastia dei Safavidi riuscì a ricostituire l’unità del paese. Essa raggiunse il suo apogeo con Abbas I il Grande (1587-1628) e fece dell’Islam sciita (sciiti) la religione dello Stato, estendendo i confini della Persia attraverso numerose conquiste.

Dopo Abbas i Safavidi entrarono in una fase di declino e furono infine abbattuti nel 1736. Ebbe allora inizio un periodo di decadenza che si protrasse fino al XX secolo e che in gran parte coincide con la permanenza al potere della dinastia turca dei Qagiar (1794-1925).

In questa fase della storia persiana si fece sempre più intensa la penetrazione delle potenze europee, in particolare della Russia e della Gran Bretagna, che crebbe ulteriormente dopo la scoperta, all’inizio del Novecento, di ricchi giacimenti petroliferi.

Nel 1921 un colpo di Stato portò al potere Reza Khan Pahlavi, che si proclamò scià nel 1925 dando inizio alla dinastia dei Pahlavi. Reza Khan introdusse importanti riforme economiche e sociali, ma non riuscì a sottrarre la Persia ‒ dal 1935 Iran ‒ alle ingerenze delle potenze straniere.

Nel 1941 egli abdicò in favore del figlio Muhammad Reza Pahlavi, che rimase al potere sino alla rivoluzione islamica del 1979. In questo lungo periodo lo scià si legò agli Stati Uniti e agli interessi delle compagnie petrolifere occidentali.

Il petrolio era una fonte importante di entrate pubbliche: scoperto per la prima volta nel 1908, portò nel 1909 alla fondazione dell’Anglo-Persian Oil Company. La produzione di petrolio rendeva bene alla Persia, ma creava anche un forte risentimento contro gli stranieri che lo estraevano.

Nel 1933 il governo pretese una riduzione dei territori concessi per la ricerca del petrolio e il pagamento di un reddito fisso in cambio di una proroga fino al 1993. Questo cambiamento di politica nelle concessioni superò la grande depressione, ma non la seconda guerra mondiale.

La politica di sviluppo di Reza Khan creò un piccolo settore moderno in un’economia e in una società molto arretrate. La Seconda guerra mondiale pose fine a questi esperimenti: nel 1941 l’Unione Sovietica e il Regno Unito, preoccupati di tenere aperte la via di rifornimento al petrolio persiano, cominciarono a esigere che i tedeschi fossero espulsi e lanciarono un ultimatum e invasero il Paese.

Gli anglo-sovietici costrinsero quindi Reza Khan ad abdicare a favore del figlio, Muhammad Reza Pahlavi. Con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, quest’ultimi giunsero in Iran e dal 1942 gestirono la logistica del corridoio persiano per il rifornimento di materiale bellico all’Unione Sovietica. Nel 1943 si tenne la conferenza di Teheran, il primo vertice interalleato tra Roosevelt, Churchill e Stalin.

Gli anni dal 1946 al 1953 videro gli Stati Uniti sostituirsi gradualmente agli inglesi nel sostegno alla ricostruzione e gestione del Paese. Nel 1946 gli statunitensi aiutarono i persiani a resistere alle pressioni dei sovietici che occupavano la provincia settentrionale dell’Azerbaigian, esigevano concessioni petrolifere e appoggiavano i movimenti separatisti del Kurdistan e dell’Azerbaigian.

Nel 1951 giunse al potere Mohammad Mossadeq, col progetto di stabilire una concreta democrazia e di instaurare una monarchia costituzionale. Mossadeq fu eletto Primo ministro all’unanimità per la sua nota avversione al rinnovo della concessione petrolifera dell’Anglo-Iranian Oil Company del 1933, dopo che un fanatico aveva assassinato il primo ministro Razmara, il quale era invece favorevole al rinnovo.

Mossadeq procedette subito a nazionalizzare l’industria iraniana degli idrocarburi, che era allora sotto il pieno controllo del Regno Unito.

Nonostante l’aperta contrarietà di Mossadeq verso il socialismo, Winston Churchill – assolutamente determinato a difendere gli interessi britannici nel Paese vicino-orientale – denunciò agli Stati Uniti che Mossadeq non era in grado di gestire un Paese in preda al caos e che stava “progressivamente propendendo verso il comunismo”.

In piena guerra di Corea gli Stati Uniti temevano che Mossadeq stesse involontariamente aprendo la porta a una penetrazione dell’Unione Sovietica. In quel periodo di guerra fredda caratterizzato da forti paure gli Stati Uniti finirono per accettare i piani britannici per far cadere Mossadeq.

Il Regno Unito chiese aiuto agli Stati Uniti perché nell’ottobre 1952 Mossadeq aveva chiuso l’ambasciata britannica. Mossadeq si era indebolito sul piano interno, avendo perso anche il sostegno del clero sciita, allora guidato dall’ayatollah Kashani, che non gradiva le sue riforme sociali.

Sotto la direzione di Kermit Roosevelt Jr., un esperto dirigente della Central Intelligence Agency (CIA) e nipote del presidente statunitense Theodore Roosevelt, la CIA e il britannico Secret Intelligence Service (SIS) organizzarono un’operazione sotto copertura per deporre Mossadeq con l’aiuto delle forze armate leali allo scià.

Il piano era etichettato come “operazione Ajax”, la cui esecuzione avvenne su autorizzazione firmata dello scià per costringere alle dimissioni dal suo posto di Primo ministro Mossadeq e sostituirlo con il generale Fażlollāh Zahedī: esso ricevette il consenso dei britannici e degli statunitensi.

Sebbene il piano fosse ben coordinato e pianificato, il colpo di Stato fallì, inducendo lo scià a cercare rifugio a Baghdad e poi a Roma. La resistenza dei nazionalisti e il sostegno di cui godevano nel Paese era stato sottovalutato dagli organizzatori del colpo di Stato, ma entro breve tempo i lealisti sostenuti dagli anglo-statunitensi la spuntarono.

A una grande dimostrazione pro-Mossadeq alla notizia dello sventato colpo di Stato seguì l’indomani una grande manifestazione contro Mossadeq e in favore dello scià sostenuta anche dal clero sciita militante guidato dall’ayatollah Kashānī.

Partita dal bazar di Teheran, la manifestazione fu rinforzata da reparti militari e carri armati che diedero l’assalto alla residenza di Mossadeq. Il sovrano poté quindi fare ritorno a Teheran, Zahedī fu nominato Primo ministro e, dopo un processo-farsa, Mossadeq fu condannato a morte.

Lo scià commutò in seguito la condanna in esilio e arresti domiciliari perpetui. La controversia con le compagnie petrolifere fu risolta nel 1954 con un’intesa tra la National-Iranian Oil Company e un consorzio composto da sette compagnie straniere (le cosiddette «Sette Sorelle del petrolio»).

Oltre alla nazionalizzazione, che diede fastidio soprattutto al Regno Unito, il motivo del colpo di stato fu la cooperazione di Mossadeq con i comunisti del Tudeh. La Cia per riuscire nei suoi intenti organizzò finte manifestazioni violente del Tudeh proprio per spingere la popolazione iraniana a prendere le distanze dai comunisti e da Mossadeq. Una storia che sembra scritta dai peggiori complottisti, ma invece è vera.

Una trascrizione recentemente scoperta di un’intervista con un ufficiale dell’intelligence britannica che ha svolto un ruolo di primo piano nel colpo di stato del 1953 che ha ripristinato i poteri allo scià dell’Iran afferma che la Gran Bretagna è stata la forza trainante del rovesciamento del primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq.

Norman Darbyshire, morto nel 1993, era all’epoca capo della stazione “Persia” dell’agenzia di spionaggio MI6 a Cipro, e nel 1985 ha concesso un’intervista (la trovate qui) affermando che era stata la Gran Bretagna a convincere gli Stati Uniti a prendere parte al colpo di stato (e non il contrario, come si è detto per anni).

“Anche se è stato un segreto di Pulcinella per decenni, il governo del Regno Unito non ha mai ammesso ufficialmente il suo ruolo fondamentale nel colpo di stato. Trovare la trascrizione del Darbyshire è come trovare la pistola fumante. È una scoperta storica”

ha affermato Taghi Amirani, il direttore di Coup 53, citato dal quotidiano Guardian.

Leggiamo un sunto di quanto ha dichiarato Darbyshire:

“Il piano avrebbe comportato il sequestro di punti chiave della città da parte di quelle unità che pensavamo fossero fedeli allo scià… sequestro della stazione radio ecc… Il piano classico”

“Una volta che hai corrotto membri altamente qualificati del partito comunista, non ci vuole molto. Non condividevamo il punto di vista americano secondo cui agiva come un baluardo contro il comunismo … Anzi, pensavamo che a lungo andare il colpo di stato sarebbe stato sostenuto proprio dai comunisti”

“Nei primi mesi del ‘53 pensavamo di avere abbastanza unità militari per combinare qualcosa, ma Londra ha iniziato ad avere paura”

(Nell’intervista dice “had cold feet”, che non ha nulla a che fare col suo significato letterale, cioè “piedi freddi”. In realtà questa espressione significa “avere paura”, “avere i sudori freddi”, “farsi prendere dall’ansia”, “tirarsi indietro all’ultimo momento (per paura)”, “avere un ripensamento”, nda).

“Purtroppo, il capo del SIS [MI6] all’epoca, il generale [John] Sinclair conosceva tanto del Medio Oriente quanto un bambino di 10 anni”

Quando Dwight Eisenhower divenne presidente degli Stati Uniti nel gennaio 1953, Washington salì a bordo. Il compito successivo era convincere lo scià, allora ancora giovane e inesperto, a sostenere il colpo di stato.

Darbyshire ha detto di aver convinto la sorella dello scià, la principessa Ashraf, a volare da Parigi a Teheran per convincere il monarca riluttante a sostenere il colpo di stato.

“Abbiamo chiarito che avremmo pagato le spese e quando le ho mostrato una grande mazzetta di soldi, i suoi occhi si sono illuminati”

“Avrebbero voluto cacciare Mossadeq indipendentemente dal fatto che avesse firmato un accordo favorevole agli inglesi. Alla fine, sarebbero stati costretti a prendere in considerazione l’idea di sbarazzarsi di lui per impedire un’acquisizione russa. Sono convinto che fosse nelle carte”.

“Il colpo di stato è costato 700.000 sterline. Lo so perché le ho spese”

ha detto Darbyshire.

La rimozione di Mossadeq, democraticamente eletto e che aveva attuato politiche favorevoli ai lavoratori e ai poveri, e la sua sostituzione con il potere assoluto sostenuto dall’Occidente dello Scià Mohammad Reza Pahlavi ha creato il contesto per il sentimento antiamericano che seguì la rivoluzione iraniana del 1979 e la sfiducia e il risentimento reciproci che continuano a condizionare i rapporti tra Teheran e Washington.

E ancora una volta, l’illuminato regno dei Windsor ne è uscito pulito.

Storia magistra vitae – Lilibeth 2

Mio figlio, a quasi undici anni, non prova meraviglia nel vedere gli effetti speciali quando andiamo al cinema a vedere qualche film di fantascienza, tanta è diventata la maestria degli esperti di CGI (computer-generated imagery, cioè immagini generate al computer) nel replicare fedelmente la realtà.

In effetti, e scusate il gioco di parole, gli effetti speciali sono quasi indistinguibili dalle scene reali, tanta è la precisione con cui sono realizzati. Quando avevo la sua età, più o meno, gli effetti speciali quasi non esistevano, e i registi dovevano inventare sistemi sempre più complessi per ingannare noi piccoli spettatori.

Basta pensare che solo nel 1977 venne istituita la categoria “migliori effetti speciali” agli Oscar, proprio perché prima non era una pratica molto diffusa. Certo, noi cinquantenni ricordiamo bene quando il 6 gennaio 1976, mentre scartavamo i regali (spoiler, i regali quando ero piccolo li portava la Befana), restammo a bocca aperta nel vedere la Tigre di Mompracem, meglio noto come Sandokan, fronteggiare e uccidere con un salto acrobatico una vera tigre del Bengala!

Per creare lo scontro tra Sandokan e la tigre (in realtà avvenuto nel secondo episodio, trasmesso domenica 11 gennaio, nda), il regista Sollima raccontò:

“Un giorno ho filmato il salto della tigre in India, un altro giorno quello dello stunt a Londra. Poi ho raccordato al montaggio le due sequenze facendo coincidere la pancia dell’animale col kriss impugnato dalla Tigre della Malesia.”

La sceneggiatura si ispirava in buona parte ai libri “Le Tigri di Mompracem” e “I pirati della Malesia” di Emilio Salgari, che, curiosamente, non era mai stato nei luoghi così minuziosamente descritti nei suoi libri (esattamente come Gianluigi Bonelli con Tex). La cura dei personaggi era maniacale: la ricostruzione delle informazioni riguardanti le vicende istituzionali dei paesi da lui descritti è stata verificata da storici ed è risultata molto accurata.

Come la figura di James Brooke, il raja bianco di Sarawak, interpretato magistralmente da Adolfo Celi, che arrivai a detestare, tanto era bravo nell’interpretare il colonialista brutto e antipatico. Ma il contesto era davvero quello, in Malesia? E cosa è successo nel 1948 in Malesia, e poi nel 1953, secondo anno di Elisabetta II quale Regina del Regno Unito?

La Malesia è uno dei luoghi più affascinanti dell’Oriente. Il Paese di trova nel sud-est asiatico, a poco a nord dell’equatore e si divide in due regioni: la Malesia peninsulare (o occidentale) che si trova sulla penisola malese e la Malesia insulare (o orientale) situata invece sull’isola del Borneo, la terza più grande del pianeta.

La capitale della Malesia è Kuala Lumpur, che è situata nella parte occidentale della penisola a 40 km di distanza dalla costa. La collocazione geografica della Malesia è senza dubbio un punto privilegiato, poiché si trova tra l’oceano Pacifico e quello Indiano ed è stata sin dall’antichità crocevia di scambi commerciali e culturali.

Nel corso dei secoli, la penisola malese vide navi provenienti dal Medio Oriente, dall’India, dall’Europa, dalla Cina e dall’Indonesia. Ciò ha portato a un crogiolo di cultura e cucina che è riuscito a mantenere la sua unicità fino a oggi.

Ovviamente, come molti luoghi di quella zona, la Malesia (o Malaysia) è stata, oltre che incrocio di rotte commerciali, anche zona di guerra e di conquiste territoriali.

I primi furono i portoghesi nel 1511, che conquistarono il porto di Malacca; poi fu la volta degli olandesi, nel 1609 e nel 1641; gli inglesi arrivarono più tardi, a Penang nel 1786, a Singapore nel 1819, a Malacca nel 1824 quando il Trattato anglo-olandese aveva reso inglese la Malesia e olandese l’Indonesia. Ovviamente, tutte queste conquiste furono violente, perché alla gente del posto non andava di essere schiava degli europei.

Ma in quegli anni la mentalità era quella di “portare la civiltà” o “esportare la democrazia”, che sono le frasi che gli sfruttatori usano e hanno sempre usato per giustificare le proprie cattive azioni.

I colonizzatori arrivarono a controllare tutte le risorse naturali, imponendo le tasse come “protezione” (esattamente come fa la mafia quando chiede il pizzo) e sfruttando la mano d’opera locale, affiancandola con schiere di schiavi dalla Cina e dall’India (già impoverite da Inghilterra e Francia), per lavorare nelle miniere e nelle piantagioni.

Ricordo di aver visto una situazione simile in Mozambico, ex colonia portoghese: tutti gli imprenditori e i “ricchi” erano bianchi, tutta la manovalanza autoctona. Infatti, in Malesia gli investitori inglesi divennero favolosamente ricchi. Altri vi si stabilirono, per gestire il paese da militari, polizia e impiegati dell’amministrazione civile, e per piccole aziende.

Alla popolazione locale era riservato l’1% del PIL, da suddividere per istruzione e sanità. E le cose non migliorarono negli anni a seguire.

Quando infatti malesi, cinesi e indiani formarono dei sindacati e nel 1930 fondarono il Partito Comunista di Malesia (CPM), per chiedere una paga migliore, nessuna giornata lavorativa di 12 ore, servizio medico, istruzione per i figli, la fine delle prepotenze sulle donne, l’unico risultato che ottennero fu che i loro capi vennero licenziati, le loro razioni di acqua e riso eliminate, e gli inglesi arrivarono ad usare le truppe per disperdere le manifestazioni di protesta.

Durante la seconda guerra mondiale il paese venne in gran parte conquistato dai giapponesi, che misero in atto la strategia del “divide et impera”, mettendo contro tra loro malesi, cinesi e indiani, almeno fino alla rioccupazione inglese del settembre 1945.

Il CPM voleva combattere per l’autogoverno con mezzi pacifici, come fatto da Ghandi nella vicina India, ma gli inglesi, proprio perché avevano perso il controllo della ricca penisola indiana, avevano altri piani: usare la Malesia ricca di risorse per pagare l’enorme debito di guerra del Regno Unito, 3.4 miliardi di sterline, soprattutto agli USA.

Clement Attlee, successore di Winston Churchill a capo del governo inglese, e il Re Giorgio VI, padre di Lilibeth, decisero che per qualche anno ancora avrebbero dovuto approfittare della ricchezza della Malesia per ripagare i propri debiti di guerra.

L’imposizione del protettorato britannico (Unione Malese) venne interpretata da buona parte della popolazione come il semplice tentativo di ridurre nuovamente la Malesia a colonia della Gran Bretagna. E dall’opposizione all’Unione nacque così l’Organizzazione Nazionale Malese Unita (ONMU) che con la sua contestazione costrinse infine l’Inghilterra ad avviare nuove trattative che, nel 1948, sfociarono nella creazione della Federazione Malese.

Il 16 giugno 1948, l’assassinio di tre piantatori europei nei pressi della località di Suggei Spur, spinse l’Alto Commissario Sir Edward Gent a proclamare lo stato di emergenza nel Perak e nel Johore: provvedimento che il giorno seguente venne esteso all’intero paese, con l’applicazione del coprifuoco e con il rafforzamento delle unità di polizia e dell’esercito.

Perquisizioni, arresti, sparatorie, incarcerazioni senza processo, pena di morte per la detenzione di armi da fuoco e contatti con guerriglieri che avevano combattuto i giapponesi ed erano stati decorati da eroi e ora venivano chiamati “terroristi”, detenuti, deportati, dispersi. Furono schierate decine di migliaia di truppe, con i britannici che contarono sugli aiuti, tra gli altri, di australiani e neozelandesi; circa 100 aerei condussero 25.000 missioni aeree, sganciando 33.000 tonnellate di bombe al napalm.

I ribelli erano pochi, male attrezzati e incapaci di condurre una controffensiva efficace; sembrava fosse tutto perduto, quando Gent, che si trovava in Inghilterra rimase ucciso in un incidente aereo e il ritardo con il quale gli inglesi nominarono il suo successore, favorì in qualche modo la ripresa dell’offensiva comunista che venne tuttavia bloccata dai reparti del generale Boucher e dall’arrivo dei rinforzi precedentemente richiesti da Gent.

Di lì a poco la situazione iniziò a ristabilirsi soprattutto con la nomina nel mese di settembre di sir Henry Gurney ad Alto Commissario della Federazione. Riorganizzati i quadri, i reparti e il sistema logistico e dei trasporti, Gurney varò una serie di brillanti operazioni di controguerriglia.

Grazie anche all’intervento di reparti australiani e neozelandesi specializzati nella lotta antiguerriglia, le forze regolari britanniche e governative iniziarono, a partire dal 1952, a ripulire il paese. E nel settembre 1953 il generale sir Gerald Templar fu in grado di dichiarare al primo ministro Churchill e alla neo Regina Elisabetta II, il completamento della “bonifica” di una zona di oltre 14.000 miglia quadrate di territorio malese.

L’Emergenza malese durò comunque 12 anni e si concluse con la sconfitta totale delle forze comuniste che in questo periodo gettarono nella lotta circa 12.000 guerriglieri, seimila dei quali caddero sul campo mentre altri 1.287 vennero catturati e 2.702 si arresero spontaneamente. Dal canto loro le forze britanniche e governative, che mobilitarono 350.000 unità, accusarono 2.947 tra morti (1.346) e feriti appartenenti alle forze di polizia e 1.478 morti e 810 dispersi facenti parte dell’esercito britannico e governativo.

Al 1960, un milione di malesi, circa un sesto del paese, era costretto a vivere nei “Nuovi Villaggi”, campi di concentramento con barriere di doppio filo spinato.

Quando il Regno fu certo che gli investimenti inglesi erano al sicuro, che il partito di governo, l’UMNO (Organizzazione Nazionale Unita Malese) era sufficientemente conservatore e il CPM era stato definitivamente sconfitto, fu concessa l’indipendenza (di facciata) il 31 agosto 1957. Il paese era al sicuro, non per la democrazia, ma per il capitalismo britannico.

Prendendo spunto, gli ormai soci in affari americani replicarono più volte le tattiche inglesi (in Vietnam, in Iran, in Afghanistan), e insieme fondarono un’agenzia governativa, la Security Intelligence Far East (SIFE), con sede a Singapore, per intervenire come agente provocatore per “progettare politicamente” la struttura del paese ormai nominalmente libero.

La Malesia oggi è il prodotto del passato coloniale: 50% malesi musulmani in rapporto teso con il 23% di cinesi, ambedue al di sopra del 7% di tamil hindu; e tutt’e tre al di sopra del 12% d’indigeni, gli Orang Asli, naturisti (detti “animisti”, quando si attribuisce un’anima alla natura).

Oggi nove delle tredici province sono sultanati gestiti da governatori e sultani che scelgono un re super-sultano ogni cinque anni. Quando irruppe l’indipendenza i sultani avevano il potere politico (formalmente una democrazia, in realtà uno stato a partito unico) e il potere economico era condiviso fra gli inglesi (35%) e i cinesi (oltre 20%). Le tensioni razziali e culturali erano state create dagli inglesi che trasferivano la gente di qua e di là a proprio vantaggio.

Si usò il potere malese per favorire i malesi poveri con Mahathir Mohamad (primo ministro 1981-2003) e la Nuova Politica Economica. Si usò e si usa il potere musulmano per l’islamizzazione, al 61% (21% cinesi buddhisti, 6% hindu, 9% europei cristiani?), anche mediante l’immigrazione di musulmani nella ricca Malesia.

E gli inglesi continueranno a parlare tranquillamente di legge, ordine e diritti umani, come hanno fatto negli illuminati settant’anni di regno di Lilibeth.

Storia magistra vitae – Lilibeth 1

Avete mai sentito parlare dei Mau-Mau?

Certo, se avete seguito la scena underground torinese degli anni ’90, sapete che i Mau-Mau sono un gruppo musicale folk rock italiano formatosi a Torino proprio all’inizio di quel decennio.

Anche perché in piemontese si usa dire “maumau” per indicare le persone che arrivano da lontano, perlopiù di pelle scura. Da dove viene questo curioso modo di dire?

I Mau-Mau erano degli indipendentisti kenioti che negli anni ’50 dello scorso secolo si ribellarono prima ai proprietari bianchi, poi al colonialismo britannico. Partiamo, però, dall’inizio.

Nel 1890, a seguito della penetrazione europea in Africa, la Gran Bretagna aveva esteso il suo protettorato sull’intero territorio del Kenya, che fu organizzato come “Colonia e protettorato dell’Africa orientale britannica”. La suddivisione del territorio in terre per gli Africani, terre per gli Europei e le cosiddette “white highlands”, cioè le terre della Corona, condussero a una crescente ostilità dell’elemento indigeno, specie kikuyu, contro gli inglesi.

Questo diffuso malcontento si incanalò nella “Kenya African Union” con a capo Jomo Kenyatta, di etnia kikuyu, che, dopo aver vissuto dal 1934 al 1946 in Gran Bretagna, aveva pubblicato “Facing Mount Kenya”, sugli effetti disgreganti della presenza bianca.

Tornato in Kenya, dal 1947 fu segretario della KAU; arrestato nel 1952, fu condannato a sette anni di carcere per connivenza con i Mau-Mau, commutati poi in confino. Nonostante gli Inglesi avessero provveduto all’istituzione di un ministero con la partecipazione dell’elemento nero, parte dei kikuyu (e soprattutto i Mau-Mau) ruppero in aperta rivolta armata.

La repressione fu brutale, e solo nel 1960 Londra riuscì ad avere ragione dei Mau-Mau. La rivolta segnò una fase cruciale della riscossa anticoloniale, ma aveva lasciato al tempo stesso profonde divisioni nella società del Kenya.

Kenyatta, tornato a Nairobi nel 1961, assunse la guida della “Kenya African National Union” e nel giugno 1963 divenne primo ministro. Dichiarata l’indipendenza del Kenya nel 1964, fu eletto presidente della Repubblica, carica alla quale fu confermato nel 1969 e 1974.

Negli anni successivi la figura di Kenyatta rimase un potente fattore di unità nazionale. Si allontanò ben presto dalla sua impostazione socialista maturata negli anni della lotta al colonialismo, allineando saldamente il suo Kenya con l’Occidente. Abile statista e costruttore di consenso, governò con moderazione, garantendo una buona stabilità al Paese. Pur delegando i poteri in maniera crescente, tenne la presidenza fino alla morte.

Anche i Police, gruppo pop inglese, chiamarono il loro terzo LP “Zenyatta Mondatta”, perché, come rivelò più tardi il batterista Stewart Copeland, fusero le parole Zen, Kenyatta e Monde (mondo in francese), proprio in ricordo dello statista keniota.

Perché vi parlo di questo?

Perché l’altra sera ho visto un documentario sulla Regina Elisabetta II, passata a miglior vita qualche giorno fa. E dov’era l’allora Principessa Lilibeth quando le comunicarono che il povero padre era morto e che sarebbe diventata regina?

Come tutti raccontano, era ad un safari in Kenya, una sorta di viaggio di nozze in differita, realizzatosi proprio per le condizioni di salute non buone del padre, che le chiese di intraprendere un viaggio di rappresentanza delle nazioni del Commonwealth. Allora, tanto per chiarire, non era un safari, ma un viaggio di stato.

Infatti, alla fine del 1951 erano andati in fumo i tentativi di far passare la linea coloniale britannica, una sorta di “io so’ io, e voi…”, come usava dire il famoso Marchese del Grillo interpretato da Sordi.

In pratica, la KAU si era presentata al Segretario coloniale britannico con una serie di richieste, tra cui l’aumento dei rappresentanti africani al Consiglio legislativo, l’abolizione delle leggi discriminatorie, maggiori libertà per i sindacati e supporto economico per gli agricoltori africani la cui terra era ormai in mano ai coloni. Il governo britannico rispose semplicemente aumentando di un’unità il numero dei rappresentanti africani al Consiglio legislativo.

Ovvio che di fronte a una cosa del genere, i ribelli si sentirono legittimati ad agire.

Iniziarono così le azioni di guerriglia che partivano dalle foreste ed erano organizzate da gruppi impreparati di kikuyu, embu e meru (altre etnie locali), con lo scopo di far sentire la propria voce. Non avevano nessuna speranza di vincere qualcosa di simile a una guerra civile e quindi erano privi della volontà di innescarla. Secondo Tabitha Kanogo, professoressa di storia all’Università della California ed esperta di storia del Kenia, senza la dichiarazione dello stato di emergenza, i kikuyu si sarebbero fermati ad azioni dimostrative.

Ma lo stato di emergenza fu dichiarato: il 20 ottobre 1952, il governo britannico dichiarò lo stato di emergenza in Kenya. La decisione venne presa da Evelyn Baring, arrivato sul posto all’inizio di ottobre in veste di nuovo governatore, e a esso seguì l’Operazione Jock Scott, che nel giro di poche ore portò all’arresto di tutti i maggiori leader del Comitato centrale di Nairobi. Il Comitato supportava la causa dei kikuyu e si sarebbe poi trasformato nel Consiglio della libertà, organo politico a gestione del braccio armato della ribellione.

Il numero delle vittime della rivolta è oggetto di molte controversie. Ufficialmente il numero di Mau-Mau e altri ribelli uccisi era di 11.000, inclusi 1.090 detenuti impiccati dall’amministrazione britannica. Solo 32 coloni bianchi sono stati uccisi negli otto anni di emergenza.

Tuttavia, dati non ufficiali suggeriscono che un numero molto maggiore è stato ucciso nella campagna di contro-insurrezione. La Commissione per i diritti umani del Kenya ha affermato che 90.000 kenioti sono stati giustiziati, torturati o mutilati durante la repressione e 160.000 sono stati detenuti in condizioni spaventose.

David Anderson, professore di politica africana all’Università di Oxford, una volta ha detto:

“Tutto quello che poteva succedere è successo. Le accuse su percosse e violenze erano diffuse. Fondamentalmente potevi farla franca con l’omicidio. Era sistematico”.

Uno degli episodi più malfamati della storia coloniale britannica in Kenya riguarda proprio il trattamento dei prigionieri Mau-Mau. Torture, incarcerazioni abusive anche di kikuyu estranei al movimento armato sono denunciate più tardi anche dalla stampa britannica.

Per giustificare l’efferatezza britannica si costruì un’immagine distorta dei guerriglieri Mau-Mau: si assicurò che erano dei pazzi criminali che uccidevano indiscriminatamente donne e bambini, degli invasati e persino cannibali. La maggior parte dei giornali britannici diffusero notizie allarmanti riguardo all’efferatezza dei guerriglieri kikuyu: si scrisse che la popolazione bianca e i kenioti lealisti erano massacrati dalla bestialità dei Mau-Mau.

In realtà, come abbiamo detto, solo trentadue bianchi sono morti per cause legate agli scontri durante gli otto anni di emergenza. Insomma, l’immagine della lotta ai ribelli Mau-Mau veniva dipinta come una lotta della civiltà contro la barbarie più efferata.

Il desiderio di potenza e il razzismo bianco si radicalizzò trasformandosi in una “supremazia eliminatoria”. Il terrore Mau-Mau divenne direttamente proporzionale alla violenza britannica in Kenya.

La più vasta operazione di internamento si verificò il 24 aprile 1954, quando l’esercito britannico, coadiuvato dalla Home Guard, ripulì Nairobi e i suoi sobborghi da tutti i kikuyu. Nell’operazione militare, chiamata “Anvil” quarantamila uomini e ventimila donne e bambini vennero strappati dalle loro misere case e condotti con la forza prima in campi temporanei, poi nei vari tipi di campi di detenzione o nelle riserve protette. Tutti i campi, secondo le dichiarazioni ufficiali dell’autorità coloniale britannica, avevano la funzione dichiarata della riabilitazione (vi ricorda qualcosa?).

Alla fine del 1955 i campi di concentramento e d’internamento di grandi dimensioni erano, solo intorno a Nairobi, una ventina; mentre il più grande campo riservato alle donne e alle ragazze si trovava a Camiti, a pochi chilometri dalla capitale. Come accadeva nei lager nazisti e sovietici, il sistema d’internamento funzionava grazie alla collaborazione attiva che i britannici ottenevano da alcuni stessi internati.

All’interno dei campi, militari britanni e “africani venduti”, praticavano interrogatori agghiaccianti, torture inumane e soprattutto violenze sessuali.

Gli interrogatori, i cosiddetti “screening”, avevano la funzione ben precisa di terrorizzare la popolazione, di ottenere informazioni sul movimento armato dei Mau-Mau e, soprattutto, di giustificare la detenzione successiva dei sospettati: certo, non era facile superare lo “screening” e la maggior parte degli interrogati finiva per cedere, confessando colpe o complicità anche inventate.

Le donne invece furono oggetto di inumane violenze sessuali. La loro funzione all’interno dei campi e dei villaggi protetti era quella di seppellire i morti, rilevare le impronte digitali ai cadaveri in decomposizione, trasportare ogni genere di cose. Le torture e la violenza sessuale, anche con serpenti e bottiglie rotte, furono il modo per ottenere la loro disumanizzazione.

Proprio come ad Auschwitz e affini, le strategie di sopravvivenza messe in atto dai detenuti erano le più svariate: coltivare in segreto la propria religione, intonare a bassissima voce canti nazionali patriottici o religiosi, ideare sistemi di comunicazione tra internati, corrompere le guardie per scambiare razioni di cibo e coperte con penne, carta, medicine, giornali, corrispondenza.

La deportazione in campi di concentramento e in villaggi protetti consentì all’autorità coloniale britannica di aver la meglio sulla guerriglia Mau-Mau, tanto che alla fine del 1955 non rimasero liberi sulle montagne che poche migliaia di combattenti irriducibili.

Dopo molto tempo, anche in Inghilterra iniziò a spargersi la voce delle condizioni in cui vivevano i deportati kikuyu. I primi a denunciare pubblicamente la situazione furono i deputati laburisti Fenner Brockway e Barbara Castle. A queste denunce seguirono quelle della quacchera Eileen Fletcher e di alcuni missionari del luogo, del capitano della Police Riserve del Kenya Philip Meldon.

Tuttavia, nonostante le denunce di Brockway, Castle, le proteste della Fletcher sulle condizioni di vita dei bambini e degli anziani e sulle torture sessuali sulle donne, le rivelazioni del capitano Meldon sulla vita nei campi di concentramento, non arrivò mai all’ammissione, da parte delle autorità britanniche, dei delitti commessi in Kenya. Da pare del governo, come al solito, si ammise che quei crimini erano casi isolati e comunque commessi per lo più dai lealisti africani, stanchi del terrore Mau-Mau. In ogni caso, sempre secondo la versione ufficiale della Gran Bretagna, gli ufficiali britannici in Kenya non avevano avuto a che fare con questi crimini.

A tutt’oggi non si conosce ancora con precisione il numero esatto delle vittime che la brutalità dell’azione antiterroristica britannica ha fatto tra la popolazione civile. Infatti, nel 1963, immediatamente prima della decolonizzazione del Kenya, quasi tutta la documentazione ufficiale che testimoniava torture e violenze sessuali fu intenzionalmente distrutta o fatta sparire. Anche gli archivi del Ministero degli Affari Africani e del Ministero delle Prigioni furono tempestivamente bonificati da compromettenti documenti che riguardavano il sistema di detenzione e trattamento degli internati africani.

I dati ufficiali riportano circa dodicimila guerriglieri uccisi in combattimento, ma in realtà le vittime sono state centinaia di migliaia non solo tra i guerriglieri, ma anche tra i detenuti civili morti per le terribili condizioni di vita all’interno dei villaggi protetti e dei campi di concentramento.

La rivolta non aveva sconfitto i britannici, ma aveva portato il governo alla soddisfazione di alcune delle richieste del 1951: una riforma terriera, che concedeva più terreni ai kikuyu, e l’eliminazione della legge che non permetteva ai nativi di coltivare cash crops, coltivazioni particolarmente redditizie, come il caffè. Inoltre, nel 1956, il numero di rappresentanti africani nel Consiglio legislativo venne aumentato da 5 a 14, a scapito dei coloni. Anche grazie alla rivolta Mau-Mau, si erano gettate le basi per la fine del periodo coloniale.

Capito che ci faceva Lilibeth a Nairobi nel 1952?

Storia, magistra vitae – Norma Cossetto

L’incontro vede immediatamente i due pugili scambiarsi colpi al centro del ring il primo round. Benvenuti sfrutta l’allungo, Griffith preferisce la corta distanza. Il primo round è di studio. Nel secondo round, a sorpresa, Benvenuti atterra Griffith che si rialza prontamente. Benvenuti si aggiudica anche la terza ripresa. La quarta ripresa è invece equilibrata. Nella tornata successiva è Benvenuti ad andare al tappeto; si rialza già al “cinque” dell’arbitro. Le riprese centrali si alternano con grande equilibrio, e i pugili se le dividono equamente. Nella dodicesima, tredicesima e quattordicesima ripresa Griffith accusa della stanchezza e lo sfidante si aggiudica le riprese. Nell’ultimo round Griffith cerca di ribaltare le sorti del match, ma Benvenuti imbriglia la sua azione, conscio di essere vicino al successo. Al termine dell’incontro vengono letti i cartellini: trionfa Nino Benvenuti con 10 riprese vinte su 15 secondo due dei tre giudici, e 9 secondo il terzo.

Giovanni Benvenuti, detto Nino, campione olimpico nel 1960, campione mondiale dei Pesi superwelter tra il 1965 e il 1966, campione mondiale dei Pesi medi tra il 1967 e il 1970, è stato uno dei migliori pugili italiani di tutti i tempi.

Nacque a Isola d’Istria il 26 aprile 1938, e come tanti suoi compaesani, nel 1943 non se la passò bene. Come Norma Cossetto.

Norma nacque il 17 maggio del 1920 nella frazione istriana di Santa Domenica di Visinada, nei pressi di Pola, e scomparve dopo essere stata prelevata dagli insorti istriani nel caotico settembre del 1943. Due mesi dopo, in dicembre, il suo corpo fu estratto dalla foiba di Surani, vicino ad Antignana/Tinjan nell’Istria centrale, assieme ad altri 25 corpi.

Norma era una studentessa universitaria in procinto di laurearsi, ma aveva già svolto incarichi di supplenza nei licei, per questo alla sua riesumazione fu qualificata come professoressa. La data della morte viene stimata nella notte tra il 4 ed il 5 ottobre del 1943.

Cerchiamo di capire cosa accadde in quei giorni.

Il 1943 è l’anno della svolta della seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale inizia la controffensiva dell’Armata Rossa, che vince la lunga e difficile battaglia di Stalingrado. Nello scacchiere meridionale si ha, nel maggio di quell’anno, la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa.

Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcano in Sicilia.

In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio e la caduta, nello stesso mese, del fascismo, fanno precipitare la situazione. Il paese è al tracollo, la guerra è persa su ogni fronte e l’Italia si arrende: il 3 settembre viene stipulato l’armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.

25 luglio e 8 settembre 1943 sono due date cruciali nella storia d’Italia. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approva con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto, l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi che esautora Mussolini dalle funzioni di capo del governo.

Poche ore dopo l’ormai ex duce è fatto arrestare e imprigionare dal re Vittorio Emanuele III. Il 25 luglio segna dunque la data della fine del fascismo come forma istituzionale e regime legittimo.

Il maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re capo del governo lo stesso 25 luglio, si affretta a reprimere gli entusiasmi popolari e annuncia alla nazione che “la guerra continua”:

“Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il Re e Imperatore, immagine vivente della Patria, esempio per tutti. La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita, e chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento, o tenti turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito. Viva l’Italia. Viva il Re”.

Il 3 settembre, a Cassibile, in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmano un armistizio, noto come “armistizio breve”. A nome di Badoglio, ancora a Roma, firma il generale Giuseppe Castellano; per gli Alleati è invece presente il generale Walter Bedell Smith. Le clausole dell’armistizio breve, che sarà seguito, il 29 settembre 1943, dall’“armistizio lungo”, prevedono in realtà la resa incondizionata dell’Italia.

La sera dell’8 settembre 1943, tocca nuovamente al maresciallo Badoglio, leggere alla radio un proclama che annuncia al paese l’armistizio tra Italia e Alleati. L’accordo viene reso noto solo dopo pesanti pressioni da parte anglo-americana: gli Alleati, infatti, pretendono che il governo italiano smetta di tergiversare e annunci la resa dell’Italia, e di conseguenza circa un’ora prima del proclama badogliano la notizia dell’armistizio è diffusa dalla radio alleata di Algeri.

Il proclama di Badoglio, volutamente ambiguo sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli ex alleati tedeschi, è probabilmente uno dei testi più noti ed emblematici della storia nazionale.

“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.

La richiesta è stata accolta.

Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”

Badoglio giocò la sua partita doppia pensando che fossero i tedeschi così ingenui da lasciarsi prendere in giro. Questi con quella “infausta comunicazione” (la definizione è di Umberto I di Savoia) “la guerra continua” non avrebbero dato molta credibilità alla “volontà” italiana di proseguire la guerra e avrebbero senz’altro preparato le rappresaglie. Cosa che fecero.

Rendeva inoltre diffidenti quelli che dovevano diventare i nuovi “alleati”; questi con quella frase potevano ritenere che non era né Mussolini né il “fascismo” ad aver voluto la guerra ma bensì l’intero popolo italiano che ora voleva continuarla. Tutti davano la colpa agli italiani plagiati da Mussolini di aver voluto e aver iniziato la guerra, ed ora? Anche senza Mussolini, la guerra proseguiva?

Il popolo nel frattempo non aveva ancora capito proprio nulla. Qualcuno si mise a festeggiare che era caduto Mussolini quindi il fascismo. Del resto, quando cade l’uomo di un regime, cade anche il suo sistema. Ma poi riflettendoci, videro nuovamente ai vertici gli uomini che dal fascismo avevano avuto tutto, titoli, onori e averi (e Badoglio era uno di questi).

Che c’entra in tutto questo l’Istria? Torniamo indietro di qualche secolo.

Giulio Cesare fondò, dopo Trieste (Tergeste), le colonie di Pola (Pietas Julia) e Parenzo (Julia Parentium); Augusto portò i confini dell’Istria fino al Quarnaro e creò le Decima Regio Venetia et Histria, che si espandeva dall’Oglio all’Arsa e dalle Alpi al Po.

Nel VI secolo d.C. le orde barbariche arrivarono anche nella X Regio romana. Gli istriani si rifugiarono sulle isole della costa. Sorsero Isola, Capodistria, Pirano, Rovigno che furono collegate alla costa con ponti e istmi.

Dall’800 iniziò l’espansione veneziana, prima contrastata anche dai feudi germanici e dal patriarcato di Aquileia; poi Venezia si affermò in tutta la costa adriatica: nel 1150 il Doge assumeva il titolo di Totius Istriae inclitus dominator.

Le vicende istriane sono numerose e complesse ma, sostanzialmente da allora e fino alla fine del XVIII secolo la storia dell’Istria si identificò con quella di Venezia. Il dominio veneto ebbe fine nel 1797 con il trattato di Campoformido. La regione passò nelle mani dell’Austria che regnò, salvo la parentesi francese del Regno Napoleonico d’Italia, fino al 1918.

La vittoria della Grande Guerra, cui parteciparono da volontari migliaia di istriani e dalmati portò a far parte del Regno d’Italia non solo Trento e Trieste, ma tutta la Venezia Giulia e dunque l’Istria con Pola, la città di Zara in Dalmazia, le isole di Cherso e Lussino, Lagosta e Pelagosa. Fiume fu annessa nel 1924.

Dopo l’8 settembre del 1943, quando fu chiaro che il fascismo aveva perso, l’Istria contadina insorse spontaneamente contro l’italianità fascista, dando vita a una un’insurrezione popolare contadina che non andava troppo per il sottile.

Mancando un controllo militare (l’esercito italiano si trovò allo sbando a causa della mancanza di ordini e di direzione), si registrarono i primi casi di rappresaglia da parte dell’elemento slavo nei confronti degli italiani che rappresentavano il potere politico e militare (gerarchi, podestà, membri della polizia, ma anche impiegati civili della Questura) nonché alcuni esponenti della borghesia mercantile e gli operatori commerciali.

Come spesso avviene dopo le guerre, non si trattava di semplici omicidi, ma di quanto di peggio l’uomo può fare in quei momenti.

Una digressione geologica è d’obbligo, a questo punto.

Una foiba è uno dei grandi inghiottitoi (o caverne verticali) tipici della regione carsica e dell’Istria. In pratica, un inghiottitoio è il punto su una superficie carsica dove l’acqua penetra o sprofonda nel sottosuolo.

I fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, arrestati, torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, qualche migliaio di persone. 994 salme esumate da foibe, pozzi minerari (la Foiba di Basovizza, che non era una cavità naturale), o in fosse comuni; 326 vittime accertate ma non recuperate; circa cinquemila di vittime presunte sulla base delle segnalazioni locali.

Torniamo a Norma Cossetto.

Norma, come raccontavo, era di un paese vicino Pola.

Il padre, Giuseppe Cossetto, era un dirigente locale del Partito Nazionale Fascista: ricoprì a lungo l’incarico di segretario politico del Fascio locale. Nel 1943 era ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e in seguito ai fatti dell’8 settembre fu trasferito presso il Comando della Milizia di Trieste.

Licia Cossetto, sorella di Norma, testimoniò che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la famiglia iniziò a ricevere minacce di vario genere.

Il 26 settembre 1943, mentre girava in bicicletta per consultare archivi, in cerca di materiali per la sua ricerca (stava preparando la tesi di laurea intitolata Istria Rossa; il rosso del titolo è relativo alla terra ricca di bauxite dell’Istria), fu condotta via in motocicletta da un conoscente che le chiese se poteva andare con lui perché al comando la volevano per informazioni.

Dapprima la arrestarono e la invitarono a diventare partigiana, ma invano; allora decisero di liberarla perché tra quei guardiani improvvisati c’era qualcuno che conosceva. Ma dopo qualche giorno venne arrestata nuovamente.

Rinchiusa nelle carceri di Parenzo, fu legata ad un tavolo e violentata ripetutamente da sedici aguzzini. Una donna che abitava lì vicino la sentiva implorare pietà, chiedere acqua, invocare la mamma.

Condannata a morte dal locale “tribunale del popolo”, fu condotta con altri ventisei su un camion fino all’orlo della foiba di Surani, dove fu nuovamente violentata, le furono recisi i seni (su questo le testimonianze sono discordanti), spezzate braccia e gambe e fu sottoposta ad ulteriori orrori prima di essere infoibata.

Quando i Vigili del Fuoco di Pola la riesumarono pochi giorni dopo (la zona era stata nel frattempo occupata dai Tedeschi) il maresciallo Harzarich, che comandava il gruppo ed era un valido speleologo, scrisse:

“Sceso nella voragine, fui scosso, alla luce violenta della mia lampada, da una visione irreale: stesa per terra con la testa appoggiata su un masso, con le braccia lungo i fianchi, quasi in riposo, nuda, giaceva una giovane donna. Era Norma Cossetto…”.

Di più, forse, non ne sapremo mai.

“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Nella giornata di cui al comma 1 sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì’ favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero” (Articolo 1, Legge 92 del 30 marzo 2004).

Ancora oggi il nome di Norma Cossetto è vittima di rivendicazioni politiche o di dimenticanze storiche che in nessun caso onorano la sua memoria. La sua storia merita di essere raccontata, così come quella di tante altre persone rimaste invischiate tra le maglie della guerra.

La storia di una ragazza che avrà per sempre 25 anni.