Si può spiegare la fisica a chi non ha mai studiato la fisica? Sì, certo.
E chi non ha studiato la fisica, può capire tutte le implicazioni e tutte le “regole” esistenti della fisica? No, secondo me.
Attenzione, però, non è un “no” categorico, perché in parte si può fare. La cosa più importante da fare, però, è non confondere la farina con la pizza. Certo, la farina è necessaria a fare la pizza, ma è sufficiente? Certo che no.
Quindi, volendo articolare la risposta alla domanda sulla pizza, potrei immaginare di dire: “sì, purché poi, alla farina, si aggiunga l’acqua, il lievito, il sale e poi l’olio, la mozzarella, il sugo e tutto quello che serve per condirla. Poi bisogna avere un forno ben caldo e far cuocere la pizza.”
Fuor di metafora, uno può leggere le paginette che seguiranno, ma poi, se vorrà conoscere bene la fisica, dovrà studiare, leggere libri, andare ai convegni, guardare video su internet (adesso che si può, noi potevamo andare solo ai convegni), fare esercizi ed esperimenti, dare esami e poi potrà dire di conoscere abbastanza bene la fisica.
La maggior parte delle persone che ha studiato al liceo o all’università la fisica, in seguito ha dimenticato quasi tutto. Quelli che lavorano ancora nel mondo universitario, o quelli che hanno fatto della fisica il proprio mestiere ovviamente no, ma tutti gli altri molto probabilmente, e compatibilmente con la memoria di ciascuno, possono aver dimenticato anche quasi tutto.
Ciò non vuol dire che quanto sto scrivendo e spero leggerete sia inutile, anzi. Anche perché la maggior parte delle persone non ha bisogno di comprendere TUTTA la fisica e TUTTE le sue implicazioni matematiche.
Penso però che possa essere utile comprendere un po’ di fisica perché è molto rilevante nella nostra vita di tutti i giorni. Già il nome stesso, fisica, deriva dal latino physica, “natura” a sua volta derivante dal greco φυσικά [fisiká], cioè “le cose naturali”: in pratica, descrive tutti i fenomeni della natura, individuando le loro proprietà e formulando le leggi che li governano.
Tramite la fisica si possono imparare tutte le scienze cosiddette empiriche (cioè i metodi di conoscenza che danno grande valore all’osservazione al fine di stabilire leggi universali), come la biologia, la chimica, la geologia, la meteorologia e tutte le discipline ingegneristiche.
Quello che proverò a fare, non sarà però elencare una serie di “leggi” o “regole”: per quello, c’è il web. Proverò a rappresentarvi i principali concetti nella maniera più semplice possibile, ricordando che si tratta solo della “farina”. Il resto, se sarete interessati, lo dovrete fare voi.
Questo è anche il motivo per cui su questo blog ho alternato articoli di fisica “normali” ad articoli “for dummies” (“per negati”, come la famosa collana di libri per principianti della Mondadori). Senza offesa, ovviamente, perché, come ho scritto una volta, il più “dummy” sono proprio io, che non ho alcun rapporto professionale col mondo della fisica. Sono solo un appassionato. Partiamo.
Atto primo. La meccanica classica e le forze.
Per meccanica classica si intende l’insieme delle teorie sviluppate dall’antichità fino al 1904, e descrive gran parte dei fenomeni fisici osservabili nella vita quotidiana. I grandi padri della meccanica classica sono stati Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Christiaan Huygens e soprattutto Isaac Newton, che nel 1687 con la pubblicazione dell’opera “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” diede origine a quella che oggi viene chiamata la “Dinamica del punto materiale”.
Newton, che si può senza dubbio considerare uno dei più grandi, se non il più grande scienziato di tutti i tempi, mise in ordine tutto quello che era stato fatto fino ai suoi tempi, enunciando leggi e stabilendo dei principi e il suo lavoro fu successivamente arricchito e migliorato nella seconda metà del Settecento da altri grandissimi scienziati come Lagrange, Hamilton, Jacobi e Liouville.
Una delle leggi più importanti esposte da Newton è nota anche come “secondo principio della dinamica”, e dice che la forza che agisce su un corpo è direttamente proporzionale alla massa del corpo e all’accelerazione, e ha la stessa direzione e lo stesso verso. Quindi, l’accelerazione è proporzionale alla forza e inversamente proporzionale alla massa.
Qualcuno di voi l’ha sicuramente vista in questo modo:
“F=ma”
che è un’equazione di una forza pazzesca, tanto per rimanere nel tema.
“Forza”, in fisica classica, vuol dire “spingere” o “tirare” qualcosa; la “massa” è la misura dell’inerzia, cioè la misura della resistenza che un corpo oppone alla variazione del suo stato di quiete o di moto; l’accelerazione è la rapidità con cui cambia una velocità.
Pensare che Newton abbia trovato questi tre semplici termini per descrivere la maggior parte delle cose che vediamo intorno a noi è pazzesco.
Qualche esempio per chiarire.
Se ho un oggetto con una certa massa, e gli applico una certa forza, otterrò una certa accelerazione. Con questa equazione possiamo capire il movimento di un qualunque oggetto in moto: da un razzo lanciato nello spazio, al pallone calciato da un giocatore, da una macchina in autostrada al movimento di un ballerino su un palco.
Certo, vanno considerati anche altri fattori, come ad esempio l’attrito dell’aria, ma anche l’attrito è una forza. Ma con quell’equazione si può calcolare anche come costruire un ponte o come trasportare un bancale di pesce col muletto.
Come dicevo, è un’equazione davvero potente.
Anche il nostro peso, ad esempio. Il nostro corpo, come sappiamo, e come tragicamente, in alcuni casi, sanno le nostre sedie, ha un peso. Ma se ragioniamo, il nostro peso altro non è che la forza che il nostro corpo esercita verso il terreno. Quindi io potrei dire che applico una forza di 931 Newton, che è l’equivalente dei 95 chili che indica la bilancia, moltiplicati i 9,8 metri al secondo circa dell’accelerazione gravitazionale (meglio nota come gravità).
Per capire a cosa mi riferisco quando parlo di 1 Newton, immaginate di avere in mano una mela di un centinaio di grammi. Quella mela sta applicando sulla nostra mano all’incirca la forza di 1 Newton. Poco, direte. Provate a tenere la mela in mano tutto il giorno e poi ditemi ancora che è poco…
Newton scrisse anche un’equazione, che è molto utile, per esempio, per determinare il moto della Luna intorno alla Terra (o di qualunque pianeta o satellite). A che serve, si chiederà qualcuno? Beh, se so calcolare il moto di un satellite naturale intorno alla Terra, a maggior ragione saprò calcolare quello di un satellite artificiale, che può servire alle telecomunicazioni, o alla meteorologia, o a tutto quello che potete immaginare.
La legge, detta “legge di gravitazione universale”, afferma che nell’Universo due corpi si attraggono con una forza direttamente proporzionale (F) al prodotto delle loro masse (m1 e m2) e inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza (r2), e che esiste una costante gravitazionale (G) indipendente dalle masse in gioco e dalle distanze tra i corpi:
In pratica, la legge dice che due corpi dotati di massa si attraggono tra loro sempre. E se i due corpi si allontanano, la gravità diminuisce molto rapidamente, perché inversamente proporzionale alla distanza (al quadrato): in pratica, occhio non vede, cuore non duole. Newton la formulò più di 350 anni fa, e funziona ancora benissimo.
Facciamo un esempio. Se io (95 chili) e Sharon Stone (55 chili) ci trovassimo a 2 metri e mezzo di distanza uno dall’altra (cosa peraltro accaduta), quale sarebbe l’attrazione gravitazionale? Applichiamo la formula:
F= [6,67⋅10−11⋅ (95⋅55)] / (2,5)2=5,5⋅10−8 N
Questa è la gravità tra i due corpi, che pur debole (10-8 vuol dire 0,00000001 Newton, cioè una forza mille milioni più debole di quella della mela che avevamo in mano), comunque esiste. Allora perché io e Sharon non ci siamo mossi uno verso l’altra? Perché c’è il peso!
Infatti, come dicevo prima, 95 e 55, moltiplicati per 9,8 m/s2 (attrazione gravitazionale), danno 931 e 539 Newton, ovvero 9,31⋅102 e 5,39⋅102, che implica una differenza tra l’ordine di grandezza del peso e quello della forza gravitazionale di ben dieci ordini. In questo caso il peso vince. Nel vuoto, ad esempio, non essendoci il fattore 9,8, i corpi, seppur lentamente, e nonostante l’indifferenza di Sharon nei miei confronti, tenderebbero ad avvicinarsi.
Atto secondo. Lavoro ed energia.
Fino ad ora abbiamo parlato di “vettori”, cioè di forza, di accelerazione, che sono dei numeri che indicano un movimento e che quindi hanno una direzione. L’energia invece non ha direzione. È un numero. Come il “lavoro”, che è strettamente correlato all’energia.
In fisica, il lavoro è l’energia scambiata tra due sistemi quando avviene uno spostamento attraverso l’azione di una forza che ha una componente non nulla nella direzione dello spostamento. In breve, è una forza applicata a un oggetto per spostarlo di una determinata distanza.
Un Newton al metro è un lavoro, e viene chiamato Joule (piccola notazione: in Italia la maggior parte delle persone lo pronuncia “giaul”, mentre secondo me va pronunciato “giul”, anche se alcune volte me ne scordo e dico “giaul” anche io – nda), dal nome di James Prescott Joule, fisico inglese.
Avete ancora in mano la mela che “pesava” 1 Newton? Se la tenete ferma, non fate nessun lavoro. Se la spostate di un metro, fate il “lavoro” di un Joule, che è proprio 1 Newton al metro. L’energia è la misura del lavoro che possiamo fare.
Come abbiamo visto, per spostare un oggetto dobbiamo fare un lavoro, che richiede energia sotto varie forme (elettrica, meccanica, e così via). Compiendo il lavoro, perdiamo energia, che è quindi la capacità di compiere lavoro. Come si può comprendere, le due grandezze, lavoro ed energia, sono strettamente correlate e sono collegate da una legge di “conservazione”, in quanto in assenza di lavoro si ha la conservazione dell’energia.
Ogni oggetto ha un’energia, ma spesso non ce ne accorgiamo. Anche la mela (tranquilli tra poco potete lasciarla) di cui parlavo prima ha un’energia, anche se noi ce ne accorgiamo solo se la lasciamo cadere, per esempio, dal nostro balcone (finalmente!): quando la mela arriva al suolo, si frantuma. Da dove viene l’energia necessaria a frantumarla? Era già nella mela, e si chiamava “energia potenziale”, e quando abbiamo lasciato la mela, essa, cadendo, ha “convertito” quella energia in un altro tipo, detta “cinetica”.
In questo caso, il lavoro viene compiuto dalla gravità, che fa cadere la mela, e che trasforma la sua “energia potenziale gravitazionale” in “energia cinetica” capace di frantumarla in mille pezzi.
L’energia cinetica si esprime con la formula
Se osservate bene, da un lato c’è una cosa, dall’altro c’è una massa per una velocità al quadrato, che è un’accelerazione; in pratica è la prima formula che vi ho presentato con qualche piccola variazione.
Grazie a questa legge capiamo che, ad esempio, mentre guidiamo alla velocità di 120 km/h, calando la velocità a 80 km/h, quindi di un terzo, in realtà abbassiamo la potenza di quasi la metà, che in caso di frenata improvvisa o di impatto vuol dire tantissimo.
L’energia potenziale può essere di vari tipi, come quella chimica, che possiamo trovare ad esempio nel carburante della nostra auto, ma che non differisce da quanto detto finora. Infatti, quando opportunamente trasformato, ci fornisce l’energia necessaria a muovere il veicolo.
Atto terzo. Termodinamica.
Ovviamente, parlando di lavoro ed energia, non possiamo non pensare ad una cosa strettamente connessa ad essi: il calore. La termodinamica è la scienza che studia il trasferimento e le trasformazioni dell’energia, nonché le variazioni delle proprietà fisiche dei sistemi dovute proprio a quei cambiamenti.
Anche l’energia termica, esattamente come l’energia di cui parlavamo prima, è una forma di “quantità di lavoro”. Torniamo in auto, dove avevamo appena fatto il pieno di carburante riempiendo di “energia” il motore, che grazie al suo “lavoro”, ci permette di spostarci.
Quando siamo in movimento e freniamo fino a fermarci, l’energia cinetica va a zero: dov’è finita tutta, visto che sappiamo che si conserva? Per fermare la macchina abbiamo agito sui freni che hanno bloccato le ruote e l’energia presente nel sistema si è convertita in energia termica generata dall’attrito, che ha generato calore (e stridio di pneumatici sull’asfalto).
Il calore, infatti, è il flusso di energia termica che si sposta da un corpo ad un altro ed in particolare è l’energia scambiata tra due sistemi, tra i quali sussista una differenza di temperatura: se infatti due corpi hanno la stessa temperatura, tra loro non c’è motivo perché ci sia scambio di calore.
Come dicevo, quindi, l’attrito genera calore, facendo aumentare l’energia cinetica delle particelle di aria circonstanti: l’energia cinetica, abbiamo visto, è strettamente correlata al moto; aumentando dunque il moto delle particelle, aumenta la temperatura. Lì è dove va a finire l’energia di partenza dell’auto.
Per misurare il calore di un corpo usiamo la temperatura, ma attenzione, perché molti confondono le due cose: la temperatura è una proprietà specifica di un corpo in un dato istante; il calore, invece, è un fenomeno fisico dinamico che si verifica ad esempio quando due corpi con temperature differenti vengono posti a contatto tra loro. Insomma, il calore possiamo definirlo come “energia in transito”, la temperatura come “energia posseduta da un corpo”, perché legata all’energia cinetica degli atomi che compongono quel corpo.
Di pari passo, possiamo introdurre il concetto di entropia. Il secondo principio della termodinamica afferma che l’energia termica (quindi il calore) fluisce sempre da un corpo più caldo a uno meno caldo e mai in direzione contraria. L’energia, cioè, si ridistribuisce finché il sistema costituito dai due corpi raggiunge un equilibrio completo, entrambi hanno la stessa temperatura e non è più possibile il passaggio di calore dall’uno all’altro. L’entropia può essere definita proprio come la misura del grado di equilibrio raggiunto da un sistema in un dato momento.
A ogni trasformazione del sistema che provoca un trasferimento di energia (ovviamente senza aggiungere altra energia dall’esterno), l’entropia aumenta, perché l’equilibrio può solo crescere. Quindi possiamo anche dire che l’entropia è la misura del disordine.
Una cosa che crea spesso confusione è quando si parla di sistema chiuso. Lo spiego con un esempio. Se io metto un bicchiere d’acqua in freezer, l’acqua diventerà ghiaccio e molti affermeranno che l’entropia è diminuita, cosa che non è possibile per la seconda legge della termodinamica. Infatti, se consideriamo che per ottenere l’energia necessaria ad estrarre il calore dall’acqua, abbiamo usato l’elettricità per tenere il frigorifero acceso e raffreddare l’interno, con conseguente aumento di calore all’esterno del frigo, che funziona proprio come una pompa di calore, allora vediamo che l’entropia del sistema “frigo” è aumentata.
Provate ad allungare la mano dietro i vostri frigoriferi (senza toccare, può essere pericoloso), lì dove c’è il motore e avvertirete chiaramente il calore. Per quello, dunque, l’entropia è unidirezionale, ma anche irreversibile e procede dall’ordine verso il disordine. Questo principio, secondo alcuni, è la legge fisica più attendibile, e se qualcuno vi chiederà di scommettere quale principio attualmente accettato sarà ancora inviolato tra mille anni, vi conviene scommettere sul secondo principio della termodinamica.
E il tempo è strettamente correlato all’aumento del disordine, quindi può scorrere in una sola direzione (purtroppo).
Atto quarto. Elettromagnetismo.
Un’altra parte molto importante della fisica è l’elettromagnetismo, che è in pratica lo studio dell’interazione tra particelle che trasportano una carica. In realtà non sappiamo cosa sia la carica, però sappiamo che molti corpi hanno questa caratteristica, in quanto sono composti da atomi. Gli atomi, nella loro parte esterna, contengono elettroni, quindi, se capita che un oggetto abbia più elettroni che protoni, ha una carica, che per convenzione è negativa.
Un tempo il magnetismo (il primo ad essere “scoperto”) e l’elettricità erano considerati fenomeni distinti, ma nel 1820 il fisico danese Hans Christian Oersted fece un esperimento e scoprì che erano connessi tra loro. In pratica vide che quando la corrente scorreva in un filo, in una bussola magnetica posizionata vicino ad esso l’ago si muoveva. E vide che con l’aumento della corrente aumentava anche il movimento dell’ago.
Vale anche il contrario. Se muovo un magnete su un filo elettrico, si genera corrente. Nel 1864, James Maxwell formulò le leggi a cui obbedivano l’elettricità e il magnetismo e fondò di fatto l’elettromagnetismo.
L’elettricità è definita come il flusso di cariche elettriche. Tuttavia, l’elettricità può essere di natura statica o dinamica. Il magnetismo è considerato un fenomeno fisico che è il risultato dell’interazione tra cariche in movimento. Una cosa curiosa è che se ho un magnete, generalmente con un polo positivo e un polo negativo posti dai lati opposti dello stesso, e lo spezzo, i due pezzi risultanti avranno ognuno un polo positivo ed un polo negativo.
L’elettricità ha numerosi usi (nell’illuminazione, nel riscaldamento e nel raffreddamento, nei dispositivi e nelle macchine elettroniche, nei satelliti e nei sistemi di trasporto). Il magnetismo ha meno utilizzi, ma non meno importanti (ad esempio nell’archiviazione dei dati e nel campo della medicina, come con le macchine per la risonanza magnetica).
Pertanto, elettricità e magnetismo sono fenomeni strettamente correlati e sono associati alla forza elettromotrice. Se la corrente elettrica si traduce in un campo magnetico, anche un campo magnetico variabile dà origine all’elettricità corrente.
Il campo elettromagnetico si propaga nello spazio. Mettendo in movimento una carica e facendola oscillare rapidamente avanti e indietro tra due punti, si genererà un campo elettrico e un campo magnetico. I due campi si generano l’un l’altro e oscillano perpendicolari. Essi si generano con continuità, propagandosi sempre più lontano dalla carica che li ha generati. Anche quando la carica smette di oscillare, essi continuano a generarsi l’un l’altro in punti sempre più distanti.
Il campo elettromagnetico si propaga nello spazio e trasporta energia. Il campo elettromagnetico si propaga allo stesso modo di un’onda. Immaginando una corda che viene fatta oscillare da uno dei due capi, l’energia prodotta dal movimento si propagherà su tutta la corda. Possiamo quindi parlare di onde elettromagnetiche.
Le onde elettromagnetiche non hanno necessariamente bisogno di un mezzo per propagarsi. Sono definite onde trasversali: ogni punto del sistema esegue cioè vibrazioni in direzione perpendicolare a quella di propagazione. Questo vuol dire che il campo elettrico e il campo magnetico, ortogonali tra loro, sono sempre perpendicolari anche alla direzione di propagazione.
A seconda della “lunghezza d’onda” le onde elettromagnetiche presentano diversi livelli di energia, manifestandosi di conseguenza in modo differente. Esse sono chiamate globalmente “spettro elettromagnetico”: onde radio, microonde, radiazione visibile (che noi chiamiamo luce), radiazione infrarossa, radiazione ultravioletta, raggi X e raggi gamma sono le onde che lo compongono.
Atto quinto. Elettrodinamica.
Il periodo che va dall’800 al ‘900 è stato pieno di scoperte e di incredibili intuizioni. Ricordate cosa dicevo all’inizio? Indicavo come periodo di sviluppo della meccanica classica quello che va dall’antichità al 1904. Come mai? Alcuni già intuiscono la risposta.
Nel 1905 c’è stata la pubblicazione di un articolo da parte di uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi: Albert Einstein. In realtà gli articoli sottoposti alla rivista scientifica “Annalen der Physik” erano tre. Il primo gli valse il Nobel nel 1921, prendendo in esame l’effetto fotoelettrico (che risolse la natura della luce). Il secondo fornì la prova dell’esistenza degli atomi, e nel terzo, che si intitolava “Sull’elettrodinamica dei corpi in moto”, delineava la Teoria della Relatività Ristretta, cambiando il mondo. Tutto in un solo anno.
Nel primo lavoro, pubblicato a marzo 1905, Einstein sosteneva che la luce, che fino ad allora si pensava diffondersi in onde, fosse costituita di un numero finito di quanti di energia (in seguito denominati fotoni) che si muovono nello Spazio. Einstein portava questa teoria per spiegare l’effetto fotoelettrico, il fenomeno per cui una superficie metallica, colpita da una radiazione elettromagnetica, emette elettroni. La sua ipotesi – che gli valse il Nobel per la Fisica nel 1921 – sarebbe divenuta, 20 anni dopo, una colonna portante del dualismo onda-particella della luce.
A maggio fu la volta di un articolo sul moto browniano (il moto disordinato delle particelle presenti nei fluidi): Einstein partiva dall’osservazione di questo fenomeno per dimostrare che gli atomi esistono realmente, un punto su cui fino ad allora si era discusso molto.
Giugno fu il mese della Teoria della Relatività ristretta, in base alla quale la velocità dell’osservatore influenza anche la percezione del prima e del dopo, e quindi lo scorrere del tempo non è universale: la luce rimane costante, spazio e tempo divengono un’entità fluida relativa all’osservatore.
La teoria sarebbe stata completata con il quarto articolo, pubblicato nel settembre 1905, che enunciava l’equazione più famosa di sempre, E=mc²: esiste una relazione fissa tra energia e massa; la prima equivale alla seconda moltiplicata per il quadrato della velocità della luce.
Le implicazioni sono immense. Ad esempio, l’affermazione che la luce ha una velocità costante e insuperabile. Vediamo un famoso esempio.
Se una persona è in un treno, e si muove all’interno di esso per andare al bar, una persona ferma sulla banchina della stazione vedrà passare il treno e la persona al suo interno rispettivamente alla velocità di 100 km/h e 105 km/h (cioè i 100 km/h del treno più i 5 km/h della camminata, o 95 km/h se va nella direzione opposta). Ma la persona nel treno, guardando verso fuori, vedrà la stazione “passare” a 100 km/h. Con sistemi di riferimento differenti si vedono velocità differenti.
Questo vale solo per velocità molto basse rispetto a quella della luce. Immaginiamo che il treno viaggi al 97% della velocità della luce, circa 290mila km/sec. La persona all’interno ha un laser, perché a casa ha un gatto (o fa il conferenziere, non ci sono altri motivi per avere un laser), e lo punta davanti a sé. Vedrà la luce del laser muoversi alla velocità di 300mila km/sec, che è appunto la velocità della luce.
Ma quello seduto sulla banchina della stazione? Vedrà il raggio di luce andare a 590mila chilometri al secondo? NO! Per quanto possa sembrare assurdo, il tizio della stazione vedrà il raggio di luce esattamente andare a 300mila chilometri al secondo. Perché la luce non può rallentare. E visto che la formula semplice del calcolo della velocità è V=S/T, poiché V è costante e S (lo spazio percorso dal treno) aumenta, allora il tempo T, per mantenere costante V, dovrà aumentare anch’esso.
Questo che vuol dire che i 5 secondi di chi sta dentro al treno equivarranno a 10 secondi per chi sta fuori e lo osserva passare. Se il treno andasse ancora più veloce e ancora più vicino alla velocità della luce, i 5 secondi di chi sta all’interno del treno diventerebbero 30 secondi, 1 minuto, un mese o un anno o anche 10 mila anni.
Ma Einstein non aveva finito. il 25 novembre 1915 Albert Einstein presentò all’Accademia Prussiana delle Scienze la cosiddetta “Teoria della Relatività Generale” (mentre la precedente, quella dell’esempio, era chiamata “Relatività ristretta”).
Einstein, come molti scienziati hanno provato anche dopo, era convinto di poter trovare un unico modello matematico per descrivere le leggi che governano l’universo: la relatività ristretta, infatti, funziona bene solo nelle zone di spazio-tempo in cui la gravità è irrilevante, cioè dove c’è poca materia.
Quello che ottenne Einstein fu quello di costruire un complesso di equazioni che possono analizzare “quasi” tutte le cose che avvengono nell’universo. Per esempio, le equazioni possono dire se e in quali condizioni è possibile che nel cosmo si formi un buco nero, e che cosa accadrebbe nei suoi dintorni.
In pratica e molto in sintesi, nella relatività generale Einstein afferma che qualunque oggetto che possieda massa piega il tessuto stesso dell’universo alterano lo spazio-tempo. Con un esempio, per chi la ricordasse, la sigla di Quark, il programma di divulgazione scientifica di Piero Angela, sulla musica di Bach, faceva vedere con una grafica avveniristica (per l’epoca, inizio anni ’80) come gli oggetti celesti piegano lo spazio come una palla da bowling piegherebbe un tessuto elastico.
Le conseguenze più ovvie? Quando lo spazio è deformato dalla presenza di una stella, i raggi di luce seguono la deformazione e descrivono una curva. Il tempo, dal canto suo, scorre più lentamente in vicinanza di grandi masse.
La grande fortuna di Einstein fu che appena quattro anni dopo, quella che sembrava una teoria senza possibilità di controprova, fu invece provata. L’astronomo britannico Arthur Eddington, infatti, nel 1919 organizzò una spedizione all’isola del Principe, al largo della costa africana, per verificare (durante un’eclisse) se davvero la massa del Sole incurvava i raggi provenienti dalle stelle. E li curvava!
Atto sesto. Meccanica quantistica.
Nonostante si possa dire che Einstein tra i fondatori della meccanica quantistica (infatti lui dimostrò, partendo dagli studi del fisico tedesco Max Planck, che la luce arriva in pacchetti di energia, o quanti, che noi chiamiamo fotoni), fu sempre contrario alla natura probabilistica e non deterministica delle particelle quantistiche.
Infatti, la meccanica quantistica (o teoria dei quanti) è una teoria fisica che descrive il comportamento di atomi, molecole, elettroni, nuclei, cioè il comportamento della materia nel mondo microscopico, ed è totalmente differente da tutto ciò che abbiamo visto nella fisica classica, perché non rappresentabile con esempi.
È una materia molto complessa, tanto che il premio Nobel Richard Feynman pronunciò una frase destinata a divenire celebre: “Penso di poter affermare tranquillamente che nessuno capisca la meccanica quantistica”. E se lo dice lui!
Però ci sono tre cose da sapere.
La prima, sostenuta da Max Planck, è che l’energia associata alla radiazione elettromagnetica non è continua, ma viaggia a pacchetti. L’emissione o l’assorbimento dell’energia da parte della materia si può verificare solo al verificarsi di determinate condizioni. E la quantità di energia è uguale alla frequenza della radiazione moltiplicata per una costante, chiamata “costante di Planck”.
Su queste basi Einstein dimostrò che un fotone è sia un’onda che una particella.
La seconda cosa da sapere è quella espressa da Heisenberg con il suo “principio di indeterminazione”. Grossomodo possiamo riassumerla con: non puoi conoscere la posizione esatta di una particella e la sua quantità di moto allo stesso tempo. Se sai dov’è una particella, non sai quanto velocemente si muove; se sai quanto è veloce, non hai idea di dove sia.
La terza viene da Schrödinger, e dice che i sistemi quantistici sono una funzione d’onda, cioè un insieme di probabilità, presentando stati sovrapposti. Per capire con un esempio, noi abbiamo sempre visto, nei libri di scuola, l’atomo rappresentato come una specie di sistema solare in miniatura, con dei pallini (che rappresentano gli elettroni) che girano intorno ad un gruppo di pallini (che rappresentano protoni e neutroni, quindi il nucleo). L’atomo non è per niente così; se proprio volessimo darne una rappresentazione grafica, sarebbe un piccolo nucleo con intorno una nuvola; la nuvola non sarebbe l’elettrone, o gli elettroni, ma la probabilità che l’elettrone sia lì. O, meglio, l’elettrone è ovunque contemporaneamente.
Tutto controintuitivo, vi capisco. Infatti, anche Einstein faceva fatica ad accettare queste teorie non deterministica. Ma come ho sentito dire una volta da un fisico, l’universo non ha l’obbligo di assicurarsi che ci sentiamo a nostro agio.
Come ho premesso, non si può raccontare tutta la fisica in sei atti. Prendete questo che ho scritto come una base, come uno stimolo ad approfondire. E chiedo scusa ai fisici, quelli veri, se sono stato impreciso, ma lo scopo era solo di creare curiosità, e se solo una persona dovesse trovare questo pezzo utile, avrei già raggiunto un piccolo, grande obiettivo.



