Mercatino dell’usato

Sistemate le ultime uscite, la Juventus ha chiuso il calciomercato estivo per la stagione 2023-2024. Vediamo i movimenti che ci sono stati e com’è messa la squadra, reparto per reparto.

C’è da dire che i movimenti del calciomercato italiano sono stati veramente pochi e ciò dovrebbe far riflettere chi va sbandierando la bontà della Serie A. Dieci squadre della Premier League e tre delle quattro saudite hanno speso più del Milan, che è la squadra con l’esborso maggiore tra le italiane.

Ci stiamo adagiando piano piano sul fondo, se l’andazzo sarà così ancora per due-tre anni, saremo superati abbondantemente da Bundesliga e Ligue 1, che anni fa ci stavano parecchio distanti. Anomala quest’anno la Liga spagnola, in cui i movimenti sono stati minori del solito.

Complessivamente, per l’acquisto di nuovi giocatori, la spesa aggregata di tutte le leghe top è stata di 7,63 miliardi di euro, di cui 2,43 solo della Premier, che ha provato a contrastare la crescita della Saudi Pro League, che da una spesa media di 70 milioni per gli acquisti è passata agli 846 di questa sessione. Segue l’Italia con 794 milioni di euro, la Bundesliga con 696, la Ligue 1 con 691 e la Liga con 398 milioni di euro.

Molte squadre sono in difficoltà, alcune vengono “aiutate”, ma prima o poi, come dico sempre, le bolle esplodono. Vedremo. Torniamo alla Juventus. Il Direttore Giuntoli, nella conferenza stampa di presentazione era stato chiaro:

“[…] Le priorità ora sono fare chiarezza e razionalizzare la rosa; i giovani sono molto importanti, ma l’equilibrio va trovato fra sostenibilità e competitività. […] Diventare virtuosi inizialmente sarà un ostacolo, ma poi diventerà una risorsa e porterà grandi benefici; bisogna, quindi, continuare nel lavoro che si sta facendo, con pazienza, innescando un meccanismo virtuoso, razionalizzando la rosa”.

Inizialmente, quando è arrivato alla Juventus, Giuntoli ha trovato una quarantina di giocatori, tra vecchi, nuovi, semi-nuovi, rientri dai prestiti e ragazzini, con il solo campionato (e la Coppa Italia, massimo cinque partite) da affrontare. Ha dovuto necessariamente vendere il vendibile, il che vuol dire che a volte non si riesce proprio a fare quello che si vuole, e ci si deve accontentare delle offerte che ti fanno.

Oltre ai “fine contratto” Cuadrado, Di Maria e Paredes, la Juventus ha piazzato gli esuberi: Bonucci, Frabotta, Pellegrini, Arthur, Zakaria, Pjaca, Ihattaren, che non facevano parte del “progetto”, hanno lasciato la Continassa, così come Rovella (che, mi dicono, pare abbia espressamente chiesto la cessione alla Lazio), Kaio Jorge, Soulè, Barrenechea, Barbieri e De Winter, per nominare solo quelli che avevano “assaggiato” la prima squadra; tranne il centrocampista lombardo, c’è da sottolineare che questi ultimi sono ancora tutti sotto il “controllo” della Juventus (prestiti secchi o prestiti con diritto di riscatto ma con opzione di “recompra”).

Movimenti in entrata, come predetto, pochi: oltre al rientro dai prestiti di McKennie, Nicolussi Caviglia e Cambiaso, l’unica faccia nuova a Torino è stata quella di Timothy Weah, un 2000 molto promettente, e qualche acquisto di prospettiva, come Facundo Gonzalez, mandato poi in prestito, come si diceva una volta, a farsi le ossa.

Troppi “analisti” del web credono che un ragazzo di vent’anni debba per forza essere forte, ma a volte, anzi, quasi sempre, i ragazzi hanno bisogno di un percorso di crescita: lo hanno fatto anche Del Piero e Ibrahimovic, non vedo perché non lo debbano fare anche altri. Poi, è chiaro, ci sono dei fenomeni (e i due che ho nominato lo erano, tant’è vero che il loro percorso giovanile è stato molto breve), e quelli vanno fatti esplodere il prima possibile, ma dobbiamo sempre stare molto attenti all’illusione della giovinezza, che non vuol dire automaticamente bravura.

Tornando ai movimenti del calciomercato bianconero, oltre al nuovo ingresso già detto, ci sono stati il rinnovo di Rabiot per un anno e l’acquisto definitivo di Milik, che l’anno scorso era in prestito, oltre alla definizione definitiva degli acquisti di Locatelli e Kean, anche loro in prestito e delle cessioni definitive di Kulusevski e Dragusin con la stessa formula.

Anche la Next Gen è stata molto attiva, soprattutto sui prestiti che, ricordiamo, per gli “under” non hanno limitazioni di sorta. Concludendo, un mercato di “razionalizzazione” della rosa, come predetto dal Direttore.

Vediamo ora chi farà parte della prima squadra, reparto per reparto, con la tabella ad aprire la descrizione (alcuni ruoli sono “ad minchiam”, come diceva il Prof. Scoglio).

Portieri.

Forse il reparto più “solido”. Il polacco, dopo qualche “incertezza” di un paio di anni fa, si è rivelato un portiere sicuramente affidabile, anche se ai nostri occhi paga ancora il confronto col predecessore. Idem per Perin, uno dei migliori “secondi” in circolazione, e non solo in Italia. Pinsoglio, più mascotte che portiere, chiude un reparto che non dovrebbe creare grattacapi.

Difensori centrali.

Se consideriamo che ormai pare scontato l’utilizzo della difesa a 3, la difesa è un reparto con più di un interrogativo, soprattutto su qualche singolo. Se è vero che Danilo è, per impegno, carisma e rendimento, il migliore del reparto, quest’anno ci si aspetta il salto di qualità di Bremer. E magari un impiego maggiore di Gatti rispetto ad Alex Sandro, elemento con più ombre che luci: il brasiliano è quello visto a Udine o quello visto col Bologna? Rugani, ormai rassegnato nel ruolo di riserva (affidabile, visto l’anno scorso) e il giovane “fenomeno” Huijsen completano il reparto.

Chiaro che la difesa risente di due fattori: il filtro di centrocampo e la posizione. Già in queste prime uscite abbiamo visto che la Juventus tende a tenere il baricentro più alto che in passato, quindi dovranno lavorare, e parecchio. C’è tutto il tempo per farlo, perché con il solo campionato da disputare, rispetto allo scorso anno la distanza tra gli impegni sarà molto più dilatata: solo tre o quattro volte tra una partita e l’altra ci saranno meno di 6-7 giorni.

Difensori laterali o esterni bassi.

Partiamo con una premessa, i ruoli per qualcuno sono molto relativi. Cambiaso e Weah (e in parte anche Iling), sia per età, sia per caratteristiche, sono difficilmente collocabili in un solo ruolo. Diciamo che prediligono la fascia, e non sono attaccanti, così evitiamo dubbi. Escluso il lungodegente Mattia, un reparto tutto nuovo, cui potrebbe aggregarsi l’altro americano McKennie come alternativa a Weah. Anche qui, devono, possono e hanno tutto il tempo di crescere: per me, le premesse sono ottime.

Mediani o mezze ali.

Reparto con più dubbi di tutti, sia per come è stato assemblato nel tempo, sia per la “qualità” dei suoi componenti. Anche qui, più ombre che luci ma, secondo me, rispetto allo scorso anno, con più soluzioni al proprio arco, il mister Allegri potrebbe (dovrebbe?) rinunciare al “mediano regista”, anche perché né Locatelli, né Rabiot lo sono. Forse Nicolussi, ma non è rimasto in squadra di certo per fare il titolare… Di Rovella ho detto, e visto che è inutile piangere sul latte versato, per ora questi abbiamo, e con questi faremo.

Centrocampisti centrali o esterni alti.

Pogba sano è di un’altra categoria, sia chiaro. Le prime uscite sono foriere di ottimismo: Paul si è mosso senza timore, meglio che nel finale di stagione scorso. Se la dea bendata ci vorrà favorire, per una volta… Per quanto riguarda gli altri, ho messo anche Miretti e Fagioli come centrocampisti offensivi anche se, vista l’età e le caratteristiche, possono fare sia la mezz’ala, sia il “falso diez”: come, quello è un altro discorso. Sono giovani, bravi, promettenti, e possono migliorare molto. Bisognerà avere pazienza. Kostic, miglior crossatore della serie A della passata stagione (e della Europa League in quella precedente), paga, per ora, la sua linearità (cit. Allegri), nel senso che fa una sola cosa (ma la fa abbastanza bene), cioè, corre e crossa; sarà utile anche lui. Yildiz, vale per lui lo stesso discorso di Huijsen: sono “fenomeni”, facciamoli crescere e sbagliare.

Attaccanti.

Qui ci vuole un altro “se”, come per Pogba: se Chiesa e Vlahovic stanno bene, con Milik e Kean pronti per farli rifiatare, quest’anno ci toglieremo un bel po’ di soddisfazioni. E non aggiungo altro, perché è chiaro che ragionando con i “se” non si va lontano. Per me un reparto che può fare bene.

Conclusioni.

Anche qui ci vuole qualche “se”, visto quanto accaduto col Bologna.

SE ci permetteranno di giocare al calcio, SE non vivisezioneranno ogni nostro gol in cerca di un appiglio per annullarlo, SE non permetteranno l’impunità ai picchiatori seriali delle squadre che ci affrontano, SE permetteranno alla squadra di affrontare alla pari gli avversari, SE si tratterà sempre e comunque di campo e non di tribunali, carte bollate, carte segrete, carte igieniche, SE permetteranno tutto questo, allora tutto quello che accadrà sarà merito (o colpa) nostra.

Non è umanamente possibile affrontare una stagione come quella dello scorso anno senza strascichi: azzeramento dei vertici dirigenziali sostituiti con il bosco dei cento acri, penalizzazioni a singhiozzo campionato durante, disparità di trattamento nella valutazione arbitrale, bombardamento mediatico e passività comunicativa.

Spero proprio di poter parlare di calcio giocato e non di altro perché, se così sarà, già sarà un passo avanti, e mi potrei accontentare anche di una Juventus che non vince il campionato.

Non è vero. Spero proprio di vincerlo, il campionato, anche per rispondere con i fatti a tutti quelli che parlano, e parlano, e parlano. E che ancora non hanno capito che vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta.

Ucronìe e sogni calcistici

Gli appassionati di fumetti, ed in particolare della Atlas Comics, che dal 1961 si chiama Marvel Comics, conoscono abbastanza bene una “serie” chiamata “What If…?”, che significa “…e se…?”, nel senso di “cosa sarebbe accaduto se”, ed esplora universi narrativi alternativi se qualcosa fosse andato diversamente dalla narrazione classica e, come si dice, “canonica”.

Si tratta di un genere ben definito, detto “ucronico”, sfruttato soprattutto in ambito storico: che cosa sarebbe accaduto se Napoleone invece di arrendersi agli inglesi dopo la sconfitta di Waterloo fosse riuscito a fuggire in America? Se alla fine del XV secolo in Spagna avessero vinto i Mori? E se Dick avesse trasferito la Juve in Svizzera?

Come, “chi era Dick”? Se non lo sapete, dobbiamo tornare al 1905, anno del primo titolo nazionale per la Juventus.

“Domenica 9 ebbe luogo il nuovo incontro tra la prima squadra del Genoa Cricket Club e l’Unione Sportiva Milanese per il campionato nazionale. Le due squadre segnarono entrambe due goal. Così la squadra di Genova segna in totale cinque punti e quella di Milano un punto. Il Club Juventus di Torino vince così con sei punti per la prima volta il Campionato Nazionale.”

Così, il 16 aprile 1905, scriveva “La Stampa Sportiva”, rivista settimanale italiana di sport e attualità edita a Torino. Nel 1905 era diventato presidente della società appunto lo svizzero Alfred Dick, proprietario di un’industria tessile, e aveva rinforzato la squadra inserendo alcuni suoi dipendenti.

Ma dopo il trionfo in campionato, Dick aveva intenzione di portare in Svizzera la squadra, cambiandole il nome in “Jugend Fussballverein”. I soci a quel punto lo costrinsero ad andarsene, ma Dick decise di vendicarsi: infatti, oltre a portare con sé alcuni giocatori e il contratto d’affitto del Velodromo Umberto I (dove la Juventus disputava le partite casalinghe), fondò, unendosi alla “Torinese”, il Foot-Ball Club Torino (oggi Torino F.C. 1906).

Ora, come mi diceva mio figlio Alessandro l’altro giorno, se Dick fosse stato assecondato, probabilmente la maggior parte di voi che mi legge non sarebbe stata tifosa della Juventus (a meno di essere svizzeri): io tiferei Taranto, il mio amico Roberto la Gallaratese, e così via.

Però ci sarebbero due indubbi vantaggi: uno, non ci sarebbero neanche le altre squadre, visto che per decenni hanno vissuto ora di luce riflessa, ora di contributi economici che la Juve ha versato nelle loro casse per comprare i migliori giocatori in circolazione in Italia. E sicuramente non ci sarebbero gli ossessionati, e il calcio dei club in Italia sarebbe poco più di quello scozzese, anche perché per anni il calcio nazionale si è retto sull’undici juventino.

Secondo vantaggio (questo è personale): Dick non avrebbe fondato la seconda squadra di Torino, e non ci sarebbero quegli strani esseri granata in giro per la città.

A prescindere dalla “ucronia” del mio pensiero, la Juventus, volesse, potrebbe cambiare campionato? Ci si può iscrivere ad un campionato diverso dal proprio?

In linea di principio, una squadra di calcio può iscriversi a un campionato estero. Tuttavia, esistono una serie di fattori che possono rendere questa operazione difficile o impossibile.

Innanzitutto, è necessario che la squadra sia affiliata alla federazione calcistica del Paese in cui si intende iscrivere. In Italia, ad esempio, la federazione italiana giuoco calcio (Figc) ha stabilito che le squadre italiane possano partecipare solo a competizioni organizzate dalla stessa.

In secondo luogo, è necessario che la squadra soddisfi i criteri di ammissione al campionato estero. Questi criteri possono variare da Paese a Paese, ma in genere includono requisiti economici, infrastrutturali e sportivi.

Infine, è necessario che la squadra abbia il consenso delle federazioni calcistiche dei due Paesi coinvolti. In alcuni casi, le federazioni possono opporsi all’iscrizione di una squadra straniera per motivi di competitività o di tutela del proprio campionato.

In Italia, la questione dell’iscrizione di una squadra italiana a un campionato estero è stata oggetto di dibattito in passato. Nel 2017, la Juventus aveva già fatto trapelare l’intenzione di trasferirsi in Premier League, ma l’idea è stata poi abbandonata.

In generale, l’iscrizione di una squadra di calcio a un campionato estero è un’operazione complessa che richiede una serie di condizioni favorevoli. Tuttavia, non è impossibile che una squadra possa decidere di intraprendere questa strada, soprattutto se si tratta di una squadra di grandi dimensioni o con ambizioni internazionali.

Giusto per fare qualche esempio, il Monaco, che si trova geograficamente in Francia, ma è uno stato a sé, è affiliato alla federazione calcistica monegasca ma partecipa al campionato francese, così come il Vaduz (Liechtenstein), che si trova geograficamente in Liechtenstein ed è affiliato alla federazione calcistica svizzera.

In generale, ad esempio, la Federcalcio inglese consente alle squadre gallesi di partecipare al campionato inglese, anche se il Galles ha la propria federazione calcistica.

C’è però un’altra opzione all’iscrizione ad un campionato estero: l’acquisizione di una “franchigia”, o, meglio, di “un titolo sportivo”.

Esempio più clamoroso, il Lipsia, squadra costituita nel 2009 su iniziativa della multinazionale austriaca Red Bull GmbH mediante l’acquisizione della licenza sportiva del SSV Markranstädt. In Italia si può fare?

Intanto, facciamo una distinzione tra sport. Già, perché ogni federazione sportiva ha un suo regolamento, e non sempre questi argomenti sono trattati allo stesso modo.

Ad esempio, il RAT (Regolamento Affiliazione e Tesseramento della Federazione Italiana Pallavolo) dedica all’argomento due articoli.

In primis, l’art. 16 il quale, titolato “Cessione del diritto sportivo: nozione, requisiti, procedimento”, prevede in apertura che

“Ciascun associato avente diritto a partecipare ad uno dei campionati di Serie A, B, C e D, fermo restando il limite di rappresentanza di una sola squadra per ciascun campionato di serie, può cedere ad altro associato il proprio diritto a disputare quel campionato.”

Detta norma non si limita tuttavia al mero riconoscimento della cedibilità del titolo sportivo ma disciplina compiutamente siffatta ipotesi ponendo limiti atti garantire la regolarità dei campionati nonché a tutelare i diritti facenti capo agli altri sodalizi.

È previsto in particolare il divieto per le società di detenere due titoli sportivi che attribuiscano il diritto di partecipazione al medesimo campionato, la necessità di una regolare affiliazione alla Federazione sia del cedente che del cessionario, di una delibera di consenso alla cessione e quella di consenso all’acquisizione del diritto sportivo da parte dell’Organo statutario competente, degli associati interessati e relativamente ai i campionati nazionali di Serie A, maschili e femminili, si richiede inoltre il parere motivato vincolante della Lega di riferimento sull’idoneità dell’associato cessionario ad essere ammesso al campionato.

Per quanto concerne gli effetti scaturenti dalla cessione, l’art. 17 attribuisce ai singoli atleti, vincolati con l’affiliato cedente, la possibilità di ottenere dalla Commissione Tesseramento lo scioglimento coattivo del vincolo e contestualmente impone il divieto per l’associato acquirente di disputare il campionato in una provincia dove già abbia sede di gioco un altro associato ammesso nella stagione precedente al medesimo campionato.

E nel calcio? In linea di principio, le squadre di calcio possono acquisire il titolo sportivo di una squadra estera. In alcuni casi, questo è l’unico modo per una squadra di calcio di poter partecipare a un campionato estero.

Tuttavia, ci sono alcune limitazioni a questa possibilità. In alcuni paesi, il titolo sportivo è considerato un bene indisponibile, e quindi non può essere venduto o trasferito. In altri paesi, il titolo sportivo può essere trasferito, ma solo a determinate condizioni.

In Italia, per esempio, il titolo sportivo è indisponibile, ma può essere trasferito in caso di fallimento della società che lo detiene. In questo caso, il titolo sportivo viene attribuito a una nuova società che soddisfa i requisiti stabiliti dalla FIGC. È una situazione che conosco bene, visto che sono di Taranto, in cui la società calcistica è fallita più di una volta ed il titolo sportivo è stato di volta in volta acquisito da società subentranti. Negli Stati Uniti, invece, il titolo sportivo può essere trasferito liberamente, ma solo se la nuova società rispetta i requisiti stabiliti dalla MLS, la lega professionistica di calcio americana.

Sappiamo anche che ad esempio nel calcio femminile tutte o quasi le maggiori società sono in serie A grazie all’acquisizione del titolo sportivo di un’altra società. Dal 2015, con la delibera della FIGC che ha dato il via all’ingresso dei club professionistici nel femminile, abbiamo assistito a molteplici acquisizioni e affiliazioni con società dilettantistiche.

La prima fu la Fiorentina a far da apripista con l’acquisizione dell’ACF Firenze, poi fu la volta del Sassuolo che proseguì il cammino intrapreso dalla Reggiana, della Juventus che decise di entrare nel calcio femminile direttamente dalla Serie A con l’acquisizione del titolo sportivo del Cuneo, del Milan con il Brescia, dell’Inter con l’Inter Femminile, della Roma con la Res Roma e altre ancora.

Ma torniamo alla prima domanda: la Juventus potrebbe acquisire, ad esempio, il titolo sportivo del Lugano ed andare nel campionato svizzero? La risposta breve è: sì.

Come dicevo, infatti, le squadre di calcio possono acquisire il titolo sportivo di una squadra estera, ma è necessario soddisfare i requisiti stabiliti dalle federazioni calcistiche nazionali e internazionali, che visti gli idilliaci rapporti della Juventus con Figc e Uefa…

Ma vuoi vedere che quel Dick aveva ragione?

Tifosi o spettatori?

Il tifo è un fenomeno sociale per cui un individuo, oppure un gruppo, s’impegnano a sostenere con entusiasmo la partecipazione di un atleta o di una squadra in una determinata disciplina. Lo sviluppo della passione del tifo in un individuo è generalmente riconducibile all’ambiente sociale in cui egli interagisce. (“Tifo sportivo – Wikiwand”)

Come ho scritto più volte, il tifo non è un fenomeno razionale; è certamente analizzabile, studiabile, riconducibile a esempi più concreti, ma è uno dei processi più irrazionali che ci siano.

Pensiamoci: se siamo fan (abbreviazione di “fanatico”, quindi non si scrive “fun”!) di un cantante o di un complesso musicale, la nostra gioia sta nell’ascoltare quel cantante o quel complesso musicale, e traiamo il nostro giovamento dall’esibizione che vediamo. In pratica, siamo spettatori.

spettatóre s. m. (f. -trice) [dal lat. spectator -oris, der. di spectare «guardare»]. – 1. Chi assiste a uno spettacolo, a una cerimonia, a una manifestazione sportiva, ecc. (“spettatóre in Vocabolario – Treccani”)

Differente è il “tipo” di persona che tifa nello sport, anche se, nel medesimo modo, anche lì possiamo trovare possiamo trovare degli “spettatori”, cioè persone che assistono alla prestazione sportiva e che traggono piacere della prestazione, a prescindere dal risultato. Io stesso, in alcune discipline sportive, non tifando in particolare per nessuno (ad esempio in atletica leggera), non posso considerarmi tifoso quanto piuttosto spettatore.

Quando invece si tifa per una squadra o per un singolo atleta, non c’è solo la componente di piacere legata alla prestazione, ma di esaltazione in caso di vittoria o di “depressione” in caso di sconfitta. Bisogna comprendere che anche in questo caso esistono mille sfumature; quindi, una persona può essere più o meno “esaltata” o più o meno “depressa”.

Lo scorso anno Stage Up e Ipsos hanno presentato i risultati di uno studio sul tifo in Italia dal quale vengono fuori alcuni dati interessanti.

Intanto, c’è da dire che i tifosi sono circa il 50% della popolazione totale (è stata analizzato la fascia di popolazione tra i 14 e i 64 anni): il campionato è seguito da circa 30,3 milioni di persone, circa l’uno percento in più rispetto alla ricerca effettuata l’anno precedente, ma considerando che la popolazione totale è di 59,11 milioni circa e che ci sono tifosi anche tra gli “over 64”, possiamo tranquillamente asserire che “circa il 50%” è un buon assunto.

Però, quando si leggono i dati, bisogna leggerli e interpretarli. Intanto questo ci dice che, se è vero che metà della popolazione segue il campionato, vuol dire anche che l’altra metà non lo fa, cioè che circa 30 milioni di persone non sono interessate al calcio.

Poi altri dati:

  • al primo posto si trova la Juventus, con il club bianconero che vanta più tifosi che Milan e Inter, le due squadre che completano il podio, messe insieme, e tutte e tre fanno più del 50% del tifo complessivo;
  • gli interessati, analizzando come sia cambiata la tendenza a partire dalla stagione 2001/02, mostrano un costante invecchiamento (ci sono sempre meno giovani tra i tifosi);
  • i dati evidenziano anche il forte cambiamento della modalità mediatica con cui il campionato viene seguito: guardare le partite da pc/cellulare piace sempre di più (per forza, siamo sempre col cellulare in mano).

Agevolo immagine.

Questo dato significa anche un’altra cosa, visto che nel calcio non solo tifiamo “per”, ma molti tifano “contro”, che ci sono circa 21,6 milioni di italiani che “odiano” la Juve. La odiano perché vincente, la odiano perché, soprattutto nel decennio da poco trascorso, ha lasciato poco o niente agli altri. La odiano perché “vittime” di una campagna mediatica senza esclusione di colpi (non mi dilungo, non basterebbe un libro).

Se però a odiare sono dei semplici tifosi, è anche “normale” o quantomeno sopportabile (anche se io non “odio” nessuna squadra, ad esempio, tifo la mia e basta); il problema è quando a odiare, e ad estrinsecarlo pubblicamente, sono persone che per ruolo o per levatura sociale o per professione dovrebbero avere un comportamento pubblico quantomeno più “neutrale”.

In più, aggiungiamo che una parte di quegli 8,7 milioni di tifosi della Juventus, pur di sentirsi legittimata all’interno di un gruppo, quasi si schernisce di tifare Juve, o addirittura se ne vergogna. Come se il tifo per una squadra di calcio fosse una cosa fondamentale nella vita di un individuo: e allora quegli altri 30 milioni che non seguono il calcio cosa sono, alieni?

Anche in questo campo ritengo che si debba fare un passo indietro, come dicevo nell’ultimo mio scritto: ma davvero non ci rendiamo conto di come la cosa sia ridicola? Davvero non capiamo che, se una persona tifa una squadra di calcio diversa dalla nostra, quello non c’entra niente con le sue capacità, attitudini e qualità?

Ci siamo fatti anestetizzare, rimbambire, e sembra quasi che non siamo più capaci di capire quali siano le cose importanti e quali non lo siano. E poi, come dissi a un amico, “Se io tifo Juve, Napoli o Taranto, a te che cambia?”

Mentre noi ci scanniamo per quattro ragazzi che cantano un coro contro la Juve, in Arabia Saudita stanno affilando le armi: già ufficiali, solo per dire i profili maggiori, i trasferimenti nel deserto di Rúben Neves, Karim Benzema, Kalidou Koulibaly e N’Golo Kanté, con stipendi che fino a un paio di anni fa osavano chiedere solo superstar come Messi e Ronaldo.

Si fanno già altri nomi che saranno ammaliati dai petroldollari, che non vengono solo da sudest, per quanto ci riguarda, ma anche da nord ovest: Sandro Tonali al Newcastle e Guglielmo Vicario al Tottenham sono solo i primi a partire, molti li seguiranno.

Mentre “noi” pensiamo a punire un club perché, esattamente come tutti, ha LEGALMENTE realizzato delle plusvalenze, siamo diventati come l’Eredivisie. Un campionato di seconda fascia, in cui i migliori calciatori vengono sistematicamente comprati da campionati più ricchi. E in cui i diritti TV valgono meno della metà nel giro di pochi mesi.

Vedremo quante e quali squadre falliranno, quante e quali squadre non riusciranno a iscriversi ai campionati (quanto accaduto al Lecco è indicativo di come siamo messi in Italia), quante e quali squadre saranno aiutate e quante e quali no, questo lo vedremo a breve.

Intanto era importante fare la voce grossa con una società che avrebbe potuto far saltare il banco, ma esattamente come diciassette anni fa, ha deciso che

Better to reign in Hell than serve in Heaven (“Paradiso perduto – John Milton”).

Spero sia stata presa la decisione giusta, cioè quella di chinare il capo per evitare uno spargimento di sangue inutile (scusate le similitudini guerresche, di questi tempi). Personalmente, sto iniziando ad avere a noia questo modo di gestire la società; egoisticamente, mi restano una trentina di anni da tifoso, e non so se il calcio tra trent’anni sarà simile a quello di oggi.

Certamente, anche se le rimesse laterali si batteranno con i piedi e ci sarà il tempo effettivo (ad esempio), io continuerò a tifare Juventus. Però un cambio di direzione, diciamo diventare un po’ meno sabaudi e un po’ più sanguigni, non mi disturberebbe così tanto.

E mentre tutti si indignano in questa guerra tra poveri, la FIFA e la UEFA pongono ai vertici persone accondiscendenti (o ricattabili, e a volte le cose coincidono), e così fanno le federazioni dei singoli paesi, in modo da svuotare questo sport dalla passione dei tifosi, tanto qualcuno ancora appassionato da spremere lo troveranno sempre. Forse.

Liste di proscrizione

Solita, doverosa, introduzione.

Questo, per la mia passione calcistica, è stato un anno complicato, perché invece che di “salida lavolpiana” o di “expected goals” ho scritto e parlato di tribunali e di presunti illeciti (ah, è caduta l’accusa di fatture inesistenti per gli ex vertici della Juventus. Archiviazione anche per i sindaci del club su manovra stipendi, side letters e sulla famigerata “carta Ronaldo”, NDA).

Però è giusto mettere tutto da parte, e provare a ricominciare. Non certo a tifare, in genere non mi perdo neanche una partita della mia Juve, quella è una cosa che non finirà mai. Quindi parto a creare le mie “famose” tabelle Excel sul calciomercato, così per un po’ pensiamo solo a cose di campo.

Stavolta, però, scrivo un articolo introduttivo, con tutte le spiegazioni del caso, così da dare un vademecum ai più curiosi.

A una settimana dall’inizio ufficiale del calciomercato estivo, facciamo il punto della situazione.

Intanto, c’è da fare una premessa: in virtù della penalizzazione subita a fine campionato, la Juventus non disputerà la Champions, conquistata sul campo, ma la Conference League. Sempre che la UEFA non voglia inasprire l’ammenda vietando l’accesso a tutte le competizioni da lei patrocinate. Chi vivrà, vedrà (cit.).

Quindi, parlare di “Lista UEFA” è quasi inutile: se la Juve non dovrà disputare le coppe Europee, oltre ad un ridimensionamento della rosa in termini di ingaggi (liberandosi di quelli più onerosi), la lista avrà sicuramente più spazio, perché in termini di “papabili” la lista di Serie A è sicuramente meno rigida rispetto a quella della UEFA.

Un’altra cosa da aggiungere è che non si sa se nei prossimi anni queste liste esisteranno ancora: infatti l’Anversa ha presentato un reclamo ufficiale contro l’attuale norma che, secondo loro, violerebbe la libera circolazione dei lavoratori, uno dei temi fondanti dell’Unione Europea. Anche in questo caso, ai posteri l’ardua sentenza (ricit.).

Andiamo comunque a ricapitolare quali sono i meccanismi per la composizione della famigerata lista (per adesso parliamo solo della lista UEFA).

Intanto, bisogna chiarire che LA lista in realtà sono due: Lista “A” e Lista “B”.

La lista “A” va consegnata alla UEFA due volte, una alla fine del calciomercato estivo e una alla fine di quello invernale, e vale rispettivamente per la fase a gironi e per quella ad eliminazione diretta. La lista “B” invece, deve essere consegnata alla vigilia di ogni partita, entro la mezzanotte.

La lista “A” è composta al massimo da 25 giocatori, due dei quali DEVONO essere obbligatoriamente portieri. Di questi 25, ALMENO OTTO devono essere prodotti del vivaio “locale” (poi lo spiego). Di conseguenza, dei cosiddetti “FREE”, cioè calciatori con nessun limite né di età né di nazionalità né di formazione calcistica, ce ne possono essere al MASSIMO 17.

Cosa sono i giocatori “cresciuti localmente”?

Sono calciatori formati nel club di provenienza, i cosiddetti CTP (Club Trained Players) e giocatori formatisi nella federazione di appartenenza, in questo caso in Italia, e sono i cosiddetti ATP (Association Trained Player oppure HTP, cioè Home Trained Players). Ma questa accezione non è sufficiente: per essere CTP un calciatore deve aver fatto parte della rosa di quella squadra per almeno 3 anni nel periodo in cui aveva tra i 15 e i 21 anni di età (stesso discorso per essere ATP, ma basta che abbia fatto parte di un qualsiasi club italiano).

Tra gli “ALMENO 8”, nessuna squadra può avere più di 4 giocatori cresciuti nella stessa federazione, ma in un altro club (ATP). Da ciò ne consegue che, se i FREE possono essere al massimo 17 e gli ATP al massimo 4 (ATP + FREE = 21), gli ultimi quattro posti devono essere obbligatoriamente per i CTP: se non ne hai, lasci lo slot vuoto e presenti una lista ridotta.

È successo negli anni passati che la Juve presentasse una lista “A” di 22 o 23 giocatori, perché non c’erano CTP o ce n’erano pochi, ma adesso abbiamo il problema opposto: in rosa, in teoria, abbiamo più di una quindicina di CTP (che siano o meno presentabili e possano giocare o meno nella Juventus, quello è un altro discorso).

Ma come dicevo prima, essendo la porzione della lista “FREE” libera, in teoria se una squadra avesse 25 CTP (con minimo due portieri) potrebbe presentare un’intera lista di giocatori del vivaio.

La lista “B”, invece, vede inseriti calciatori nati a partire dal 1° gennaio 2002 (per la stagione 23-24), e che abbiano fatto parte del club per un periodo ininterrotto di due anni dal quindicesimo anno di età in poi.

Prima di far vedere la tabella, un’altra precisazione, poi parlerò delle eccezioni e delle differenze tra la lista della Serie A e la lista UEFA. Queste liste non fanno distinzioni tra comunitari ed extracomunitari, ma solo tra FREE, ATP e CTP.

Vediamo la tabella per la stagione 2023-2024:

Premettendo che nei fuori lista ci ho messo chi IO ritengo fuori dal progetto, e che questa è solo una lista di partenza, andiamo a vedere se la lista che ho fatto è “conforme” alle norme.

Nella Lista A (intestazione in arancione scuro) ci sono 4 CTP (casella verde chiaro), e ci siamo, e 21 tra FREE (casella blu) e ATP (casella verde scuro). Quindi lista completa di 25 di cui almeno due portieri.

Nella lista B (intestazione in arancione chiaro) noterete che ci sono tutti CTP, ma in questo caso, a differenza di quelli inseriti in lista A e in “Altro”, sono tutti nati dopo il primo gennaio 2002, quindi così non occuperebbero posti in lista A (ovviamente il mio è un “gioco”, prendetelo per quello che è). Se Barrenechea non vogliamo metterlo in Lista A per sostituirlo ad esempio con Miretti, poi però non possiamo metterlo in lista B, perché è nato prima del 2002, e quindi o va fuori lista o va a giocare in U23.

Lista “Altro”: ci ho messo quei giocatori o troppo vecchi per essere lista B, perché nati prima del 2002, indipendentemente dal loro status (ad esempio, Akè, FREE – che non sarà mai CTP – o Nicolussi Caviglia, CTP), o tesserato da troppo poco tempo: Yildiz è solo da un anno con la Juventus, e solo l’anno prossimo potrà essere inserito in lista B.

Vediamo ora un po’ di casi particolari e la differenza tra lista UEFA e lista serie A.

Per la UEFA, come dicevo, se dai 15 ai 21 anni ha disputato 3 stagioni intere anche non consecutive con un club, sei CTP; per la Serie A, è invece sufficiente che la squadra in quelle tre stagioni fosse detentrice del cartellino. Esempio: Daniele Rugani ha disputato una stagione nella Juventus Primavera e 2 in prestito nell’Empoli (ma era di proprietà della Juve) entro i 21 anni. Per la Serie A, è CTP. Per la UEFA, no.

Altro esempio: Pogba è nato il 15/03/1993 ed è arrivato a Torino nella stagione 2012-13, quindi a 19 anni e nonostante sia stato in squadra quattro anni, ha compiuto 21 anni nella terza stagione, quindi è considerato FREE. Vlahovic, invece, esattamente come lo erano sia Dybala sia Kulusevski, è considerato ATP, perché, nato il 28 gennaio 2000, ha disputato 3 stagioni nella squadra di Firenze prima di compiere i 21 anni (e per la squadra viola dovrebbe essere CTP).

Altra differenza: nella lista B UEFA, come detto, non si potranno inserire tutti gli Under 21, ma solamente quelli che dal quindicesimo anno d’età in poi sono stati con il club per due anni consecutivi (quindi non sono considerati validi i prestiti, devono essere due anni consecutivi da tesserato e presente nella rosa del club).

Invece in serie A tutti gli under 22, anche se acquistati il giorno prima, possono essere inseriti in lista “B”; quindi, tutti gli Under 22 possono scendere in campo in Serie A, indipendentemente dalla loro registrazione nella lista.

Su Twitter inizierò dal primo luglio a pubblicare gli aggiornamenti quotidiani della lista della Juventus, e accoglierò tutti i suggerimenti che vorrete darmi. “Se sbalio, mi corigerete” (cit.).

Horror vacui

“Volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare; infatti, esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l’una dall’altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficoltà di scuola, ma perché in ogni circostanza della vita l’intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere; e ben presto ci si meraviglierà di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche più profonde di quanto essi stessi possano attendersi”

(Cartesio dal “Discorso sul metodo”)

René Descartes, o come si usava chiamarlo ai suoi tempi, Renatus Cartesius o Renato Cartesio, è stato uno degli scienziati più influenti della storia. Vissuto nella prima metà del XVII secolo, è uno dei fondatori del razionalismo (dal termine latino ratio, “ragione”), corrente filosofica basata sull’assunto che la ragione umana può in principio essere la fonte di ogni conoscenza.

Tra le tante frasi attribuitegli c’è la famosa “Natura abhorret a vacuo”, cioè “la Natura aborrisce il vuoto”, anche se in realtà era fin dai tempi di Aristotele che gli scienziati affermavano tale principio, per cui si negava la possibilità che potesse esistere il vuoto assoluto.

Se dal punto di vista dello studio della fisica la disputa non è mai stata risolta definitivamente, dal punto di vista razionale noi sappiamo che l’uomo, più che la natura, teme il vuoto. Il cosiddetto “horror vacui” prende anche di fronte a una pagina bianca (quante volte gli scrittori la fissano aspettando l’ispirazione), a una casa disabitata (che mette anche un po’ tristezza), a un silenzio prolungato (imbarazzante) o durante una traversata nell’oceano di fronte alla vastità del mare (a me piace, eccezione che conferma la regola), tanto per fare qualche esempio. E non c’è bisogno neanche che sia un “vuoto” totale.

Per quelli estremamente “pignoli”, infatti, anche una parte mancante in un “pieno” può provocare la stessa sensazione del vuoto: pensate ad un puzzle di tantissimi pezzi a cui ne manchi uno. O una mattonella storta in un muro di mattonelle diritte, o una pizza tagliata male. C’è chi ne soffre, sul serio. Certo, ci sono casi meno gravi e casi più gravi, come chi non riesce a regolare il volume del televisore sui numeri dispari ma ci riesce solo sui numeri pari oppure chi usa le mollette di un colore intonato alla biancheria che sta stendendo (in genere quelli degli ultimi due esempi sono ingegneri).

Di questi tempi chi segue il calcio ed in particolare la Juventus, come me, sta provando esattamente quella stessa sensazione. Come una sensazione di fastidio. Come se a tutto quello che riguarda la Juve mancasse sempre una tessera per completare il puzzle. Per provare a spiegare cosa stia intendendo parto da uno sguardo generale per poi andare nel particolare.

Come riportato da “Super League: The War for Football” (“La lotta per il calcio – Il caso Super League”), serie in quattro parti che ha documentato i giochi di potere che coinvolgono FIFA, UEFA e le leghe nazionali, la Juventus, due anni fa, si è ritrovata insieme ad altre squadre europee a fare quello che anni prima avevano fatto alcuni club di basket, cioè il tentativo di svincolarsi dal modello vigente ed arrivare ad un’autodeterminazione e un’autogestione, soprattutto in merito all’organizzazione, alla gestione economica e alla ridistribuzione degli introiti.

Questa guerra ha comportato, visti gli interessi in gioco, l’intervento addirittura di alcuni rappresentanti di governo. Boris Johnson, allora premier inglese, e anche Mario Draghi sputarono parole di fuoco sull’iniziativa, evidentemente imboccati da qualcun altro (perché ritengo che di calcio ne capiscano poco più di zero). E la cosa è continuata fino a che alla fine si sono ritrovate solo in tre a sostenere ancora l’iniziativa, che, giusto per essere chiari, all’inizio vedeva anche il sostegno di FIFA e UEFA, nelle persone dei due presidenti, cioè Infantino e Ceferin.

Poi, come si capisce dalla serie di cui vi sto parlando, è cambiato qualcosa. Sono entrati in scena due nuovi attori, pieni di soldi: da una parte i Paesi della penisola araba, dall’altra gli americani.

I primi, attraverso lo sportwashing (cioè l’utilizzo dello sport, e soprattutto del calcio, per ricostruirsi un’immagine internazionale incrinata sul fronte dei diritti umani) mirano ad acquisire un peso specifico sempre più rilevante in Europa; e lo stanno acquisendo. Oltre al PSG, i qatarioti hanno investito oltre venti miliardi di dollari in Francia, acquisendo attività e comprando palazzi.

Tamim bin Hamad Al Thani, attuale emiro del Qatar, dirige il consiglio di amministrazione del Qatar Investment Authority, che oltre ad essere lo sponsor della Roma e ad essere proprietario del PSG, come detto, possiede quote di Barclays, Sainsbury, Harrods, Volkswagen, Walt Disney, Heathrow Airport, Siemens, Royal Dutch Shell. Tamim era quello che nel 2010, da principe ereditario, “convinse” Sarkozy a provare a corrompere Platini per far assegnare i mondiali del 2022 al Qatar. Solo che Platini non era d’accordo, è stato incastrato, accusato, processato, si è dovuto dimettere, e poi (DOPO) si è scoperto che non aveva fatto niente.

Nel frattempo, però, Gianni Infantino, suo ex braccio destro, ne aveva preso il posto, e si è così tanto affezionato ai suoi amici qatarioti da prendere la cittadinanza a Doha con tutta la famiglia. E nel frattempo la Fifa solo da Qatar 2022 ci ha guadagnato circa 3 miliardi di dollari. Ma il denaro qatariota non si ferma a quello.

È stato trovato, infatti, anche in valigette piene di soldi, come nel più classico dei film di James Bond; si è scoperto con il cosiddetto “Qatargate”, scandalo esploso a fine 2022, con la corruzione di parlamentari europei al fine di parlare bene del Qatar, in barba agli oltre 6mila morti nella costruzione degli stadi per il mondiale.

Era sembrato abbastanza sospetto, infatti, quando nel novembre del 2022, Eva Kaili, vicepresidente del Parlamento europeo, recatasi in Qatar per incontrare il Ministro del Lavoro Ali bin Samikh Al Marri, appena tornata al Parlamento europeo, in occasione di un intervento, aveva elogiato le riforme del Qatar: “Il Qatar è un leader in materia di diritti del lavoro”. Beh, chi di noi, di fronte a una valigetta piena di “diverse centinaia di migliaia di euro” (come riportato dal Washington Post) non direbbe una piccola, innocente bugia?

Dall’altra parte della barricata ci sono i colossi anglo-americani, che comunque non sono angioletti (anche se magari non sono abituati a fare a pezzi i rivali): tanto per dirne uno, Sir Jim Ratcliffe, che sta contendendo l’acquisto del Manchester United alla Qatari Islamic Bank dello sceicco Jassim bin Hamad al-Thani (imparentato con Tamim); il “baronetto” è uno degli uomini più ricchi del mondo grazie alla petrolchimica (non proprio green, quindi), ed è stato uno dei maggiori sostenitori della Brexit (con la residenza nel Principato di Monaco, però): non un santo, dunque.

Intanto, sono già sette i club a proprietà statunitense in Italia (Milan, Roma, Atalanta, Fiorentina, Genoa, Spezia, Bologna) e otto in Premier League (Arsenal, Aston Villa, Bournemouth, Chelsea, Crystal Palace, Fulham, Liverpool e Manchester United).

Cosa c’entra la Juve, vi starete chiedendo?

Quella decisione di rimanere nella Superlega, insieme al Real e al Barcellona (anche se sono convinto che tra qualche tempo scopriremo altro, anzi, qualcosa sta già venendo fuori), ha scatenato l’ira funesta di Ceferin, che, come riferito dalla sua “bocca” italiana, ci è rimasto male e quindi la Juve deve essere punita per questo. A prescindere dal fatto che la Juve, per lo stesso capo di imputazione, sia stata, nel giro di un anno, e senza che sopravvenissero nuovi elementi, assolta (due volte), condannata a 15 punti di penalizzazione (poi sospesi) e poi ricondannata a 10 punti di penalizzazione, tutta la storia ha un che di irreale.

Proviamo a immaginare se la cosa fosse accaduta in un’azienda di un altro settore. L’azienda X compra un terreno e dei capannoni dall’azienda Y, con tutto quello che vi è all’interno, perché l’azienda Y è in liquidazione e si deve liberare dei creditori. Prezzo equo stabilito dai liquidatori di Y, tutto ok. Ad un certo punto, l’amministratore dell’azienda X chiama uno dei suoi dirigenti e gli dice “vedi se nei capannoni c’è qualcosa di vendibile, ed il resto buttalo”. Il dirigente trova tanto materiale, una parte la vende all’azienda Z, un’altra la butta, e si accorge che la vendita del materiale gli ha fruttato più dell’acquisto del capannone.

A quel punto telefona all’amministratore delegato e gli dice “abbiamo fatto un sacco di soldi!”. Poiché era intercettato (per altri motivi), viene rinviato a giudizio, lui, l’amministratore delegato e l’azienda perché hanno tratto profitto dalla situazione dell’azienda Y (cosa non vera). I giudici, come punizione, condannano ai lavori sociali i dipendenti dell’azienda X.

Ecco più o meno quello che è successo. La Juventus ha operato REGOLARMENTE sul mercato, è stata assolta (maggio 2022) perché le plusvalenze non sono reato, e alla fine di tutto il teatrino, gli unici a pagare sono stati i calciatori e la squadra. E i tifosi. Esattamente come nel 2006.

Citazione per fare un parallelo tra quella e questa situazione. Per farlo, devo citare un brano che ho ripreso altre volte, elaborato dagli amici di “Ju29ro” nel 2006 e che spiega la differenza tra narrazione e verità:

“Le distorsioni mediatiche. Attenzione concentrata su un dettaglio, omettendo il quadro generale.

I fatti ci dicono che ci sono 20 automobili, tutte ugualmente in divieto di sosta. Di 13-14 di queste 20 auto ci sono le fotografie. Nessuna in posizione davvero pericolosa. Ci viene mostrata la foto di una di queste 13-14. Ci viene detto che era in posizione pericolosissima. E che c’era solo quell’auto parcheggiata lì. Al conducente viene ritirata la patente, al proprietario viene sequestrata l’auto. La si vorrebbe addirittura demolire per la grave infrazione commessa. Divieto di sosta.

In realtà, non è stata commessa alcuna infrazione grave. C’erano altre 12-13 auto nella stessa posizione, nessuno ha causato incidenti, nessuno era in posizione pericolosa. Questo dicono i fatti oggettivamente accertati. Ma i media ci hanno raccontato altro.”

Per capire cosa sia accaduto stavolta, cito un altro juventino, il giornalista Vincenzo Marangio, della redazione di Radio Bianconera, che ha fatto un altro esempio “automobilistico”:

“E hai voglia a dire “sì ma la Juventus metteva in scena una sistematicità” mentre per gli altri club erano “occasionali”. E che significa? Come se mi dicessi che, siccome mi sveglio prima degli altri la mattina, riesco a parcheggiare sempre la macchina in un posto dove non c’è un divieto e quindi lo occupo pure se non è mio ogni giorno al posto di un altro. Se non c’è divieto non c’è multa. Così è nella vita normale, così non è nella giustizia sportiva.”

Come dicevo all’inizio, però, c’è un pezzo mancante. Anzi, più di uno. Tralasciando quello che non va a livello di “governo” nazionale del calcio, perché mi pare più che evidente: oltre al fatto che manchiamo ai mondiali dal 2018, ci sono un numero impressionante di squadre in difficoltà economica (la Premier spende 10 volte la Serie A), le riforme sono una chimera e i diritti televisivi sono sempre più orentiati al ribasso; parlo di quello che secondo me manca alla Juventus.

Vado in ordine sparso. Manca un pezzo allo stadio, che era il dodicesimo uomo fino a che la Società non ha (GIUSTAMENTE) fatto pulizia: allo Stadium non si assistono a quelle scene penose a cui abbiamo assistito di recente con dei professionisti tenuti ad ascoltare i vaneggiamenti di un pluripregiudicato (con TRE daspo); però, non c’è più il tifo. Di contro, lo Stadium è l’unico impianto in cui vengono immediatamente rintracciati e puniti gli autori di comportamenti vietati (razzismo, ad esempio).

Questa tessera mancante è legata a una tessera mancante in società: dall’ottobre del 2018 manca una figura di riferimento di campo che abbia anche altre competenze, un direttore sportivo, insomma, come lo erano stati Allodi, Moggi, Marotta, tanto per fare qualche nome dei periodi d’oro del passato della Juventus. Tessera che non è stata rimpiazzata (ne abbiamo parlato più volte). Questa mancanza influisce anche sulla qualità della rosa, perchè se manca un coordinamento, ti puoi trovare un anno in cui ha 5 ali destre e uno in cui non hai terzini.

Manca una tessera nella preparazione fisica della squadra: ai tempi del Trap marzo era il mese della fioritura anche per i calciatori (era sicuramente un calcio meno dispendioso, sia chiaro) e dall’arrivo della primavera era quasi una costante una condizione fisica ottimale. Adesso, ma non da adesso (ricordo lamentele di Capello nel 2005 e di Conte nel 2012, tanto per fare qualche esempio), a marzo la squadra, che ha dovuto affrontare infortuni per tutta la stagione (più traumatici che muscolari, a dire il vero), si spegne, e le altre corrono di più.

Manca una tessera nella gestione tecnico-tattica della squadra: cambiare quattro volte allenatore in quattro anni evidentemente non è stata una buona idea, soprattutto per l’impossibilità di dare continuità ad una guida tecnica. Su questo, ritengo che ci siano degli alibi: dal 2019, tra pandemia, europei, mondiali invernali, coppe, nazionali, si gioca praticamente ogni tre giorni. Vale per tutti, dirà qualcuno. Calma: intanto, vale per le prime sei-sette squadre del campionato, perché Sassuolo o Udinese, ad esempio, non disputano le coppe e hanno degli intervalli più lunghi tra una partita e l’altra; poi, quella che viene esaltata come una “virtù” del campionato, cioè che ci siano state quattro squadre campioni d’Italia diverse negli ultimi quattro anni, potrebbe non esserlo: con tutti questi incontri ravvicinati, la squadra che un anno vince, l’anno dopo fa fatica, e così via.

Manca una tessera a livello societario, perché dal momento delle dimissioni del vecchio management, mi pare di vivere nel bosco dei cento acri. Chi è il presidente? E chi l’amministratore delegato? Certo, è tornato Calvo, che più volte ha detto. Cosa? Parole. Ma alla “gente” interessano i fatti, esattamente come quando parla John Elkann, rappresentante della famiglia che da cento anni è proprietaria della Juventus. Fatti, non parole, come diceva Carlo Campion nel carosello della Zanussi.

Attenzione, però. Perché tutti questi intrecci e tutte queste tessere mancanti non devono trarre in inganno (ma lo stanno facendo, purtroppo): troppo spesso confondiamo la vittima con il carnefice e il TGM (tifoso generico medio), vittima di questi meccanismi di distrazione di massa, inizia ad accusare ora la società, ora l’allenatore, ora i giocatori, quando è abbastanza chiaro che i colpevoli di questa situazione vadano cercati da qualche altra parte.

Già altre volte ho scritto e detto che non esiste una tifoseria così masochista come quella della Juventus. Che nonostante i 55 trofei conquistati negli ultimi 55 anni, si martella i maroni come un Tafazzi qualunque al sopraggiungere del primo periodo di crisi o della prima défaillance. Nello sport, e in particolare nel calcio, la normalità è “non vincere”. Perché uno solo vince, tutti gli altri no. Gli altri non possono che prenderne atto. Questo in un mondo ideale, ovviamente.

Nel mondo reale, invece, ci troviamo in una situazione paradossale, in cui la stampa, i media, le procure, sono tutte focalizzate a trovare qualcosa che non vada per accusare e condannare la Juve, e, come è stato dimostrato addirittura da una nota trasmissione di inchiesta mai tenera con la squadra bianconera, quando non c’è qualcosa che non va, non c’è problema, si inventa.

Inventarono l’illecito strutturato 17 anni fa, hanno inventato le “auto-plusvalenze” stavolta. Chi ci guadagna da questa situazione? Probabilmente nessuno. Probabilmente tutto il sistema va riformato, o, come diceva Ginettaccio Bartali “gli è tutto da rifare”.

Cito l’amico Raffaello: “Alla fine di questo viaggio complicato, ognuno di noi farà i conti con la propria coscienza.” Per tornare a quello che dicevo all’inizio, non dobbiamo avere paura del vuoto. Né di qualche tessera mancante.

Sono gli altri, quando tutto finirà, girandosi verso le macerie prodotte da loro stessi, che capiranno l’immenso errore che hanno commesso. Ma sarà ormai troppo tardi per loro.

E forse solo allora capiranno che la Juventus non muore, letteralmente, mai.