La fantascienza del decennio

Sono sempre stato appassionato di fantascienza, fondamentalmente per tre motivi.

Il primo è che amo la scienza e mi piacciono le speculazioni e le previsioni che sulla scienza si possono fare e che la scienza può fare.

Il secondo è che ho letto tutta la bibliografia di Isaac Asimov, che oltre ad essere uno scienziato di ottimo livello (rischiò anche di essere nominato al Nobel, oltre ad aver inventato il termine “robotica”) era anche un ottimo scrittore e divulgatore.

Il terzo, ma non ultimo, è che la fantascienza è un “non-genere”, nel senso che si può definire in mille modi.

Se non ci credete, andate qui e leggete tutte le definizioni date alla fantascienza.

Io vi do la mia personalissima definizione: tutte le storie di fantasia che abbiano delle basi scientifiche plausibili (non necessariamente plausibili al 100%) e che raccontino come queste interagiscono con le persone, è fantascienza.

Quindi Star Wars o Harry Potter NON sono fantascienza, perché vi sono elementi soprannaturali che fanno virare il genere di quelle saghe nel fantasy.

In questo decennio appena concluso, la produzione di fantascienza è stata notevole, e quindi farò una mia personale classifica dei migliori film del periodo 2010-2019.

In principio avrei voluto metterne solo 10, ma poi mi sono reso conto che ne avrei lasciato fuori tantissimi, quindi la classifica sarà, oltre che lunga (ma non troppo), un po’ alla rinfusa e non necessariamente in ordine.

Inoltre, ho cercato di tenere fuori quei film di genere misto (horror fantascientifico, per esempio) in cui la fantascienza si capisce che c’è, ma non si vede. Un esempio di esclusione celebre può essere il famoso e pluripremiato “La forma dell’acqua – The Shape of Water”, in cui la fantascienza è veramente solo accennata.

E, chiaramente, non inserirò in classifica né i film di Star Trek, né quelli del Marvel Cinematic Universe, (di cui ho già parlato qui, qui e qui) perché altrimenti occuperebbero tutti i primi posti in classifica.

Partiamo allora, con i migliori film di fantascienza del decennio, secondo me, ovviamente.

  • Gravity, di Alfonso Cuaròn
    • Due astronauti, Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) stanno lavorando ad alcune riparazioni di una stazione orbitante, quando una pioggia di detriti li investe distruggendo il loro Shuttle e uccidendo l’equipaggio a bordo. Rimasti isolati, intraprendono una corsa in mezzo allo spazio per raggiungere un’altra stazione orbitante e riuscire a rientrare sulla Terra. Film di fantascienza atipico e lento ma estremamente originale.
  • In Time, di Andrew Niccol
    • In un futuro non troppo lontano, il gene dell’invecchiamento è stato isolato e sconfitto. Per evitare la sovrappopolazione, il tempo è diventato la moneta con cui la gente paga per acquistare i beni. Una sorta di “Gattaca” ripensato, con Justin Timberlake che si ribella al suo destino e a quello dei suoi simili attaccando letteralmente il cuore del sistema, aiutato da una bravissima Amanda Seyfried.
  • Life, di Daniel Espinosa
    • L’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale riesce a recuperare con successo una sonda proveniente da Marte che era alla deriva nello spazio. Il team di astronauti è incaricato di studiare il campione recuperato dalla sonda per trovare possibili forme di vita extraterrestre. E la trova, con conseguenze mortali. Anche qui una rivisitazione (Alien) con un bellissimo finale a sorpresa.
  • Coherence, James Ward Byrkit
    • Mentre una cometa transita a distanza ravvicinata dalla Terra, otto amici si ritrovano per trascorrere una serata insieme. Una normale riunione tra conoscenti si trasforma allora in tragedia quando alcuni strani eventi cominciano a verificarsi. Un film a basso costo sui paradossi spazio-temporali, un po’ lento, ma molto intrigante.
  • Looper, Rian Johnson
    • Anno 2074. Grazie all’invenzione di una macchina del tempo, un gruppo di assassini viene ingaggiato per uccidere vittime nel passato. Uno di loro, però, un giorno, deve affrontare sé stesso. Film che promette bene ma non mantiene e lascia anche un po’ delusi da un finale troppo velocemente risolutivo.
  • Edge of Tomorrow, Doug Liman
    • Un soldato (Tom Cruise) ucciso in azione si risveglia e deve combattere e morire in un continuo loop temporale per cercare di sconfiggere una razza aliena che ha colpito la Terra e sembra infallibile. A me i film di questo genere piacciono (vedi Source Code, più in basso) e questo non è da meno.
  • The Martian, Ridley Scott
    • Durante una missione su Marte, l’astronauta Mark Watney (Matt Demon) viene considerato morto dopo una forte tempesta e per questo abbandonato dall’equipaggio. L’uomo, però, è sopravvissuto e si trova da solo sul pianeta ostile. Con scarse provviste, Watney deve attingere all’ingegno e allo spirito di sopravvivenza per trovare un modo per segnalare alla Terra che è vivo. A parte un po’ di bla-bla fantascientifico, molto ben fatto.
  • Snowpiercer, Bong Joon-ho
    • Durante una nuova era glaciale causata da un esperimento fallito, un gruppo di sopravvissuti viaggia su di un treno speciale che non si ferma mai. Le differenze di trattamento fra i passeggeri, però, portano presto alla rivolta delle classi povere. Un esempio di futuro distopico in cui si analizza il fatto che i ricchi decidano anche per i poveri (futuro? distopico?).
  • Splice, Vincenzo Natali
    • Due scienziati decidono di sfidare la natura giocando con il DNA umano per creare un nuovo ibrido, ma l’esperimento finisce male. Solo il nome del laboratorio (N.E.R.D., sigla di Nucleic Excharge Research and Development) vale il film. A parte battute, un film che lascia un senso di incompiuto, ma comunque con temi interessanti, sul tema “dove ci possiamo spingere nell’imitare Dio?”.
  • Big Hero 6, Don Hall e Chris Williams
    • Oscar come miglior film d’animazione nel 2015, è l’unico “cartone animato” che ho inserito in questa classifica. Merita, davvero. Come Wall-E nel decennio precedente.
  • Ex Machina, Alex Garland
    • Caleb, giovane programmatore della più grande compagnia di internet al mondo, vince un concorso per trascorrere una settimana nel rifugio di montagna di proprietà del CEO della società. Presto Caleb scopre di dover prendere parte a uno strano ed affascinante esperimento, che vede coinvolta la più bella androide della storia del cinema (non me ne voglia Nicole Kidman de “La donna perfetta”, ma Alicia Vikander in questo film è fantastica). Finale profetico ad effetto.
  • Predestination, Michael e Peter Spierig
    • Come ultimo incarico, un agente temporale (Ethan Hawke) deve riuscire a trovare l’unico criminale che finora è sempre sfuggito al braccio della legge. L’inseguimento si trasforma presto in un’esplorazione sorprendente di temi umani ed universali come l’amore, l’identità ed il ruolo cruciale del destino. Un piccolo capolavoro.
  • Cloud Atlas, The Wachowskis e Tom Tykwer
    • Sei storie ambientate in epoche e luoghi differenti nascondono un filo che le lega le une alle altre, a dimostrazione che le singole azioni di un uomo si ripercuotono sul passato, il presente e il futuro dell’altro. Tratto dal romanzo di David Mitchell, il film è molto ambizioso, e può risultare abbastanza ostico se visto senza attenzione. A me è piaciuto molto.
  • Source Code, Duncan Jones
    • Colter Stevens (Jake Gyllenhaal), pilota di elicotteri, partecipa ad un’operazione militare segreta che gli consente di rivivere gli ultimi minuti di vita della vittima di un attentato nella speranza di scoprire l’identità dell’autore della strage. Parte un po’ lento, e all’inizio ho temuto che fosse la solita storia sui salti temporali. Ma la trama si complica man mano che il film avanza, e il finale, per gli appassionati di fisica quantistica e dei multiversi, è una manna.
  • Inception, Cristopher Nolan
    • Dom Cobb (Leo Di Caprio) possiede un dono speciale: è in grado di inserirsi nei sogni altrui per prelevare i segreti nascosti nel più profondo del subconscio. Viene contattato da Saito, un potentissimo industriale giapponese, in un crescendo di tensione. Da vedere. Nolan apre il decennio col botto, e questo film sarebbe il mio preferito del decennio se non ci fossero quelli che verranno dopo. Sinceramente, ho dovuto rivederlo due volte per incastrare tutti i pezzi.
  • Interstellar, Cristopher Nolan
    • In un futuro non precisato, un drastico cambiamento climatico colpisce duramente l’agricoltura. Il granturco è l’unica coltivazione ancora in grado di crescere ed un gruppo di scienziati è intenzionato ad attraversare lo spazio per trovare nuovi luoghi adatti a coltivarlo. Uno dei miei film preferiti in assoluto, soprattutto per le implicazioni di fisica. Non per altro questo film ha avuto come consulente Kip Thorne, premio Nobel 2017 per la fisica.
  • Arrival, Denis Villeneuve
    • Provare a descrivere brevemente la trama di questo film è faticoso, perché non renderebbe bene ciò che questo film è: una storia d’amore. Solo nel finale comprendiamo la struttura temporale del racconto. E solo nel finale comprendiamo le parole della scienziata magistralmente interpretata da Amy Adams: “Un tempo pensavo che questo fosse l’inizio della tua storia. La memoria è una cosa strana, non funziona come credevo. Siamo così limitati dal tempo, dal suo ordine.” Non dico oltre, per non rovinare il finale a chi vorrà vederlo, ma ne vale davvero la pena.

Citazione particolare, per un altro film che di fantascienza ha davvero poco (quasi niente), cioè About Time, di Richard Curtis, che racconta la storia di una famiglia con un dono particolare: tutti gli individui di sesso maschile di stirpe paterna nella sua famiglia hanno sempre avuto la capacità di viaggiare nel tempo. Chi lo fa non può cambiare la sua intera storia, ma può modificare i singoli avvenimenti per correggere il proprio futuro.

Il film è in realtà il racconto dell’amore di Tim (Domhnall Gleeson) per la ragazza e futura moglie (Rachel McAdams) e per il padre (Bill Nighy). Che alla fine ci spiega il vero insegnamento del film:

“Viaggiamo tutti insieme nel tempo. Ogni giorno della nostra vita. Possiamo solo fare del nostro meglio per gustare questo viaggio straordinario.”

Il Senso del Potere – di Isaac Asimov

Jehan Shuman era abituato a trattare con gli uomini al potere sulla Terra da lungo tempo in guerra. Era soltanto un civile ma creava modelli di programmazione che davano come risultato computer militari del massimo livello, in grado di gestirsi da soli. Di conseguenza i generali gli prestavano attenzione. E anche i capi dei comitati del Congresso.

Un esponente di ciascun organismo era presente nello speciale salotto del Nuovo Pentagono. Il generale Weider aveva la pelle bruciata dallo spazio e la bocca raggrinzita ridotta quasi ad uno scarabocchio. Brant, il rappresentante del Congresso, aveva le guance lisce e l’occhio limpido. Fumava tabacco denebiano con l’aria di un uomo il cui patriottismo era talmente noto da potersi permettere libertà del ge­nere.

Shuman, alto, distinto, e Programmatore di Prima Classe, li fronteggiava impavido.

Disse: «Questo, signori, è Ladislas Aub.»

«L’uomo dotato di un dono insolito che lei ha scoperto per puro caso,» commentò il rappresentante del Congresso Brant, placidamente. «Ah.» Esaminò con amabile curiosità l’ometto dalla testa calva come un uovo.

In risposta l’ometto, in preda all’ansia, si torse le dita delle mani. Mai prima di allora si era trovato davanti a uomini così importanti. Era soltanto un Tecnico anziano di basso rango che molto tempo addietro aveva fallito tutti i test concepiti per scovare, tra una folla di gente mediocre, gli individui particolarmente dotati, e si era fossilizzato nel solito tran-tran del lavoro non specializzato. C’era soltanto quel suo hobby che il Grande Programmatore aveva scoperto e sul quale adesso stava facendo tutto quel chiasso spaventoso.

Il generale Weider dichiarò: «Trovo infantile questa atmosfera di mistero.»

«Non la troverà più infantile tra un momento,» disse Shuman. «Non è qualcosa che possiamo raccontare al primo venuto. Aub!» C’era qualcosa d’imperativo nel suo modo di troncare con un morso quel cognome d’una sola sillaba, ma d’altronde si trattava di un Grande Programmatore che parlava a un semplice Tecnico. «Aub! Quanto fa nove per sette?»

Aub esitò un attimo, nei suoi pallidi occhi luccicava una vaga ansietà. «Sessantatré,» disse.

Il deputato Brant, alzò le sopracciglia. «È giusto?»

«Controlli lei stesso, deputato.»

L’Onorevole tirò fuori il suo computer tascabile, sfiorò due volte gli orli zigrinati, ne fissò il display mentre giaceva là nel palmo della sua mano, e se lo rimise in tasca. Disse: «È per dimostrarci questo dono che ci ha fatti venire fin qua? Un illusionista?»

«Assai di più, signore. Aub ha memorizzato alcune operazioni e con queste è in grado di calcolare sulla carta.»

«Un computer di carta?» chiese il Generale. Pareva afflitto.

«No, signore,» disse Shuman, con pazienza. «Non un computer di carta. Soltanto un foglio di carta. Generale, vuole essere così gentile da suggerire un numero?»

«Diciassette,» disse il Generale.

«E lei, Deputato?»

«Ventitré.»

«Bene! Aub, moltiplichi questi numeri e, per favore, faccia vedere a questi signori in che modo lo fa.»

«Sì, Programmatore,» disse Aub, chinando la testa. Tirò fuori un piccolo taccuino da una tasca della camicia e una stilo sottile come quella di un artista da un’altra. Corrugò la fronte mentre tracciava con cura dei segni sulla carta.

Il Generale Weider lo interruppe brusco. «Mi faccia vedere.»

Aub gli passò il foglio, e Weider disse: «Be’, assomiglia al numero diciassette.»

L’Onorevole Brant annuì e aggiunse: «Certo, ma suppongo che chiunque sia in grado di copiare i numeri da un computer. Credo che riuscirei anch’io a tracciare un diciassette passabile, anche senza tanti esercizi.»

«Se soltanto vorrete avere la cortesia di lasciare che Aub continui,» disse Shuman senza accalorarsi.

Aub continuò, con la mano che gli tremava un po’. Alla fine disse a bassa voce: «La risposta è trecentonovantuno.»

L’Onorevole Brant tirò fuori il suo computer una seconda volta e lo attivò. «Per Giove, è così. Come ha fatto a indovinare?»

«Non ha indovinato,» disse Shuman. «Ha calcolato il risultato. Lo ha fatto su questo foglio di carta.»

«Balle,» esclamò il generale con impazienza. «Un computer è una cosa, e dei segni su un pezzo di carta un’altra.»

«Spieghi, Aub,» disse Shuman.

«Si, Programmatore. Bene, signori, scrivo diciassette e, subito sotto, scrivo ventitré. Poi, dico a me stesso; sette volte tre…» L’Onorevole lo interruppe con voce melliflua: «Suvvia, Aub, il problema è diciassette volte ventitré.»

«Si, lo so,» replicò il piccolo tecnico con fervore, «ma io comincio dicendo sette volte tre, è perché è così che funziona. Ora, sette volte tre fa ventuno.»

«E come fa a saperlo?» gli chiese l’Onorevole.

«Lo ricordo e basta. Viene fuori sempre ventuno al computer. L’ho controllato un sacco di volte.»

«Questo non significa che sarà sempre così, vero?» disse l’Onorevole.

«Forse no,» balbettò Aub. «Non sono un matematico. Ma mi vengono sempre le risposte giuste, capisce.»

«Vada avanti.»

«Sette volte tre fa ventuno, così scrivo ventuno. Poi, uno per tre fa tre, così scrivo un tre sotto il due di ventuno.»

«Perché sotto il due?» chiese subito l’Onorevole Brant.

«Perché…» Aub lanciò un’occhiata d’impotenza al suo superiore per cercare un appoggio. «È difficile da spiegare.»

Shuman disse: «Se per il momento vorrà accettare quello che stava facendo così com’è, possiamo lasciare i dettagli ai matematici.»

Brant desistette.

Aub disse: «Tre più due fa cinque, capite, così il ventuno diventa un cinquantuno. Adesso questo lo lasciate stare per un po’ e si ricomincia da capo. Moltiplicate sette per due che fa quattordici, e uno per due che fa due. Scriveteli così, e sommandoli si ottiene trentaquattro. Adesso, se mettete il trentaquattro sotto il cinquantuno in questo modo, e li addizionate, ottenete trecento novantuno, questo è il risultato.»

Vi fu un istante di silenzio e il generale Weider disse : «Non ci credo. Recita tutta questa tiritera e si inventa i numeri e li moltiplica e li somma in un senso o nell’altro, ma non ci credo. È troppo complicato perché possa essere qualcosa di più di un imbroglio.»

«Oh, no, signore,» disse Aub tutto sudato. «Sembra complicato perché lei non è abituato a farlo. In realtà le regole sono molto semplici, e funzionano con qualsiasi numero.»

«Qualsiasi numero, eh?» disse il Generale. «Vediamo, allora.» Tirò fuori il proprio computer (un severo modello militare) e pigiò i tasti a caso. «Metta sulla carta un cinque, un sette, un tre, un otto. Cioè cinquemilasettecentotrentotto.»

«Si, signore,» disse Aub, prendendo un nuovo foglio di carta.

«Adesso,» battendo ancora sul suo computer, «sette due tre nove. Settemiladuecentotrentanove.»

«Sì, signore.»

«E adesso moltiplichi questi due.»

«Ci vorrà un po’ di tempo,» disse Aub con un tremito nella voce.

«Prenda il suo tempo,» disse il Generale.

«Proceda pure, Aub,» disse Shuman, con vivacità.

Aub si mise al lavoro, curvando la schiena. Prese un altro foglio di carta, e un altro ancora. Dopo qualche tempo il Generale tirò fuori il suo orologio e lo fissò. «Ha finito con le sue magie, Tecnico?»

«Ho quasi terminato, signore. Ecco qua, signore. Quarantun milioni, cinquecento trentasettemila, trecento ottantadue.» Mostrò le cifre del risultato che aveva scarabocchiato sulla carta.

Il Generale Weider esibì un sorriso agro. Pigiò il comando della moltiplicazione sul suo computer e lasciò che i numeri vorticassero fino a fermarsi. E poi li fissò e disse, con uno squittio di sorpresa: «Grande Galassia, questo tizio ha ragione.»

 

Il Presidente della Federazione Terrestre si era fatto smunto a causa dei gravosi impegni della sua carica, ma soltanto in privato permetteva che l’espressione di abituale malinconia comparisse sui suoi lineamenti sensibili.

La Guerra Denebiana, dopo i suoi inizi fatti di vasti movimenti e di grande popolarità, si era ridotta ad un sordido rivolo di manovre e contromanovre, e lo scontento cresceva sempre di più sulla Terra. E forse stava crescendo anche su Deneb.

E adesso l’Onorevole Brant, capo dell’importante Comitato per le Competenze Militari, con allegria e naturalezza passava il suo appuntamento di mezz’ora a declamare sciocchezze.

«Fare calcoli senza computer,» disse il Presidente, in tono impaziente, «è una contraddizione di termini.»

«I computer,» dichiarò l’Onorevole, «sono soltanto un sistema per elaborare dati. Può farlo una macchina, ma può farlo anche il cervello umano. Lasci che le dia un esempio.» E, utilizzando le nuove capacità che aveva appena appreso, calcolò somme e prodotti fino a quando il Presidente, suo malgrado, cominciò a mostrarsi interessato.

«Funziona sempre?»

«Tutte le volte, Signor Presidente. È infallibile.»

«È difficile da imparare?»

«Mi ci è voluta una settimana per trovare il bandolo. Credo che lei potrebbe fare meglio.»

«Bene,» disse il Presidente, pensandoci, «è un interessante gioco da salotto, ma a cosa serve?

«A cosa serve un neonato, Signor Presidente? Al momento non serve, ma non vede che questo indica la strada verso la liberazione dalla macchina? Consideri il fatto, Signor Presidente,» l’Onorevole si alzò in piedi e la sua voce profonda assunse istintivamente le cadenze da lui usate in un dibattito pubblico, «che la guerra denebiana è una guerra di computer contro computer. I loro computer producono un impenetrabile scudo di contromissili contro i nostri missili, e i nostri computer ne producono uno contro i loro, e da cinque anni a questa parte esiste un equilibrio precario e senza profitto.

«Adesso abbiamo in mano un metodo per oltrepassare i computer, scavalcarli, passarci attraverso. Combineremo la meccanica dei calcoli con il pensiero umano; avremo l’equivalente dei computer intelligenti; ne avremo miliardi. Non posso prevedere quali saranno le conseguenze nei particolari, ma saranno incalcolabili. E se Deneb dovesse giocare d’anticipo, potrebbero essere catastrofiche.»

Il Presidente disse, turbato: «Cosa vorrebbe che facessi?»

«Dare tutto l’appoggio dell’amministrazione alla costituzione di un progetto segreto sui calcoli fatti dal cervello umano. Lo chiami Progetto Numero, se vuole. Posso rispondere del mio comitato, ma avrò bisogno dell’amministrazione alle mie spalle.»

«Ma fino a dove può arrivare il calcolo umano?»

«Non ci sono limiti. Stando al Programmatore Shuman che mi ha fatto conoscere per primo questa scoperta…»

«Ho sentito parlare di Shuman, naturalmente.»

«Si. Bene, il Dottor Shuman mi dice che in teoria non c’è niente che il computer faccia che la mente umana non possa fare. Il computer si limita a prendere un numero finito di dati ed esegue un numero finito di operazioni su di essi. La mente umana può riprodurre quel processo.

Il Presidente considerò la cosa. Disse: «Se Shuman lo dice, sono incline a credergli, in teoria. Ma in pratica come può qualcuno sapere come funziona un computer?»

Brant rise giovialmente. «Bene, Signor Presidente, mi sono posto anch’io la stessa domanda. Pare che un tempo i computer fossero concepiti direttamente dagli esseri umani. Quelli erano computer semplici, naturalmente; questo accadeva prima che i computer venissero utilizzati in modo razionale per progettare computer più progrediti.»

«Sì, sì. Vada avanti.»

«A quanto pare il Tecnico Aub ha, come proprio hobby, la ricostruzione di alcuni di questi antichi congegni, e nel farlo ha studiato i dettagli del loro funzionamento scoprendo di poterli imitare. La moltiplicazione che ho appena eseguito per lei è una imitazione del funzionamento di un computer.»

«Sorprendente!»

L’Onorevole dette in un cortese colpetto di tosse. «Se mi è concesso mettere l’accento su un altro punto, Signor Presidente, più riusciremo a sviluppare questa cosa, più potremo stornare il nostro sforzo federale dalla produzione dei computer e dalla loro manutenzione. Quando il cervello umano prenderà il sopravvento, una parte più consistente delle nostre energie potrà venir convogliata su attività da tempo di pace e l’interferenza della guerra nella vita dell’uomo comune sarà minore. Tutto questo sarà estremamente vantaggioso per il partito al potere, naturalmente.»

«Ah,» disse il Presidente, «capisco il suo punto di vista. Bene, si sieda, Onorevole, si sieda. Voglio un po’ di tempo per poterci pensare. Ma nel frattempo mi faccia vedere di nuovo quel trucchetto della moltiplicazione. Vediamo se riesco a capirci qualcosa.»

Il Programmatore Shuman non cercò di accelerare le cose. Loesser era conservatore, molto conservatore, e gli piaceva trattare con i computer come avevano fatto suo padre e suo nonno. Tuttavia controllava il consorzio dei computer dell’Europa occidentale e se fosse stato possibile persuaderlo a aderire al Progetto Numero con quanto più entusiasmo possibile, sarebbe stato fatto un enorme passo avanti.

Ma Loesser esitava. Disse: «Non sono sicuro che mi piaccia l’idea di allentare la nostra presa sui computer. La mente umana è una cosa capricciosa. I computer danno sempre la stessa risposta allo stesso problema tutte le volte che glielo si propone. Che garanzia abbiamo che la mente umana faccia lo stesso?»

«La mente umana, Calcolatore Loesser, si limita soltanto a manipolare i fatti. Non ha importanza che sia una mente umana o una macchina a farlo. Sono soltanto strumenti.»

«Sì, sì. Ho esaminato la sua ingegnosa dimostrazione secondo la quale la mente può duplicare il computer, ma a me pare un po’ campata in aria. Le concedo la teoria, ma che ragioni abbiamo per pensare che la teoria possa venir convertita in pratica?»

«Credo che abbiamo delle ragioni, signore. Dopotutto i computer non sono sempre esistiti. Gli uomini delle caverne con le loro triremi, le loro asce di pietra e le loro ferrovie non avevano computer.»

«E forse non facevano neanche i calcoli.»

«Sa che non è così. Perfino la costruzione di una ferrovia o di uno ziggurat richiedevano dei calcoli, e questo deve essere stato fatto senza computer, così come li conosciamo noi.»

«Intende forse suggerire che facevano i calcoli nella maniera che lei ha dimostrato?»

«Probabilmente no. Dopotutto questo metodo, noi lo chiamiamo ‘grafitico,’ incidentalmente, dalla vecchia parola europeagrapho, che vuol dire ‘scrivere’, è stato sviluppato partendo dai computer medesimi, perciò non può averli preceduti. Tuttavia gli uomini delle caverne dovevano aver avuto qualche metodo, eh?»

«Arti perdute! Se lei ha intenzione di mettersi a parlare di arti perdute…»

«No, no. Non sono un entusiasta delle arti perdute, anche se non dico che non ce ne possa essere qualcuna. Dopotutto, l’uomo mangiava il grano prima degli idroponici e se i primitivi mangiavano il grano, devono averlo fatto crescere nel terreno. Che altro avrebbero potuto fare?»

«Non lo so, ma crederò nella coltivazione in terra quando avrò visto qualcuno far crescere il grano nel terreno. E crederò che si possa fare del fuoco sfregando insieme due selci quando avrò visto anche questo.»

Shuman si dette da fare per placarlo. «Be’, atteniamoci ai grafitici. È solo parte del processo di eterealizzazione. Il trasporto per mezzo di voluminosi marchingegni lascia il posto al trasferimento diretto della massa. Gli apparecchi di comunicazione diventano continuamente meno ingombranti e più efficienti. Se è per questo, paragoni il suo computer tascabile con quegli affari enormi di migliaia di anni fa. Perché non compiere allora l’ultimo passo sbarazzandosi completamente dei computer? Suvvia, signore, il Progetto Numero è un’impresa in pieno sviluppo; i progressi sono già travolgenti. Ma noi vogliamo il suo aiuto. Se il patriottismo non la smuove, consideri lo spirito d’avventura che ciò comporta.»

Loesser disse, in tono scettico: «Quale progresso? Cosa può fare al di là della moltiplicazione? Può integrare una funzione trascendente?»

«Col tempo, signore. Durante l’ultimo mese ho imparato a fare le divisioni. Posso determinare, e correttamente, i quozienti interi, e i quozienti decimali.»

«I quozienti decimali? Con quanti decimali?»

Il Programmatore Shuman cercò di parlare con indifferenza. «Qualunque numero!»

La mascella di Loesser precipitò in basso. «Senza un computer?»

«Mi ponga un problema.»

«Divida ventisette per tredici. Con sei decimali.»

Cinque minuti più tardi Shuman disse: «Due virgola zero sette sei nove due tre.»

Loesser controllò il risultato. «Bene, è proprio sorprendente. La moltiplicazione non mi faceva poi tanto effetto perché dopotutto comportava degli interi, e pensavo che manipolandoli con qualche trucco si potesse fare. Ma i decimali…»

«E questo non è tutto. C’è un nuovo sviluppo che è, finora, top secret e che, strettamente parlando, non dovrei citare. Tuttavia abbiamo fatto un importante passo avanti sul fronte delle radici quadrate.»

«Le radici quadrate?»

«Comportano aicuni punti scabrosi e non abbiamo ancora superato certi intoppi, ma il Tecnico Aub, l’uomo che ha inventato questa scienza e che ha una sorprendente intuizione in rapporto con essa, sostiene di essere soltanto un tecnico. Un uomo come lei, un matematico addestrato e dotato, non dovrebbe incontrare nessuna difficoltà.»

«Le radici quadrate,» borbottò Loesser, vagamente affascinato.

«Anche le radici cubiche. È con noi?»

D’un tratto Loesser allungò la mano nella sua direzione. «Contate su di me.»

 

Il Generale Weider andava avanti e indietro pestando i piedi in fondo alla stanza e si rivolgeva ai suoi ascoltatori alla maniera di un insegnante isterico che si trovasse a dover affrontare un gruppo di studenti recalcitranti. Non faceva nessuna differenza per il Generale che si trattasse degli scienziati civili a capo del Progetto Numero. Il Generale era il capo di tutti loro, e così si considerava in tutti i momenti della giornata.

Dichiarò: «Ora, le radici quadrate vanno benissimo. Io non le so fare e non capisco le operazioni, ma vanno benissimo. Tuttavia il Progetto non verrà deviato su quelle che qualcuno di voi definisce le basi teoriche. Potrete trastullarvi con i grafitici in qualsiasi maniera vi aggradi una volta finita la guerra, ma in questo momento abbiamo dei problemi specifici e molto pratici da risolvere.» In un angolo lontano il Tecnico Aub ascoltava con dolorosa attenzione. Non era più un Tecnico, naturalmente, essendo stato sollevato dai suoi doveri e assegnato al Progetto, con un titolo altisonante e una buona paga. Ma naturalmente rimanevano le distinzioni sociali e i capi scientifici di altissimo livello non avrebbero mai potuto ammetterlo alla pari fra i loro ranghi. Né lui lo desiderava. Si trovava a disagio con loro proprio come loro con lui.

Il Generale stava dicendo: «Il nostro scopo è semplice, signori; sostituire i computer. Una nave in grado di navigare nello spazio senza un computer a bordo può venir costruita in un quinto del tempo e con un decimo della spesa di una nave gravata da un computer. Potremo costruire flotte cinque, dieci volte maggiori di quelle di Deneb se soltanto riusciremo a eliminare i computer.

«E vedo qualcosa persino al di là di questo. Adesso potrebbe ap­parire fantastico, un mero sogno; ma per il futuro prevedo dei missili guidati dall’uomo!» Uno sbalordito mormorio si levò dagli astanti.

Il Generale proseguì. «Nel momento attuale, il nostro ostacolo sta nel fatto che i missili hanno una intelligenza limitata. Il computer che li controlla non può essere più grande di tanto, perciò possono affrontare la natura mutevole delle difese antimissile soltanto in maniera insoddisfacente. Pochi missili, sempre che ce ne sia qualcuno, riescono a portare a termine il loro compito, e la guerra con i missili sta arrivando a un vicolo cieco; per il nemico, per fortuna, oltre che per noi.

«D’altro canto, un missile con un uomo o due all’interno, in grado di controllare il volo grazie ai grafitici, sarebbe più leggero, dotato di una maggiore mobilità, più intelligente. Ci darebbe un vantaggio che potrebbe significare benissimo il margine della vittoria. E a parte questo, signori, le esigenze della guerra ci costringono a ricordare una cosa. Un uomo è molto meno costoso di un computer. I missili con equipaggio a bordo potrebbero venir lanciati in numero e in circostanze che nessun buon generale potrebbe mai intraprendere per quello che riguarda i missili pilotati dai computer…»

Disse molto altro ancora, ma il Tecnico Aub non aspettò.

 

Il Tecnico Aub, nello spazio rigorosamente privato dei suoi alloggi, rifletté a lungo sul messaggio che avrebbe lasciato dietro di sé.

Alla fine, il messaggio suonò cosi:

«Quando ho cominciato lo studio di quelli che adesso vengono chiamati grafitici, per me non era altro che un hobby. Per me era soltanto un passatempo interessante, una ginnastica mentale.

«Quando è cominciato il Progetto Numero, avevo pensato che gli altri fossero più saggi di me; che i grafitici potessero venire impiegati soltanto a beneficio dell’umanità: magari per contribuire alla produzione di congegni d’uso pratico per il trasferimento di massa. Ma adesso vedo che verranno usati soltanto per la morte.

«Non posso affrontare le responsabilità legate all’invenzione dei grafitici.»

Poi puntò deliberatamente contro di sé il punto focale di un depolarizzatore proteinico e, senza provar dolore, cadde morto.

 

Erano immobili accanto alla tomba del piccolo Tecnico, mentre veniva pagato il tributo alla grandezza della sua scoperta.

Il Programmatore Shuman chinò la testa insieme a tutti gli altri, ma non c’era commozione sul suo volto. Il Tecnico aveva fatto la sua parte e, dopotutto, adesso non era più necessario. Poteva anche essere stato lui a iniziare i grafitici, ma adesso che erano cominciati, sarebbero andati avanti da soli in maniera travolgente, trionfante, fino a quando i missili con equipaggio non fossero diventati possibili, insieme a chissà mai cos’altro.

Nove volte sette, pensò Shuman con profonda soddisfazione, dà sessantatré, e non ho bisogno che sia un computer a dirmelo. Il computer ce l’ho in testa.

Ed era stupefacente la sensazione di potere che ciò gli dava.

 

 

Il Senso del Potere (The Feeling of Power), Isaac Asimov

 The Magazine of Fantasy and Science Fiction, febbraio 1958

Neanche gli dei

Neanche gli Dei (The Gods Themselves) è un romanzo di fantascienza del 1972 scritto da Isaac Asimov.

Ha vinto entrambi i maggiori riconoscimenti della letteratura fantascientifica, il Premio Hugo e il Premio Nebula.

Il libro è diviso in tre parti principali, originalmente pubblicate su rivista come tre storie consecutive. La storia principale è una cospirazione da parte di alieni che abitano un Universo parallelo con leggi fisiche diverse da quelle note, con l’intento di ottenere energia trasformando il sole in una supernova. I titoli delle tre parti formano, tutti insieme, una frase unica. Esse sono le seguenti:

  1. Contro la stupidità…
  2. … Neanche gli Dei…
  3. … Possono nulla?

La prima parte si svolge sulla Terra. Ambientata quasi un secolo dopo la “grande crisi”, dove la popolazione mondiale, in seguito al collasso ecologico ed economico, è ridotta da 6 miliardi a solamente 2 miliardi. Il radiochimico Frederick Hallam mentre sta lavorando ad un progetto, scopre sul suo tavolo un barattolo che avrebbe dovuto contenere del tungsteno e cerca di capire cosa sia.

Sebbene non sia molto dotato, Hallam dopo numerose analisi scopre che il barattolo contiene un isotopo del plutonio con numero di massa 186. L’esistenza di tale isotopo è impossibile dal punto di vista teorico: sarebbe dovuto decadere velocemente in tungsteno 186, trasformandosi, mentre il materiale del misterioso campione risultava stabile e decadeva solo molto lentamente.

Questa scoperta permette la creazione di una pompa che produce energia apparentemente pulita attraverso uno scambio di materia (dove il plutonio 186 decade in tungsteno 186 nel nostro universo e viceversa nell’altro il tungsteno decade in plutonio) tra i due universi. Infatti, si scopre che il plutonio proveniva da un universo parallelo con leggi fisiche differenti, cosicché in quella realtà parallela il plutonio era stabile.

Tuttavia, un fisico giovane e idealista, Peter Lamont, scopre che la “pompa” genera un cambiamento delle leggi della fisica in ambedue gli universi, e in particolare della Forza forte. Egli teorizza, infatti, che le leggi fisiche dei due universi, entrando in contatto, tendano a “uniformarsi” ovvero a generare in entrambi i mondi una legge “intermedia” tra le due. Questi cambiamenti mettono in pericolo la stabilità del Sole, causando la sua implosione nel nostro universo e lo spegnimento nell’altro. Questo cambiamento delle leggi viene ritenuto irrilevante. I suoi tentativi di mettere in guardia i potenti per evitare le conseguenze catastrofiche dello scambio sono respinti sdegnosamente. Lamont decide di informare i “para-uomini” di fermare l’uso della Pompa, ma Bronowski gli dice che dall’altro lato non ci sono autorità del Para-universo, ma probabilmente dei dissidenti come loro che non hanno il potere di fermare la pompa. L’ultimo messaggio implora alla Terra di fermare tutto.

Questa parte è il classico Asimov: ambientata unicamente in laboratori, dove poderose innovazioni scientifiche vengono discusse senza fine da scienziati inaciditi e scapoli, che litigano e cercano di farsi le scarpe a vicenda, mentre si intrattengono in passatempi infantili come lanciare noccioline per aria e inghiottirle al volo. La padronanza dell’autore nei riguardi della fisica di base e delle 4 forze fondamentali è ottima e permette di impostare una trama “hard” davvero interessante: c’è una soluzione a tutti i problemi energetici dell’umanità, peccato che potrebbe distruggere l’universo.

La seconda parte si svolge nel Parauniverso e viene descritto dettagliatamente il mondo alieno. In questo mondo vi sono due specie, i morbidi ed i duri. Nella prima ci sono tre sessi con ruoli ben definiti:

Alieno Razionale: sono gli alieni più predisposti per l’attività intellettuale e vengono istruiti dai Duri per migliorare al massimo le loro capacità intellettive; sono il sesso “dominante”: sono infatti loro a decidere quando è giunto il momento di trapassare e quando è il momento di formare la triade. Di solito dedicano una scarsa attenzione ai figli, preferendo dedicarsi pienamente all’apprendimento e all’allenamento intellettivo. Hanno un ottimo intuito dimostrando di essere molto intelligenti, oltre che molto apprensivi. Essi forniscono il seme per la riproduzione. Sono anche il sesso più “compatto”: infatti gli esseri alieni sono come delle specie di nubi atomiche più o meno dense a seconda dell’umore o a seconda dei momenti; sono anche chiamati Sinistro e sono rappresentati da Odeen.

Alieno Paterno: sono gli alieni che si dedicano alla prole; sono per ciò intellettivamente di gran lunga inferiori sia ai razionali che alle emotive, tanto da non riuscire in molti casi addirittura a parlare a causa della loro limitata capacità di comprensione ed hanno come fine ultimo la procreazione e lo sviluppo della Triade (ogni alieno fa parte di una Triade dove è presente un rappresentante di tutti e tre i sessi). Fungono anche da “incubatrice”, cioè ospitano il piccolo al loro interno nello sviluppo fino alla nascita. Non sono sempre razionali e cercano di perseguire il loro fine primario in ogni modo. Sono anche chiamati Destro e rappresentati da Tritt.

Alieno Emotiva: sono gli alieni più rarefatti (più dei Paterni e molto di più dei Razionali) tanto che possono anche “fondersi” nelle rocce (entrando coi loro atomi in quelli del minerale). Sono fondamentali per una fusione (il corrispettivo alieno del rapporto sessuale) in quanto sono quelle che forniscono gran parte dell’energia necessaria ed è per questo che rimangono molto tempo esposte alla luce del sole per “caricarsi” adeguatamente. Sono anche chiamati Medio e rappresentati da Dua. Forniscono l’energia durante la riproduzione perché il seme e l’ovulo si incontrino e sono inoltre indispensabili per legare gli altri due sessi.

I Duri sono gli alieni che si sono fusi permanentemente (quindi “dentro” di loro ci sono tutti e tre i sessi precedenti) e possiedono delle capacità intellettive particolarmente sviluppate. Inoltre, provano dolore al contatto con gli altri esseri “Morbidi” (ovvero, i tre sessi separati). Hanno un linguaggio diverso da quello dei morbidi, comprensibile solo ai razionali.

L’universo parallelo è diverso perché la forza nucleare forte è molto più elevata. Pertanto, le loro stelle sono molto più piccole (una stella come le nostre esploderebbe immediatamente), ed essi provano a sfruttare questa differenza con il nostro universo nel modo descritto sopra. I tentativi di Dua per invertire questo processo sono vani come quelli di Lamont, perché nessuno crederebbe alla veridicità delle tavolette spedite a Lamont (che ha perso molta stima e credibilità, contestando Hallam e definendolo un inetto) e anche perché Dua, diventando un Duro assieme agli altri due membri della sua triade, si scopre essere il principale fautore del piano per la distruzione dei terrestri (elaborato durante le fusioni parziali avvenute in precedenza, preparative a quella permanente).

Nella seconda parte iniziano i fuochi d’artificio: è ambientata nell’universo parallelo da cui proviene la misteriosa energia, gratuita e illimitata, che veniva discussa nella prima parte, e che ha rivoluzionato la vita sulla Terra. Viviamo direttamente la vita delle creature del para-universo, anch’esse soggette a seri problemi energetici; il buon dottore, tante volte “accusato” di non descrivere alieni, si dilunga nel dettagliare la vita sociale e personale di queste creature di energia, che presentano tre sessi con ruoli riproduttivi distinti e fasi di metamorfosi che li portano da Molli a Duri; conosceremo diverse di loro (il Genitoriale Tritt, il Razionale Odeen, l’Emotiva Dua) con le loro personalità e i loro conflitti, appassionanti come quelli tra terrestri. È una descrizione di società aliena degna della “Crociera nell’infinito” di Van Vogt o dei romanzi di Hal Clement come “Strisciava sulla sabbia”. Ma anche in questo mondo i ribelli non hanno vita facile: usata dall’illuminista Asimov verso le follie di massa (in quegli anni poteva essere la guerra atomica o l‘inquinamento o l’esaurimento delle risorse; oggi potrebbe essere il riscaldamento globale).

Nella terza parte, sulla Luna, il cinico ex radiochimico di mezza età Denison, che era stato messo al corrente del pericolo da Lamont nella prima parte, trova una soluzione che non reca danno a nessuno e da cui l’umanità può trarre grande beneficio: egli fa ricorso ad un altro universo parallelo, che esiste in uno stato pre-big bang (un uovo cosmico o cosmeg), dove le leggi fisiche sono diverse nella direzione opposta a quelle dell’universo di Dua, ovverosia si ha una forza forte molto più labile. Lo scambio con il secondo universo parallelo produce più energia a costo zero (che è un effetto alquanto gradevole per i Lunariti, che non erano riusciti a installare una pompa elettronica), e bilancia i cambiamenti introdotti dall’uso della Pompa Elettronica, causando un ritorno dell’equilibrio. Il fisico è aiutato da una guida turistica lunarita chiamata Selene, che è segretamente un’Intuitiva, un umano normale con intuizioni super-umane. Alla fine, Selene e Denison sventano anche un piano per usare la nuova fonte di energia per portare la Luna lontano dall’orbita della Terra.

In quest’ultima parte, Asimov si diverte proprio: e raffigura la vita in una colonia lunare, di fatto uno Stato indipendente libero dai vecchi pregiudizi terrestri, al punto che i rapporti tra Lunariti e Terricoli sono basati sul reciproco disprezzo. È una città del futuro come si poteva immaginare nel ’72, al culmine degli entusiasmi per la liberazione sessuale e la conquista dello spazio: niente più matrimonio, molto sport per abituarsi alla bassa gravità e da praticarsi svestiti (in particolare ci descrive un nuovo sport appassionante e pericoloso, praticabile solo nella bassa gravità lunare), donne libere e sfrontate che stanno a seno scoperto (particolare più volte sottolineato da zio Isaac) chiamate Selene, Diana, Cynthia o Artemis: tutti nomi lunari nella mitologia greca, anche se dànno luogo a giochi di parole più da Brooklyn (‘Selene, do you.. “sell any”?’).

Uno degli scienziati che nella prima parte del romanzo è stato sconfitto dalla stupidità della massa e dall’arroganza di chi se ne mette a capo si rifugia sulla Luna, nella speranza di rifarsi una nuova vita: la sua carriera scientifica è stata distrutta, è stato ridotto a fare il venditore di deodoranti (sia pure arrivando a essere dirigente vendite): in un nuovo pianeta spera di ricominciare a fare qualcosa che abbia un significato almeno per lui stesso. Forse senza saperlo si trova invischiato in un triplo gioco di spionaggio tecnologico: le autorità scientifiche sia terrestri sia lunari fingono di stimarlo, ma in realtà lo disprezzano e pensano solo ad usarlo per carpire i risultati delle ricerche più avanzate della controparte. Ignorando o sforzandosi di ignorare tutto ciò, egli porta avanti le sue ricerche in nome della propria dignità; e grazie anche alla assistente-spia che gli è stata affidata, in realtà stufa anche lei di manipolazioni e prevaricazioni, riusciranno a sbugiardare i ciarlatani che si erano attribuiti i meriti scientifici della scoperta iniziale, ma soprattutto a risolverne il problema energetico universale con un’ulteriore geniale scoperta, che non potrà che entusiasmare gli appassionati di fantascienza tecnologica!

A questi meriti aggiungo le descrizioni dei paesaggi lunari, meno liriche di quelle di Clarke ma concrete e ricche di dettagli credibili nell’immaginare le attività in superficie e nei sotterranei: quale sarà il modo più opportuno di camminare, se ci sia acqua sulla Luna. Non manca l’idillio tra il vecchio scienziato reso cinico dalla vita e la giovane “Intuizionista” (qualcosa più di una scienziata), provocante e libertina ma con un fondo di purezza e ingenuità, che dopo aver a lungo deriso l’infatuazione del primo, cederà al suo fascino “vissuto”.

In una lettera del 12 febbraio 1982 Asimov scrisse che questo era il suo romanzo di fantascienza preferito (ed anche il mio, nda).

L’ispirazione di Asimov per il titolo del libro e le sue tre sezioni, è una citazione da Friedrich Schiller (1759 – 1805): “Mit der Dummheit kämpfen Götter selbst vergebens.” (“Contro la stupidità neanche gli dei possono nulla.”)

Asimov descrisse una conversazione nel gennaio 1971 quando Robert Silverberg si doveva riferire ad un isotopo di un atomo, semplicemente uno arbitrario, come esempio. Silverberg disse Plutonio186. “Non esiste un tale isotopo” disse Asimov, “e non può esistere”. “E quindi?” rispose Silverberg. Più tardi Asimov inventò sotto quale condizione il Plutonio186 sarebbe potuto esistere, e quali complicazione e conseguenze avrebbe portato. Doveva appartenere ad altro universo con altre leggi fisiche. E iniziò a scrivere le sue idee, che gradatamente divennero questo libro.

Asimov prese i nomi degli alieni immaturi – Odeen, Dua, e Tritt – dalle parole Uno, Due e Tre nella lingua della sua Russia natale. Il nome dell’alieno maturo, Estwald, è forse ispirato dal Tedesco-Russo Wilhelm Ostwald (1853 – 1932), inventore del Processo Ostwald, una chiave di sviluppo nella produzione di fertilizzanti e di esplosivi.

 

Fantascienza parte terza

Così meco ragiono: e della stanza

smisurata e superba,

e dell’innumerabile famiglia;

poi di tanto adoprar, di tanti moti

d’ogni celeste, ogni terrena cosa,

girando senza posa,

per tornar sempre là donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto

indovinar non so.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – Giacomo Leopardi – vv. 90-98

Stanza smisurata e superba, così Leopardi chiama l’Universo. Così pensava, ragionando fra sé e sé, nel chiedersi del perché di tanto affanno, non comprendendo lo scopo e il senso sia della vita dell’universo, sia degli innumerevoli esseri che vi abitano, affidando la risposta alla Luna.

In effetti anche lui parla di alieni e altri mondi, quindi la poesia “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” è una poesia di fantascienza!

Diciamo che non basta così poco per entrare nella definizione di fantascienza, anche perché lo sarebbe anche la canzone “Segnali di vita” di Franco Battiato (cito a memoria: “Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire, le luci fanno ricordare le meccaniche celesti”).

Vero però che, tra la fantascienza che ce lo fa immaginare, e la scienza che ce lo fa toccare con mano, tutto quello che ci circonda in qualche modo è collegato agli argomenti di questo trittico di cui questa è la conclusione. Nei due precedenti ho parlato dei fatti, in questo vorrei arrivare a parlare di fantasia. Cos’altro è la fantascienza, se non fantasia più scienza?

Ora, torniamo alle nostre ipotesi sull’esistenza di vita aliena. Alla fine di questo mini viaggio ci renderemo conto di come i fattori in ballo siano così tanti da poter scrivere e riempire interi libri (cosa che in realtà viene già fatta). Ad esempio, perché, se è molto probabile che la vita aliena esista, ancora non c’è stato il “Primo Contatto”?

Intanto ci deve essere una specie di contemporaneità, non affatto semplice anche solo ad essere teorizzata. Gli “alieni” devono sviluppare una civiltà tecnologica nello stesso tempo in cui la sviluppiamo noi, anche perché sappiamo bene quando la nostra civiltà è iniziata, ma non sappiamo quando potrebbe finire.

Come già ho detto, le distanze in gioco sono eccezionali e quindi “quelli” si devono sbrigare a raggiungere il nostro livello tecnologico. O il contrario: potrebbero aver raggiunto il nostro livello tecnologico millenni fa, tempo in cui ancora noi non eravamo in grado di comunicare  con l’esterno.

In questi ragionamenti è nascosto un interrogativo terribile: quanto può durare la nostra tecnologia e quanto potremo durare noi? Per calcolare la probabilità di un vero incontro, anche solo via onde radio, questa valutazione è fondamentale, ma fa girare la testa solo a pensarla, una cosa del genere. È possibile immaginare la nostra fine? Possiamo immaginare un mondo senza uomini?

All’interno delle “Operette morali”, ancora di Leopardi, nel brano “Dialogo di un folletto e di uno gnomo” l’autore sviluppa una polemica antiantropocentrica, che mette in scena la scomparsa del genere umano, derubricandolo però a fatto di trascurabile importanza. Il Folletto e lo Gnomo, finalmente liberi dalle angherie degli uomini, possono liberamente irriderne le presuntuose convinzioni antropocentriche.

Quella specie che si era autoproclamata migliore e più potente delle altre è ora silenziosamente svanita nel nulla, rivelandosi non solo indegna di commiserazione, ma addirittura oggetto di beffe e scherno sarcastico. Entrambi concordano sul fatto che l’uomo non sia il centro dell’universo e che «la terra non sente che le manchi nulla», così la natura perpetua il suo ciclo inesorabilmente: «i fiumi non sono stanchi di correre», dice il Folletto e «i pianeti non mancano di nascere e di tramontare», prosegue lo Gnomo.

E poi, come ho già detto altre volte, noi possiamo supporre che gli “alieni” esistano: non lo sappiamo per certo.

A favore abbiamo l’alto numero di stelle presenti nell’Universo. Infatti ce ne sono così tante, e così tante hanno pianeti nei pressi, che, come diceva Asimov, se non ci fosse altra vita oltre quella umana sarebbe un gran spreco di spazio. Di contro, la vita biologica come noi la conosciamo ha una bassissima probabilità di verificarsi.

E se una civiltà aliena esistesse, giungerebbe alle nostre stesse conclusioni?

Abbiamo parlato di Trappist-1, la stella intorno alla quale girano più pianeti in grado di ospitare la vita (ne ho parlato in “Alieno per mancipium”). Lì è molto difficile che ci sia vita biologica, in quanto quella stella ha 500 milioni di anni ed è dunque troppo giovane, in base alla nostra esperienza, perché sui suoi pianeti si sia potuta sviluppare una qualche forma di vita intelligente: da noi ci sono voluti miliardi di anni perché comparisse l’Homo sapiens.

Altrove nell’Universo può essere successo. L’Universo ha circa tredici miliardi di anni mentre il sole solo cinque, quindi può darsi che ci siano posti dove si sia sviluppata una civiltà ancora prima che la Terra nascesse.

In realtà il problema è anche un altro.

Noi ci troviamo in un angolo di cosmo relativamente tranquillo e abbiamo sviluppato una scienza che lo descrive abbastanza bene, ma fatichiamo a comprendere fenomeni più esotici. Supponiamo invece che una civiltà si sia sviluppata in prossimità di due buchi neri che ruotano uno intorno all’altro increspando lo spazio-tempo: per loro le onde gravitazionali sarebbero all’ordine del giorno, mentre noi che abitiamo una regione in cui lo spazio-tempo è praticamente rigido abbiamo fatto una grande fatica per rivelarle.

Noi cerchiamo di adattare le nostre strutture cerebrali a un modello che confrontiamo con gli esperimenti e via via lo adattiamo. La cosa è molto complicata: per spiegarci l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande abbiamo dovuto ricorrere alla meccanica quantistica e alla relatività generale che sono cose che fatichiamo a capire, perché più si va a descrivere il mondo in dettaglio e più le nostre strutture mentali, che si sono sviluppate per farci muovere e sopravvivere come animali su questo pianeta, soffrono. Le leggi della fisica, poi, rispondono a una nostra esigenza di simmetria, ma io mi sono sempre chiesto: se non fossimo stati simmetrici come esseri viventi (i due lobi del cervello, il nostro volto) avremmo concepito leggi di questo tipo?

Ovviamente per concepire queste idee bisogna avere molta fantasia ed io sinceramente non ne ho molta (ve lo assicuro, sono più portato per il concreto).

Ad esempio, se volessimo immaginare un mondo alieno, come potremmo realizzarlo almeno graficamente?

Intanto bisogna avere una preparazione abbastanza completa in molte materie, per comprendere come ad esempio si svilupperebbe la fotosintesi sul sistema di Kepler 452b (vedi “Aes alienum”). Le foglie che noi vediamo verdi qui sulla Terra, su Kepler 186f (pianeta abitabile, in teoria, del sistema) grazie all’intensa radiazione infrarossa della stella madre sarebbero giallastre. E così via.

Un aiuto, oltre la fantasia di progetti come la “Sfera di Dyson” e il “Globus Cassus”, può arrivare dai videogiochi.

“No man sky”, in italiano letteralmente “Il cielo di nessuno”, è un videogioco di azione e sopravvivenza a scenario fantascientifico, in cui i giocatori possono esplorare un intero open-universe generato in programmazione procedurale (quindi con infinite subroutine), comprendente quasi 18 miliardi e mezzo di pianeti, ciascuno con propria flora e fauna.

Oppure ci possiamo affidare ancora una volta agli autori di fantascienza. Essi sono stati in grado di immaginare un’infinità di pianeti, ognuno con la propria atmosfera, stella, rotazione, tutte cose che influiscono sullo sviluppo fisico e mentale degli abitanti dei pianeti.

Come in Andoria, pianeta della saga di Star Trek. Pianeta molto freddo, ospita gli andoriani, membri fondatori della Federazione Unita dei Pianeti. Gli Andoriani si distinguono per il pigmento bluastro della loro pelle derivato dal colore blu del loro sangue, per i capelli albini e per la coppia di antenne, che agisce da organo sensoriale. Se una delle antenne viene tranciata, un Andoriano tende a perdere l’equilibrio, anche se in qualche giorno il corpo riesce ad adattarsi; un’antenna recisa ricresce naturalmente in nove mesi.

Vivere in un mondo in cui la temperatura è così bassa, porta il metabolismo ad essere diverso, tanto che portati in temperature “normali”, tendono a resistervi molto poco (per cui diventano irascibili e hanno il phaser settato su “danno massimo”…).

Questo per dire che per immaginare un mondo diverso bisogna avere un’infarinatura di molte discipline, biologia, ad esempio, fisica, chimica, ma anche psicologia o materie meno scontate.

Un mondo che ad esempio volge sempre lo stesso lato alla propria stella, avrà credenze diverse rispetto al nostro. E quelle credenze faranno sviluppare diverse religioni e diversi modi di vivere. Così come gli egiziani svilupparono una religione che adorava il sole, gli alieni che vivessero in un sistema binario avrebbero due dèi maggiori, per esempio.

Quindi, caro Gianluca, non è facile immaginare come potrebbe essere la vita su un altro pianeta. Né è facile capire come potrebbero essere questi alieni e che sistema di comunicazione potrebbero usare. L’unico modo per saperlo sarebbe incontrarli, ma, per quanto ne sappiamo, ancora non è successo… Organizziamoci!

Fantascienza parte seconda

“Dove sono?” disse Billy Pilgrim.

“Prigioniero di un blocco d’ambra, signor Pilgrim. Siamo dove dobbiamo essere in questo momento, a cinquecento milioni di chilometri dalla Terra, e procediamo verso una distorsione temporale che ci permetterà di arrivare a Tralfamadore in poche ore anziché qualche secolo.”

“Come… Come ho fatto ad arrivare qui?”

“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”

“Lei mi ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini – Kurt Vonnegut – 1969

Ho già detto più volte, in questo blog, che ci sono grandissime possibilità che la vita come la concepiamo non sia la sola nell’Universo, anzi, in “Aliena loqui” ho anche calcolato quanti potrebbero essere i pianeti abitati nello spazio conosciuto.

Ma ho anche spiegato che, in base alle leggi della fisica da noi conosciute e alle distanze in gioco che un contatto tra due civiltà di sistemi stellari differenti sia quanto meno improbabile.

Però, e c’è sempre un però a questo punto, la fantascienza ha trovato mille modi per aggirare quegli ostacoli. Partiamo come sempre da qualche definizione e inquadriamo il problema.

Sulla terra abbiamo una scienza che studia gli esseri viventi, i fenomeni della vita e le leggi che li governano: la biologia. Ovviamente, e il greco ci aiuta anche in questo caso, come direbbe Kostas “Gus” Portokalos, il tradizionalista padre greco della protagonista de “Il mio grosso grasso matrimonio greco”: “Dimmi una parola, una qualunque… e ti dimostrerò che è di origine greca”, aggiungendo un prefisso alla parola biologia, e indicando un ambiente esterno, abbiamo “esobiologia”.

Il termine deriva dall’unione della parola greca ἔξω, “fuori”, “all’esterno”, con il sostantivo biologia, ad indicare quella specializzazione di questa branca scientifica verso forme di vita esterne alla Terra, diverse da quelle conosciute sul nostro pianeta, detta anche cosmobiologia, o biologia spaziale. Piccola notazione personale: sarebbe più corretto chiamarla “exobiologia”, perché il termine greco da cui deriva è proprio “exo”, ma l’abitudine alla lunga vince su tutto e nell’ambiente scientifico prevale l’uso di quel termine o, in alternativa, di “xenobiologia”, sebbene quest’ultimo sia un termine ora utilizzato in senso più specifico per indicare una “biologia basata su una chimica diversa”, indipendentemente se di origine terrestre od extraterrestre. Poiché processi vitali basati su biochimiche alternative sono stati creati in laboratorio, la xenobiologia è considerata attualmente una materia a pieno diritto.

Nella fantascienza il concetto di biologia extraterrestre è ovviamente molto più ampio, e chi, come me, ha seguito varie serie tv come Star Trek si è reso conto che hanno quasi tutti una forma antropomorfa, anche se sono state immaginate forme di vita non umanoidi o persino decisamente esotiche, come nuvole di gas o forme di vita basate sulla chimica del silicio anziché del carbonio.

Ovviamente, sia per questioni pratiche che di budget, nei primi film o telefilm di fantascienza gli alieni venivano interpretati da umani con applicazione di qualche trucco: così il signor Spock, vulcaniano, era niente di più che un umano con le orecchie a punta e il tenente Worf, klingon, era un umano con la cresta ossea. In effetti l’universo degli extraterrestri di Star Trek sembra soffrire di qualche forma di macrocefalia!

La fantascienza più tradizionale tende ovviamente a dare per scontate alcune condizioni improbabili a ripetersi quando raffigura esseri extraterrestri senzienti: la simmetria bilaterale, la presenza di occhi, orecchie, bocca ed altri organi concentrati in una testa, le dimensioni contenute in un range umano (o comunque raramente sotto i 50 cm e sopra i 2,5 m), la presenza di 5 sensi (ed in particolare della vista), la presenza di quattro arti, la respirazione aerobica (e specificatamente in atmosfere dominate dall’ossigeno, mentre, per esempio, anche la stessa atmosfera terrestre negli ultimi 300 milioni di anni ha cambiato diverse volte la propria composizione chimica). Gli alieni più raffigurati nella fantascienza camminano, parlano, manipolano gli strumenti con delle mani, non vivono in acqua o nell’aria, guardano il mondo con gli occhi e sarebbero in grado di vedere leggere questa voce.

Ipotizzando scientificamente forme di vita, anche intelligenti, aliene, è necessario abbandonare tutti i preconcetti antropocentrici ed accettare creature differenti da noi in tutti i parametri. La convergenza è molto diffusa nell’evoluzione, ma difficilmente riproporrebbe tutte queste caratteristiche in un’altra creatura. Però, (un altro però…) c’è una teoria che ha a che fare proprio con noi che potrebbe ribaltare questo concetto. Si chiama panspermìa.

Dal greco πανσπερμία, da πᾶς/πᾶν, pas/pan, “tutto” e σπέρμα, sperma, “seme”, è una teoria che suggerisce che i semi della vita (in senso ovviamente figurato) siano sparsi per l’Universo, e che la vita sulla Terra sia iniziata con l’arrivo di detti semi e il loro sviluppo. È implicito quindi che ciò possa accadere anche su molti altri pianeti. Per estensione, semi si potrebbero considerare anche semplici molecole organiche.

Come ci viene mostrato in opere come “Contact” di Carl Sagan, se anche incontrassimo una forma di vita intelligente, dovremmo tener conto di alcune difficoltà tra cui:

  • superare la notevole distanza interstellare per scambiare i messaggi (un messaggio impiegherebbe anni, se non secoli, prima di poter raggiungere anche le stelle più vicine, con i mezzi a noi noti: infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein, nessun corpo può viaggiare alla velocità della luce, perché a quella velocità la materia viene interamente convertita in energia e lo spazio-tempo si contrae fino ad azzerarsi; e siccome potrebbe essere possibile che non esistano forme di vita intelligente nel raggio di qualche decina di anni luce dalla Terra, un contatto fisico tra due civiltà aliene, alla luce delle conoscenze attuali, appare quantomeno improbabile, se non addirittura impossibile;
  • stabilire se gli alieni siano abbastanza evoluti da poter comunicare con noi (e viceversa), infatti, proprio per il punto precedente, noi potremmo ricevere oggi il messaggio di una civiltà che nel frattempo si è estinta;
  • trovare un linguaggio comune per poterci comprendere.

È proprio su questo ultimo punto è basata la trama di “Arrival”, film del 2016. Diretto da Denis Villeneuve e sceneggiato da Eric Heisserer, Arrival racconta di come in seguito a una pacifica invasione aliena l’esperta linguista Louise Banks sia chiamata a relazionarsi con loro. Quando alcuni oggetti misteriosi (monoliti neri, citazione di “2001, Odissea nello Spazio”) provenienti dallo spazio atterrano sul nostro pianeta, per le susseguenti investigazioni viene formata una squadra di élite, capitanata da Louise. Mentre l’umanità vacilla sull’orlo di una guerra globale, Banks e il suo gruppo affrontano una corsa contro il tempo in cerca di risposte. Per trovarle, Louise farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e, forse, anche quella del resto della razza umana. “Arrival” è un thriller di fantascienza, che si ispira al breve racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang. Il racconto contiene diverse sfaccettature che pongono domande sull’esistenza umana: cosa accadrebbe qualora si sapesse in che modo si sta per morire e quando? Quale sarebbe il rapporto di ognuno con la vita, l’amore, la famiglia, gli amici e il resto della società?

Per gusto personale, uno dei più bei film che abbia mai visto. E non solo di fantascienza.

Uno dei temi classici della fantascienza, come avevo accennato in precedenza, è quello degli “esploratori dello spazio”, con terrestri che, vagando per le immense distese stellari, incontrano ogni sorta di mondi. Ovviamente, questo tema e quello delle guerre galattiche sono i due temi più affascinanti, perché non fanno che ricalcare quello che è stata la storia dell’uomo sulla Terra. Abbiamo esplorato, conquistato, combattuto, imperi sono nati e crollati. Perché non dovrebbe essere lo stesso nello spazio?

Le implicazioni anche in questo caso sono molteplici. Intanto, per poter conquistare un mondo, deve essere per me vantaggioso farlo. Ma se non ci posso mettere neanche piede, cosa lo conquisto a fare? Infatti, per quello che dicevo prima, un pianeta dove esiste la vita, non è necessariamente abitabile. Supponiamo che abbia una gravità differente, o che sia troppo caldo, o freddo, o che la sua atmosfera sia per noi tossica. Avrebbe senso combattere per quello?

Non è un discorso così scontato.

Gli esseri umani possono vivere solo sulla Terra, e neanche tutta. Il 70,8% del nostro pianeta è ricoperto di acqua. Una piccola parte del resto è inabitabile perché o troppo caldo (deserti, ad esempio) o troppo freddo (cima delle montagne e Antartide). In pratica, i circa 7.507.435.886 abitanti della Terra popolano solo un quarto della stessa.

Nel mondo della fantascienza, man mano che si progrediva con le informazioni, si cambiava il modo di immaginare i luoghi dove far svolgere le avventure. Prima Marte, poi Venere e piano piano tutti i pianeti del sistema Solare sono stati abbandonati dagli scrittori. Questi però non si sono arresi e hanno iniziato a immaginare mondi nuovi. Che non è però un espediente puramente fantascientifico.

Il bosco dei cento acri di Winnie the Pooh, Narnia, El Dorado, L’isola che non c’è, Il paese delle meraviglie di Alice, Camelot, Atlantide, Brigadoon, Oz e La terra di mezzo di Tolkien sono solo l’esempio di come l’espediente di creare mondi diversi dalla Terra funzioni, soprattutto per slegare la trama e i personaggi dal nostro tempo-spazio.

Ma anche il pianeta Arrakis del romanzo “Dune”, le ambientazioni di Star Wars, Pandora, il mondo di Avatar, il Mondo Anello de “I burattinai” (Ringworld) di Larry Niven, le sfere di Dyson di Freeman Dyson o Globus Cassus di Christian Waldvogel, hanno spinto l’immaginazione su mille fronti differenti.

Un altro argomento, come dicevo, molto sfruttato dalla fantascienza sono i viaggi nel tempo.

In un certo senso ogni uomo, donna e bambino sulla terra viaggia nel tempo. Che ci piaccia o no veniamo tutti inesorabilmente spinti in avanti, nel tragitto che ci porta dalla nascita alla morte e non si torna indietro né si può vedere il futuro.

Anche quando fosse possibile viaggiare nel tempo, un particolare al quale nessuno pensa è che secondo la Teoria della Relatività di Einstein, se viaggi nel tempo, viaggi anche nello spazio, in quanto entrambi sono collegati uno all’altro. Ma quello si potrebbe aggirare ritornando nello stesso istante in cui si è partiti (adesso comincia il mal di testa…) con una precisione assoluta, però, altrimenti si rischierebbe di non trovare più nello stesso posto la macchina del tempo.

E non sto parlando di problemi banali!

Escludendo la velocità di rotazione sul proprio asse, la Terra impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi per girare intorno al Sole, quindi per percorrere circa 938.900.000 Km; avremo così una velocità media di 106.000 km/h, più o meno.

A questa velocità giriamo intorno al Sole. Ma il nostro pianeta gira anche intorno al centro della nostra galassia insieme a tutto il Sistema Solare. In questo senso raggiunge la velocità di circa 792.000 km/h. Il nostro pianeta, insieme al Sistema Solare a alla Via Lattea, si muove anche all’interno dell’Universo. E con quale velocità? Tenetevi forte…: 3.600.000 km/h, cioè un milione di metri al secondo!

Così la Terra gira intorno al Sole, il Sole gira intorno al centro della Via Lattea, quest’ultima si muove in una determinata direzione… sbagliando il tempo di rientro si sbaglierebbe anche il luogo! Questo problema viene bellamente ignorato in tutti i film o i racconti di fantascienza, ma chi volesse avventurarsi nella costruzione di una macchina del tempo ne dovrà tenere per forza conto.

Così ritorno alla domanda del mio amico, che mi chiedeva di “alieni, linguaggi, mondi e viaggi nel tempo”.

Ovvio che il mio pensiero non si discosta da quello che è già noto: che gli alieni probabilmente esistono, che usano linguaggi diversi dal nostro, che vivono in mondi diversi dal nostro e che, fino ad ora, non li abbiamo ancora incontrati.