di Corriere

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Le grandi aziende tecnologiche americane (tranne Facebook) non apprezzano le nuove regole europee sulla protezione dei dati, più severe nell’imporre salvaguardie per i consumatori e vincoli per le imprese, con la previsione di pesanti multe per chi viola le norme. Google, Apple e Ibm, rappresentate da Digital Europe, sono già partite al contrattacco, sostenendo che le misure approvate sono anticompetitive.

In base al set di regole concordato nei giorni scorsi a Bruxelles dai rappresentanti della Commissione, del Parlamento e del Consiglio d’Europa (la cui formalizzazione è prevista per gennaio), le aziende potrebbero essere sanzionate anche fino al 4% del loro fatturato globale se non rispettano le norme. In più, alle aziende si chiede di rendere note eventuali intrusioni nei loro database entro tre giorni dall’avvenuta violazione dei loro sistemi.

Altro elemento che ha messo sul piede di guerra i gruppi dell’hi-tech sono le norme più severe sull’uso dei dati personali dei clienti che limita, secondo loro, la capacità di creare profili.

La bocciatura di Digital Europe,scrive la newsletter specializzata CorCom è totale: il nuovo regime “non ha trovato un adeguato equilibrio tra la protezione del fondamentale diritto alla privacy dei cittadini e la possibilità per le aziende in Europa di diventare più competitive”.

Anche le imprese che non hanno sede nell’Unione europea dovranno rispettare il pacchetto Ue sulla protezione dei dati, se hanno clienti all’interno dell’Unione: per questo anche la lobby delle aziende Usa – Amcham – ha duramente attaccato le nuove regole, affermando che ostacoleranno la crescita di importanti industrie globali, come l’analisi dei dati.

“I membri dell’Amcham attivi in Ue hanno un forte rispetto per la privacy ma temono che il testo su cui è stato raggiunto l’accordo (General Data Protection Regulation) non riesca a trovare il giusto equilibrio tra il fornire uno stimolo all’innovazione e proteggere le informazioni personali”, si legge in una nota del gruppo.

Interessante notare la posizione di Facebook, che, coinvolta in una serie di cause sulla protezione dei dati con i regolatori di diversi Paesi europei, ha fatto pressione perché l’innalzamento da 13 a 16 anni dell’età minima per iscriversi ai social network non fosse obbligatoria. L’azienda di Mark Zuckerberg per ora ha espresso un cauto sostegno al pacchetto di norme sulla privacy, affermando che renderà più chiaro quale autorità per la protezione dei dati ha giurisdizione per ciascuna impresa.

Facebook ha sottolineato come le nuove regole danno maggiore certezza legale alle aziende creando uno standard comune sulla data protection in tutta Europa, grazie a una semplificazione normativa, e rendendole responsabili di fronte al garante della privacy del Paese in cui hanno la loro sede europea.

“Avere un solo corpus di norme per proteggere i dati personali degli europei crea opportunità per la crescita e l’innovazione ed è importante per i cittadini e per l’economia europea”, ha dichiarato un portavoce del social network.

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Gli Internet provider non potranno far pagare ai fornitori di contenuti tariffe più alte per corsie più veloci, a meno che non siano servizi specializzati come videoconferenze o telechirurgia. Né potranno rallentare e tanto meno bloccare il traffico se non per evitare gli ingorghi. Questo dice in sostanza la legge appena approvata dal Parlamento europeo sulla net neutrality, dopo mesi di battibecchi tra favorevoli e contrari.

La neutralità della rete, come si ricorderà, è il principio che prescrive di trattare allo stesso modo tutto il traffico Internet, i “camion” dei video come le “moto” delle email. Le nuove regole assomigliano a quelle approvate in America dalla Federal Communications Commission (Fcc) nel febbraio scorso. Con alcune differenze non da poco, legate alle diversità tra le due sponde dell’Atlantico.

Gli Stati Uniti hanno pochi e grandi operatori di telecomunicazioni come At&t, Verizon e Comcast, che fanno grandi profitti ed esercitano grande potere. Potere bilanciato dai colossi di Internet, come Google e Amazon, che, avendo tutto l’interesse a non pagare tariffe più alte, hanno stretto un patto d’acciaio con gli attivisti che sostengono l’inviolabilità della net neutrality. A dicembre, però, scatterà la controffensiva delle telecom, che presenteranno ricorso al Tribunale di Washington.

In Europa l’equilibrio del potere fra le due industrie è più disomogeneo. I big di Internet non hanno sui politici nostrani la stessa presa che hanno in America. Questa maggior influenza la esercitano piuttosto gli operatori di telecomunicazioni (in particolare gli ex monopolisti ancora controllati dagli stati, come Deutsche Telekom e la francese Orange): ma che, rispetto alle telecom americane, operano in un mercato molto più frammentato e concorrenziale, in cui è più difficile ricavare la redditività necessaria per gli investimenti nelle nuove reti.

La legge del Parlamento europeo risente di queste differenze e stabilisce alcune eccezioni alla regola a favore delle telecom, più di quanto non faccia l’Open Internet Order della Fcc statunitense. Permette ad esempio agli operatori di farsi pagare di più certi servizi come video e file-sharing e di eludere la norma etichettando certi servizi come “specializzati”.

La net neutrality debole può creare barriere all’ingresso per le start-up internetiane europee? Dipenderà anche da come le nuove regole saranno interpretate dalle legislazioni nazionali. Paesi come Olanda e Slovenia, che una propria legislazione in materia l‘hanno già, hanno ad esempio proibito il cosiddetto zero rating. Cioè l’accessibilità senza costi aggiuntivi ai servizi che consumano più banda, come la musica (Spotify), i social media (Facebook) e i video (SkyGo).

 Oltre all’Europa a due velocità avremo dunque anche l’Europa a due neutralità?

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C’erano confessioni intime e pensieri personali. Ora ci sono gattini, meme e filmati. Presto ci saranno notizie e immagini. Ma anche conversazioni con le aziende: i colossi del tech (e non solo) stanno riscoprendo i blog , i siti internet organizzati in forma cronologica lanciati alla fine degli anni Novanta. Il successo, in realtà, era durato poco: giusto una manciata di anni prima che gli internauti si iscrivessero in massa ai social media . Dati per morti e sepolti con l’avvento di Facebook, Twitter e Instagram, i blog sono già risuscitati una volta grazie a Tumblr.

Strategie

La piattaforma creata da David Karp nel 2007 dai «vecchi» blog ha ereditato l’organizzazione in forma cronologica, rendendola però più concentrata e veloce. E modificandone, di fatto, la struttura: se prima nei blog si trovavano lunghi testi, con Tumblr i post sono diventati brevi e incisivi, con poco testo ma tante immagini (dai video alle foto). Acquisito nel 2013 da Yahoo! per 1,1 miliardi di dollari, sarebbe dovuto diventare uno dei fiori all’occhiello dell’era di Marissa Mayer. Di fatto, non se ne parla più molto anche se i numeri restano buoni: i dati aggiornati al 1° ottobre evidenziano che i blog sulla piattaforma sono 256,9 milioni sui quali vengono pubblicati ogni giorno 61,4 milioni di post (il numero di post totali, invece, ha raggiunto quota 121,2 miliardi). Tanto che il marchio Nescafé ha da poco deciso di convertire il proprio sito nescafé.com in un blog Tumblr. È il primo brand globale a fare una scelta del genere. Come ha spiegato il direttore marketing Michael Chrisment, «il sito rifletteva un approccio unidirezionale: noi che parlavamo alle persone. Non funziona più: dobbiamo essere inclusivi e permettere la conversazione». L’obiettivo è «costruire relazioni più forti con i consumatori più giovani». Costruire relazioni e permettere la conversazione è anche l’obiettivo di Medium, la piattaforma inventata nel 2012 da Evan Williams e Biz Stone (due dei cofondatori di Twitter).

Terza via

È una via di mezzo tra un social e un blog, ma l’obiettivo non è parlare con i giovani o aiutare le aziende a rilanciarsi: Medium (lo dice il nome stesso) vuole essere lo spazio per prodotti giornalistici. Anche Facebook pare voglia andare nella stessa direzione. A fine settembre il social guidato da Mark Zuckerberg ha annunciato il rilancio di Fb Notes, un «vecchio» strumento della piattaforma che permette di scrivere post più lunghi e di condividerli con chiunque. L’aggiornamento messo a punto dal colosso consente di aggiungere una foto di copertina ma anche di intervenire sulle immagini e di modificare il testo organizzandolo per punti o inserendo titoli per i paragrafi. Il risultato? Un post nel nuovo formato è molto simile a quello di un blog. Lo scrive lo stesso Facebook in una nota del blog aziendale che presenta lo strumento: «Puoi riassumere le tue vacanze estive o un evento importante della tua vita per aggiornare le persone alle quali tieni. Puoi far sentire la tua opinione sui temi di attualità o scrivere una lettera aperta che vuoi condividere con il mondo. O puoi pubblicare una ricetta con la lista degli ingredienti e la foto di ogni passaggio». Insomma, scrivere il post di un blog. Chissà che anche Twitter non voglia andare nella stessa direzione: il social della brevità per eccellenza pare stia studiando un nuovo prodotto che consenta di «abbattere» il limite dei 140 caratteri. Forse la ricetta giusta sta proprio a metà strada: contenuti meno ricchi e lunghi di quelli di un blog normale, ma anche meno brevi e «poveri» di quelli dei social media.

Il limite dei 140 caratteri è il marchio di fabbrica di Twitter. Ma per il social, che nel 2016 festeggia i dieci anni dal lancio senza aver mai consegnato un bilancio in attivo, potrebbe essere il paletto da eliminare per riuscire a conquistare nuovi utenti.

L’indiscrezione arriva dal sito americano Re/code, che rivela che la società starebbe lavorando a un nuovo prodotto per andare oltre i 140 caratteri. Non sarebbe la prima volta: il limite è già stato aggirato di recente con i nuovi retweet con commento ed eliminato nei messaggi privati.

Trovare un altro modo per «rompere» il limite potrebbe essere la strategia giusta per avvicinarsi a nuove fasce di utenti. Anche questo, oltre ai conti in rosso, un rebus che la società deve affron-tare: la base di utilizzatori è di 316 milioni, contro i 400 milioni di Instagram e il quasi miliardo e mezzo di Facebook.

Se su numeri e bilanci ancora arranca, il social potrebbe presto risolvere almeno il proble-ma della leadership. Pare infatti che l’amministratore delegato ad interim Jack Dorsey (anche fondatore di Twitter) sarà confermato alla guida del social.

Sono solidi e affermati. E pesano parecchio: oltre 1.350 miliardi di euro sommando le loro capitalizzazioni. Il doppio del totale di Piazza Affari, per intenderci. Eppure anche i Gafa (acronimo che mette insieme i quattro top tech della Silicon Valley: Google, Apple, Facebook e Amazon) hanno il loro tallone d’Achille: non sono abbastanza «disruptive». Lo sono stati, all’epoca del lancio. Ma ora non sono più startup da tempo e anche se chi ci lavora, dal ceo in giù, a volte dichiari che vogliano mantenerne la mentalità, la realtà è ben diversa.

Le vere aziende «disruptive», quelle cioè capaci di rompere gli schemi e creare dal nulla o quasi mercati e servizi nuovi, sono altre quattro top: Netflix, Airbnb, Tesla Motors e Uber (acronimo: Natu). Colossi anche questi, ma dal profilo molto diverso. I Gafa hanno disegnato internet come lo conosciamo oggi, dal motore di ricerca di Google al social di Facebook, passando dall’e-commerce di Amazon e dall’accesso continuo e costante grazie ai dispositivi di Apple.

Potenzialità
I Natu, invece, usano l’innovazione tech per modificare la vita di tutti i giorni: Netflix sta cambiando la tv, Airbnb i viaggi, Tesla e Uber i trasporti. E pazienza se, sommando le loro capitalizzazioni, si arriva a sfiorare i 140 miliardi di dollari: varranno pure meno di un decimo dei Gafa, ma rappresentano la nuova generazione di colossi del tech . Ibridi, innovativi, con modelli economici che hanno contribuito a creare e che sono così nuovi da non aver ancora trovato una collocazione definita all’interno delle leggi odierne. Lo dimostrano le continue battaglie di Uber e Airbnb, attaccati rispettivamente da taxisti e albergatori perché rendono chiunque un potenziale concorrente in quanto offerente di servizi molto simili (trasporto di auto private con autista, affitto di stanze o appartamenti privati per brevi periodi).

Avrebbe potuto essere un limite, si è rivelato una forza. Di certo le battaglie non hanno fermato gli investitori: Uber è salita ad una valutazione di oltre 50 miliardi di dollari, diventando la capofila delle 115 startup mondiali valutate oltre un miliardo. Con 25,5 miliardi di dollari di valutazione Airbnb, nella stessa classifica, si piazza terza. Risultati incredibili per due aziende che esistono da pochi anni: la prima è stata lanciata nel 2009, la seconda nel 2008. Facebook, che all’epoca aveva più o meno la loro età odierna (e quest’anno festeggia gli undici anni dal lancio), aveva appena iniziato a guardare all’estero e sfoggiava la sua prima trimestrale positiva. E tutti si meravigliavano della velocità con cui era riuscito a imporsi sul mercato tanto che, quando nel 2012 esordirà in Borsa con una valutazione record da 100 miliardi di dollari, si parlerà con insistenza di bolla tech.

Ora né Uber né Airbnb hanno fretta di quotarsi, al contrario. Ma hanno fretta, quello sì, di conquistare mercati nuovi: Uber si sta imponendo in Cina (colpaccio che ai Gafa, con l’eccezione recente di Apple, ancora non è riuscito) e ha già annunciato investimenti per un miliardo in India. Ma anche di fare pace con i concorrenti «vecchi»: Airbnb, che secondo le stime di Barclay’s arriverà ad offrire 129 miliardi di stanze/notte entro il 2016, ha appena introdotto le tasse di soggiorno.  I prezzi saranno un po’ meno competitivi, ma così la società eviterà lo scontro aperto con gli hotel tradizionali.

Tesla Motors e Netflix, invece, più che offrire modelli ibridi sono loro stesse aziende ibride. Sono «vecchie»: la prima è nata nel 2003 (un anno prima di Facebook), la seconda nel 1997 (un anno prima di Google). Dovrebbero far parte della generazione Gafa e invece sono riuscite ad innovarsi così bene da finire a pieno titolo nelle Natu. Elon Musk, ceo e fondatore di Tesla, ha puntato sulle automobili elettriche di alta gamma, riuscendo a imporsi in un mercato difficile con una ricetta nuova. Il segreto del suo successo? Essersi reso conto, prima degli altri, del potenziale delle automobili green. Il caso di Netflix è ancora più emblematico: quando è nato proponeva videocassette Vhs e avrebbe potuto, come molte altre aziende del settore, finire dimenticato dopo l’avvento dei dvd. Invece è riuscito a fare un passo in più puntando su internet e sui servizi di streaming. Oggi è anche produttore di contenuti e, per utenti e numero di ore di fruizione dei suoi servizi, sfoggia numeri che potrebbero portarlo presto a sfidare YouTube. Che, appunto, fa parte della generazione Gafa.

 

Poco meno di 600mila messaggi in quattro giorni: sui social il bilancio di Expo, dalla vigilia dell’inaugurazione al termine del primo weekend, è più che positivo. L’Osservatorio Expo 2015 Milano, curato da Blogmeter, rileva 580mila messaggi complessivi, circa la metà dei quali (275.800) concentrati il Primo maggio. I temi che più sono stati dibattuti tra Facebook, Twitter e Instagram? La cerimonia di inaugurazione (con picchi per il discorso di Renzi e per la rivisitazione dell’inno di Mameli), ma anche il completamento del padiglione del Nepal grazie alla solidarietà degli operai italiani.

In generale, notano da Blogmeter, il sentiment verso l’Esposizione universale è molto positivo ed ottimista. Il padiglione più apprezzato, almeno sui social, pare essere Palazzo Italia.

Grande successo anche per gli account social di Expo, che da Twitter a Facebook passando per Instagram hanno visto i numeri aumentare (sia per quanto riguarda follower / fans che per quanto concerne le interazioni sui profili). Il tweet che è piaciuto di più è quello relativo alle Frecce Tricolori, mentre su Facebook il post più apprezzato è stato il video di presentazione dell’Expo. Su Instagram, invece, la foto più condivisa è stata quella dell’accensione dell’Albero della Vita.

Ci aspettavamo il #pornfood in tutte le sue salse. E invece, niente: i visitatori dell’Esposizione universale condividono sì le foto sui social network, da Instagram a Facebook passando per Twitter ed i live su Periscope, ma il protagonista non è il cibo. Proprio no.

Le immagini riguardano soprattutto padiglioni, installazioni, persone, dettagli. Il mondo in miniatura di Expo, dagli edifici ai canali. Piatti, snack, street food? Sui social se ne trovano pochi, almeno paragonati alla mole di contenuti che con il cibo non hanno a che fare (noi comunque ne abbiamo scovato diversi, li trovate qui).

Ma, #pornfood a parte, è l’Expo della tecnologia. Anzi, dell’ultratecnologia, come ha spiegato l’ad di Telecom Marco Patuano. Il bilancio della prima giornata è positivo: “In media ogni visitatore ha usato una quantità di giga che di solito usa in un mese”. I giga consumati sulla rete Telecom per il solo sito Expo nel giorno dell’inaugurazione sono 337, mentre le telefonate sono state 71mila. I picchi di traffico intenso? Da “150 megabit al secondo” secondo Pautano: uno nella tarda mattinata e l’altro subito dopo le 2 del pomeriggio del Primo maggio.

Consideriamo WhatsApp irrinunciabile, ma ogni giorno inviamo 940 milioni di email. Abbiamo account sui principali social (Facebook in testa), ma un solo indirizzo di posta elettronica non ci basta: in media ne abbiamo 2,4 a testa, sui quali ogni giorno riceviamo in totale oltre 30 email. I dati arrivano dal Email marketing experience report 2015, svolto da MagNews (azienda italiana specializzata in email e digitale marketing) tra gennaio e febbraio su un campione di 1.001 utenti italiani abituali di internet di almeno 15 anni. E sfatano un mito: no, l’era delle email non è finita. Anzi, i messaggi di posta elettronica resistono anche davanti al successo di social network ed applicazioni di messaggistica gratuita. I dati sfatano anche un altro mito: quello che vuole gli utenti allergici alle newsletter. Non è così, al contrario: una su quattro tra le email che riceviamo ogni giorno è un messaggio commerciale. Sarà per via della crisi, ma la maggior parte ha per oggetto sconti e promozioni (59%). Solo dopo arrivano quello che riguardano viaggi e turismo (39%) notifiche dai social (32%), annunci di lavoro (30,9%).

Poche sorprese, invece, nella classifica delle caselle di posta più utilizzate: oltre metà degli italiani ha un account su Gmail, mentre il 37,1% usa Microsoft (da Msn a Hotmail passando per Live). Al terzo posto, a pari merito, vengono le caselle di posta aziendale e la piattaforma di Libero, scelte entrambe dal 32,4% degli utenti. In classifica infatti non mancano i servizi “nostrani”. Oltre a Libero ci sono Alice (scelta dal 21,9% degli utenti), Tiscali (12,5%), email.it (2,9%) e Fastweb (2,2%). Ogni casella di email ha una funzione diversa: per questo il 60% degli intervistati ha dichiarato di usarne più d’una.

I più “appassionati” di email? I giovani dai 25 ai 34 anni, che con 2,8 caselle di email a testa risultano la fascia d’età più email-addicted. Le meno interessate, invece, sono le donne che ne hanno 2,2 pro capite (contro gli uomini, che ne possiedono 2,7 a testa). Ma poi, rivela lo studio, il 20% di queste caselle non le apriamo mai.

Gli indirizzi attivi, invece, li consultiamo continuamente: il 55% del campione ha dichiarato di controllare la posta quando è al pc per svago, il 36,8% quando è al pc per lavoro, il 20,7% quando si rilassa sul divano. Ma tanti la consultano al mattino appena svegli, appena prima di dormire, mentre aspettano i mezzi di trasporto o quando sono in coda al supermercato. Tra tempi morti e relax a casa, troviamo anche il tempo di dare un’occhiata alla cartella dello spam. Il 26,1% degli intervistati ha dichiarato di aprirla una volta a settimana, il 33,1% la controlla ogni giorno. La maggior parte lo fa perché teme che i filtri anti-spam eliminino messaggi legittimi, ma altri lo fanno per tenere la cartella in ordine e altri ancora per curiosità. O anche, per paura di perdersi qualche email importante. Malgrado la ricerca evidenzi come gli italiani considerino ormai irrinunciabile l’applicazione di messaggistica gratuita WhatsApp (48%), il social Facebook (30,7%) e il sistema di chiamate in Voip Skype (15,3%), in pochi riescono ad immaginare la vita quotidiana senza le “vecchie” email. Il 34% degli intervistati ha infatti dichiarato di immaginare una vita senza email “difficile da gestire”.

Messa in sordina dai clangori di guerre vere, in Ucraina, in Libia e nel Medio Oriente, prosegue la diatriba commerciale e sulle regole tra Washington e Bruxelles. Il presidente Barack Obama manda all’Unione europea un messaggio molto duro: il vostro controllo inquisitorio nei confronti di gruppi americani come Google e Facebook, dice in sostanza il presidente, è guidato soltanto da una logica di difesa delle aziende europee, che faticano a competere con i rivali americani.

“Noi possediamo Internet – dice Obama, senza giri di parole, in un’intervista alla testata online Re/Code -. Le nostre aziende l’hanno creato, allargato e perfezionato in modi che gli avversari non riescono a superare. E troppo spesso ciò che viene dipinto come attenzione agli interessi generali del Vecchio Continente altro non è che la difesa degli interessi commerciali di alcuni gruppi”.

La risposta europea, pur se informale e affidata a una dichiarazione anonima al Financial Times, non si è fatta attendere. “Quella del presidente degli Stati Uniti è un’accusa infondata”, dice un rappresentante della Commissione europea di cui non si riporta il nome. “Le regole devono semplificare l’accesso dei non europei al mercato unico. E’ dunque nell’interesse delle aziende americane un sistema di regole che valga per tutti”.

Com’è noto, da tempo Bruxelles è un campo di battaglia tra lobby avversarie: da una parte i big della Rete, dall’altra i big delle telecomunicazioni. I primi vogliono campo libero (sui dati personali, sulle tasse, su tutto) come hanno negli Stati Uniti, gli altri chiedono regole uguali per tutti. Da un anno a questa parte le autorità europee cercano di ridurre gli spazi di potere degli Over the Top americani, anche in reazione alle paure sulla sorveglianza da parte dell’intelligence americana, soprattutto dopo le rivelazioni dell’ex agente Edward Snowden, ma anche sull’elusione fiscale e sull’eccessivo predominio commerciale.

Google è stata il bersaglio principale, con un’inchiesta europea sulla concorrenza che da cinque anni vede il motore di ricerca sul banco degli imputati (senza peraltro aver ancor concluso nulla).

Recentemente, in Europa, si è registrata una certa divisione sul tema della privacy. Mentre in alcuni Paesi sono state minacciate azioni legali contro Google se non si adeguerà alla sentenza della Corte di giustizia europea sul “diritto all’oblio” (la richiesta di rimozione dei file non più rilevanti), il Garante italiano della Privacy ha appena firmato un accordo con la società americana che prevede precisi impegni di trasparenza, consenso degli utenti e controlli periodici.

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Snapchat, la popolare chat di messaggistica istantanea basata su un meccanismo che fa sì che i messaggi si autodistruggano, ha chiuso un nuovo round di raccolta fondi da 486 milioni di dollari, che porta la valutazione a 10 miliardi di dollari, secondo quanto scrive il Financial Times.

Un anno fa Snapchat, che ha solo tre anni di vita, aveva respinto l’offerta da 3 miliardi di dollari avanzata da Facebook. Il fondatore del servizio di messaggistica istantanea, il ventitreenne Evan Spiegel, aveva detto di non essere interessato all’acquisizione da parte del primo social network, lasciando però aperta la strada a un’eventuale proposta l’anno successivo.

Come si sa, la società fondata da Mark Zuckerberg ha comunque messo a segno un colpo grosso nel settore della messaggistica online acquistando WhatsApp con un’operazione in contanti e azioni da 19 miliardi di dollari, l’operazione più importante nei suoi oltre dieci anni di storia.

Il boom di Snapchat conferma il trend di valutazioni miliardarie delle start-up tecnologiche, dai 40 miliardi di dollari di Uber ai 46 miliardi della cinese Xiaomi, la startup che vale di più al mondo. Tanto da spingere qualcuno a temere il formarsi di una nuova colla tecnologica. E spiana la strada per lo sbarco in Borsa dell’app dei messaggini, che a questo scopo ha assunto Imran Khan, il banchiere del Credit Suisse che ha già guidato il colossale debutto in Borsa di Alibaba.

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