di Corriere

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La net neutrality è l’idea che tutto il traffico Internet debba essere trattato allo stesso modo, senza corsie preferenziali a pagamento. Concetto amato da chi fa correre i propri contenuti sulle reti e detestato da chi sulle reti deve investire. Le regole americane, deliberate dalla Federal Communications Commission (Fcc) e sostenute dalla Casa Bianca, sono molto sbilanciate a favore dei primi, i big di Internet. Ma, secondo alcuni esperti, non reggeranno la prova del Tribunale di Washington, che già le ha bocciate una volta, e con cui dovranno di nuovo fare i conti.

Ne è convinta ad esempio la società di analisi Strand Consult, tra le più attente all’argomento, che ha seguito le udienze del Tribunale in cui si discute il piano della Fcc su Open Internet. Strand sostiene che le regole sono state create attraverso una procedura non corretta; e, soprattutto, ne mette in dubbio la legittimità sostanziale.

A inizio anno, come si ricorderà, la Fcc aveva emesso il suo Open Internet Order, con cui equiparava la banda larga a un servizio pubblico. Le parti “danneggiate” dalla decisione hanno subito fatto causa: dalle aziende del cavo e della telefonia fino a singoli imprenditori, per un totale di nove azioni legali, che sono state accorpate in un unico processo. Se la banda larga è un servizio pubblico, lamentano i “ribelli”, chi la fornisce non ha diritto a farsela pagare di più, anche se ha dovuto sostenere forti investimenti per realizzarla. Hanno ragione loro o i big di Internet?

Il divieto degli accordi di paid prioritization, secondo i quali i fornitori di contenuti pagano un extra all’operatore per assicurare ai propri video una corsia preferenziale, sarebbe illegittimo, perché la Fcc non ha dimostrato che questa pratica sia davvero dannosa. Dunque perché vietarla? I giudici, secondo Strand, diranno che questi accordi sono “completamente ragionevoli”, per lo stesso motivo secondo cui, in autostrada, i camion pagano più delle utilitarie. Il tema riguarda i gestori di linee fisse ma coinvolge, più o meno allo stesso modo, gli operatori mobili. I quali rivendicano la necessità di regole più flessibili, come la possibilità di far pagare tariffe più alte per contenuti “pesanti” come appunto i video.

La causa contro la net neutrality dunque andrà avanti a lungo, perché tocca nel vivo l’intreccio formato dall’ideologia di Internet e dai colossali interessi economici che la sostengono (e se ne servono). E non si esclude che possa arrivare al cospetto della Corte Suprema. A differenza degli Stati Uniti, dove le norme sulla net neutrality sono quelle volute dal presidente Obama, si dice che le regole europee sono frutto di un processo che, seppur laborioso, tiene maggiormente conto dei pareri delle parti in causa e forse presta meno il fianco a obiezioni di legittimità. Nelle prossime settimane, quando se ne discuterà a Bruxelles, vedremo se questa convinzione è fondata.

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Gli Internet provider non potranno far pagare ai fornitori di contenuti tariffe più alte per corsie più veloci, a meno che non siano servizi specializzati come videoconferenze o telechirurgia. Né potranno rallentare e tanto meno bloccare il traffico se non per evitare gli ingorghi. Questo dice in sostanza la legge appena approvata dal Parlamento europeo sulla net neutrality, dopo mesi di battibecchi tra favorevoli e contrari.

La neutralità della rete, come si ricorderà, è il principio che prescrive di trattare allo stesso modo tutto il traffico Internet, i “camion” dei video come le “moto” delle email. Le nuove regole assomigliano a quelle approvate in America dalla Federal Communications Commission (Fcc) nel febbraio scorso. Con alcune differenze non da poco, legate alle diversità tra le due sponde dell’Atlantico.

Gli Stati Uniti hanno pochi e grandi operatori di telecomunicazioni come At&t, Verizon e Comcast, che fanno grandi profitti ed esercitano grande potere. Potere bilanciato dai colossi di Internet, come Google e Amazon, che, avendo tutto l’interesse a non pagare tariffe più alte, hanno stretto un patto d’acciaio con gli attivisti che sostengono l’inviolabilità della net neutrality. A dicembre, però, scatterà la controffensiva delle telecom, che presenteranno ricorso al Tribunale di Washington.

In Europa l’equilibrio del potere fra le due industrie è più disomogeneo. I big di Internet non hanno sui politici nostrani la stessa presa che hanno in America. Questa maggior influenza la esercitano piuttosto gli operatori di telecomunicazioni (in particolare gli ex monopolisti ancora controllati dagli stati, come Deutsche Telekom e la francese Orange): ma che, rispetto alle telecom americane, operano in un mercato molto più frammentato e concorrenziale, in cui è più difficile ricavare la redditività necessaria per gli investimenti nelle nuove reti.

La legge del Parlamento europeo risente di queste differenze e stabilisce alcune eccezioni alla regola a favore delle telecom, più di quanto non faccia l’Open Internet Order della Fcc statunitense. Permette ad esempio agli operatori di farsi pagare di più certi servizi come video e file-sharing e di eludere la norma etichettando certi servizi come “specializzati”.

La net neutrality debole può creare barriere all’ingresso per le start-up internetiane europee? Dipenderà anche da come le nuove regole saranno interpretate dalle legislazioni nazionali. Paesi come Olanda e Slovenia, che una propria legislazione in materia l‘hanno già, hanno ad esempio proibito il cosiddetto zero rating. Cioè l’accessibilità senza costi aggiuntivi ai servizi che consumano più banda, come la musica (Spotify), i social media (Facebook) e i video (SkyGo).

 Oltre all’Europa a due velocità avremo dunque anche l’Europa a due neutralità?

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La net neutrality, come noto, è l’idea che tutto il traffico Internet debba essere trattato allo stesso modo, senza corsie preferenziali a pagamento. Un concetto amato da chi fa correre i propri contenuti sulle reti e poco amato da chi su quelle reti deve investire.

Sulla net neutrality, dopo le decisioni della Federal Communications Commission (Fcc) sulle modalità di accesso al web, si profila uno scontro molto duro, che potrebbe andare ben al di là dei limiti temporali dell’amministrazione Obama.

Le nuove norme sottopongono a principi molto più rigidi la materia, impedendo da una parte la creazione di “corsie preferenziali” sulla rete per determinati servizi e, dall’altra, vietando di bloccare o rallentare per motivi commerciali il traffico.

La Commissione avrà il potere di verificare e impedire che i provider possano adottare altre procedure o veri e propri stratagemmi per raggiungere il medesimo scopo, cioè l’accesso a una rete “a due velocità”.

Mentre le misure sono state adottate con tre voti a favore (democratici) e due contrari (repubblicani), secondo gli schieramenti di partito, già si profilano i consensi da parte delle associazioni consumeristiche e dei fornitori di servizi web. Contrari sono invece gli operatori di telecomunicazioni e delle tivù via cavo, cioè le aziende che realizzano e mantengono in efficienza le reti, che vedono i rischi di mancati introiti e un conseguente calo degli investimenti.

Particolarmente aspra la reazione di Verizon contro la decisione del regolatore. Le parole non sono bastate per esprimere quella che, più che una semplice opposizione, sembra essere proprio uno sdegno, e il gigante Usa delle tlc ha scritto un comunicato stampa usando il codice Morse, e proponendo per i “lettori del 21esimo secolo” un link alla pagina più facilmente intellegibile, ma anche questo, polemicamente, scritto con quella che sembra una vecchia macchina per scrivere Remington dal nastro consumato, o forse con la carta carbone.

A completare l’opera, la data utilizzata: il 26 febbraio del 1934, l’anno cioè del Telecommunications Act, cui la Fcc ha deciso di sottoporre la normativa su Internet. Molto dura la dichiarazione: “Oggi la Fcc ha approvato un’ordinanza richiesta dal Presidente Obama che impone sui servizi Internet a banda larga regole che erano

state scritte ai tempi della locomotiva a vapore e del telegrafo”.

La decisione della Fcc dimostra almeno due cose. La prima

è la totale non indipendenza di un’authority che si proclama indipendente. Tre sì dei democratici, in linea con la Casa Bianca, tre no del repubblicani. La seconda è che nella scelta Fcc pro Google e pro Over the Top, imposta dal presidente, pesa il sostegno di Obama ai big di Internet, che a loro volta lo hanno sempre appoggiato.

La storia però potrebbe riservare nuove sorprese. Come accadde nel gennaio 2014, quando la Corte d’Appello di Washington, accogliendo un ricorso dell’operatore Verizon contro la società di streaming video Netflix, bocciò le regole fissate nel 2010 dalla Fcc. Immaginando che i ricorsi degli operatori di tlc ci saranno, e saranno duri, la storia potrebbe ripetersi in forme nuove.

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L’idea che certe attività economiche siano così essenziali da non poter fare differenze tra cliente e cliente è vecchia come i traghetti, scrive l’Economist in un editoriale intitolato “Gordian net”. Se sull’isola arriva una sola nave, l’armatore non può applicare trattamenti diversi a seconda delle merci.

Questo concetto, il “common carriage” anglosassone, ha servito il mondo piuttosto bene, ed è durato fino a Internet. Oggi questo principio – trasportare pacchetti di dati senza far discriminazioni di prezzo in base a origine, destinazione o contenuti – si chiama “neutralità della rete” e costituisce una delle basi culturali, verrebbe da dire ideologiche, del web.

Eppure, con il crescente affollamento online e l’evoluzione dei sistemi di controllo del traffico, la net neutrality oggi viene rimesso in discussione. Gli operatori di telecomunicazioni, un po’ come le società autostradali, vorrebbero poter creare corsie veloci a prezzi più alti, sia per servire meglio i propri clienti che per ricavare profitti più adeguati agli investimenti richiesti dalle nuove infrastrutture.

I difensori di Internet temono: 1) che ciò possa portare ad autostrade virtuali interrotte da barriere per il pedaggio; 2) che i proprietari delle reti abusino del loro potere di mercato; 3) che si crei uno squilibrio tra ottime prestazioni ad alto prezzo e servizi modesti per chi non paga.

Il tema è scottante: al punto che, negli Stati Uniti, ha creato un contrasto tra la Federal Communications Commission (Fcc), favorevole a rivedere le regole della net neutrality (lo farà il 5 febbraio prossimo), e il presidente Obama, che non le vuole e sta facendo pressioni per impedirlo. In Europa, la presidenza lettone ha appena fatto la sua proposta, che incontra l’opposizione del Parlamento europeo.

Secondo la proposta lettone, i fornitori di servizi internet dovranno trattare tutto il traffico Internet allo stesso modo, tranne che in pochi eccezionali casi quali un’eccessiva congestione della rete, un ordine di un tribunale o per motivi di sicurezza.

Quelle che si fronteggiano nel dibattito in corso (da tempo) sulla net neutrality, come si evince anche dall’articolo del settimanale britannico, non sono due posizioni culturali, come accade in altri confronti tra l’approccio liberista e quello statalista. Al fondo c’è una battaglia di interessi, entrambi legittimi, tra chi gestisce le reti e chi fornisce i servizi. Entrambi hanno le loro ragioni. Ma, indubbiamente, è difficile dare torto alle aziende di telecomunicazioni quando chiedono che Netflix, che col suo video streaming, in prima serata, fa da sola un terzo del traffico americano, paghi il suo giusto pedaggio anziché viaggiare gratis come ora.

Insomma, le ideologie qui c’entrano poco: è una questione di soldi. Una seria questione di industria e di mercato. Ma, se questo è vero, allora è sbagliata la pretesa di regolare tutto, anche nei dettagli. Meglio dettare alcune norme fondamentali (ad esempio che la differenza tra velocità minima e massima di accesso non può superare una certa soglia) e dare alle authority di controllo il potere di intervenire sulle violazioni. E il resto, tutto il resto, lasciarlo alla libera contrattazione tra le parti.

La proposta lettone va, giustamente in questa direzione, quando lascia aperta la strada ad accordi commerciali con i fornitori di contenuti (come Netflix o YouTube) e sottolinea: a patto che ciò non avvenga a scapito del servizio offerto ai consumatori, come chiesto anche dal Commissario Ue al Digitale, Günther Oettinger. Dalla crescita del mercato della banda ultralarga tutti hanno da guadagnare: anche, e soprattutto, gli utenti.

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Maxi rete o maxi favola? Il dubbio, lanciato anche da siti specializzati come Ars Technica e TechCrunch, riguarda l’iniziativa della Fcc americana per dare «wi-fi gratis a tutti». Di questi tempi grami, la notizia anticipata dal Washington Post  e poi ripresa da tutti gli altri ha comprensibilmente entusiasmato. Ma le cose si sono rivelate un po’ più complicate.

È almeno dal 2008 che si parla di Wi-fi come servizio universale negli Stati Uniti, un Paese che ha seri problemi di digital divide nelle aree rurali. E non è la prima volta che al centro del dibattito si collocano le proposte della Federal Communications Commission, in versione sia repubblicana che democratica. Già nello scorso settembre, l’autorità presieduta da Julius Genachowski aveva avviato consultazioni per spostare nuove frequenze dalle televisioni a Internet (come si sta facendo in tutto il mondo).

Ciò che ha generato maggiori perplessità è la prima dichiarazione di Genachowski al quotidiano americano quando dice: «Liberare spettro senza licenza è un approccio di libero mercato che permetterà agli innovatori di sviluppare le tecnologie del futuro a vantaggio dei consumatori». Ad esempio la telemedicina e la scuola a distanza. Non è però stato chiarito in che modo lo spettro radio verrebbe liberato: se, com’è stato ipotizzato, comprandolo dalle televisioni o utilizzando per il progetto di wi-fi nazionale solo la parte inutilizzata dell’etere.

«In realtà — dice Antonio Sassano, autore del catasto italiano delle frequenze — il progetto Fcc è collegato all’asta pubblica prevista per il 2014, da cui Washington conta di incassare 30 miliardi di dollari. Una gara in cui l’autorità federale con una mano comprerà frequenze dalle tv e con l’altra le rivenderà agli operatori mobili a un prezzo più alto. Da questa riorganizzazione dell’etere si conta di ricavare spazi per la rete wi-fi pubblica».

Un disegno intelligente e spinto da un senso di futuro che in Italia manca, che richiederà tempo e dove di gratuito per gli utenti ci sarà ben poco, visto che allo stato andrà una parte del prezzo pagato per gli apparati privati Wi-fi.

Lo confermano le ultime dichiarazioni del presidente della Fcc in risposta alle critiche al progetto, molte delle quali gli sono arrivate da parte degli operatori mobili. Questi ultimi temono infatti di essere «espropriati» del loro business e di subire interferenze ai propri network telefonici da parte di una nuova, per ora ipotetica, rete pubblica.

«L’iniziativa della Fcc — dice Genachowski — libererebbe un’importante porzione di spettro coperto da licenza per il 4G Lte (la telefonia mobile di quarta generazione). E renderebbe disponibile spettro non coperto da licenza per il wi-fi di prossima generazione». Ma, al di là dei tecnicismi, quel che è sicuro è che il Wi-fi non sarà gratis e non sarà per tutti.
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