di Corriere

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Le grandi aziende tecnologiche americane (tranne Facebook) non apprezzano le nuove regole europee sulla protezione dei dati, più severe nell’imporre salvaguardie per i consumatori e vincoli per le imprese, con la previsione di pesanti multe per chi viola le norme. Google, Apple e Ibm, rappresentate da Digital Europe, sono già partite al contrattacco, sostenendo che le misure approvate sono anticompetitive.

In base al set di regole concordato nei giorni scorsi a Bruxelles dai rappresentanti della Commissione, del Parlamento e del Consiglio d’Europa (la cui formalizzazione è prevista per gennaio), le aziende potrebbero essere sanzionate anche fino al 4% del loro fatturato globale se non rispettano le norme. In più, alle aziende si chiede di rendere note eventuali intrusioni nei loro database entro tre giorni dall’avvenuta violazione dei loro sistemi.

Altro elemento che ha messo sul piede di guerra i gruppi dell’hi-tech sono le norme più severe sull’uso dei dati personali dei clienti che limita, secondo loro, la capacità di creare profili.

La bocciatura di Digital Europe,scrive la newsletter specializzata CorCom è totale: il nuovo regime “non ha trovato un adeguato equilibrio tra la protezione del fondamentale diritto alla privacy dei cittadini e la possibilità per le aziende in Europa di diventare più competitive”.

Anche le imprese che non hanno sede nell’Unione europea dovranno rispettare il pacchetto Ue sulla protezione dei dati, se hanno clienti all’interno dell’Unione: per questo anche la lobby delle aziende Usa – Amcham – ha duramente attaccato le nuove regole, affermando che ostacoleranno la crescita di importanti industrie globali, come l’analisi dei dati.

“I membri dell’Amcham attivi in Ue hanno un forte rispetto per la privacy ma temono che il testo su cui è stato raggiunto l’accordo (General Data Protection Regulation) non riesca a trovare il giusto equilibrio tra il fornire uno stimolo all’innovazione e proteggere le informazioni personali”, si legge in una nota del gruppo.

Interessante notare la posizione di Facebook, che, coinvolta in una serie di cause sulla protezione dei dati con i regolatori di diversi Paesi europei, ha fatto pressione perché l’innalzamento da 13 a 16 anni dell’età minima per iscriversi ai social network non fosse obbligatoria. L’azienda di Mark Zuckerberg per ora ha espresso un cauto sostegno al pacchetto di norme sulla privacy, affermando che renderà più chiaro quale autorità per la protezione dei dati ha giurisdizione per ciascuna impresa.

Facebook ha sottolineato come le nuove regole danno maggiore certezza legale alle aziende creando uno standard comune sulla data protection in tutta Europa, grazie a una semplificazione normativa, e rendendole responsabili di fronte al garante della privacy del Paese in cui hanno la loro sede europea.

“Avere un solo corpus di norme per proteggere i dati personali degli europei crea opportunità per la crescita e l’innovazione ed è importante per i cittadini e per l’economia europea”, ha dichiarato un portavoce del social network.

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Apple si espande nella realtà virtuale con l’acquisizione di Faceshift, una startup svizzera con sede a Zurigo che ha sviluppato un software di motion capture per le animazioni facciali. Si tratta di una tecnologia utilizzabile nella creazione di videogiochi e ovviamente nei film di animazione.

Ma il software può essere anche utilizzato per applicazioni aziendali che puntano al riconoscimento facciale a scopo identificativo o di sicurezza. Un campo applicativo estremamente interessante in un periodo come quello che stiamo vivendo, segnato dal terrorismo e dalla lotta per combatterlo.

Prima di Faceshift, nel perimetro di Apple sono finite, fra le altre, l’israeliana PrimeSense, produttrice dei sensori della Xbox, la svedese Polar Rose (riconoscimento facciale) e la tedesca Metaio (realtà aumentata). Tutte nello stesso perimetro di Faceshift.

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Si chiama Silentium, costa 1,99 euro e in pochi giorni è diventata la terza app di blocco advertising più scaricata dallo store di Apple in Italia. Ma piace anche all’estero: solo 290 dei 1.540 dowload dei primi giorni arrivano dal mercato nostrano.

L’hanno sviluppata due studenti del Politecnico di Milano, il modenese Francesco Zerbinati (25 anni) e il palermitano Francesco Di Lorenzo (22 anni). “Ci siamo conosciuti a un corso universitario, entrambi avevamo già alle spalle la “costruzione” di diversi software: io ho iniziato a sviluppare a 18 anni, Zerbinati a 20”, racconta Di Lorenzo.

Al lancio di iOS9 sono arrivati preparati: la possibilità di bloccare contenuti di advertising era stata annunciata da Apple nel corso dell’ultima conferenza degli sviluppatori. I due giovani hanno deciso di puntarci per tre ragioni: “Prima di tutto perché apriva un nuovo settore di mercato, e quindi un’app così avrebbe generato subito interesse. In seconda battuta perché questi software sono semplici da sviluppare, bastano due mesi al massimo. In terzo luogo perché ero stufo di banner e popup nel mio smartphone: un’app così serviva anche a me”, spiega Zerbinati. A Silentium ci lavorano da circa un mese e mezzo: a tempo pieno prima del lancio, ora quattro o cinque ore al giorno.

Secondo i loro calcoli Silentium permette di caricare i siti web quattro volte più in fretta, riducendo di un quarto la velocità di consumo della batteria. Ora l’obiettivo è preparare un aggiornamento da lanciare già nei prossimi giorni perché, secondo loro, sarà proprio questo a fare la differenza: “Dopo una fase beta di successo siamo finiti in coda ad altre app nel processo di revisione e quindi siamo usciti sull’Appstore con 24 ore di ritardo rispetto ai concorrenti. Lo stiamo ancora scontando: avremmo potuto scalare le classifiche e far impennare le vendite. Ma vogliamo recuperare migliorando la nostra app con gli aggiornamenti: i contenuti pubblicitari vengono aggiornati di continuo e se resti indietro riescono ad aggirare il blocco”.

Per questo, rispetto ad altre app concorrenti, hanno scelto un modello a pagamento: “Il modello freemium – analizzano – a noi non conviene. Puntiamo su un’app completa e fatta bene: l’utente non deve smettere di usarla dopo qualche mese. E rispetto ad altri software rivali abbiamo sviluppato tante impostazioni personalizzabili per renderla più adatta alle esigenze degli utenti”.

 

È cresciuta per quattro anni. Lanciata nel 2010, la startup cinese Xiaomi ha festeggiato la fine del 2014 con il botto, registrando vendite record da 34,7 milioni di smartphone. Sei mesi dopo, a fine giugno 2015, il numero di dispositivi mobili venduti è rimasto lo stesso.

La startup , già un colosso a cinque anni dal lancio, deve fare i conti con la sua prima crisi. Certo, su base annuale il primo semestre dell’anno in corso resta positivo: la crescita registrata è pari al 33 per cento. Ma gli ultimi bilanci parlano chiaro: il gigante è in stagnazione. Mentre la sua valutazione registra cifre monstre . La società è infatti valutata 46 miliardi di dollari ed è al secondo posto, dopo l’americana Uber, nella carica delle 116 delle aziende innovative valutate oltre un miliardo a livello globale.

A dispetto della fiducia degli investitori, però, Xiaomi ha due grossi limiti. Il primo riguarda il mercato cinese, il principale per l’azienda guidata da Lei Jun. Fino a due anni fa era in pieno boom: nel primo trimestre del 2013 la crescita su base annuale aveva toccato una percentuale pari al 120 per cento.
Nello spazio di due trimestri si è dimezzata, poi è via via ulteriormente scesa. Arrivando addirittura allo zero del primo trimestre 2015 secondo i dati diffusi dalla società di analisi Idc.
C’è però qualcuno che malgrado la stagnazione del mercato cinese riesce a fare affari: Apple, appena sbarcata nel Paese, si sta accaparrando sempre più clienti. Il debutto della Mela morsicata data l’anno scorso e in pochi trimestri la Cina è arrivata a pesare così tanto sui conti del colosso da superare l’Europa diventando il secondo mercato dopo quello statunitense.
Nel secondo trimestre del 2015, infatti, Cupertino ha ricevuto dal Paese entrate pari a 16,8 miliardi di dollari, registrando un più 71% su base annuale. Il ceo Tim Cook ha già definito quello cinese «un mercato incredibile», mentre la strategia di Apple per i prossimi mesi prevede l’apertura di 40 nuovi negozi. Così, se vuole sopravvivere, Xiaomi è obbligata ad allargare i propri orizzonti. Un anno fa ha iniziato a muovere i primi passi all’estero. In India, Singapore, Malesia, Filippine e Indonesia (e conta di lanciarsi presto anche in Brasile, Messico, Thailandia e Vietnam).
Il risultato? Per ora non rilevante, ma intanto ha attirato l’attenzione degli investitori locali, come il «Paperone» indiano Ratan Tata che ha appena investito nella startup . Secondo recenti indiscrezioni pare pronta anche a sbarcare nel mercato dei laptop : starebbe stringendo accordi e partnership per lanciare una linea di pc portatile nei prossimi mesi.
Ma il vero nodo che deve risolvere la società è quello relativo al suo brand . Come sottolineano diversi analisti il suo problema, soprattutto di fronte a concorrenti forti come Apple, è quello di essere percepita dalla maggioranza dei consumatori come produttrice di smartphone «abbastanza buoni». Non oggetti del desiderio ma commodity per le quali la domanda tende a scendere. A meno che non ci siano offerte convenienti, anche in termini di prezzo, che li rendano appetibili.

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Sono solidi e affermati. E pesano parecchio: oltre 1.350 miliardi di euro sommando le loro capitalizzazioni. Il doppio del totale di Piazza Affari, per intenderci. Eppure anche i Gafa (acronimo che mette insieme i quattro top tech della Silicon Valley: Google, Apple, Facebook e Amazon) hanno il loro tallone d’Achille: non sono abbastanza «disruptive». Lo sono stati, all’epoca del lancio. Ma ora non sono più startup da tempo e anche se chi ci lavora, dal ceo in giù, a volte dichiari che vogliano mantenerne la mentalità, la realtà è ben diversa.

Le vere aziende «disruptive», quelle cioè capaci di rompere gli schemi e creare dal nulla o quasi mercati e servizi nuovi, sono altre quattro top: Netflix, Airbnb, Tesla Motors e Uber (acronimo: Natu). Colossi anche questi, ma dal profilo molto diverso. I Gafa hanno disegnato internet come lo conosciamo oggi, dal motore di ricerca di Google al social di Facebook, passando dall’e-commerce di Amazon e dall’accesso continuo e costante grazie ai dispositivi di Apple.

Potenzialità
I Natu, invece, usano l’innovazione tech per modificare la vita di tutti i giorni: Netflix sta cambiando la tv, Airbnb i viaggi, Tesla e Uber i trasporti. E pazienza se, sommando le loro capitalizzazioni, si arriva a sfiorare i 140 miliardi di dollari: varranno pure meno di un decimo dei Gafa, ma rappresentano la nuova generazione di colossi del tech . Ibridi, innovativi, con modelli economici che hanno contribuito a creare e che sono così nuovi da non aver ancora trovato una collocazione definita all’interno delle leggi odierne. Lo dimostrano le continue battaglie di Uber e Airbnb, attaccati rispettivamente da taxisti e albergatori perché rendono chiunque un potenziale concorrente in quanto offerente di servizi molto simili (trasporto di auto private con autista, affitto di stanze o appartamenti privati per brevi periodi).

Avrebbe potuto essere un limite, si è rivelato una forza. Di certo le battaglie non hanno fermato gli investitori: Uber è salita ad una valutazione di oltre 50 miliardi di dollari, diventando la capofila delle 115 startup mondiali valutate oltre un miliardo. Con 25,5 miliardi di dollari di valutazione Airbnb, nella stessa classifica, si piazza terza. Risultati incredibili per due aziende che esistono da pochi anni: la prima è stata lanciata nel 2009, la seconda nel 2008. Facebook, che all’epoca aveva più o meno la loro età odierna (e quest’anno festeggia gli undici anni dal lancio), aveva appena iniziato a guardare all’estero e sfoggiava la sua prima trimestrale positiva. E tutti si meravigliavano della velocità con cui era riuscito a imporsi sul mercato tanto che, quando nel 2012 esordirà in Borsa con una valutazione record da 100 miliardi di dollari, si parlerà con insistenza di bolla tech.

Ora né Uber né Airbnb hanno fretta di quotarsi, al contrario. Ma hanno fretta, quello sì, di conquistare mercati nuovi: Uber si sta imponendo in Cina (colpaccio che ai Gafa, con l’eccezione recente di Apple, ancora non è riuscito) e ha già annunciato investimenti per un miliardo in India. Ma anche di fare pace con i concorrenti «vecchi»: Airbnb, che secondo le stime di Barclay’s arriverà ad offrire 129 miliardi di stanze/notte entro il 2016, ha appena introdotto le tasse di soggiorno.  I prezzi saranno un po’ meno competitivi, ma così la società eviterà lo scontro aperto con gli hotel tradizionali.

Tesla Motors e Netflix, invece, più che offrire modelli ibridi sono loro stesse aziende ibride. Sono «vecchie»: la prima è nata nel 2003 (un anno prima di Facebook), la seconda nel 1997 (un anno prima di Google). Dovrebbero far parte della generazione Gafa e invece sono riuscite ad innovarsi così bene da finire a pieno titolo nelle Natu. Elon Musk, ceo e fondatore di Tesla, ha puntato sulle automobili elettriche di alta gamma, riuscendo a imporsi in un mercato difficile con una ricetta nuova. Il segreto del suo successo? Essersi reso conto, prima degli altri, del potenziale delle automobili green. Il caso di Netflix è ancora più emblematico: quando è nato proponeva videocassette Vhs e avrebbe potuto, come molte altre aziende del settore, finire dimenticato dopo l’avvento dei dvd. Invece è riuscito a fare un passo in più puntando su internet e sui servizi di streaming. Oggi è anche produttore di contenuti e, per utenti e numero di ore di fruizione dei suoi servizi, sfoggia numeri che potrebbero portarlo presto a sfidare YouTube. Che, appunto, fa parte della generazione Gafa.

Il colpo di frusta a Google, inferto con l’accusa formale di abuso di posizione dominante, potrebbe essere solo il primo giro di vite di una più generale pressione dall’Antitrust europeo sul settore del digitale e delle comunicazioni. Il cambio di marcia impresso da Margrethe Vestager all’azione dell’Authority Ue per la concorrenza rispetto alla linea più cauta del suo predecessore, lo spagnolo Joaquín Almunia, fa correre un brivido tra le fila dell’industria, scrive la newsletter specializzata CorCom.

La signora di ferro danese vuole mettere il turbo all’indagine che vede, tra le altre, coinvolte Amazon e Apple per i controversi accordi fiscali siglati in passato con le autorità di Lussemburgo e Irlanda.

Per la piattaforma di Jeff Bezos non si tratterebbe, tuttavia, dell’unica grana. Un mese fa, Vestager ha annunciato un’inchiesta sulla concorrenza nel settore dell’ecommerce, con l’obiettivo espresso di accertare quali responsabilità si celano dietro le barriere che ostacolano la vendita online transfrontaliera.

Un altro fascicolo antitrust, non meno scottante, riguarda gli accordi di licenza tra gli studios statunitensi e i maggiori fornitori di pay-tv in Europa. E poi c’è la sempre sorvegliatissima arena delle telecomunicazioni. Il commissario alla concorrenza ha esibito sin qui scetticismo verso la febbre da consolidamento che attraversa l’Europa. Tre fusioni-acquisizioni, in Spagna, Regno Unito e Danimarca, sono sotto la lente di ingrandimento di Bruxelles. E il trattamento ad essi riservato avrà di certo un peso consistente sulla prossime mosse del mercato Ue delle tlc.

Tasse. Sarebbe ormai agli sgoccioli il primo filone dell’inchiesta della Commissione Ue sugli sconti fiscali offerti da alcuni Paesi comunitari a grandi multinazionali, statunitensi e non. Vestager ha di recente confermato che gli esiti dell’istruttoria saranno resi noti entro la fine di giugno. Gli accertamenti preliminari condotti dalla Commissione sul caso Amazon, e notificati al governo del Lussemburgo già nell’ottobre del 2014, hanno concluso senz’appello che l’accordo di tax ruling sottoscritto tra il gigante dell’ecommerce e il Granducato nel novembre del 2003, tuttora vigente, ha violato la normativa europea sugli aiuti di stato. Si aspettano, perciò, le prime sanzioni che dovrebbero colpire anche l’Irlanda per via di simili agevolazioni concessa a Apple.

Ecommerce. Amazon, come si diceva, teme anche l’avvio di un’indagine sul settore dello shopping online annunciata a fine marzo dalla Vestager per dare man forte alle grandi manovre in corso nel nascente cantiere del mercato unico del digitale. Stando a quanto dichiarato dal commissario danese, “vi sono indizi della possibilità che certe imprese adottino misure che limitano il commercio elettronico transfrontaliero”. A giudicare dalle critiche all’indagine di cui si è fatto portavoce il Wall Street Journal, sempre molto sensibile agli interessi delle multinazionali americane, si intuisce che nella Silicon Valley serpeggia qualche nervosismo. I soldi spesi in lobbying, evidentemente, finora non sono serviti a molto.

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Apple ha appena annunciato un bilancio da record. Intanto l’utile netto, 18 miliardi di dollari, ovvero oltre 16 miliardi di euro, in un trimestre: qualcosa di inedito, anche in una Silicon Valley che ha abituato il mondo ai suoi prodigi finanziari. E poi un margine lordo molto elevato per il settore dell’elettronica di consumo (39 per cento), in aumento di due punti, e un utile operativo del 32,5%, in aumento di un punto e mezzo. Le spese in ricerca e sviluppo sono stellari in valore assoluto (1,9 miliardi di dollari in tre mesi, contro 1,3 l’anno precedente), ma rappresentano solo il 2,5 per cento del “mostruoso” fatturato (75 miliardi di dollari).

Qualcuno fa osservare che il margine netto sulle vendite, del 24,2%, non è un record assoluto. Microsoft, per esempio, per anni accusata di essere più un elefante che una gazzella, pochi giorni fa ha annunciato un trimestre con 26,5 miliardi di fatturato e utili per 5,86: il margine netto è stato del 22,1%, ma un anno prima (24,5 miliardi di vendite e 6,56 di utili) era al 26,8%, leggermente superiore ad Apple oggi.

Si potrà che, in fondo, le due aziende fanno mestieri diversi. Ma il punto interessante è proprio questo: Apple, azienda di hardware e di strumenti digitali, può vantare una redditività paragonabile a quella di Microsoft, che è un’azienda di software. Il fatto è che Apple ha creato un ecosistema in cui il software è funzionale alla vendita dei dispositivi e si fonde con un insieme di valori – primi quelli dell’eleganza e della semplicità – che concorrono a creare un’alta user experience.

Proprio l’attenzione alla user experienceha portato la società di Cupertino a proporre smartphone con display più grandi. In linea con applicazioni e una messaggistica sempre più ricche.

Poi c’è il fattore geografico. Un ruolo importante, nel successo della Mela, lo svolge la Cina. Dopo le lunghe discussioni con gli operatori mobili cinesi, ecco l’accordo con China Mobile (2013), cioè con il più grande operatore mobile del mondo con 750 milioni di utenti.

Nel trimestre-miracolo di cui stiamo parlando, il mercato cinese è valso, da solo, 16 miliardi di dollari. Che dire? I cinesi oggi possono scegliere tra un prodotto “di casa”, come Huawei, Xiaomi o Lenovo, o l’eleganza Apple California-style. Per di più mettendo in tasca, anche scegliendo Apple, un prodotto made in China.

La domanda è la stessa di sempre e da sempre: quanto Apple potrà sostenere la sua crescita. Altri tecno-gadget stanno arrivando, come il prossimo smartwatch, che promette molto bene. La tecnologia indossabile è una nuova frontiera. E, a quanto pare, a Cupertino non hanno bisogno di allearsi con Luxottica, come ha fatto Google, per scoprire se i glasses piacciono oppure no.

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Miracoli asiatici. Xiaomi al terzo posto nelle vendite mondiali di smartphone dopo tre anni dal suo sbarco in questo mercato. Secondo Idc, l’azienda cinese ha venduto il 5,3% dei 327 milioni di super telefonini commercializzati nel terzo trimestre: dietro a Apple, che ha ceduto terreno passando dal 12,9% al 12% di share e alla regina Samsung, che è scesa dal 32,5% al 23,8%.

Xiaomi, le cui vendite si concentrano soprattutto in Cina, da luglio a settembre ha triplicato i volumi vendendo 17,3 milioni di smartphone, con un +211% su base annua. Le consegne di Samsung sono diminuite dell’8,2%, da 85 a 78,1 milioni di unità. Per Apple, invece, le vendite degli iPhone sono aumentate da 33,8 a 39,3 milioni di pezzi. Fuori dal podio si collocano Lenovo con il 5,2% del mercato e LG con il 5,1%. E ora Xiaomi conta di aggredire i mercati internazionali, Far East ed Europa compresi.

Samsung, da parte sua, ha archiviato la trimestrale più difficile dal 2011, registrando utili dimezzati, ma sempre in positivo, segno di una sofferenza dovuta al comparto dei cellulari. Un declino che non tocca l’Italia, dove i coreani continuano, in controtendenza, a dominare il mercato dei dispositivi mobili, 50% contro il 13,4% di Apple.

Sui conti del terzo trimestre pesa la concorrenza cinese, soprattutto di Xiaomi, nel segmento basso dei cellulari e quella dell’americana Apple in quello degli smartphone di fascia alta.
La divisione mobile ha così generato 1,75 mila miliardi di won, in contrazione del 74% sull’anno precedente.

L’utile netto complessivo è così calato del 48,8% a 4.220 miliardi di won (4 miliardi di dollari), rispetto al medesimo periodo del 2013, su un fatturato diminuito del 20% a 47,4 mila miliardi di won. L’utile operativo è sceso del 60% a 4,1 mila miliardi di won.

Ciò nonostante, Samsung non perde la leadership mondiale negli smartphone: con 79,2 milioni di pezzi consegnati, secondo i dati di Strategy Analytics, si conferma ancora il primo produttore al mondo di smartphone e cellulari con una quota di mercato del 24,7%, pur in calo rispetto a un anno fa.

La divisione dei chip, con un margine più alto, per la prima volta in tre anni migliora l’utile operativo che sale da 2,1 mila miliardi a 2,3 mila miliardi di won. E per i prossimi trimestri il terreno di scontro si amplia agli smartwatch, dove Samsung si è avventurata da oltre un anno mentre Apple è appena sbarcata, anche se con uno splendido prodotto.

 

La vittoria al Best in Show al CES di Las Vegas nel 2014: l’ad Enrico Iori con il socio americano Gary Kerzner, il socio Italiano Davide Barbi ed il software manager Alessandro Fiorletta.

 

I suoi prodotti li usano i Coldplay, gli Ac/Dc, Slash, la Pausini, i musicisti di Rihanna e Shakira. Li hanno utilizzati anche Brian May e i Queen, e pure Eminem per il demo della colonna sonora di “8 mile” (con la quale poi, grazie al brano “Lose yourself” ha vinto l’Oscar per la miglior canzone nel 2003). “Qualche anno fa sono stato ad un concerto dei Rolling Stones e anche loro, nel backstage, le tastiere le processavano con i nostri software”, ricorda Enrico Iori con soddisfazione. La sua azienda, la IK Multimedia, da Modena ha conquistato il mondo intero grazie ai prodotti musicali per iPhone e iPad ed oggi è la stessa Apple a “promuoverla” come uno dei principali partner in Europa, selezionandola in esclusiva per rappresentare l’Italia sul suo sito.

Nel suo settore è leader mondiale, con un fatturato che dal 2009 (anno in cui hanno deciso di puntare sul nuovo business) è quadruplicato arrivando a raggiungere nel 2013 i 28 milioni di dollari. E per il 2014 ci si attende una crescita del 20%. Mentre gli uffici, che cinque anni fa ospitavano una ventina di dipendenti divisi tra la sede italiana e quella statunitense, oggi vedono l’impiego di un centinaio di persone sparse tra Italia, Usa, Hong Kong, Giappone, Gran Bretagna, Messico, Brasile e Argentina.

Dai video alle app – Tutto questo grazie ad un’intuizione di Iori, 50 anni, fondatore e amministratore delegato dell’azienda. La IK Multimedia è nata nel 1996 per la produzione di video aziendali, ma già dall’anno successivo si è ricalibrata puntando sui software. E’ stato l’unico anno, ricorda Iori, in cui la società non è cresciuta: “Cercavamo di capire dove andare. Poi abbiamo capito la nostra vocazione: realizzare gli strumenti musicali del 21esimo secolo”. Già, perché grazie ai software (programmi e app) e agli hardware (supporti fisici) della IK Multimedia è possibile collegare computer e dispositivi mobili a chitarre e tastiere. Nel momento del lancio degli iPhone l’azienda, forte di dieci anni di esperienza nel settore pc e mac, ha deciso di sbarcare nel mondo delle applicazioni. Dopo il primo successo, non si è più fermata: il prodotto più venduto, l’interfaccia audio per iPhone e iPod iRig, ha raggiunto il milione di vendite. E ora la IK Multimedia ha un bouquet di app fra cui AmpliTube, VocaLive, SampleTank. Tutte utilizzate da musicisti a ogni livello, ed accessibili direttamente da iPhone, iPad e iPod Touch. I gioiellini di casa sono distribuiti da una rete di 15mila rivenditori in tutto il mondo, compresi gli Apple Store. Mentre sul web i download sono più di 25 milioni. Il core business, però, non sono i grandi nomi: l’azienda voleva rivolgersi ad un pubblico di gente normale e appassionata di musica. Così i prodotti vanno dai 39 ai 300 dollari, le app in versione lite sono gratuite mentre quelle a pagamento vanno dai 10 ai 20 dollari.

Boom sui mercati internazionali – Il 95% del fatturato arriva dall’estero, e fin dai suoi inizi l’azienda ha sempre puntato sui mercati oltre confine: “Il nostro primo cliente, nel 1997, era una società giapponese”, ricorda Iori. Al momento i mercati più importanti sono gli Usa e gli altri paesi anglosassoni, il centro ed il nord Europa, l’estremo Oriente. L’Italia ancora arranca, ma se per quanto riguarda le vendite è molto indietro rispetto agli altri paesi (il sito stesso di IK Multimedia è disponibile in inglese, giapponese, cinese, spagnolo e portoghese ma non in italiano) per quanto concerne la produzione sta diventando il cuore delle attività di sviluppo. Da due anni la società ha deciso di iniziare a spostare la produzione dall’estremo Oriente a Modena. Oggi il 60% della produzione è qui, in una nuova fabbrica a 200 metri dalla sede centrale, ed entro qualche anno contano di arrivare al 100%. Il direttore commerciale Fabrizio Testa sorride: “Ci dicono tutti che siamo pazzi, che costa meno produrre in Cina. Ma per noi è la qualità che conta”.

Il cuore dell’azienda? A Modena – Anche se Iori ormai vive negli Usa da cinque anni, il cervello della sua azienda resta in Italia. “E’ vero, è difficile. Ma vogliamo che i nostri ingegneri stiano in Italia ed è qui che facciamo lavorare i talenti che troviamo all’estero”, spiega. Per lavorare con IK Multimedia (che “anche se ha quasi vent’anni – dice Iori – ha ancora la mentalità della startup, almeno nei confronti delle big come Apple e Yamaha con cui lavoriamo”) l’amministratore delegato richiede impegno e passione.

Ma non solo per l’ingegneria o l’informatica. Il vero plusvalore è la musica: “Tutti i nostri dipendenti sono, o sono stati, musicisti: per fare questo lavoro al meglio essere bravi tecnici non basta”, spiega. Lui stesso suona la chitarra ed è un appassionato di musica e concerti. Tanto che, tra i vari progetti della società, c’è anche una partnership con l’università di Padova per la ricerca e l’innovazione in campo musicale.

 

Consegna bagagli, controllo documenti, imbarco. Niente di più, attività collaterali (come shopping, pasti, meditazione yoga) a parte. Negli aeroporti del futuro le operazioni legate al viaggio saranno ridotte all’osso, e di fatto passeranno tutte attraverso la tecnologia. Il check-in, per esempio, si farà tramite le applicazioni dello smartphone, e sempre tramite app si sceglierà il posto e si riceveranno le informazioni sul volo, eventuali ritardi e gate di partenza compresi. Il personale di terra gestirà gli imbarchi con i tablet in mano e accoglierà i passeggeri con i Google Glass in testa. Mentre i parcheggi degli hub saranno coordinati da robot, ai quali verranno affidate le automobili per essere riconsegnate alla fine del viaggio. “L’obiettivo è semplificare più possibile le operazioni, in modo da migliorare i servizi per i passeggeri”, spiega Francesco Violante, amministratore delegato italiano di SITA, la società internazionale di telecomunicazioni per il settore del trasporto aereo. Per sapere chi sono i passeggeri di oggi, basta incrociare i dati diffusi durante il convegno internazionale “Air Transport IT Summit”, organizzato da SITA a Bruxelles nel giugno scorso. Si scopre così che sono sì tecnologici (7 su 10 hanno almeno uno smartphone) ma della tecnologia si fidano poco (solo il 4,6% fa il check-in da mobile) e malgrado siano abituati a volare restano ansiosi: il 60% arriva in aeroporto in anticipo perché ha paura di perdere il volo. Per questo oggi coesistono più sistemi per venire incontro alle diverse tipologie di passeggero: negli aeroporti ci sono il check-in tradizionale con hostess e i chioschi elettronici dove fare tutto da soli, mentre chi preferisce far tutto a distanza può affidarsi al check-in online da fare tramite pc o a quello mobile da effettuare via smartphone o tablet.

iBeacon e braccialetti biometrici “Di progetti da sviluppare ce ne sono molti, ma non tutte le idee che abbiamo oggi matureranno: bisognerà vedere come verranno accolte in fase di test, se saranno o meno apprezzate dai passeggeri. E magari nel frattempo sarà la tecnologia stessa a cambiare”, sottolinea Violante. Che, però, qualche previsione la azzarda: presto nei nostri aeroporti sbarcheranno iBeacon (tecnologia Apple basata su localizzazione che invia agli smartphone dei passeggeri informazioni sul loro volo) e braccialetti biometrici (che saranno al contempo documenti di viaggio e ticket). Poi arriverà anche l’internet delle cose, mentre aeroporti e compagnie inizieranno a raccogliere (e scambiarsi) i data dei passeggeri. L’innovazione è ormai un passaggio obbligato: entro il 2017 il 90% delle compagnie aeree di tutto il mondo userà la tecnologia, soprattutto mobile, per migliorare i servizi. Anche in Italia? “Anche in Italia – conferma Violante – da noi i fattori inibitori sono cultura e mentalità, ma i costi sempre più bassi della tecnologia faranno sì che sarà adottata sempre più in fretta. Non dimentichiamoci poi che gli italiani lo smartphone lo usano parecchio e quindi rappresentano potenzialmente un mercato adatto a questo tipo di innovazione”.

Prima del viaggio Le agenzie di viaggio tradizionali, ormai, le usano in pochi. Ma anche quelle online sono (quasi) acqua passata: l’ultima frontiera degli acquisti passa attraverso i metasearch, cioè gli aggregatori di diversi motori di ricerca che mettono insieme i risultati in arrivo da più piattaforme. Il settore è in piena espansione e i big sono già corsi ai ripari: negli ultimi due anni le principali agenzie di viaggi online hanno acquisito i metasearch più interessanti, da Trivago (comprato da Expedia) a Kayak (ora nel bouquet di Priceline). Resta fuori Skyscanner, che è anche quello più promettente con un fatturato che l’anno scorso ha raggiunto 108 milioni. Una volta comprato il volo, sarà la compagnia stessa a gestire tutto tramite i dispositivi mobili. Per il Paese scelto serve un visto, bisogna fare delle vaccinazioni? Saranno le app a ricordarcelo tramite le notifiche, e sempre tramite notifiche ci informeranno se il volo avrà un ritardo o ci saranno cambiamenti per quanto riguarda il gate di partenza. Grazie alle app, inoltre, sceglieremo il posto in cui sederci, cambieremo il volo (o annulleremo il ticket) e registreremo il bagaglio. Bagaglio che, sempre grazie alle app, non avremo più necessità di aspettare: le notifiche ci avvertiranno anche dove e quando andare a recuperarlo, senza inutili attese accanto a nastri trasportatori vuoti.

L’arrivo in aeroporto I parcheggi non li vedremo neanche. Saranno i robot a prendere in carico le automobili, a parcheggiarle e a riconsegnarle al ritorno. Una comodità per i passeggeri, ma a guadagnarci saranno gli aeroporti stessi dato che potranno ridurre lo spazio previsto per ogni auto non dovendo più calcolare l’apertura della portiera, aumentando così il numero dei parcheggi. Se adesso possiamo, grazie al check-in mobile, limitarci a mostrare lo schermo dello smartphone e i documenti d’identità per passare i controlli, in futuro basterà un braccialetto biometrico. Un sistema che è già in fase di sviluppo avanzato e che presto potrebbe sbarcare negli aeroporti per un progetto di test. In grado di registrare il nostro battito cardiaco, che essendo diverso per ognuno funge da riconoscimento d’identità, servirà sia come documento che come ticket di viaggio. In pratica, una volta arrivati in aeroporto, non dovremo far altro che consegnare il bagaglio.

In aeroporto Forse impareremo a essere meno ansiosi, e arriveremo sempre più all’ultimo minuto. Grazie agli iBeacon potremo farlo senza rischiare di perderci tra corridoi e duty free shop: la tecnologia sviluppata da Apple e basata sulla localizzazione funziona tramite bluetooh e invia agli smartphone dei passeggeri notifiche di vario tipo. Si va dall’apertura del gate alle informazioni su come raggiungerlo, indicando anche i tempi di percorrenza verso il luogo dell’imbarco. Privacy permettendo: per accedere ai servizi bisognerà accettare il trattamento dei dati personali. La prima ad utilizzare gli iBeacon sarà l’American Airlines, la fase di test partirà a inizio 2015. Il sistema è già disponibile sugli iPhone con iOS 7, ma verrà potenziato a breve con il rilascio del prossimo sistema operativo. Alla SITA si aspettano ottimi risultati: “Avrà grande successo, e presto arriverà anche in Italia”, sottolinea Violante.

Al gate Sorridere e guardare il cliente negli occhi. Riconoscendolo e avendo già le risposte pronte alle sue domande, dai dettagli sul volo al tempo che troverà all’arrivo. Queste saranno le prerogative degli hostess di terra, e non è fantascienza: si tratta di servizi possibili grazie all’utilizzo dei Google Glass. Il plusvalore degli occhiali a realtà aumentata, secondo il presidente europeo SITA Dave Bakker, è proprio questo: “Grazie al mobile il personale ha sempre accesso alle informazioni, ma con i Glass può continuare a comunicare con i clienti guardandoli negli occhi”. Al momento, però, l’adozione dell’ultimo gioiellino di Mountain View negli aeroporti è ancora lontana. La fase di test (che all’inizio dell’anno ha coinvolto il personale della compagnia Virgin Atlantic a London Heathrow e poi, a giugno, anche lo staff dell’aeroporto di Copenhagen) ha evidenziato infatti due problemi da risolvere prima di pensare ad un utilizzo di massa dei Glass: la batteria ha ancora una durata limitata e se usati in maniera costante gli occhiali a realtà aumentata diventano anche troppo “caldi” per essere indossati. Per il momento, insomma, si guarda agli smartwatch ed ai più tradizionali tablet, che entro pochi anni si prevede saranno utilizzati da gran parte delle compagnie per gestire il coordinamento della varie fasi di imbarco.