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—
ammira le cose
col trucco
del tempo o
le pose
—
stai fermo
attaccati ai bottoni
a quelle foglie
strette fitte fra
i rami del limone
–
le ore lucide
non siamo atti
a sognare
sono loro semmai
capaci a
sognare noi
:
La finzione ricorda la vita e vi ricorre
la emula dissimula e vorrebbe
riviverla quasi senza
di noi come senza
di noi
*
due passi due
pianeti, lingua
che confina con
lingua e parla si
parla come si ascolta
e comprende a
contatto. Il contatto che
scaturisce all’incrocio,
all’incontro – non scartando
nessuna perplessità, e
soprattutto la pura
possibilità di toccarsi,
impararsi – mutandosi
come a scorgere
il volo
da sé, da un passo
a un pianeta a
un passo
dei nostri equilibri,
carte scivolano
Fai entrare ancora un poco di cielo.
Mentre le parole
non hanno mai
costretto alcuno
a non tacere, hanno
probabilmente chiesto
cortesemente di
essere pronunciate
quando il silenzio
avrebbe necessitato
una rottura, una pausa
nessuna censura.
Lascia che entri ancora
uno spiraglio di cielo
il tentativo di una parola

aria lava il viso
acqua soffia via
notte da mattino
abbaglio che accantuccia
–
*
–
Le corde nelle storie
fanno correre le voci,
rallentare il tempo
meditare le memorie
—
felicità come memoria
è una parola (a ritmo) singolare?
—
traccia
eleganza
argina
pozzanghera
fai la tua faccia
Ma tra questi giardini
e sopra di essi
le nuvole ai passi
dettano una pace
Incontro una signora e una gatta che passeggiano, parlano un po’ miagolando mi augurano Buon passeggio e io auguro altrettanto a loro
Poi più avanti stelle ai portoncini
Il centro abitato si approssima
Al mio buongiorno signore e signori rispondono Ciao
Una colomba bandiera bianca
Al bar Good times for a change
E chiacchiere accesissime
Un signore con tazzina in una mano
e telefono nell’altra. Orecchie impegnatissime.
Pina intanto mi racconta la vita delle sue preoccupazioni.
Più tardi un uomo alla finestra di
piano terra come un bottone trasparente
Mi stavo domandando se
una poesia possa avere
in sé lo spazio per
dichiarare la rabbia
contro ciò che hanno
– le cosiddette società civili –
concesso alle forme di governo
che ci “regolano”
e perché mai questi governi
abbiano il diritto e un potere tanto
indiscriminatamente e palesemente
ingiusto – eh già:
scorretto –
altroché regolatore – irregolare – illegale
(se la legge è l’oggettiva e pure soggettiva giusta norma del vivere, rispettosamente)
Mi domando se una poesia
che tacci un telegiornale di dire
più bugie che altro, non sia una
poesia fuori dal programma
ministeriale
o, addirittura fuori tema
di quelle che il professore
esclude a priori con un giudizio
tale!
Mi sto domandando se alla
televisione vogliano
indurti a non fidarti del
tuo vicino – prossimo –
di casa – di posto –
per lo specifico motivo di non
farti riconoscere invece
il vero nemico
che – ormai potremmo
avere intuito – è quel
te stesso atto a temere
tutto, tutto ciò che non “deve”…
adesso mi rispondo che non ho mai
scritto una poesia del genere
perché – continuo a
domandarmi se
possa esistere una poesia
che condanni – qualcosa
qualcuno – in un contesto
di condanne continue
ingiuste – molto mondo
è una prigione – e i prigionieri
sono innocenti –
non può esistere una
poesia condannatrice,
piuttosto è l’apertura alla via
che sogna – una poesia
liberatrice che canti
il senso di avventura in
un mondo pieno di foreste, bagnato da oceani
da respirare anche solo pensandovi –
una poesia antica e ammirata dal suo
stesso arcobaleno – mirabile non senso
arrabbiato con chi non saprei
ma non con noi
che stiamo sognando
di vivere
in pace
e abbiamo alcune parole
precise tra
mente e piedi –
nel cuore una specie
di lanterna
che a dovere si
cimenta in
cielo azzurro di giorno
la notte stellato e
lascia la paura dietro e
verso uno
dei tratti del volto della
stessa poesia – il mistero di
esserci e vivere – di poter liberare chi
adesso è sempre legato
dal potere ottuso di
quel mondo nel mondo
– mi domando se sia davvero tale mondo, un mondo, il mondo che pensavamo di abitare –
che questa poesia sta
cercando di
non imitare – rivolgendosi
invece
a noi
Ci sono le strade
dagli occhi chiusi
il sole gli avanzi,
di luce che conti
annusando – e pure
i versi che sanno
starsene rin-
tanati chissà dove,
liberi invece di spazia-
re. C’è la breve av-
ventura del dimenticare,
parola verbo dimensione
diversa per ciascuno, comune
forse la fotografia è uno dei modi rispettosi di trattare (con) il tempo. mantenendo il suo mistero e(p)pure la sua presenza, realtà proprio spartana, così. trattenendo e non i sensi, ampliandone e dunque tenendo presente il suo puro nonsenso, l’esistenza come l’inesattezza dell’esserci, scomparendo, ancora rimettendoci pienamente in contatto con il verso impermanente di una nuvola in cielo.
La parola – avverbiale? – mi viene sottolineata in rosso quale errore.
No, adesso viene accettata come corretta.
La fotografia è una corretta parola verso il tempo, senza alcuna parola e senza neppure il tempo (volendo).

