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Poesie inedite di John Martone e di Francesco Paolo Intini, Una poesia intermittente, asistematica, in crisi di prossimità priva di soggettoalgia che si nutre in modo vampiresco di deviazioni, di shift, di zig zag semantici per andare chissà dove e chissà con quale motoveicolo, di Raffaele Ciccarone, corde luminescenti, acrilico, 2024

Poesie inedite di John Martone

Hai formato i miei reni (S 139)
secondo il sonogramma
ne ho due

~
Come sono snelli
i tuffatori di Paestum
un attimo sospesi
nel tra
le
preposizioni

~
sta per crollare
anche il mio balcone
pertanto mi piace

~
il paradosso:
l’etimologo
è l’esistenzialista

Leopardi
noialtri

portiamo
sulla schiena
il tumulo

~
sono solo mode trapassate
i suoi orologi — un grappolo
adesso non ne porta nessuno

~
imboscata
nel silenzio
la grammatica
attende il vento

~
ogni attimo
di incuria
oblio
negligenza
è stato
previsto

mi manca
un Eraclito

~
navigato
l’intero mondo
i Fenici
ci hanno lasciato
la loro
scomparsa

~
se solo fossi quell’ottantenne
di decenni fa — un Ulisse
nel suo fitto oliveto
di tronchi e rami
contorti dai secoli

se solo … magari:
mi lamento per il caldo

~

resti reperti
frantumi di orci
etimologie

~

questi frammenti
di una pietra incisa —

il tuo specchio
che non ti rispecchia

~
tempio

dal reame sotterraneo
di un passato remoto
i tuoi morti
le divinità morte
della morte tutta
l’ascendenza

una sorgente — sorseggiala
di acqua fresca

~
l’archegete
dio della stirpe

da solo
naturaliter

di sé stesso
il fantasma

Commento di Giorgio Linguaglossa

John Martone entra da subito in tackle sulle parole, ci entra in diagonale, ci parla di «Come sono snelli/ i tuffatori di Paestum/ un attimo sospesi/ nel tra/ le/ preposizioni», senza aggiungere altro. Nessuna glossa. Nessun commento. È una poesia non commentata, che inquadra da subito l’obiettivo e la Sache, la Cosa, le cose, quelle misteriose entità che sempre ci sfuggono perché sempre si presentano dis/locate, in/disposte, dif/fratte. È una poesia che non segue alcun cronoprogramma o crittogramma orfico, alcun abbecedario, che non ha alcun portolano come riferimento, oserei dire priva di direttrici, di longitudini e di latitudini e di adiacenze, ma con molti scalini tra una strofe e l’altra, molti dis/equilibri. Una poesia intermittente, asistematica, in crisi di prossimità priva di soggettoalgia che si nutre in modo vampiresco di deviazioni, di shift, di zig zag semantici per andare chissà dove e chissà con quale motoveicolo. Una poesia che ha con il verso libero un rapporto di sospettosità e di inimicizia, che ha contezza della sua inidoneità a contenere alcun contenuto che dir si voglia. Una poesia che vorrebbe essere un contenente privo di contenuto. E che forse ci riesce davvero.

Francesco Paolo Intini
ERMENEUTICA MILITARE 2

Invece della cucina trovai un resort al fosforo
Pochi detonatori ordinavano le cabine
Dove i bagnini caricavano il fuoco.

Un giocoliere lanciò il suo coltello nel tramonto uccidendo l’orizzonte
E al Sole appena sgozzato subentrò un condor col carico di munizioni ai pulcini

I kalashnikov ora avevano calzoncini corti e correvano per vincere la finale di Champions.
Ma noi aspettavamo il tradimento del goal!

La suprema arte dell’imboscata non si fece attendere e così svelò la faccia del solstizio di giugno.

Per ogni raggio che usciva dal reggiseno ci consegnarono una pasticca di Fentanyl.

Non poteva accadere che qualcosa andasse storto e per questo partimmo a Mach8 con l’olfatto dei falchi nei motori.

Fu allora che le larve s’impadronirono del formaggio per colpirle tutte assieme nel giorno stabilito.

Raccontano di terre senza Re dove le Regine collassano lasciando latte e miele in frigo
Ma qui si tratta di un’operazione di Valentiniano non da Valentino.

La lava in persona magnifica il piombo: -Vetrificare!
Fino a rendere trasparenti i cipressi sulla lingua-Sterilizzare!

Le olive piangono l’oleodotto saltato in aria
e i sogni sgorgano dalle tette.

Ci imbattemmo nello scacco della bestemmia
E in effetti dal napalm traemmo il nano della cortesia
Mentre la gravità garrotava l’equatore.

ERMENEUTICA MILITARE 3

La gazza insegue il corvo
Ed è battaglia aperta sulle terrazze
Cadrà a pezzi
penna incandescente
E becco senza preda

La rondine va serena dietro a un B2
approderà su qualche pappagallo
gonfio di chiasso, verde distruttore

L’antenna è la gazzella
su cui s’avventa
La tribù di cani selvatici

E dunque ricapitolando
Uccelli e savana nel cucchiaio
Che mescola i Tg

Sulla parte non illuminata dell’occhio
Il libro mostra i geroglifici alle piramidi:
Il profilo di una portaerei più un milione di testate nucleari
E, quasi in un balletto sacro, razzi, missili, bocche di cannoni
La polka di boleti e funghi

Un susseguirsi di crateri registra leggi del firmamento
in termini di buchi neri
seimila a me cinque a te e sparsi tra Andromeda
e Alfacentauri qualche forellino all’insaputa.

-Nessuna violazione nel gioco del biliardo:
Colombi che fuggono di qua di là, passeri che si schiantano senza rumore
Fragore di padella che non supera il silenzio tra le stelle
sfere che si attraggono e, per amore universale
occhio per occhio
quadrato della distanza a divisore.

Commento della IA Copilot interpellata da Giorgio Linguaglossa su una poesia di Francesco Paolo Intini

Come appare evidente, nelle composizioni kitchen, distopiche e kitsch di Francesco Paolo Intini ogni elemento di senso e di significato sembra essersi dileguato dall’orizzonte dei significati. Intini impersona il ruolo di un anarcosindacalista che prende sul serio quello che nessuno dei suoi contemporanei oserebbe prendere sul serio: che il Reale appare nel suo deserto semantico, ovvero, che appare e riappare sempre di nuovo il deserto del Reale come ossessione, fobia, fantasma, spauracchio, revenant…
Le parole poetiche di Intini sono come attratte da un Grande Vuoto. C’è un Grande Attrattore che le attrae alla periferia del senso e del significato. Mi spiego: il Grande Altro si è convertito in un Grande Vuoto e in un Grande Attrattore. Un buco gigantesco che inghiotte tutte le cose e tutte le nostre parole, inostri sentimenti, le nostre identificazioni, le nostre proiezioni. Di conseguenza, gli oggetti non sono più al loro posto ma si presentano fuori-posto, fuori-luogo, dis/locate.
Intini si è accorto che il posto è vuoto veramente e questa scoperta è talmente intollerabile che il «vuoto» assorbe e consuma, letteralmente, ogni parola e ogni oggetto delle sue poesie. Una sorta di buco nero (blackhole) è in azione al Centro del nostro sistema Simbolico che fa collassare tutta la costruzione edilizia e manifatturiera del Reale. Il Buco del Reale liquefa letteralmente ogni oggetto e ogni parola. Il collasso dell’ordine Simbolico è l’ultimo epifenomeno di un Reale che ostinatamente si rifiuta di essere intellegibile e di consegnarsi alla ermeneutica del tempo terminale dell’Antropocene.

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per la poesia con Progetto Cultura, Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE è in preparazione. È uno degli autori presenti nelle Antologie Poetry kitchen 2022, Poetry kitchen 2023 e nella Agenda 2023 Poesie kitchen edite e inedite (2022), nonché nel volume di saggi di Giorgio Linguaglossa, L’Elefante sta bene in salotto, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2022. È presente nella antologia kitchen Exodus e nel dialogo distopico a due voci con Giorgio Linguaglossa, Excalibur (2024). È membro della redazione della rivista on line lombradelleparole.wordpress.com.

John Martone è nato a Mineola (NY) 1952, figlio di un emigrato (da Frigento (AV). Laureato in letteratura comparata. Le sue pubblicazioni comprendono una ventina di libri di poesia in inglese, una traduzione di Pascoli (O Little One, 2019) ed una raccolta delle poesie di Frank Samperi (Spiritual Necessity, 2004). Fondatore e redattore delle ex riviste tel-let e otata. Di recente andato in pensione dal lavoro a badante in un laboratorio per i diversamente abili, si dedica allo studio del Meridione e del Francescanesimo. Nel 2023 ha preso la decisione — da allora in poi — di scrivere solo in Italiano.

18 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea

Una poesia kitchen di Lucio Mayoor Tosi interpretata dalla Intelligenza Artificiale Gemini, In diretta su Alfa Centauri – Cambio di paradigma e la rivoluzione dei linguaggi presso la nuova poesia, La IA generativa Copilot interpreta versi di Francesco Paolo Intini

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In diretta su Alfa Centauri.
Boschi e casette, confezioni di ribes, molti silenzi;
prati che si allontanano, nonni sulla porta; mamme
danzano a piedi nudi, spose attente al vestito giocano
con bambini imbarazzati. Non manca il cane dei vicini.
Il bosco sottratto, Arcangeli registri bollette scadute.

Riposo. La vita inutile. Bella vedetta, spalline, aquilotti,
zeri con faccina. Povera me. A Capri con la mamma.
Silvia ha il vaiolo. Questo scrive, l’altro si mangia
le parole.

Olga rimane, abbiamo fatto tanta strada.
– Lista dei cocktail, lista delle pizze, liste
abat-jour, tutte le notti.

Commento dalla IA Gemini interpellata da Giorgio Linguaglossa

Prendiamo in esame questi frammenti:

Riposo. La vita inutile. Bella vedetta, spalline, aquilotti,
zeri con faccina. Povera me. A Capri con la mamma.

Sono frasi rigide, lasciate in sospeso, che lasciano intendere che le azioni sarebbero potute continuare chissà come. I frammenti così assemblati lasciano un debito al lettore, debito che il lettore dovrà estinguere, pena il pagamento di una ammenda per ciò che è stato tenuto in sospeso. Ha scritto Giorgio Linguaglossa: «Le parole irrigidite, raffreddate, iperbarizzate sono quei molluschi dell’aria, quelle meduse dell’atmosfera in rapporto alle quali non possiamo fare altro che disabitarle, abbandonarle, lasciarle andare; le parole già reificate dei nostri parlari una volta costrette e costipate nello spazio neutro della nuova reificazione della scrittura poetica, cessano ogni eloquenza, restano mute, non abitano più alcun condominio di parole e se ne vanno ramengo nell’universo rumoroso».
In questa frammentologia vi si trova in grande abbondanza il banale del quotidiano divenuto turistico, con il bello sguardo di Capri: «boschi e casette», «bollette scadute», «Lista dei cocktail, lista delle pizze, liste/ abat-jour, tutte le notti». Sembra la cornice della pubblicità della Buitoni con annesso il quadretto idillico delle mucche e dei pastorelli felici; ci sono anche frammenti di parlato telefonico: «Silvia ha il vaiolo», interferenze, rumori di fondo, intermittenze, cambi di passo:

«Boschi e casette, confezioni di ribes, molti silenzi».

Sintesi:

La sintesi potrebbe essere questa: non c’è altro da fare che fare yoga o seguire i seminari di teologia, fare jogging nei parchi, fare rime e antirime, dedicarsi alla flat-tax delle parole della superficie. Il discorso poetico di Lucio Tosi si nutre delle parole di superficie che vengono pronunciate nel quotidiano, non c’è nessuna verità in esse, nessun altrove, nessun emozionalismo.

Ha scritto infatti l’autore:

Vivere nella realtà è mortificante. Starò più attento al consumo delle risorse pubbliche. Il mondo incantato di cui scrivo è ben piantato nella mia mente. Non so dove altri piantino il loro. Il mio lavoro adesso consiste nell’inscatolare parole. Le parole mi arrivano col contagocce, e per collaborazione. Non do consolazione, se tento un insegnamento, subito ne rido. Piuttosto bravo nel lasciar perdere. Poeta, se poeta, occidentale.
(Lucio Mayoor Tosi)

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.Cambio di paradigma e la rivoluzione dei linguaggi presso la nuova poesia

Metri e linguaggio nella poesia kitchen nell’epoca della IA genearativa cessano di designare un rapporto, ovvero il legame tra un genere poetico e il Reale, è questo il punto. Indicano piuttosto l’assenza di qualsiasi rapporto con il Reale. Condivido appieno il rilievo di Tiziana Antonilli, la IA Gemini ha fallito in toto l’approccio, l’ermeneutica della poesia di Tiziana Antonilli per la semplice ragione che QUELLA ermeneutica dei testi è stata addestrata sulla poesia tradizionale, accademica, che nulla ha a che fare con la poesia della nuova ontologia estetica. Le relative implicazioni che derivano sul piano stilistico e tematico da questa rivoluzione sono le nuove forme e il nuovo linguaggio poetico (con relative distassia e dismetria) che non sono più «simboliche», (Panofsky, Cassirer fino a Lacan e Slavoj Zizek etc.) ma vuote. Da qui l’apertura di immense praterie di possibilità stilistiche e linguistiche. Dal punto di vista della nuova ontologia estetica, la metrica e la lingua poetica tradizionali sono un reperto archeologico da guardare con distaccato senso dell’alterità e della distanza. Resta il fatto che la IA più evooluta è, ad oggi, ancora incapace di articolare una valutazione tecnica, stilistica e linguistica, nonché delle ragioni di fondo, storiche, ontologiche ed epistemologiche che sorreggono l’attività della IA riguardo alla lettura della nuova poesia.2

Nella poesia kitchen si possono scrutare, come in un microcosmo, al microscopio il cambio di paradigma e le trasformazioni epocali che sono avvenute negli strati sociali più profondi e nelle crisi di rappresentatività delle democrazie parlamentari dell’ex Occidente, ovvero, dell’Europa quale anello debole delle democrazie parlamentari su scala planetaria proprie del periodo storico che stiamo vivendo. Derivano da qui i grandi processi di trasformazione della forma poetica e dei suoi linguaggi che sono in corso nella nuova poesia.2. Il fallimento della Intelligenza Artificiale generativa parla chiaro. Era proprio questo il punto ascoso del mio discorso che avevo lasciato in sospeso e dietro il sipario: la incapacità la inadeguatezza della Intelligenza Artificiale generativa a capire qualcosa della nuova poesia.2.

Ho chiesto alla IA Copilot di interpretare questi versi di Francesco Paolo Intini:

Così beato non s’era mai visto il miliardo
E se cade un F16 è perché uno stormo di banconote
È finito nel motore.

Ma oggi sciamano stormi dappertutto
E battaglioni di centesimi assaltano le trincee.

Napoleone e Nelson giocano a tresette
Mi trovo al Purgatorio?

Domanda: quale è il rapporto con il Reale di questi versi?

Risposta: Non riesco a vedere alcun rapporto tra questi versi e il Reale

Domanda: Secondo te le immagini distopiche contenute nei versi come possiamo descriverle?

Risposta: Non saprei con precisione, dammi tempo per riflettere.

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“La musica di oggi non è peggiore di quella di prima, la musica di oggi non esiste”. La musica è finita, l’elettronica l’ha avvelenata, il computer l’ha uccisa e ora l’intelligenza artificiale la seppellisce. Si potranno comporre, forse si compongono già, musiche di buon livello senza bisogno di compositori. Basterà il il nerd che scrive il prompt. Componi un quartetto per archi 80% Mozart e 20% Haydn! E la macchina, che ha ascoltato tutti i quartetti di Mozart e tutti i quartetti di Haydn e può smontarli e rimontarli in infiniti modi diversi, rapidamente esegue. Ovvio che presto il valore di tutta la musica post-IA si avvicinerà allo zero. Resterà il repertorio. In futuro chi vorrà vivere un’autentica esperienza musicale dovrà andare ai concerti in cui persone fisiche suonano vecchi brani di Mozart con strumenti di legno, o antichi brani di Scarlatti con canne di piombo. Diventeremo post-umani ascoltando violoncelli e organi a canne. (Camillo Langone, da “Il Foglio” 19 marzo 2025)

Il motto di Heidegger: «Quando ci sentiamo spaesati, iniziamo a parlare» (1924), cento anni più tardi, nel mondo capovolto della IA generativa, può essere riscritto così: «Quando ci sentiamo spaesati, iniziamo a tacere». (Giorgio Linguaglossa)

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