
Sujata Bhatt, poetessa e traduttrice indiana (1956) attualmente vive a Brema. La bibliografia di Sujata Bhatt in italiano include principalmente la raccolta di poesie Il colore della solitudine, pubblicata nel 2005 da Donzelli Editore e curata da Paola Splendore. Inoltre, alcune sue poesie sono state tradotte in riviste letterarie come “Tratti”, “Testo a Fronte” e “Semicerchio” e sono presenti nell’antologia “L’India dell’anima”.
The One Who Goes Away
But I am the one
who always goes away.
The first time was the most –
was the most
silent.
I did not speak,
Did not answer
Those who stood waving
With the soft noise
of saris flapping in the wind.
To help the journey
coconuts were flung
from Juhu beach
into the Arabian Sea –
But I saw beggars jump in
after those coconuts – a good catch
for dinner. And in the end
who gets the true luck
from those sacrificed coconuts?
I am the one
who always goes away.
Sometimes I’m asked if
I were searching for a place
That I can keep my soul
From wandering
A place where I can stay
Without wanting to leave.
Who knows.
Maybe the joy lies
In always being able to leave –
But I never left home.
I carried it away
with me – here in my darkness
in myself. If I go back, retrace my
steps
I will not find
That first home anywhere outside
In that mother-land place.
We weren’t allowed
to take much
but I managed to hide
my home behind my heart.
Look at the deserted beach
now it’s dusk – no sun
to turn the waves gold,
no moon to catch
the waves in silver mesh –
Look
at the in-between darkness
when the sea is unmasked
she’s no beauty queen.
now the wind stops
beating around the bush –
While the earth calls
and the hearth calls
Come back, come back –
I am the one
who always goes away.
Because I must –
With my home intact
But always changing
So the windows don’t match
The doors anymore – the colours
Clash in the garden –
And the ocean lives in the bedroom.
I am the one
Who always goes
Away with my home
Which can only stay inside
in my blood – my home which
does not fit
with any geography.
*
Colei che va via
Ma io sono colei
che va via, sempre
La prima volta fu la più –
fu la più
silenziosa.
Non parlai,
né risposi
a coloro che immobili mi salutavano
con il lieve fruscio
dei sari che ondeggiavano al vento.
Per augurare buon viaggio
dalla spiaggia di Juhu
gettarono noci di cocco
nel mare d’Arabia –
Ma vidi dei mendicanti tuffarsi in acqua
dopo le noci di cocco – una buona pesca
per la cena. E alla fine
chi coglie la buona fortuna
del sacrificio delle noci di cocco?
Io sono colei
che va via, sempre.
Talvolta mi chiedono se
sia cercando un luogo
in cui la mia anima cesserà
di viaggiare
un luogo in cui possa sostare
Chissà.
La gioia è forse
poter sempre partire –
Tuttavia, non ho mai lasciato la casa.
L’ho portata via
con me – qui nell’oscurità
dentro di me. Se torno indietro, rintraccio i miei passi
non troverò più
quella prima casa in nessun luogo
della mia terra madre.
Non ci fu permesso
di prendere molto
ma riuscii a nascondere
la casa dietro al cuore.
Guarda la spiaggia vuota
adesso al crepuscolo – non c’è sole
a dorare le onde,
non c’è la luna a catturare
le onde nei riflessi d’argento –
Guarda
l’oscurità che si insinua
quando il mare è senza maschera
non è più così bello.
Ora il vento cessa
di soffiare attorno ai cespugli –
Mentre la terra chiama
e il cuore chiama
torna indietro, torna indietro –
Io sono colei
che va via, sempre
perché io devo –
con la mia casa intatta
che cambia sempre
con le finestre che non si intonano
con le porte,davvero – i colori
si scontrano in giardino –
E l’oceano abita in camera da letto.
Io sono colei
che va via, sempre
via con la casa
che può solo restare dentro di me
nel mio sangue – la mia casa che non ha posto
in nessuna geografia.
(trad. Giorgio Linguaglossa)

The Lights Teased me
The Lights Teased me
all day –
the light made me
doubt every word.
What do I mean? What
have I gleaned
so far?
By late afternoon
when I stumbled across
Your Red Poppy
I couldn’t see
the Poppy anymore.
Instead, a far tarantula emerged
rich with eggs, I could tell
by the way she moved.
A black sheen of joy.
Then she slid back into scarlet
scraps of silk.
*
La luce mi ha ingannato
La luce mi ha ingannato
tutto il giorno –
La luce mi ha fatto
dubitare di ogni parola.
Che significa? Cosa
ho raccolto finora?
Nel tardo pomeriggio
quando mi sono imbattuta
nel tuo Papavero rosso
non ho più visto il Papavero.
Al suo posto è apparsa una grassa tarantola
carica d’uova, l’ho capito
da come si muoveva.
Nero luccichio di gioia.
Poi di nuovo è scomparsa nelle strisce
di seta scarlatta.
(trad Paola Splendore)
Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa
Il fatto è che oggi parlare di «autenticità», di «centricità» dell’io, di «identità», di «luogo», di «soggetto»… e anche di «riconoscibilità», di «originarietà» della scrittura poetica è una vera e propria blasfemità, se non peggio. Quello che occorre oggi è un rivolgimento: porre al centro dell’attenzione critica la questione di un altro «modello», di un «nuovo paradigma», di una «nuova forma-poietica» sembrerebbe il minimo sindacale. Il discorso poetico della nuova poesia passa necessariamente attraverso la cruna dell’ago della lateralizzazione e del de-centramento dell’io, dalla presa di distanza dal parametro maggioritario del tardo novecento italiano e di questi ultimi due decenni epigonici del dolorificio permanente dell’io egolalico ed elegiaco. Oggi si parla di nuovo, in chiave conservatrice, di una poesia e di un romanzo comunicazionali, di una «forma-poesia riconoscibile» e di una «forma-romanzo riconoscibile». Il capitalismo cognitivo e putativo in crisi di identità e di accumulazione, genera ovunque normologia, riconoscibilità e, sul piano politico, conservazione. Quello che occorre oggi è invece la rottura della conservazione, politica, estetica, etica. Quello che occorre è l’«irriconoscibilità» della vita phantasmatica e politica, una poiesis che abbia una «forma-poesia» e una «forma-romanzo» irriconoscibili, infungibili, intrattabili, refrattari a qualsiasi utilizzazione normologica messa in atto dai valvassori del capitalismo cognitivo.
L’angoscia di cui ci parla la poetessa indiana, la perdita del luogo natale, la casa, non è qualcosa di cui si possa fare esperienza, di cui si possa dire perché è qui, accanto a noi e non là, lontano da noi, nel passato di quando eravamo bambini o nel futuro di cui non sappiamo niente. In verità l’angoscia è al di qua e al di là dell’esperienza; l’esperienza è sempre fuori dell’angoscia, le è estranea nonostante la maschera o le maschere con le quali la vediamo pavoneggiarsi sul palcoscenico della teatrale messa in scena.
Oggi siamo fortunati a vivere nella post-epoca della pandemia Covid19 e delle guerre che fioriscono come garofani, perché possiamo esperire dal vivo il bordo dell’angoscia e ne possiamo parlare. Lo stesso negazionismo o riduzionismo di massa che si è sviluppato nei paesi occidentali dopo l’epoca della ininterrotta civilizzazione e dopo la fine della seconda guerra mondiale, è la migliore dimostrazione di come l’angoscia come Angst è scomparsa dai radar delle società a democrazia neoliberale; non è più il desiderio dell’Altro che scatena l’angoscia, come pensava Lacan. È il sotto prodotto del desiderio scomparso o in via di disparizione che genera la cosiddetta angoscia di massa (la depressione dei giorni nostri) che la produce in serie, in quantità smisurate; semmai è il non-desiderio che produce la non-Angoscia. Ergo, non c’è più un punto privilegiato dal quale raccontare l’angoscia, perché essa sfugge al significante, non è narrabile, non è più possibile narrare l’orografia o l’eziologia dell’angoscia, né nel romanzo né in poesia perché essa è scomparsa dai radar delle nostre società post/democratiche.







Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio PilatoMimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Nel 2016 esce il romanzo 248 giorni Ed. Achille e la Tartaruga; sempre nello stesso anno cura l’Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura); nel 2017 pubblica la monografia critica sulla poesia di Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura) Ha fondato il blog lombradelleparole.wordpress.com – Il suo sito personale è: 












































































































































Giorgio Linguaglossa
Che dire intorno alla generosità del «Nulla»?
Caro Giuseppe Talìa,
ho ascoltato il famoso pezzo che hai postato, The clash. Nel passato l’ho sentito svariate volte con un po’ di noia. Non nutro di solito molta accondiscendenza verso la musica rock, anche se mi piace molto Vasco Rossi, per il resto la musica rock mi sgomenta e mi annoia, come tutta la musica che cerca l’intrattenimento, ma capisco che deve essere così, capisco che tutto quel rumore deve esserci per essere. Tuttavia mi interessa la funzione semantica e ultra semantica della musica rock. Mi interessa la funzione ultra semantica e semantica del rumore. Possiamo dire che la musica rock è musica del pleroma. In un mondo troppo pieno è difficile fare esperienza del vuoto e del nulla, e poi del nulla non si dà esperienza, se è questo che si cerca; il nulla ci accompagna, accondiscendente, in ogni istante della nostra giornata. Il nulla non lo si può afferrare, il nulla sfugge da tutte le parti perché è in ogni luogo e fuori da ogni luogo, perché è dentro ogni luogo. A pensarci bene, il nulla è ciò che rende significativo ogni istante delle nostre giornate, guai a chi mi togliesse il gusto della fagocità e dell’impermeabilità del nulla! Penso che una poesia che non mi rimandi al pensiero, al cospetto e al sospetto del nulla, non mi interessa, non cattura la mia sensibilità né la mia intelligenza…
Ma, come si fa a catturare il nulla? Semplice, rinunciando a volerlo catturare, facendo un passo indietro rispetto al linguaggio, facendo un passo indietro rispetto all’io plenipotenziario… questo Volere Potere di cui è piena la pseudo poesia e la pseudo arte dei giorni nostri, questo voler mettere delle «cose» dentro la poesia lo trovo puerile oltre che supponente, la supponenza degli imbonitori e degli stupidi; questo voler fare delle «istallazioni» del nulla lo trovo un controsenso, il nulla non si lascia mettere in una istallazione, non lo si può inscatolare e mettere sotto vuoto spinto. Il nulla non si può conservare in frigorifero, non lo si può mettere in lavatrice o nella centrifuga, non lo si può nominare, non ha nome, non ha un luogo, non ha un mittente né un destinatario, non è un messaggio che si deve recapitare. Il nulla non è Dio, non c’entra niente con Dio. Il Nihil absolutum non è ed è al contempo. È ciò che assicura la sopravvivenza dell’essere fin tanto che l’essere ci sarà. Il nulla non abita lo spazio-tempo, piuttosto è lo spazio-tempo che abita il mondo grazie alla generosità del nulla.
Una poesia che non dialoghi con il nulla è una para-poesia o una pseudo-poesia, come ce ne sono a miliardi di esemplari qui da noi…