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“Cielo abbastanza”, la nuova raccolta di poesie di Maria Teresa Coppola

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Maria Teresa Coppola è poetessa di passioni, di inquietudini, di irrequietezze, ma anche di ragionamento, di riflessione e in seguito di appagata contemplazione dello stato delle cose, della natura e dell’interiorità. Perfino corteggiare una quiete passeggera è passione. Fermento in attesa di deflagrare nuovamente, rivelazione e profezia. «Il vento convocherò / a soffiarti / il grigio dai capelli, / il velo dagli occhi, / dalle mani la tristezza, […] E non importa / se rotola la testa di Iokaan, / la bacerò sulle labbra / e avrà per noi un sorriso.»

In questo articolo una mia lettura della sua recente raccolta di poesie Cielo abbastanza.

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Cielo abbastanza, Maria Teresa Coppola,

Edizioni Helicon, Poppi (AR), 2025

«Guardiamo il mondo una volta, da piccoli. Il resto è memoria». Questa frase di Louise Gluck, tratta da Nostos, è stata scelta da Maria Teresa Coppola come esergo e posta a fianco ad un citazione da Esistere psichicamente di Andrea Zanzotto, «Da questo nulla che non è niente ed è tutto ciò che io sono.» Si tratta di due riferimenti per orientarci nel libro e individuarne il percorso e l’essenza. L’infanzia, innanzitutto, rimane fino ad un certo momento appartenenza ad un luogo e sete di libertà, amore per le tradizioni, le radici, il dialetto, scoperta di un mondo che porteremo sempre e comunque dentro di noi, in ogni attimo e ogni circostanza. E, soprattutto, quel guardare il mondo una volta equivale ad essere il nostro stesso stupore. In poche parole significa, forse, essere vivi, da piccoli, ed essere felici, magari senza saperlo, senza esserne coscienti, contenti della terra e del cielo che abbiamo avuto in sorte.

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Corsi di Scrittura Emozionale di “Elisir letterario”

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Diffondo volentieri la notizia riguardante i Corsi di Scrittura Emozionale di “Elisir”. Le notizie e i dettagli sono nelle foto qui sotto qui sotto pubblicate e nella nota esplicativa che ho tratto dalla pagina Facebook di Manuela Minelli.

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Il mio piccolo bestiario in versi , di Giancarlo Baroni

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Il titolo, Il mio piccolo bestiario in versi, dice molto del padrone di casa.
Giancarlo Baroni è un collezionista di oggetti preziosi che raccoglie e cataloga con gli occhi e con le dita, con l’obiettivo della sua macchina fotografica e con la tastiera del computer, dalle strade del mondo e dalle pagine dei libri. Un altro metterebbe ovunque vetrine luccicanti o cartelloni che urlano e sparano slogan in multicolor, tipo pubblicità dell’ultimo modello di macchina extralusso con guida talmente autonoma che ci lascia direttamente a casa.
Baroni no. Lui ama l’understatement. Il bestiario in versi che ci propone in realtà non è piccolo per niente. Come dimensioni ma soprattutto come valore intrinseco del catalogo che espone.
Entrando nel libro ci si sente un po’ come un ospite che ha il privilegio di venire condotto lungo un corridoio fino ad una stanza in cui si può vedere il “materiale” raccolto con occhio e cuore da appassionato in anni di ricerca, attenta ma gioiosa, rigorosa ma sorridente.
Baroni raccoglie parole, versi, prose, saggi e altre cose amene con meticolosità e piacere sano, autentico. È un collezionista di farfalle che non vuole inchiodarle con uno spillo ad una bacheca per dimostrare che è stato bravo a trovarle e a catturarle. Vuole che continuino a volare e desidera condividere con altre persone un attimo di bellezza che resta libero e di cui lui non pretende di avere alcun merito.

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Prefazione al libro INTINGO LE DITA NELLA PAROLA di Donatella Nardin

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INTINGO LE DITA NELLA PAROLA

di Donatella Nardin

Prefazione di Ivano Mugnaini

“Vieni, saremo solo noi due / – diceva l’ombra assisa / sulle spalle ossute del tempo – / vieni, diceva, in quel punto / perfetto di luce in cui, / affratellati, saggiare eternità / e bellezza.” Questi, versi tratti dalla poesia “L’attesa”, aiutano a cogliere alcuni nuclei tematici della raccolta, o più esattamente ci mostrano alcuni simboli, spesso contrapposti, in un dialogo che possiede una direzione ben precisa, ineludibile.  L’ombra assisa, quasi una rappresentazione grafica dell’uomo prostrato dallo scorrere degli anni e dagli eventi, si rivolge ad un destinatario che forse è la stessa persona di cui rappresenta la proiezione (un po’ come l’eliotiano J. Alfred Prufrock che sussurra a sé stesso “Let us go you and I”), e lo esorta a dirigersi assieme a lei in un punto ideale, ma anche esistente nella realtà, in cui, finalmente riconciliati e armonici, potranno saggiare eternità e bellezza.

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Otto racconti – libro di Simona Conte

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Otto racconti che conducono il thriller, il giallo e il noir in direzione della riflessione sul senso delle azioni e delle motivazioni. Simona Conte vuole farci vedere quanto sia labile il confine tra la cosiddetta normalità e gli abissi di gesti e pensieri mostruosi e disumani. Vuole scrutare il male negli occhi. Per guardare a fondo, attentamente, i dettagli e i meccanismi. Vuole vedere, essere lì, testimone, dove accade l’assurdo e dove ha luogo la ferocia, fisica e soprattutto psicologica. Lo fa con estrema attenzione ed efficacia. E il risultato sono otto racconti coinvolgenti che chiamano in causa ogni lettore, ponendolo di fronte a specchi ineludibili.

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“Autobiografia di un uomo qualunque” di Francesco Micci

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Dopo aver presentato in precedenza Routine della felicità, ci occupiamo in questo post di Autobiografia di un uomo qualunque. Se nel libro precedente Francesco Micci proponeva dei consigli, delle regole di buon senso per ottenere benessere e salute, in questa sua “autobiografia” racconta invece ciò che ha visto, sentito, sognato e vissuto in prima persona. Senza smanie di protagonismo, per il gusto della condivisione, della “convivialità” narrativa, spartisce i sapori della vita, l’agro e il dolce, le pietanza quotidiane e i cibi speziati, inattesi, sorprendenti.

Accade così che il racconto, assolutamente individuale, si fa specchio in cui ognuno può riconoscersi ritrovando altresì il sapore e la memoria dell’Italia tra la seconda metà del Novecento e questi primi anni del Terzo Millennio.

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L’articolo qui di seguito pubblicato è uscito sul bel blog di Elisa Chiriano a questo link: https://elisachiriano.it/2025/08/28/autobiografia-di-un-uomo-qualunque/?fbclid=IwY2xjawMf8adleHRuA2FlbQIxMQABHo4dR8Iuh76_1RqcnG0HlOwbEUNLpcKZYkZTSZjZzjsc-6meSVWp5z3N0ybx_aem_s-YdQS8B9w5qV71Y2QBpOg

Autobiografia di un uomo qualunque

 

Recensione a cura di Elisa Chiriano e Ivano Mugnaini

Autore: Francesco Micci
Titolo: Autobiografia di un uomo qualunque
EAN: 9788892921849
Editore: Santelli
Pagine: 529
Data di uscita: 06/12/2024

Frammenti di vita che creano legami nel tempo e nello spazio e che si fanno albero rigoglioso con salde radici nella terra delle origini. Francesco Micci parla di sé attraverso una parola che non si spreca e non si perde in una sterile retorica autobiografica, ma che diventa nota di generosa convivialità narrativa, alimentata dal gusto di spartire i sapori della vita, l’agro e il dolce, le pietanze quotidiane, in apparenza insipide ma essenziali e anche i cibi speziati, inattesi, sorprendenti. 

 

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La routine della felicità

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Assieme a Elisa Chiriano, book blogger e conduttrice radiofonica della trasmissione “Fuori di testo”, programma di approfondimento culturale (in onda ogni domenica mattina dalle 11:00 alle 12:45 sulle frequenze di Radio Ciak Catanzaro e in diretta streaming su www.radiociak.it), ho scritto una recensione sul libro La routine della felicità di Francesco Micci.

Tra qualche settimana parleremo, sempre con una recensione scritta insieme, anche di un altro lavoro di Francesco Micci, Autobiografia di un uomo qualunque.

Qui ed ora pubblico la recensione al libro La routine della felicità, già apparsa sul blog di Elisa, a questo link: https://elisachiriano.it/2025/07/22/la-routine-della-felicita/?fbclid=IwY2xjawLsSl5leHRuA2FlbQIxMQABHh4h7-jKW5um9T_wtQFxpQGFhhn4Fy2gRCOufL_uw2EnAq0CSyJtGlq8K3q-_aem_7PQD8n1iyp66cFdA2tA0qg&sfnsn=scwspwa

Una nota al libro è presente anche su Amazon:

https://www.amazon.it/review/R3KD4CH2QMZCQQ/ref=pe_112165041_1111473501_SRTC0204BT_cm_rv_eml_rv0_rv

Per chi fosse interessato, l’autore è presente su Facebook a questi link:

https://www.facebook.com/miccifrancesco/ 

https://www.facebook.com/francesco.micci.7/?locale=it_IT

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La routine della felicità

Recensione a cura di Elisa Chiriano e Ivano Mugnaini

Bisogna farci caso quando siamo felici, scriveva Kurt Vonnegut, ma la felicità (vera e autentica) non è un caso, bensì un atto voluto e volontario. È un modo di essere, una scelta, che richiede un allenamento preciso e funzionale. È una routine che accompagna ogni istante della vita, ogni singolo momento,  sintesi tra il nulla e l’eternità. È un percorso fatto di rituali e pratiche, per abbracciare le imperfezioni, i limiti e le fragilità. Nulla è scontato ed è necessario saper cogliere i dettagli, le sfumature, registrare e trasformare positivamente i segnali che la vita ci presenta.  È  l’apritisesamo e l’abracadabra che tutti vorremmo possedere: la parola magica per arrivare all’isola che non c’è, ma in realtà esiste, rigogliosa, splendente, da qualche parte nel bel mezzo dell’orizzonte. Il saggio di Francesco Micci è  un vero e proprio vademecum per la felicità. Un libro prezioso e utile per imparare a prendersi cura di sé stessi, costruendo giorno dopo giorno percorsi di qualità. Una lettura minuziosa, rivolta a tutti coloro che desiderano instillare un cambiamento, negli altri o in sé stessi. Sì, un libro che ci indica come raggiungere le sponde assolate della FELICITÀ, quella con le lettere minuscole e l’accento sulla A. Qualcuno storcerà il naso, altri sdegnati diranno che tale mappa non può esistere. Ma la curiosità è potente. È umanissimo stimolo e tentazione. E allora si apre il libro, si sfoglia. Si leggono le pagine e si trova quello che non ci si aspetta: una serie di consigli pratici, lineari. Tra capitoli e paragrafi prende forma un vero e proprio prontuario con step da seguire gradualmente e costantemente. Si tratta di “trucchi” semplici, che nulla hanno a che fare con sortilegi, magie e con strumenti sbalorditivi costruiti ad hoc, come la macchina del ghiaccio di Melquiades in Cent’anni di solitudine.

Felicità è una parola bella e ribelle.  È amabile, praticabile, esercitabile… eppure spesso la disprezziamo, pensando che non esistaÈ  una parola troppo usata e abusata, soprattutto oggi che la si vuole trovare o vendere a buon mercato. La formula americana di felicità come happiness, frutto di un certo “pensiero positivo” su cui si è prodotto molto business, segue le leggi del marketing, dell’estetica, più che dell’etica. Questo saggio invece è un invito ad abbandonare i pensieri negativi e ad amare noi stessi. Si tratta di Segreti e buone abitudini per essere felici e, a ben riflettere, i segreti sono proprio le buone abitudini stesse. La routine della felicità sposta il baricentro dell’azione e diventa uno strumento di innovazione di notevole rilievo.

Felicità e benessere: un binomio spesso citato come uno slogan, come una sollecitazione in qualche modo scontata e prevedibile, un refrain sentito più volte, perfino nelle canzoni popolari. Eppure il cambiamento che vogliamo e che desideriamo è in semplici passi da compiere quotidianamente, come una vera routine del bene-essere e non solo quando ci sentiamo tristi e ce la prendiamo con il mondo, con il destino, con la sfortuna. Questo libro è un invito a guardarci (dentro e fuori), a riflettere in modo chiaro e preciso ponendoci la domanda delle domande: come stiamo e chi siamo? Parole che risuonano nella nostra mente quando ci osserviamo allo specchio, ma ci dimentichiamo di verificare se è a posto il nostro cuore e con lui la nostra mente, l’umore, il nostro stare al mondo e nel mondo. Francesco Micci porta l’assunto alle massime conseguenze, lo eleva all’ennesima potenza. Per lui ogni ognuno di noi deve prendersi cura di sé stesso, della “persona più meravigliosa del mondo.” Prioritaria è la persona nel suo essere in divenire giorno dopo giorno. Tutti noi abbiamo ansie e preoccupazioni, ma ciò che ci può salvare è la bellezza e il mistero delle piccole cose, il gusto per le parti essenziali della vita, che sono anche le più semplici. Questa vita che può ancora sorprenderci e stupirci, che scardina i punti fissi e fissa punti scardinati. Questa vita, che spesso procede in direzione ostinata e contraria. Questa vita che fa di noi esseri unici e irripetibili, come unico e irripetibile è il nostro modo di reagire a stimoli, proposte e opportunità. Ogni essere umano nasce con potenzialità che lo mettono in condizione di arrivare ovunque, o comunque di fare di sé il massimo delle proprie possibilità, realizzando tutti i doni che ha ricevuto. Imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni è fondamentale per il benessere psicologico e per costruire sane e benefiche relazioni con gli altri. Seguire delle regole, delle abitudini di vita, diventa così una risorsa per trasformare la nostra vita. Essere consci di ciò che siamo è fondamentale. “Nosce te ipsum” è la locuzione latina, ben nota, che in italiano equivale a “conosci te stesso”. È la traduzione a sua volta dell’espressione greca “γνῶθι σεαυτόν”, attribuita ai Sette Sapienti e incisa sul tempio di Apollo a Delfi. Esorta all’auto-riflessione e alla consapevolezza di sé, invitando a esplorare i propri pensieri, emozioni, qualità e difetti. Conoscere sé stessi significa riconoscere le nostre qualità ma anche, con altrettanta onestà, i nostri limiti e i nostri difetti. Preso atto di questo, dobbiamo individuare con chiarezza quello che vogliamo e quello che non vogliamo.  Siamo esseri razionali, ma siamo fatti anche della stessa sostanza dei sogni, degli elementi incorporei, di fantasia e immaginazione. È necessario conservare la capacità di stupirci, provare meraviglia e sognare. Con la volontà mai spenta di realizzare i nostri sogni, compreso il più grande di tutti: amare ed essere amati.

📌Per acquistare il libro

https://www.paoline.it/news/novita-libri/la-routine-della-felicita.html

Tempo, mito e natura nella poetica di Adriana Gloria Marigo

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Il frammento è la cifra dell’arte di Adriana Gloria Marigo. Nella forma e nell’accezione di componimento breve […] ma in ugual misura e potremmo dire di conseguenza come descrizione di istanti in cui l’autrice distilla l’intera gamma di tutti i tempi passati, presenti e futuri, reali e potenziali.

Questa disamina si concentrerà soprattutto su Piccolo florario, libro uscito di recente per i tipi di puntoacapo. I riferimenti ad altri lavori della Marigo, Astro immemore, Arte della navigazione e Metrica del tempo, seppure sporadici, avranno lo scopo di sottolineare l’organicità di una produzione letteraria che merita di essere letta nella sua interezza. […]

L’amore per la letteratura, il pensiero, i miti e il modo di vivere e pensare della classicità sono la fonte di ogni lirica dell’autrice. Questo amore assoluto e costante, tuttavia, è una proiezione sul tempo presente che si irradia della luminosità a cui si è fatto cenno verso una visione a più ampio raggio sia di ciò che viene osservato e descritto minuziosamente sia delle riflessioni che emergono in modo naturale.

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Adriana Gloria Marigo, Piccolo florario, puntoacapo editrice, 2025

Recensione di Ivano Mugnaini

 

Il frammento è la cifra dell’arte di Adriana Gloria Marigo. Nella forma e nell’accezione di componimento breve, denso di microcosmi che racchiudono costellazioni semantiche, ma in ugual misura e potremmo dire di conseguenza anche come descrizione di istanti in cui l’autrice distilla l’intera gamma di tutti i tempi passati, presenti e futuri, reali e potenziali.

Questa breve disamina si concentrerà soprattutto su Piccolo florario, libro uscito di recente per i tipi di puntoacapo. I riferimenti ad altri lavori della Marigo, Astro immemore, Arte della navigazione e Metrica del tempo, seppure sporadici, avranno lo scopo di sottolineare l’organicità e la coesione di una produzione letteraria che merita di essere letta nella sua interezza.

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“Il ballo dell’orso” romanzo di Anna Maria Benone

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Il ballo dell’orso di Anna Maria Benone

Robin edizioni, 2025

Quando un cavallo si dondola sulle zampe anteriori in modo ripetuto e oscilla la testa da destra a sinistra, o viceversa, si dice che ha il ballo dell’orso. Le cause di questo comportamento sono multifattoriali e possono derivare dalla frustrazione, dalla mancanza di movimento, da routine quotidiane prevedibili e dalla limitata interazione sociale. Siamo di fronte quindi ad una vera e propria malattia. Quello che potrebbe sembrare un gioco innocuo, quello che un bambino metterebbe in relazione nella sua mente ancora libera e incondizionata con un allegro cartone animato, in realtà è il sintomo, e il simbolo, della malattia per eccellenza del nostro tempo: «Spesso il male di vivere ho incontrato:/ era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato. / Bene non seppi, fuori del prodigio / che schiude la divina Indifferenza: / era la statua nella sonnolenza / del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato», scriveva Montale in Ossi di seppia, pubblicato nel 1925. Un secolo fa, ma, in fondo, niente è cambiato.

Riprendo qui quanto avevo accennato in una breve segnalazione del libro pubblicata online, confermando che il nuovo romanzo di Anna Maria Benone evidenzia anche nell’ambito della narrativa le caratteristiche messe in evidenza nei suoi lavori poetici: il gusto dell’innovazione e la sperimentazione di meccanismi espressivi che consentono di dare al contempo rilievo ad un contenuto assolutamente attuale in grado di chiamare in causa ciascuna lettrice e ciascun lettore.  

A fianco di una trama assolutamente verosimile espressa con chiarezza quasi documentaristica, viene posto al centro dell’attenzione il risvolto psicologico e il potere corrosivo di alcuni comportamenti che tendiamo ad accettare senza renderci conto degli effetti micidiali sulla nostra psiche e sul tessuto sociale.

In nome dell’amore avvengono le cose più belle della vita. Ma, con forza uguale e contraria, vengono commesse le peggiori nefandezze. In nome dell’amore avvengono delitti che riempiono da anni, con cadenza tetramente giornaliera, le pagine di cronaca dei giornali e di tutti i media. Il libro di Anna Maria Benone si concentra sul potere distruttivo di un sentimento amoroso che si deteriora e rinnega se stesso. L’autrice deliberatamente sceglie un punto di vista diverso, un percorso meno battuto. E non pone l’accento solo su ciò che deflagra e trova spazio nella cronaca nera. Evidenzia il male silenzioso, relazioni che feriscono e non di rado uccidono, dentro e fuori, senza fare rumore, senza strepito apparente, restando nella prigione di quattro mura.

“In nome dell’amore” dovrebbe essere, in un mondo sano e armonico, solo il titolo di una bella canzone. Invece diventa l’incipit di storie di violenza, esplicita o subdolamente nascosta, di cui ognuno di noi, senza eccezione, può potenzialmente essere vittima o carnefice. La violenza e il desiderio di possesso e di controllo non conoscono limiti e non hanno denotazioni specifiche. Soprattutto, ci mostra e ci ricorda questo libro, non conoscono distinzioni di genere.

L’amore è il più complesso degli universi. E per lui, o contro di lui, si può fare, e subire, tutto. In nome dell’amore è anche il titolo di un libro di Stefano Zecchi. Varie osservazioni e considerazioni del libro di Zecchi possono avere un collegamento con il romanzo della Benone. Tra queste, le seguenti: “Nella parola amore convergono concetti contraddittori, perfino tra loro conflittuali. Con quello stesso vocabolo si può esprimere la volontà di donare e quella di possedere, il desiderio di fondersi nella persona amata o di stabilire una ragionevole reciproca distanza, la necessità di ricevere dall’altro e quella di sacrificarsi per l’altro, l’avidità e la carità. Si parla d’amore per mettere in primo piano se stessi o per preoccuparsi della vita degli altri, oppure si complica il senso della parola fino al parossismo, cercando improponibili relazioni o mediazioni tra immagini, figure, concetti”, e, potremmo aggiungere, egoismi e manipolazioni feroci.

Prosegue Zecchi sostenendo che “col tempo, la parola amore ha trovato un’incontenibile espansione, un’inarrestabile diffusione, è divenuta un talismano che apre i più impensabili, imprevedibili scenari della nostra vita. Oggi, tutto si può dire ma non che la parola amore non sia sulla bocca di tutti con una grande confusione che ci fa perdere di vista come amore sia principio fondante della nostra visione dell’esistenza e dei valori a partire dai quali comprendiamo la nostra storia e le nostre scelte decisive”, soprattutto in rapporto all’altro, ossia al nostro partner e agli altri, al mondo che la relazione di coppia include armonicamente oppure esclude, erigendo barriere fisiche e mentali.

È di questo che parla, nel senso letterale del termine, il romanzo della Benone. Racconta, senza fronzoli inutili, senza filtri e senza edulcorazioni, l’esperienza di un essere umano massacrato psicologicamente “in nome dell’amore”. Il fatto che la voce narrante sia quella di un uomo non è una scelta casuale né un escamotage per attirare attenzione. Si tratta di una scelta consapevole.

Nella prefazione al romanzo, pubblicata anche nella rivista Arte e luoghi, Antonietta Fulvio rileva che “In controtendenza, Anna Maria Benone racconta una storia di sopraffazione e di crudeltà che vede l’uomo vittima e la donna carnefice. L’io narrante è dunque un uomo, una scelta stilistica insolita, audace e controcorrente, che descrive l’apoteosi di un rapporto nato come un idillio ma che assume progressivamente gli aspetti di una vera e propria discesa agli inferi”.  

Del fenomeno delle violenze contro gli uomini si parla poco. Sono numericamente meno frequenti rispetto a quelle ai danni delle donne, ma sono comunque presenti ed esistenti. L’OMS definisce la violenza domestica come il “comportamento abusante di uno o entrambi i compagni in una relazione intima”, senza alcun riferimento al genere.

In virtù di un parallelismo forse non casuale, mi viene da collegare Il ballo dell’orso con il libro di Claudia Marin pubblicato nel 2023 dal titolo Imperfezioni. Il libro della Marin racconta, citando la quarta di copertina, “la violenza psicologica domestica in un ambiente della buona e sacra borghesia, un ambiente nel quale formalismo, buone maniere e ipocrisia impediscono di vedere certi comportamenti, fino al punto di negarli o di derubricarli a normale dialettica coniugale. Azzurra, la protagonista, è microscopicamente ritratta nel suo soffrire, a sopportare, in apparenza passivamente, le mortificazioni, le angherie, le sopraffazioni, le sottomissioni, fino alla violenza di suo marito, nel chiuso delle pareti della loro bella casa.”  

Ho avuto modo di scrivere a suo tempo una recensione sul libro della Marin in cui in sostanza osservavo che: “i protagonisti, Azzurra e Andrea, sono una coppia in apparenza normale. Una di quelle coppie che, in un’intervista televisiva a caldo dopo una tragedia, i vicini avrebbero definito affiatata, aggiungendo elogi per la loro gentilezza, per lo stile e per i loro figli belli e bene educati. Una famiglia come tante. Ma esistono le porte, spesso isolanti, insonorizzate. Ed esistono le serrature, le chiavi, che non hanno solo la funzione di non fare entrare chi sta fuori ma anche di non fare uscire chi si trova all’interno”.

Non siamo mai soli. Abbiamo la scelta. Il libero arbitrio, quell’attimo per renderti conto che siamo passaggi, strumenti di qualcosa o di qualcuno necessario per evolvere o per involvere, per vivere o morire per rinascere.

Riporto in corsivo le parole delle Benone per confermare il punto di collegamento tra Francesco de Il ballo dell’orso e Azzurra di Imperfezioni. Entrambe le vittime iniziano a vivere (o meglio, a rivivere) nell’istante esatto in cui comprendono che la fragilità, paradossalmente, può essere forza. Perché in quanto esseri umani hanno diritto al rispetto per la propria persona. E al rispetto per sé stessi. Il secondo diritto, correlato e altrettanto vitale, è ribellarsi scegliendo chi e come amare, cosa fare e cosa sognare. 

Le due autrici dei libri probabilmente non si conoscono di persona; ma idealmente le due vicende narrate si completano, per così dire: la violenza, seppure vista da due punti di vista diversi, è ugualmente distruttiva, identicamente annientante.

È bello tuttavia scoprire che in entrambi i casi le vittime hanno saputo farsi “arabe fenici” rinascendo dalle proprie ceneri. 

Tornare a fare riferimento specificamente al libro di Anna Maria Benone, osserviamo che è contraddistinto, anche a livello di suddivisione in parti, o “fasi”, da un ON e fa un OFF. Da una polarità a quella opposta. La violenza si spegne non con l’autoannientamento, ma, piuttosto, con un gesto concreto, con la determinazione a rifarsi una vita. Che poi, in alcuni casi, equivale a vivere finalmente la vita per la prima volta, nel momento in cui i condizionamenti e le ferite mentali vengono lasciati alle spalle.

Uno dei meriti maggiori del romanzo, è giusto ribadirlo, è avere portato tutte le vittime di violenza dallo stesso lato della barricata immedesimandosi con il dolore e la violenza che pervadono i pensieri di un uomo per mostrare, ancora una volta, che solo la comprensione reciproca assoluta, non condizionata da stereotipi o da prese di posizione preconcette, può condurre a un dialogo all’insegna dell’empatia, del vivere lo stesso sentimento con lo stesso rispetto assoluto. 

Numerose scrittrici e scrittori hanno esplorato l’argomento trattato nel libro e in questo scritto. Tra di essi possiamo citare Dacia Maraini, un’autrice che ha dedicato numerosi libri e testimonianze al tema della violenza sulle donne, ma il discorso vale (lo conferma il romanzo della Benone) anche a parti invertite. Le donne di Dacia sono forti, hanno lottato, a volte hanno perso ma non si sono mai arrese. Ne L’amore rubato, per fare uno dei molti esempi possibili, edito da Rizzoli nel 2013, la Maraini descrive donne che “combattono una battaglia antica e sempre attuale, contro gli uomini amati che sempre più spesso si dimostrano incapaci di ricambiarle, di confrontarsi con il rifiuto, il desiderio. La Maraini racconta di un mondo diviso fra coloro che vedono nell’altro una persona da rispettare e coloro che, con antica testardaggine, considerano l’altro un oggetto da possedere e schiavizzare.” Francesco, il protagonista de Il ballo dell’orso, prima ammaliato, poi soggiogato e oppresso con modi subdoli da Lara, la donna che ama, combatte la stessa battaglia e si salva nello stesso modo, ritrovando il rispetto di sé stesso.

Lo stile diretto e senza fronzoli della Benone fa sì che l’eleganza delle frasi lasci spazio, quando è opportuno e necessario, a descrizioni forti e dirette. Il ballo dell’orso non è un romanzo pensato e realizzato per sfoggio o per semplice volontà di aggiungere un titolo alla propria produzione letteraria. L’impressione, nitida, è che la Benone lo abbia scritto con grande partecipazione emotiva, scegliendo con cura i personaggi, le parole e il messaggio, esplicito e implicito, che si ricava dalla lettura: il silenzio è il miglior complice degli aguzzini, di qualunque tipo e genere.

Ma non siamo mai soli. Ognuno di noi può fare la propria parte scegliendo però di non restare in silenzio. Può e vede far sentire la propria voce chi vive e anche chi coglie i segnali di una storia di violenza, che essa riguardi una donna, un uomo, un bambino, un anziano.

La scelta stilistica dell’autrice di unire elementi poetici a un racconto narrativo fortemente realistico, ha dato vita ad un contrasto che sfida il lettore a guardare oltre le apparenze e a interrogarsi sui meccanismi della manipolazione emotiva.

 Il ballo dell’orso rende tangibile il dolore e la complessità dei rapporti umani e invita ad interrogarsi sul vero amore contrapposto agli egoismi e alle manipolazioni che partendo dall’attrazione fisica e da tecniche di condizionamento psicologico bombarda la psiche della vittima allo scopo di fare terra bruciata, soggiogando quello che alla fine appare come un bersaglio.

Il lieto fine del romanzo non è scontato e non è garantito. Si conquista, come Francesco, nell’istante in cui si ritrova la dignità, l’amor proprio e il coraggio di chiedere aiuto a qualcuno che, in ultima istanza, siamo noi stessi e il nostro desiderio di rinascita all’insegna dell’amore autentico.

Ivano Mugnaini

 

Anna Maria Benone

Anna Maria Benone, nata a Lecce, è docente di lettere presso una scuola secondaria di primo grado. Ha vissuto in provincia di Milano per 16 anni, è ritornata nella sua città natale, Lecce, dove attualmente vive. Dal 2013 conduce laboratori di scrittura creativa, lettura espressiva e di teatro nelle scuole dove ha messo in scena diversi spettacoli teatrali riadattati e riscritti per preadolescenti. Anna Maria si alterna tra narrativa, poesia e teatro. Ha avuto diversi riconoscimenti letterari, tra i più recenti: segnalazione e attestato di merito per Il giro Lento del Sole -Emersioni Editore- (Premio Letterario Albero Andronico), finalista per la raccolta poetica Nelle tue mani -Controluna Edizioni (Premio Laurea in poesia-gara poetica- Università Pontificia Salesiana).  Molte sue liriche sono raccolte in diverse antologie. Il romanzo Il ballo dell’orso, Robin edizioni, è la sua più recente pubblicazione.