(ennet house) n.11

giugno 14, 2013

Quando ero più giovane, quando tutto era già iniziato ma nulla era veramente successo, se proprio ero costretta a mettere in parole quello che succedeva in quei momenti dicevo: il mio sguardo ha il potere di sciogliere le pareti; dicevo: la mia mente ha il potere di rendere il mondo sbilanciato, una tavola di legno posata sull’acqua, con la nausea che sembra eterna, ha il potere di sciogliere il pavimento in colla, disfare la pelle in sudore e qualcosa di denso che scivola senza staccarsi, di togliere alle cose ogni nome.
Ho sempre avuto un certo talento per le parole esatte.

Ancora oggi, la cosa più precisa che riesco a dire riguardo ai miei pensieri in certi momenti è: è come se fossi in mare e i pensieri fossero palline che galleggiano sulla superficie agitata, ed è davvero importantissimo che io li tenga tutti vicini, che li guardi tutti nello stesso momento. Quindi, cerco di racchiuderli negli archi delle braccia, di tenerli a me, sotto controllo, ma sono troppi e ovviamente tendono a spandersi e allora mi muovo per recuperare quelli che sfuggono e sono sempre più spaventata e intanto ovviamente ne perdo di vista altri. Di solito chi è con me mi dice: uno per volta. Ed è un consiglio sensato se non si tiene conto del terrore indicibile (che pure io a volte cerco di dire, tipo adesso) che una di quelle palline si allontani abbastanza da sparire dal mio campo visivo, abbastanza a lungo perché diventi irrecuperabile. Oppure, semplicemente, così lontana che recuperarla comporterebbe uno sforzo superiore a quello che, fisicamente, posso sopportare. Quella pallina potrebbe essere, per esempio, una bolletta in scadenza o una telefonata a un amico in ospedale o una vite di ferro lasciata nel palato un anno di troppo.

A un certo punto, come è ovvio, tutti i miei movimenti si frantumano in un annaspare infruttuoso, il dolore ai muscoli diventa costante, i crampi mi stremano e nessuno dei pensieri che sembravano così importanti è più in vista, da nessuna parte e anzi ogni concetto è rimpiazzato dalla sua assenza, l’unico pensiero logico che riesco a formulare è che ci sono moltissime cose che mi appartenevano che vanno alla deriva, che le sto perdendo e che anche se le ho perse le sto perdendo ancora, sempre di più, e questo pensiero (che ogni cosa vada perduta in mia assenza, mentre non posso occuparmene, mentre non ci sto pensando) è così indicibilmente doloroso che ignorare il dolore è impossibile eppure a quel punto anche solo restare a galla richiede più fatica di quanta io sia disposta a sopportare e ancora, anche solo rifiutarsi di considerare l’idea che smettere di provare a restare a galla sia l’unica forma di riposo che mai mi verrà concessa, anche solo rifiutarsi di pensare questo richiede più fatica di quanta io sia disposta a sopportare. E nonostante io sia saltuariamente e egocentricamente fiera di continuare a sopportare quella fatica, lo stesso tutte le cose si stanno perdendo, da qualche parte, dove non posso pensarle.

Quello che saltavo, all’epoca, che spesso salto ancora oggi, è che la catastrofe non è inevitabile ma necessaria. Un giorno forse riuscirò a descrivere anche questo, questo continuo ripristinare un grado zero di tensione che può avvenire unicamente per mezzo di una catastrofe, appunto. Il sollievo e la gratitudine che una persona può provare quando tutto sembra, a tutti gli effetti, essere perduto. Il sollievo e la gratitudine e l’energia. Le cose che diventano facili, i pensieri che si rigenerano, sostanziali, distinti, ordinati. La mia attitudine a diventare razionale non appena risvegliatami nello scenario postbellico della guerra che ho causato. La mia straordinaria capacità di gestire il disastro, la mia incapacità, fisica, di prevenirlo. Il fatto che è il vuoto postraumatico a rendere i movimenti possibili, tutto quello spazio, le macerie una polvere così sottile da non costituire un ostacolo.

Ovviamente, tra il prima e il dopo c’è un passaggio, ed è un luogo in cui sono passata e che non ricordo, e un luogo dove sarò costretta a ripassare e un luogo dove mai, per il bene di nessuno vorrei ripassare e un luogo che mai, mai nella vita, voglio ricordare.

Ma soprattutto, vorrei poter descrivere il sollievo della catastrofe, e la sua necessità.

Per questo, dopo tre giorni di digiuno che mi hanno raccontato e poi un pasto completo, i capelli puliti e un lieto fine insperato (quando tutto era, a tutti gli effetti, perduto, e la notizia del disastro era già stata diffusa e la gente aveva pianto ed era stata ferita ed era stata delusa), quando lei, che mi conosce da poco, mi dice “che bisogno c’era? hai visto che era facile, che sapevi farlo”, l’intera portata della faccenda è illuminata per un attimo, anche quel posto che sta tra il prima e il dopo, quel posto dove, scritte in parole che non voglio mai imparare, suppongo risiedano le ragioni, le leggi della mia vita che è una ricostruzione ricorsiva, il calendario dei terremoti stagionali e l’elenco finito di quelli accidentali, i nomi delle vittime, e l’inventario di ciò che è andato perduto, frantumato per un vuoto ospitale, immolato alla possibilità dei gesti, delle parole, quando lei dice “era facile, sapevi farlo” il solo ricordo di quel luogo in mezzo, vago e trascurabile quanto un incubo, mi mette in ginocchio, su un ponte bello e turistico, a vomitare.

(dettagli tecnici) n.8

giugno 12, 2013

l’altra cosa è che ormai penso sempre più spesso di amare questa città come ho amato tutto il resto, che essa condivida non solo la funzione ma la natura stessa degli oggetti del mio sentimento, cose che non mi appartengono, e alle quali appartengo.

(ennet house) n.10

giugno 10, 2013

Ora o mai più, potrebbe sembrare, descrivilo ora e poi che sia mai più (ma è una preghiera e basta) e allora: continua, fai piangere tua madre, la voce rotta mentre invecchia e dolce dice, va bene, non ti chiamo più, se vuoi fatti sentire, dicci come stai, ti vogliamo bene; eppure avevo storie così belle da raccontare, interi pomeriggi di grazia, e sono stata pulita per un giorno.

Descrivilo ora e poi che sia mai più, anche se è ancora e solo una preghiera, nel tuo letto pieno di cocci di porcellana, di ogni oggetto preferito che hai spaccato e poi al mattino devi alzare gli occhi negli occhi dei testimoni oculari, che è camminare con gli intestini esposti, c’è solo da vergognarsi, a parte il dolore.

Eppure avevo una storia buffissima da raccontare, parlava di una cotta, di una distrazione finita male, sotto quella pioggia cominciata per non finire, e ora invece è estate e la febbre allenta il tempo, brucia la tenerezza e anche il finale grottesco, ogni mia confessione è una menzogna e ciò che è vero è solo questo, descrivil adesso e poi che sia mai più, ma è solo una preghiera.

E ancora: una telefonata rimandata fino a quando (il fuoco) e poi è quando , ma è troppo lontano, e io sono ormai da un’altra parte, un passo fuori dalla portata di chiunque e chiunque è difficile da dire, è come dire estinzione, è come dire fine, è come chiamare la salvezza in una lingua che non sai parlare: qualcuno venga qui, adesso e poi mai più, ma è solo una preghiera, in una lingua che non sai parlare.

Continua, fai piangere tua madre. Oppure è ora e poi mai più, i nervi che stridono e i crampi, i nervi che stridono e i crampi e qualcosa che ti fa piegare, se solo avesse un nome (ma è una lingua che non sai parlare e che ti racconta le tue torture in una lingua che non puoi capire e che ti mostra cose brutte che non hanno nome, figure senza forma e cose senza contorni e che ti dice cose che non vuoi sapere in una lingua che non vuoi sentire e ancora qualcosa che non puoi raccontare ti piega le braccia sul petto, le ginocchia sul mento a difenderti da una cosa che è dentro. In un posto senza ragione, la tua voce più logica ti dice: deve finire.

Ora o mai più, potrebbe sembrare, ma è solo una preghiera, scivolata altrove, ho inventato ogni cosa, sono morta il giorno che dovevo morire, tanto tempo fa, prima di tutto e prima di ogni nome e pima di ogni salvezza e prima di ogni pomeriggio di grazia e invece sono qui è successa ogni cosa che non so chiamare o tenere o ricordare e sono qui e la saliva ha un sapore così amaro e descrivilo adesso e poi mai più, ma è solo una preghiera in una lingua che nessuno sa dire, il domani una luce bianca che ferisce gli occhi, una rete elettrica che non voglio toccare.

(tell me the truth) n.17

giugno 3, 2013

Is it starting to rain?
Did the check bounce?
Are we out of coffee?
Is this going to hurt?
Could you lose your job?
Did the glass break?
Was the baggage misrouted?
Will this go on my record?
Are you missing much money?
Was anyone injured?
Is the traffic heavy?
Do I have to remove my clothes?
Will it leave a scar?
Must you go?
Will this be in the papers?
Is my time up already?
Are we seeing the understudy?
Will it affect my eyesight?
Did all the books burn?
Are you still smoking?
Is the bone broken?
Will I have to put him to sleep?
Was the car totaled?
Am I responsible for these charges?
Are you contagious?
Will we have to wait long?
Is the runway icy?
Was the gun loaded?
Could this cause side effects?
Do you know who betrayed you?
Is the wound infected?
Are we lost?
Can it get any worse?

Afraid so, Jeanne Marie Beaumont

(Tell me the truth) n. 16

Maggio 22, 2013

«L’amore mi ha infettato i muscoli con la superstizione che un corpo possa fare il lavoro di un altro.»

Karen Russell, Vampires in the lemon grove.

(Tell me the truth) n. 15

Maggio 21, 2013

COSE SMARRITE

Sono smarrite, ma allo stesso tempo non sono smarrite ma sono da qualche parte nel mondo. Per lo più sono piccole, sebbene due siano più grandi, una giacca e un cane. Di quelle piccole, una è un anello prezioso e una è un bottone prezioso. Sono smarrite rispetto a me e a dove io mi trovo, ma allo stesso tempo non sono scomparse. Sono da qualche altra parte, per qualcun altro, forse. Ma anche se non sono lì per nessun altro, comunque l’anello rispetto a se stesso non è smarrito ma è lì, soltanto non è dove sono io, e il bottone, anche quello, è lì, soltanto non dove sono io.

Lydia Davis, Inventario dei desideri

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(retroscena) n.2

Maggio 9, 2013

Toglimi le vette e toglimi gli abissi. Fai
della mia mente una distesa bianca
su cui segnare strade
fissare gli incontri.

La mia mente che tiene traccia, piatta
come un foglio: rappresentabile. Oppure
un mondo dove le cose sono:
vicine o distanti.

La mia mente senza buchi e senza
frane, sotto a un cielo inaccessibile
sopra un inferno inespugnabile
proprio in mezzo. Un posto

con poche cose e normalissime
fughe, semplici rincorse: meraviglia
delle velocità scelte e costrette
al suolo, orizzontali. Nient’altro.

E dopo, poter cadere solo dalla mia altezza.

Non sapere, non dover più vedere
i confini, e dimenticarli

insieme al nome
per gli squarci di
luce, per il fuoco
degli occhi, insieme
alla conoscenza dei fatti.

Perdere il tremito l’attesa e la morte
quotidiana, e insieme

la vertigine la cosa
luminosa
che mi benedice
che mi strema.

(afasia) n.10

Maggio 9, 2013

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[Trevor Brown]

(aruspicina) n.3

aprile 30, 2013

[a mia sorella,  che mentre non c’ero
mi ha riportata a casa]

Ma tra poco
tra poco ci fioriranno addosso
le magnolie – come candele – e allora,
finalmente, apparirà davvero troppo grande
questo tempo senza. Racconterò
di quando sono morta
in Piazza Venezia
e circondata da amore e giovinezza e guardie
armate, avevo in bocca pezzi di ghiaia
e i nomi sbagliati. – Al mattino
non sentii che la febbre e capii dopo,
solo dopo. Ma tra poco
noi non bruceremo che di sole
e i passi per andarcene
li rallenterà solo l’asfalto
morbido di giugno.– Per te
avrei una storia molto triste: vedo
rompersi i nessi dolcissimi e corrompersi
i labirinti d’incanto
nelle vostre menti così esatte e belle
e così bianche.
Di me non esiste più memoria; non esiste più
ciò di cui ho memoria. Eppure
mi hanno amata, eppure
ho amato così tanto.
Ma tra poco, tutte le fiammelle
di nuovo esploderanno, il tempo
aggiungerà un anello
e io dirò a qualcuno dell’incandescenza
della pelle bianca, liscia come la cera
e come i fiori. Di come mi gocciolava addosso
la vita che mi manca.

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