(tell me the truth) n.21
novembre 10, 2013
È solo perché sono perversa se, scrivendo queste cose, non mi si spezza il cuore.
Teresa d’Avila.
(Tell mi the truth) n.20
ottobre 20, 2013
Fra me e te ci sarà sempre la Linea Maginot,
fra te e me ci sarà sempre l’Ombra delle Disgrazie Passate,
il Cielo dei Caduti ci sarà,
e le mie poesie più amorose scritte per te ti faranno
ricordare la polvere da sparo,
la polvere da sparo, le trincee, il fronte affumicato.
Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
fra te e me,
fra ogni nostro aprile e noi,
fra ogni nostro novembre e noi,
l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti,
la Linea Maginot,
e mai, davvero mai riusciremo tu ed io a occuparci
soltanto delle tende nuove
necessarie a far cinguettare il nostro appartamentino,
necessarie per sottrarci alla vista di tutti quando beviamo
i dolci vini del nostro amore,
per non farci vedere da nessuno quando torniamo
dalle nostre
inutili fughe stanchi,
per non far scoprire a nessuno le tacite ragioni per cui
viviamo.
Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
fra te e me, fra noi, fra tutti noi,
per dirci quanto siano insignificanti le tende nuove nel
nostro appartamento
quanto sarebbe comicamente irrilevante anche chi
potesse vederci quando ci amiamo, qualcuno che potesse lamentarsi di noi quando ci amiamo.
Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot,
l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti,
la Linea Maginot.
I treni ci porteranno nelle nostalgiche primavere dei
nostri aprili novembrini
perché il nostro tetro carico urbano di pensieri
si arricchisca di verde così necessario per vivere,
così necessario per amare, così necessario per andarsene umanamente,
ma sappi:
noi non riusciremo mai a raccogliere le margherite solo
come margherite,
perché fra i fiori e noi, fra te e me,
ci sarà sempre la Linea Maginot.
Fra te e me ci sarà sempre la Linea Maginot.
Fra te e me,
fra ogni nostro desiderio e noi,
fra ogni nostra partenza e noi,
fra ogni nostro ricordo e noi,
ci saranno sempre
l’Ombra delle Disgrazie Passate, il Cielo dei Caduti,
la Linea Maginot.
Izet Sarajlić
(il tempo ci sfugge) n.5
ottobre 13, 2013
La verità è che non ci sarà modo
di sbagliare ancora nello stesso modo.
La verità è che non saremo più
l’attacco elettrico di Where is my mind
né il lampo
l’esplosione che sbianca il mondo,
gli occhi spalancati del mio primo orgasmo.
E le cose per le quali la gente scrive poesie e romanzi
le dimenticheremo, anche quelle,
proprio come quelle
che già non ricordo.
(un tributo a non so cosa) n.11
ottobre 4, 2013
Il mio migliore amico non parla con me da un anno. Pensa che io abbia detto qualcosa a una ragazza, che questa ragazza l’abbia lasciato di conseguenza. Ma lui ha mentito così tante volte, potrebbe mentire adesso. Le persone hanno bisogno di andare, a volte, e a volte per andare hanno bisogno di mentire. L’uva implausibilmente diventata amara, cose così. Oppure, più plausibilmente, il bisogno di porre un trauma irrimediabile – bruciare i ponti – tra il prima e il dopo, qualcosa di definitivo che impedisca ai testimoni oculari di invadere i nuovi territori di conquista, raccontare una versione scaduta della verità.
Non parlarmi per un anno è stato un trauma irrimediabile.
D’altronde, è possibile che io abbia detto qualcosa alla ragazza: lui ha mentito così tante volte, ha mentito a tutti, e io lo so e potrei aver detto questo. Potrei aver detto qualsiasi cosa, in effetti. In quel periodo non ero molto lucida. Mio padre non mi ha rivolto la parola per due mesi e i tempi, approssimativamente, coincidono.
Sempre nello stesso periodo, chiesi a un certo ragazzo la cronaca di una manciata di ore che in qualche modo erano svanite dai miei registri, e ottenni in risposta un silenzio imbarazzato o, forse, spaventato. Non un resoconto, comunque.
C’è un bel po’ di riserbo su alcune cose che ho detto o fatto, una certa ritrosia a parlare di me. Di una certa versione di me. Ci sono cose che mi riguardano di cui nessuno parla, o forse nessuno ne parla con me ma da qualche parte se ne discute, sono racconti come altri racconti: poi quella sera lei ha.
Non diresti di poter fare pace con una cosa simile, eppure io ho smesso di combattere. Il trucco è: nessuno, ragionevolmente, può conoscere tutto riguardo a se stesso, mentre pochi hanno ogni giorno la prova di una cognizione per altri così astratta. Sono fortunata
Per esempio, io so che esistono almeno un paio di persone a me estranee che sono a conoscenza di dettagli sul mio conto che io non so. Meglio: alle quali è stato raccontato qualcosa di me che a me è stato taciuto. Sapere questo non è una cosa da niente. Io lo so.
Ci sono cose che potrei o non potrei aver detto, cose che potrei o non potrei aver fatto, nell’appartamento al settimo piano di una città orribile, quanto devo aver strillato, chi ha potuto sentirmi, cosa ha pensato.
Ricordo in modo indistinto il peso improvviso di una frase crudele nell’afa di luglio, il peso e nient’altro. E anche se ricordassi la frase, potrei averla immaginata, come forse ne ho immaginato il peso e come forse ho solo immaginato i miei occhi che squartavano un corpo offerto, indifeso, le mie armi ultraterrene, i miei batteri esotici. (E’ molto più probabile, tuttavia, che tutto sia stato peggiore di come mi appare, a volte, indistintamente.)
Non parlarmi per un anno, mentre non guardavo, mentre combattevo e sovrascrivevo le mie ore, è stato un trauma irrimediabile. E la ragazza, anche lei potrebbe aver mentito, sicuramente ha mentito, ma conta poco.
Le persone migliori che conosco hanno qualcosa nella pelle che la agita, la scolla dalla carne. Le loro splendide menti, avvolte dalle fiamme. E loro si svegliano, vestono panni più o meno coerenti, più o meno credibili, più o meno attraenti e una cortesia ben diretta. Evitano di trattare male il prossimo, evitano di fare del male, finché è possibile. Non so se hanno dei buchi, ma a volte io racconto storie che li riguardano e che a loro ho taciuto. Ciclicamente qualcosa nelle loro menti comincia a sfrigolare, gli spasmi dolorosi, le ustioni indelebili. Fanno dei nodi, e tengono. Trattano bene il prossimo, sorridono, resistono.
Io faccio quello che posso. Ora ci sono cose di me, storie che loro non sanno. Sembra molto ingiusto, quello che succede, il mio corpo esplode di una luce che ha un’intensità conclusiva, che fa male al cuore, mentre nessuno guarda. I miei nodi reggono. Penso a come sarà invecchiare, penso che non è più così distante, e che la mia giovinezza è confinata in posti inaccessibili, tutta la vita agglutinata sul confine di regioni gelide, campi minati, oscuri ricordi. Penso che sia tutto irreparabile.
“E’ un operazione”, dicono e lo so. “Sarà dolorosa”, e so anche questo. Quello che mi spaventa di più è la telefonata al medico, una vita intera di violenza, le incombenze. Il mio viso che va perduto è un altro dettaglio, ho dimenticato cose peggiori, ho dimenticato cose migliori e più grandi. Mi spaventa telefonare, quello sì. Mi chiedo come sarà invecchiare, se sarà pericoloso, mentre il tempo sovrascrive i segni del fuoco con più ordinarie rughe e il mio corpo diventa infine e davvero una cosa che si può amare solo per amore e il mio corpo, come la mia mente, era un fuoco d’artificio, un tempo, da qualche parte, vicino al confine.
(tell me the truth) n.19
luglio 5, 2013
Come in un film da ridere
mi stai facendo la fotografia
e mi dici di fare un passo indietro
ancora uno ancora uno uno
mentre mi spingi verso il precipizio
ti sorrido fiduciosamente
(forse hai agito innocentemente).
Vivian Lamarque
(afasia) n.11
giugno 26, 2013

(elegia) n.3
giugno 24, 2013
Volevo registrare la sua voce. Volevo domandargli se gli dispiacesse ripetere qualcosa che aveva detto, questa volta, questa volta nel microfono di un registratore. Il modo in cui diceva “Cara”, per esempio, in tutta serietà. Volevo sentirglielo ripetere ancora e ancora, come quando guardava le foto che ci scattava a letto, per conservare il meglio di noi diceva, per i momenti in cui saremo alienati e non ci sarà nessuno che scruti nella nostra anima e ci scelga tra gli altri.
Amy Hempel, Ragioni per vivere.
(elegia) n.1
giugno 19, 2013
Non fare pompini ai soldati
possono esplodere
non ti truccare la bocca
è un bersaglio di notte
non adescare in piazza
i carabani in divisa
e baciami alle spalle
che muoia all’improvviso
e poi non fare mai l’amore
sotto una coperta peruviana
del tuo vecchio vibratore
non essere così gelosa
e non credergli mai
se dice che ti sposa
Non portare gli slip
prima o poi si ribellano
non dare via il culo
a chi non sa capirlo
non mordere sul collo
chi soffre d’artrosi
non frustare troppo forte
i masochisti ipertesi
e poi non fare mai l’amore
con un barboncino violento
o in una sezione piccì
durante il tesseramento
e sii sempre dolce
e stupita, come sei
quando passano gli aeroplani
tra le gambe
e piovono bombe
e stiamo così bene
che abbiamo paura
di trovarci in un sogno
o in un film porno.
Stefano Benni
(tell me the truth) n.18
giugno 16, 2013
We are unusual and tragic and alive. (A Heartbreaking Work of Staggering Genius – Dave Eggers) Sopra il deserto avvengono le aurore. / Qualcuno lo sa. (Jorge Luis Borges) E con un ampio gesto delle sue mani e delle sue belle, morbide e bianchissime braccia mi ha mostrato l’anfiteatro della costa in fiamme. Tutt’intorno il fuoco, e noi due, lì, uno vicino all’altra, nel cuore della fiamma, dove la fiamma non brucia. (Antonio Moresco) Per essere un borderline / ho fatto miracoli / di eleganza e di ironia / ma ugualmente / è venuto il giorno / in cui per la tua vita / son diventato un mostro. (Michele Mari) This life’s a soulless excuse for all abuse and parenthesis. (dEUS) Sono stanco, non so nulla e non vorrei che posare il viso nel tuo grembo, sentire la tua mano sul mio capo e rimanere così per tutte le eternità. (Franz Kafka, Lettere a Milena)
