UNA POESIA ESOTERICA
come tutte le altre, come sempre
c'è una parte
che andrà perduta a molti,
e una parte che andrà perduta a tutti,
e poi la parte che state leggendo
che parla probabilmente di qualcosa
- vi parla
nella vostra lingua
di qualcosa -
che non lo riguarda
e non mi riguarda e in fondo
c'è la parte che conta, che dice
- forse - qualcosa
all'unico parlante in vita
divinità minuscola, il culto del momento
a cui sto parlando
in questo momento
per dire nella sua lingua qualcosa
per dirti questa cosa
che come te: è ridicola,
è clamorosa.
Protetto:
novembre 17, 2015
Vivere così non è sempre difficile.
Con gli abissi a due passi mi basta
meno che agli altri (sul serio,
basta guardarmi).
È sempre difficile, invece
separare le cose. Adesso,
per esempio, tutta questa morte
potrebbe essere qui
per me oppure per l’altra
(ma scherzo, lo so
che non c’è nessun’altra).
Allora penso, per raccapezzarmi:
forse il pianto è legittimo
mentre i graffi sul petto
sono un po’ troppo.
Mi sembra di aver trovato un criterio.
Però, voi lo direste legittimo
piangere per niente? Oppure,
se non è niente (l’opposto)
voi direste che è troppo
graffiarsi il petto?
Questa è la parte difficile.
Vivere così sembra una religione.
Invece è un dato oggettivo
che questa voce non mi appartenga: la mia
è in ostaggio e prega
e non vuole trattare, e io cerco di guardare
le cose con occhi diversi
(«lo sai che tutto è già successo»
«è inutile, ma non è mortale»). I miei
li vedo: spalancati sul vuoto
chiedono aiuto.
Mettiamo che sia il mare
un posto che non si può abitare
– il fracasso delle onde che si spaccano
caparbie sulle pietre
si sfracellano di testa per cercare
la morte nell’impatto, ostinate
per rabbia o per la forza
irreprimibile: il potere
rovente che le gonfia. Mettiamo
essere io la testolina
distante che galleggia, persa
nella bonaccia e già spacciata
nella furia. E mai scordare,
mai, che non c’è intento,
né voce ad invocare
la mia morte; non c’è intenzione. Il corpo
sugli scogli disossato è conseguenza
di scontri sotterranei dei giri
della luna, dei moti che governano le onde – la forza
rovente che le gonfia – e leggi sismiche
e gravitazionali che confliggono e non parlano
una lingua umana: ha inizio
una catastrofe peggiore nell’attimo
in cui pensi di trattare
con le maree. Decade il verbo
dinanzi a ciò che esiste
in assenza del verbo; pregando
inviti la morte.
Ora, soppianta la stanchezza
il desiderio di vita incrollabile
il tremito nei muscoli
è costante e quasi cedono
le braccia, le gambe: ma ancora quando sale
la marea sono più in alto
degli astri che la chiamano, sfiorano
le dita dei miei piedi quando scende
le ossa dei naufraghi sul fondo
e la pelle di belve preistoriche
e mettiamo che sia troppo:
[Se c’era guerra nel ventre
del suo mondo, il posto
più sicuro era lontano
da me (resta distante e ferma
ti prego, all’orizzonte) ma lo stesso lei veniva,
nel suicidio sanguinario delle onde,
come una martire, come una bestia
ammalata della riva, come un cane.
Sembrava proprio
fossi io restando immobile
a tritarle le ossa
a schiantarmela contro: nella tempesta
veniva da me come al martirio.]
Allora mettiamo che sia il mare
un posto che non si può abitare
che mi dicano, infine: vieni via.
E allora, supponiamo che cammini,
due pugnetti d’acqua nelle mani strette,
senza voltarmi, senza quasi pensarci.
Mettiamo la pelle
asciutta che guarisce e si colora
una casetta lontana dalla costa
un tavolo in cucina e sul tavolo dei fiori
recisi dentro a un vaso
e un piattino d’acqua
salata, briciole di pane.
Come lo chiamereste, voi? Lo chiamereste
mare? Lo direste voi
che sottostavo ai comandi diretti
dei pianeti, la pressione del mio sangue
che oscillava con i flussi magmatici
abissali, che udivo
le confessioni esoteriche dei vortici,
che mi era dato di conoscere la lingua
degli amanti annegati? Mi amereste
lo stesso, lo direste
che ho saputo il mare?
Vorreste ascoltare i racconti
di quando nel suicidio
disperato delle onde
nel tumulto che non sente il pianto
né conosce argomento
io tendevo la mano? E dunque
potrei dirti di restare – ora – soltanto
per le tende chiare
per la luce che entra di taglio
nello spazio che toglie il mio corpo
ai flutti e alle stelle,
per un piatto di sale?
Sooner or later, whatever you’re waiting to hear will get itself said.
It doesn’t matter what it is: I love you or I’ll never speak to you again.
It all gets said, often in the same night.
Louise Glück, from Poems
Quando torno verso casa alle tre del mattino
un po’ sbronza un po’ triste
e mi sfrecciano accanto i rari autobus notturni
– all’interno i camerieri e i venditori di rose
assonnati, sfiniti, gli spacciatori di erba –
la guida pericolosa degli autisti annoiati che inchiodano ai semafori
stanchi più di me, come da bambina
fischio agli uccelli che cantano a quest’ora,
malinconici; e forse non sono così triste, e loro
fischiano in risposta. Incrociando qualche passante
sorrido le mie scuse.
Però non sono sicura che davvero mi rispondano
forse hanno solo voglia di cantare
o bisogno, forse fanno cose incomprensibili
da uccelli.
E anche se mi rispondono, non sarà certo
nella stessa lingua. Loro non hanno idea
di cosa voglia dire essere una ragazza
che torna a casa di notte
un po’ triste un po’ sbronza
sulla prenestina ovattata e sconnessa,
l’odore degli orti al di là del muro.
Questo è un pensiero triste. Intendo,
che non mi rispondano. Magari
io immagino la malinconia
nei loro canti di gioia, di corteggiamento.
Eppure, penso, sono pur sempre la ragione
del mio fischiare. È così che va il mondo.
È per loro che sono questa ragazza
che canta alle creature nei nidi
sono per loro i miei dialoghi
immaginari.
Forse non sono così triste. Ma spero,
se non possono capirmi,
che almeno non mi sentano.
Sono sempre i sogni del mattino
a generare il pericolo.
Dopo, avanzerai su pavimenti inclinati
per un giorno, forse due
forse più a lungo.
Dalla stanza al bagno alla cucina
una salita di marmo
una pendenza di marmo oppure
restare distesa lì in fondo
per un poco, dove le mattonelle incontrano
la carta da parati in un angolo acuto.
Oppure, vestirsi, girarsi
i capelli sulla testa
respirare con ostinazione.
Viene sera, che sbiadisce i segni
i caotici frammenti onirici
sbavati in presentimenti
dalla cucina al bagno alla stanza
una lastra di marmo, oppure
una poesia che non vale niente
scritta soltanto per ammaliare le voci
e zittirle, un momento. Senti,
senti cosa ti racconto: questa mattina
era qui, mi ha riempito
le braccia di fogli, mi ha regalato una foto
in cui non ho i denti.
Una discesa di marmo, ma
ho capito, davvero
ho capito. Soltanto un’altra sigaretta
per domare il terrore;
solo un altro minuto.
how to wish someone a very long life
gennaio 15, 2015
Soltanto: poter comprare sempre tutti il libri
con dentro le poesie
che non ho letto, e soprattutto
quelle che ho letto, una volta
delle quali non ricordo che la fine, ma ricordo
che erano importanti.
E poi, poter sempre
lavorare di notte fino all’alba
ogni notte e dopo
non mettere la sveglia
e soprattutto
saper saltare sempre con successo
oltre il precipizio
dei primi tre minuti
del mattino: essere in salvo
e non guardare in basso. E poi,
anche, che tutto questo fumare
non faccia troppi danni,
che non muoia nessuno,
nemmeno io, e soprattutto
non tu, non prima
di avermi telefonato
di nuovo.
Con la disciplina combattiamo
il panico dell’ora del sonno
l’ultima fine del giorno.
Iniziamo, discplinati, i passi
più neutri: lavare i piatti, i denti
spiegnere le luci in cucina
con la disciplina, ci traghettiamo
verso il buco, il risucchio
delle ore e le albe
premature – guardando altrove
perfino quando: il freddo
non abbandona i muri, o la febbre
il mio corpo i cui sintomi
sarebbero del tutto identici se tu
potessi almeno
sentirmi
la fronte
invece lavo i piatti
i denti
come coi bambini dal dottore:
cerco di distrarmi.
Dopo è giorno, lo strappo
di un cerotto l’atto di coraggio
– durerà solo un secondo e poi
andrà tutto liscio, promesso,
fino a sera.
E poi: siamo eroici e onesti e c’è qualcosa di commovente nella nostra perseveranza, nel restarci fedeli, nel non negarci mai, nemmeno in sogno, l’evidenza dei fatti (dei desideri più cupi), nell’ammettere, sempre e ancora una volta, l’inammissibile. Le ferite sempre meno estetizzanti, gli avversari inadeguati, le spalle contro al muro umido di una traversa buia di via del Pigneto (nonostante io sappia più cose, nonostante io sia più sveglia o forse proprio per questo), “una violazione così sfacciata”, senza smettere di fumare, di sorridere, di sperare e aspettarmi dell’altro (fino a chiederlo, forse, in una voce gelida che non mi riconosco), senza esitare.
Ma quando avremo esaurito le possibilità della violenza, percorso tutte le strade costeggiando un confine, un limite che ci racconta fin dove è lecito condurci, fin dove è innoquo (o non letale) spingerci, quando saremo sazi o finalmente stanchi, e diremo basta così, basta così, a quel punto quanto tempo ci resterà per il resto, per il fuoco per il quale ci alleniamo, per la luce a cui vorremmo, con tanta innocenza, consegnarci?
D’altra parte, non è detto che si finisca per stancarsi; non è detto che un altro fuoco esista.