(retroscena) n.1
aprile 26, 2013
Quasi improvviso il magnete che da sopra
strappa via qualcosa
delle ossa (colpi come
di un cuore) – la città,
allora, sbianca il cielo e allora
forse puoi chiudere gli occhi – e poi
sempre dal cielo illuminato
giallo, scende insieme con l’acqua la
terra – respirare è un dato ancora
quasi certo:
inspiri cinque volte e poi
finalmente, finalmente
e poi ancora.
Il cielo, allora, diventa questa cosa
bianca dalla fame, scricchiola elettrica
l’aria tra i capelli, strido se si sfiorano
le dita, se si toccano
i denti
mi strazia e aumenta il battere risonante contro
il petto, grido per l’asfalto che si allarga o che si scioglie o
che (non c’è più voce che tenga, non c’è grazia
se c’è un fuoco appiccato dietro agli occhi
e quelle bocche che)
e pensi, fa’ che ci sia dio, fa’ che ci sia
fa’ che sia vero tutto, che sia
vero che ogni mio osso è polvere e che
cado e poi l’ultima cosa
è il bordo
-che si avvicina-
di un gradino (una cosa accidentale
e irreversibile) e poi
dopo questo tempo
dopo questo
e ancora
sempre
questo
per favore
che io sbatta la testa
abbastanza,
e che sia adesso.
(radioshow) n.25
aprile 21, 2013
«Le nostre bellissime menti, in fiamme.»
(pornografia) n.6
aprile 8, 2013
Però quando sono felice sono felice davvero e
quando cado cado da posti altissimi e
immensi e dura così tanto e voi non sapete quanto
è durato, né le cose che ho visto.
Anche io posso non sapere tante cose: per esempio
non so ancora di essere completa. Non sono capace
né di capirlo, né di impararlo a memoria, e sento il dolore
ad arti che non ho mai avuto.
Oppure: che la paura di morire si fa pesante e diventa
minaccia, fino a che mi piego e diventa desiderio e allora
io mi spezzo, e sopravvivo. L’ho fatto ogni giorno e non so ancora
– ad esempio – che posso farlo ogni giorno.
Non conosco cibo che non sia un precetto o una mattina
che non sia un agguato. Ogni orgasmo è un posto gelido
in cui respirare è imprudente, dove non esiste
la tua voce, e dove non puoi toccarmi.
Quindi, è ovvio, non so niente del sesso.
Fare la spesa è un atto di coraggio
ogni carezza è coazione, immolazione
o giuramento. Non so niente del gioco
della caccia, né del tempo.
L’amore non mi ha mai chiamata a letto
ma solo a passeggiare sui dirupi
voi non sapete quanto orrore c’è nel vuoto
o la solitudine del bordo o il sollievo
di distogliere lo sguardo e che ogni volta
è una morte scampata per poco, non sapete cos’è
tornare: io non so il riposo.
E mi mette in mano coltelli e devo stringerli: da una parte
o dall’altra. Per questo non so niente
dell’amore e voi non sapete il mio amore
e che il coraggio,
– la prima volta lo sapevo bene
e la seconda lo sapevo meglio – tutto il coraggio
è questo: ci separa la linea delle fiamme, ma se faccio
un passo posso toccarti e allora dico: ti prego,
chiamami. E chiudo gli occhi e il resto è una consegna
della pelle al fuoco; il resto è conseguenza.
Per questo io non conosco la danza, la libertà
o la rinuncia. Non è colpa di nessuno, eppure
bisognerà vederlo: l’aria mi strappa la pelle
come se ne avessi altra e io non avrò mai il vostro
amore, e voi non avrete mai il mio stupore.
(thiopental) n.4
marzo 19, 2013
So che a sentire l’aria succhiata via
dal petto, uno qualsiasi di voi
sarebbe morto [e l’ammalarsi
di ogni organo, milza e polmoni come
spugne marce, pelle che non resiste
e danno inflitto]
e che non sono bella e che ho nel petto
tutte le tempeste della terra: che tutte insieme
erano ancora poco
o niente. Spugne marce, pelle
che non resiste, danno inflitto. Carne
spugnosa nella carta umida, percezione fisio-nomica
dell’invariabile. Ricorsività, dolore
cronico e costante, amore di perdita – amore
di flagello. Io cambio
come cambia il tempo.
——-*
Ma tu cercami pure tutti i giorni per
le strade di città che non abito, procurati
un’extrasistole per ogni angolo o dimenticami
adesso o riducimi a una replica grottesca, confondimi
in un sillogismo-in-erba.
Dimenticami adesso, fa’ di non avermi
conosciuta, fa’ di avermi
già dimenticata: ieri
venti giorni fa, un qualsiasi
nove o dieci di gennaio. Cosa vuoi che importi
del mio nome, ora
che non hai i miei occhi addosso e i tuoi
potrebbero essere ormai rotti, fermi
nell’ovatta, chiusi in una scatola
che non ho più aperto.
Non saremo giudicati per la gloria
degli oggetti del nostro amore folle: misura
di niente, soltanto belle cose
che abbiamo, o abbiamo posseduto
un giorno.
(estetica) n.7
febbraio 25, 2013
Ma che facevi? Non facevo
niente, ero impegnata
a mescolare il vocabolario, a
riassegnare i significati, io
non c’ero – mi sbatteva
il vento come una bandiera
come un orgasmo
e mi assordava. Intanto
ho imparato anche i segreti e anche
a tacerli – quel fiato
era vapore bianco e ustioni
diffuse, ma va bene: intanto
restano sempre i segni e una buona ragione
per tenerli. Per custodire in tasca
storie impronunciabili, racconti
di famiglia, alberi genealogici.
Per farcirgli un libro, per sollevarmi
a stento
sotto il peso -mi disse: sempre
meglio un chilo in più che un chilo
in meno e adesso
ricordo solo questo e forse
la forma dei suoi baci era stampata
nei cinque chili
che di nuovo ho perso.
Prima di cena si alza la luna
rossa quanto il fuoco
benedetto, ed io vado a
scaldarmi – scioccamente
a identificarmi- con la brace
a tralasciare le preoccupazioni
per la mia pelle
che non dà pace. E’ così ovvio
che posso ancora ridere
parlare e annegare
nelle aspettative, sollevare a stento
me stessa e il peso e i piedi e
gli occhi fino a lasciarli
aperti- ancora a stento
dire: quello che è stato è stato
fatto in mio nome eppure
io non c’ero, ero a tremare
altrove, più in alto – mi sbatteva il vento
come una bandiera
come un orgasmo.
Protetto: (un tributo a non so cosa) n.7
febbraio 21, 2013
(afasia) n.8
febbraio 10, 2013
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«Time just gets away from us»
(tell me the truth) n.13
novembre 18, 2012
Se morissi questa notte
se potessi morire
se morissi
se questo coito feroce
interminabile
combattuto e senza clemenza
abbraccio senza pietà
bacio senza tregua
raggiungesse il suo apice e si afflosciasse
se proprio adesso
se adesso
socchiudendo gli occhi morissi
sentissi che è tutto
che ormai l’affanno è finito
e la luce non fosse più un fascio di spade
e l’aria non fosse più un fascio di spade
e il dolore degli altri e l’amore e vivere
e tutto non fosse più un fascio di spade
e finisse con me
per me
per sempre
e che non facesse più male
e che non facesse più male.
Idea Vilariño
persa in prospettive
sbagliate, che sprofonda in bare
segrete,
le si scioglie il nocciolo
l’essenza
– mio organo mio nome mia presenza mio
respiro e (pensiero e ragione e ricordi) –
ciò di cui consisto
stretto in crampi
che si contorce in spasmi
d’astinenza
attorcigliato dentro cose bagnate striscianti
si muove appena e l’attraversa
la corrente
elettrica incessante. Senza cura o contorno
(che va perduto il tempo, minuti
che coprono lunghezze d’infanzia
ore mancanti)
nausea d’autobus di alcol di intossicazione
bruciore di ortiche di fuoco di passione
inappagata – sulla pelle, che si solleva
in bolle. Mucchio di polvere che chiami
col mio nome.
Brutto spettacolo unghie sul gesso vista
delle ustioni.
Ciò di cui consisto, mio nome
male nemico intruso colpa
definizione.
Esercizi di separazione. E se mi uccidi
se mi spacchi il petto
se mi allontani
se mi curi
se mi salvi
se mi lasci
se mi soffochi
se mi scaldi
se mi raffreddi
se mi tieni
ferma, se mi parli
io non ti parlo d’altro, ormai,
che delle fiamme: di quello che resto,
la cosa
che resta
persa
in prospettive sbagliate, la cosa
che resta
viva
sprofonda in bare segrete.
(tell me the truth) n.12
ottobre 29, 2012
Mi avreste dovuto vedere, quanto combattevo.
John Billy, David Foster Wallace