«Han Kang possiede una consapevolezza unica delle connessioni tra corpo e anima, i vivi e i morti, e nel suo stile poetico e sperimentale è diventata un’innovatrice della prosa contemporanea» – dalle motivazioni per il Nobel
Un libro di 65 frammenti della scrittrice sudcoreana Han Kang, pubblicato in Corea del Sud nel 2016. In Italia è stato tradotto e dato alle stampe da Adelphi nel novembre del 2025.
“Fra tutte le cose che si dicono, almeno una è sempre vera. Ma a contare sono le altre.” (Vito Di Battista)
“(Emma) Pensa che la sorte sua non aveva tenuto mai nulla di buono da annunciare, che quel nulla era già scritto senza che lei sapesse leggerlo pure se capiva cosa stava a dimostrare. Capiva che il vuoto non conosce parole, eppure lì restava comunque- quant’era pesante non sapeva dirlo quel vuoto che il dentro le svuotava- e ora invece, pure se per una notte o chissà quante altre poche notti ancora, pure se appresso a una storia che l’anima per cui è nata se la dimentica già, il nulla si è fatto un’altra cosa. Vorrebbe quasi sorridere, ma il sorriso non le esce, e così pensa a quella creatura che succhia un latte che non le appartiene -le hanno dato il nome della morte , della morte quando arriva e quando acceca, non della morte che rimane, e forse è una sorte buona anche se non sembra”. (da Dove cadono le comete di Vito Di Battista, Feltrinelli 2025)
Ho iniziato a leggere questo romanzo durante l’ultima vacanza estiva, mentre mi trovavo a San Vito Chietino, dove ho scoperto questo libro esposto nel ristorante del padre dell’autore. La storia e il linguaggio -soprattutto- mi hanno commossa e conquistata fin dalle prime pagine, così come mi ha affascinata la costa dei Trabocchi. Ambientato nel cuore dell’Abruzzo del 1938, proprio in un paesino del litorale tra Ortona e Vasto, racconta le vite di Emma — una ragazza “due volte svergognata” con un dono oscuro — Olimpo, poeta e impiegato comunale, e Anita, sua moglie. La prosa è magnetica e visionaria, capace di fondere reale e immaginario in un affresco corale ricco di poesia e suggestione sui temi delle relazioni umane, della malattia, della ricerca di redenzione. Molto bello e fortemente consigliato!
“La capacità che hanno cose così piccole di provocare conseguenze così grandi (Anne Enright)
Lo dico subito. E’ molto bella e affascinante la copertina di questo libro che ho letto al rientro da Dublino e anche la storia. Il romanzo è ambientato nell’Irlanda contemporanea, con flashback che risalgono agli anni ’40 e ’60 del secolo scorso. La narrazione è discontinua, per la frequente rottura dell’ordine cronologico e si muove tra presente e passato attraverso il flusso di pensieri della protagonista, Veronica, che rievoca episodi dell’infanzia e della storia familiare per cercare di dare un senso alla morte del fratello Liam. “Ci sono fotografie. C’è la traccia del sorriso di Liam nel mio specchio, un tono della sua voce che a volte sento nella mia. Non credo che i nostri parenti li ricordiamo nel vero senso della parola. Viviamo in loro, piuttosto” Il romanzo è forte e anche impegnativo, profondamente segnato dal dramma esistenziale di Veronica, che attraversa una crisi interiore che mette in discussione non solo la sua famiglia, ma anche la propria identità, i ricordi e il significato della memoria stessa. Lo stile, asciutto e talvolta aspro e crudele, accompagna questa ricerca-confusione emotiva, restituendo in modo diretto e autentico quella che è la frammentarietà e l’intensità del dolore. Un malessere sottile che pervade interamente la quotidianità.
Perché le cose più vicine, sono spesso, le più difficili da vedere? (da Piccole cose da nulla, C. Keegan)
Questi due romanzi brevi mi hanno accompagnata alla scoperta dell’Irlanda, nelle pieghe più intime e nascoste di una terra dove grande è stata la povertà e l’emigrazione, la lotta per la dignità e l’indipendenza. Nessuna città, ma solo fattorie e villaggi intrisi di fascino e mistero, dove un intero popolo lotta contro il freddo e il ‘maltempo’ per un sacco di legna, torba e carbone. Claire Keegan è una scrittrice da leggere, tra detto e non detto, sottintesi e lunghi silenzi, tocca nervi scoperti e lascia dentro solchi e semi che germogliano. E belli sono anche i film tratti da entrambi questi racconti.
Un’estate & Piccole cose da nulla di Claire Keegan, Einaudi (collana Stile libero Big)
Quando si è innamorati si vive sempre sul marciapiede di una stazione. (Violette Leduc)
Scritto nel 1954 ma pubblicato integralmente in francia solo nel 2000, questo libro nasce da un’autobiografia intensa di Violette Leduc. La protagonista rivive un primo amore omosessuale con una compagna di collegio, vissuto con completa libertà e senza filtri morali, in un’epoca ancora fortemente repressiva. Il libro fu pubblicato per la prima volta dalle Edizioni Collimard, ma subì numerose censure in diverse parti ritenute scandalose, nonostante il parere favorevole di Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre. Entrambi avevano compreso non solo il potere emancipatorio e liberatorio della sua scrittura, ma anche il talento e la forza narrativa di Leduc. “Durante quell’istante di immobilità, tutto nostro, la terra smise di girare, gli uomini cessarono di nascere, di vivere e di morire. Il tempo, lo spazio, gli oggetti, la coscienza di noi stesse, erano stati aboliti. Esistevamo solo nelle nostre labbra unite. Come sonnambuli che non dormono.” Era la prima volta, che una donna parlava così apertamente di sesso e di erotismo femminile. In quegli stessi anni, Simone de Beauvoir pubblicava “Il secondo sesso“.
Thérèse e Isabelle di Violette Leduc, Baldini e Castoldi 2002
Cantare fa parte di me! Nessuno me lo impedirà (Violette)
“Violette” è più di un film: è un viaggio intimo, doloroso e necessario nel cuore di una donna che ha osato scrivere ciò che altre non avevano ancora trovato il coraggio di dire. Violette Leduc vive ai margini – della società, dell’amore, della maternità negata, della normalità. Figlia illegittima, scrittrice incompresa, donna divorata dal desiderio di essere vista, amata, ascoltata. Il suo corpo, la sua solitudine, la sua fame d’amore diventano parole sulla pagina: parole nude, scandalose, vere. Incontra Simone de Beauvoir, che la riconosce, la sprona, le dice: scrivi, perché quello che dici conta. Attraverso la scrittura, Violette si spoglia di ogni vergogna. Parla di aborto, di desiderio femminile, della bruttezza, della dipendenza affettiva. In un mondo in cui le donne devono ancora chiedere il permesso di esistere, lei sceglie di gridare. Guardare “Violette” significa guardarsi dentro. È un film che tocca le ferite silenziose di molte donne – quelle che si sentono sbagliate, non abbastanza, invisibili. È un inno alla libertà di essere sé stesse, anche quando fa male. Una storia che ci ricorda che, a volte, scrivere è l’unico modo per sopravvivere.
Violette di Martin Provost– Francia, Belgio, 2013, durata 139 minuti
“Penso che, se sulla terra ci fosse soltanto chi è stato desiderato, la terra sarebbe quasi deserta. Chissà” (Inès Cagnati)
Dico solo questo: una delle biografie più belle che abbia mai letto. Una storia drammatica, terribilmnete vera e tremendamente umana, difficile da dimenticare. Adelphi sempre una garanzia!
“Dal verso al libro” di Anna Maria Curci è una raccolta di scritti critici che testimonia l’approccio appassionato e al tempo stesso rigoroso dell’autrice nei confronti della poesia contemporanea. In queste pagine, la poetessa romana esplora il passaggio dall’intuizione poetica originaria – il verso – alla costruzione articolata e coerente di un libro, offrendo al lettore strumenti preziosi per cogliere la fisionomia profonda dell’opera poetica. Il suo sguardo critico, sempre rispettoso dell’autonomia dei testi, è capace di illuminare nessi e prospettive spesso invisibili o trascurati a una lettura superficiale. Il contributo di Anna Maria Curci alla valorizzazione della poesia è significativo: non la considera soltanto oggetto di studio, ma forma viva, necessaria, capace di generare conoscenza e innescare trasformazioni. «L’opera frutto del poiein, il contatto con essa – scrive l’autrice – non lascia indifferenti, bensì, al contrario, provoca cambiamenti. I libri scelti per questo primo Quaderno hanno in comune la capacità di far riflettere, far sobbalzare, di stupire chi legge e di indurre, così, a cambiamenti, nel suo immaginario, così come nella sua personale “enciclopedia”.» Quindici sono le note critiche che compongono il volume, ciascuna dedicata a un autore o autrice: Andrea Accardi, Nunzia Binetti, Martina Campi, Luigi Cannillo, Maria Pina Ciancio, Sonia Ciuffetelli, Roberto R. Corsi, Gianni Iasimone, Maria Lenti, Cinzia Marulli, Maria Grazia Palazzo, Cristina Polli, Irene Sabetta, Stefano Taccone.
Dal verso al libro, di Anna Maria Curci, Roma, Edizioni Cofine, Collana “Aperilibri” n. 25, pp. 48
“…Tremava; eppure si muoveva tutta d’un pezzo, dura, legnosa, con la testa grossa sul corpo bassotto e forte che, rivestito d’un panno nero scolorito, pareva ritagliato a colpi di scure dal tronco d’un rovere”.(G. Deledda)
E per favore, mettete la Deledda nelle Antologie e nelle Letterature scolastiche! E’ l’unica scrittrice italiana ad aver vinto il Nobel per la letteratura, ha scritto più di 50 opere e questo piccolo librino, letto da ragazza, esprime da solo tutta la bellezza e la potenza della sua scrittura. Un racconto (lungo) a dir poco sublime, che ha suscitato l’attenzione di importanti scrittori stranieri, basti pensare che D. H. Lawrence ne curò la traduzione inglese e ne scrisse la prefazione. Non basta? Relegamus et reputemus.
Volevo amarla ogni minuto della mia vita perché mi volesse, la seguivo dappertutto. Lei diceva: «Non starmi tra i piedi». Ma io volevo amarla, starle sempre accanto(Inès Cagnati)
Questa è la storia struggente di una madre e di una figlia. Dentro c’è solitudine, povertà, emarginazione e una scheggia di luce che resiste. Poesia pura, di una bellezza indicibile che va oltre le parole. Grazie all’autrice di questo dono.
Sono una donna che ha il coraggio, l’energia e l’indipendenza che caratterizzano molte donne in questa epoca. (Nellie Bly)
“Dieci giorni in manicomio”, pubblicato per la prima volta nel 1887, è un libro scritto dalla giornalista americana Elizabeth Cochran, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Nellie Bly; si tratta di un’opera pionieristica del giornalismo investigativo, nata da un’inchiesta condotta in prima persona da una donna d’altri tempi, forte e coraggiosa. Per realizzare questo reportage, Bly si finse mentalmente instabile e si fece internare volontariamente per dieci giorni nel manicomio femminile di Blackwell’s Island, a New York. Durante la sua permanenza, documentò le condizioni disumane, i maltrattamenti, la negligenza medica e la brutalità del personale nei confronti delle pazienti. Il libro è un atto di denuncia potente che portò a importanti riforme nei sistemi psichiatrici e assistenziali dell’epoca. Ancora oggi, “Dieci giorni in manicomio” è considerato un classico del giornalismo d’inchiesta e un esempio di coraggio al femminile. Da leggere!
“Torna comodo trattare alla stregua di pazzi coloro che non si è in grado di comprendere.”(G. Simenon)
Queto è un libro pirandelliano, di cui consiglio la lettura, perchè tratta un tema e ci riguarsa tutti. Proprio tutti, come il protagonista Kees Popinga. L’uomo infatti non può fare a meno della considerazione altrui, sia essa positiva o negativa. Allo stesso tempo, ciò solleva una riflessione sulla reale difficoltà di definirsi attraverso lo sguardo dell’altro. “Gli altri non valgono la fatica che ci si dà perché pensino bene di noi.” Eppure, ognuno, come un funambolo, cerca un fragile equilibrio tra libertà e norma, tra salute e follia, tentando di riconoscersi con soddisfazione nello specchio che gli altri ci pongono davanti. Da leggere!
“L’uomo che guardava passare i treni” di George Simenon
“Le cose non si possono afferrare o dire tutte come ci si vorrebbe di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura”.
Mi ha letteralmente conquistata il fascino antico e discreto di questo tratto di costa abruzzese con i suoi “trabocchi”, una sintesi perfetta tra natura e architettura che parla il linguaggio della bellezza. D’Annunzio nell’opera “Il Trionfo della Morte” li ha descritti come “ragni colossali” e “anfibi antidiluviani”. Io li ho trovati incredibilmente unici e rari per ingegno, leggerezza e resistenza. Trampolieri a mezz’aria. Come se fossero lì da sempre, con le loro reti sospese, i tronchi, le antenne, le travi ancorate alla roccia. E da lì, con i loro silenzi, ci raccontassero una lunga storia di fatica e di armonia tra l’uomo e la natura, che commuove.
Nel 1909 Rilke pubblica in unico breve volume con il titolo “Requiem” due lunghe poesie dedicate, rispettivamente, all’amica pittrice Paula Modersohn-Becker e al giovane poeta Wolf von Kalckreuth. La prima, grande amica di Rilke dei tempi del circolo di Worpswede, è scomparsa l’anno precedente, in seguito ai postumi travagliati di un parto; mentre il secondo, morto suicida a soli diciannove anni, Rilke non lo aveva mai conosciuto di persona, gliene aveva parlato il suo editore Kippenberg.
Un’opera teatrale interpretata magistralmente da un cast straordinario e da Laura Marinoni che lascia il segno. Originale, emozionante e commovente. Da rivedere su RAI PLAY. Medea entra in scena dopo che la nutrice ha narrato come dalla Colchide (Turchia) la principessa discendente dal Sole abbia seguito Giasone a Corinto e là sia stata abbandonata per Glauce, figlia del re Creonte. Si sentono quindi lamenti e urla di Medea , mentre il coro è in scena, finchè la protagonista entra e denuncia la propria condizione , sfortunata come è in genere quella femminile. Entra Creonte e la esilia, ma lei gli strappa ancora un giorno a Corinto. Incontra quindi Giasone, cui minaccia vendetta, meglio delineata dopo un colloquio con il re di Atene, Egeo, che la ospiterà nella sua città. Dopo avere inviato a Glauce doni avvelenati, che uccideranno lei e il padre, Medea uccide i figli e nega a un Giasone annientato perfino i loro corpi, portandoli con sé sul carro del Sole, verso Atene.
Un libro intenso, crudo e amaro! Ascoltato in audiolibro durante un lungo viaggio in macchina. Pirandello, attraverso la figura della protagonista Marta, denuncia l’ipocrisia e l’ingiustizia di una società che giudica le donne in base a standard morali che le priva della loro libertà e della loro dignità. Marta è una donna forte, ma dovrà subire, rassegnarsi lo stesso per l’onorabilità della famiglia. E’ il primo romanzo di Pirandello e fu pubblicato a puntate sul quotidiano La Tribuna di Roma nel 1901. Sono pagine dolorose e senza scampo, ma accedeva e accade ancora oggi a tantissime donne nel mondo. E ognuna di noi ne porta dentro echi e ferite che non vanno via.
Non m’interessa parlare di poesia, preferisco parlare col mio gatto o con il panettiere. Imparo di più e mi annoio meno. Non m’interessa diventare un personaggio perché quando ti vedono cosí, la poesia passa in secondo piano. Non m’interessa se scrivi o non scrivi. Essere davvero poeti é una grossa responsabilità.
Le persone non dovrebbero scrivere poesie, dovrebbero essere poeti.
La poesia non è una corsa, dove l’importante é arrivare primi. La poesia é una lotta contro il nostro nemico naturale, il tempo, e anche un tentativo di integrarci alla morte, della quale avvertiamo la presenza giá da bambini. Non m’interessa la poesia soltanto come un fatto estetico, deve essere anche etico. Uno dei modi di cambiare il mondo (forse l’unico) è cambiare noi stessi. Non importa essere buoni o cattivi poeti, ma trasformarci in poeti, lottare contro l’universo in pieno disfacimento, non accettare i valori che non troviamo poetici.
A nulla serve scrivere testi poetici se siamo individui antipoetici.
Non produco soluzioni, metto a nudo la difficoltà, la complessità. La mia è una disperata vitalità -Pasolini
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