Le Ricordanze. Dal Sud poesia Meridionale


Un prezioso librino nato da un verso della Deledda, dedicato alla “ricordanza”. Tre voci che si sfiorano -dentro anche la mia, grata e riconoscente. Grazie di cuore ad Anna Cellaro, Clara Russo, Daniele Giancane, curatore e prefattore, Giuseppe Zilli per il progetto grafico e l’impaginazione.

(LE RICORDANZE, Anna Cellaro, Maria Pina Ciancio, Clara Russo”, La 5° Confraternita letteraria di Daniele Giancane, dal Sud Poesia Meridionale “ a cura dell’Università della Poesia J. R. Jménez, marzo 2026).

Se ne parla sul ‘Monitore Lucano’ a cura di Antonio Maurizio Cirigliano:
https://www.ilmonitorelucano.it/view_article.php?id=226

“Distanze verticali” un’antologia poetica sulla montagna


Distanze verticali. Escursioni poetiche sulla montagna” è un’antologia a cura di Irene Sabetta, pubblicata da Macabor Editore nel 2024. Il libro raccoglie componimenti poetici incentrati sul tema della montagna, esplorata non solo come luogo fisico e geografico, ma anche come spazio immaginato, simbolico e allegorico attraverso la relazione intima dei poeti con l’ambiente montano.
Accanto agli interventi di tanti amici e poeti contemporanei anche il mio: Marco Bellini, Remigio Bertolino, Stefania Bortoli, Maria Pina Ciancio, Danila Di Croce, Carlo Di Legge, Annamaria Ferramosca, Stefano Guglielmin, Paola Loreto, Annalisa Manstretta, Piero Marelli, Alfredo Panetta, Margherita Parrelli, Paolo Polvani, Lorenzo Rapisarda, Annalisa Rodeghiero, Silvia Rosa, Adriana Tasin, Edoardo Zuccato.
Riferimento al sito dell’Editore Macabor per acquistare il libro.

La poesia del giorno sul settimanale Buonasera24

 
Il settimanale Buonasera24.it nella rubrica “controVerso” dedicata alla poesia, dedica uno spazio a un mio testo poetico, con nota di lettura di Gian Carlo Lisi, che ringrazio per la scelta e l’attenzione.

La Poesia del Giorno, di lunedì 31 marzo 2025, è:
SIAMO NIDI SFILACCIATI
di MARIA PINA CIANCIO di San Severino Lucano (PZ)

Una poesia che naviga tra la vulnerabilità e l’intensità emotiva, evocando il paesaggio di un inverno interiore e un mondo che si fa sempre più frammentato. La poetessa utilizza l’immagine dei “nidi sfilacciati sugli alberi d’inverno,” dove la fragilità dell’esistenza umana è espressa attraverso la metafora di una resistenza naturale, ma al contempo precaria. L’immagine dei nidi, tradizionalmente simbolo di protezione, viene privata della sua solidità dalla tempesta dell’esistenza, riflettendo una condizione di disagio e incertezza.
Le “guance rosse e gli occhi aperti al cielo” rivelano un confronto con il mondo che, seppur segnato dalla sofferenza (“oltraggiati dalla pioggia“), è comunque uno spazio di esplorazione e di attesa. La pioggia, forse simbolo di difficoltà, non è una condanna, ma un elemento che attraversa senza mai annientare la possibilità di guardare oltre, di cercare una direzione.
Il verso “Ho un cielo d’inverno da inseguire” esprime un desiderio di riscatto, di ricerca, ma anche una consapevolezza di un cammino che si scontra con la durezza del tempo. “Risvegli e riverberi di resine” suggeriscono un contatto con il passato, con ciò che è stato, che ritorna in forma di ricordi, di “memorie di partenze e di ritorni“. Sono immagini che riflettono la ciclicità della vita, e la tensione tra solitudine e compagnia, tra separazione e riunione.
Il finale, dove il vento “a te mi riconduce” porta con sé una sensazione di incontro, di ritorno. Un gesto di riappacificazione con la realtà e con l’altro, come se il vento fosse la forza che, pur tra le turbolenze della vita, ci fa tornare a noi stessi, alle nostre radici, e al nostro legame con l’altro.
La poesia di Maria Pina Ciancio, dunque, è un viaggio tra il tormento e la bellezza, tra il desiderio di essere e il fatto di essere “sfilacciati” come se la frammentazione fosse parte integrante di un percorso di crescita e di scoperta, dove ogni ferita e ogni solitudine sono, in fondo, occasioni di rinnovamento”.

Gian Carlo Lisi

Il pastore e il viandante, un diploma d’onore

Maria Pina Ciancio


Era il 2005. Ero in macchina e avevo appena superato una curva, quando all’improvviso mi fermai. Tornai indietro e scattai questa foto, carica di tenerezza e di poesia “Il pastore e il viandante”. Un frammento della mia terra di Lucania, dove la bellezza si svela all’improvviso, con una semplicità e una purezza disarmante. Ringrazio Angelo Manitta e la Redazione de Il Convivio per averne saputo coglierne il valore.

(scattata nei pressi di Valerie tra Mezzana e San Severino Lucano)

Sull’ultimo numero de IL MANGIAPAROLE una nota di lettura alla mia ultima silloge


PER LA RUBRICA UN LIBRO ALLO SPECCHIO
“D’Argilla e neve” di Maria Pina Ciancio, recensione di Annamaria Ferramosca
IL MANGIAPAROLE, Trimestrale di poesia, critica e contemporaneistica, Ed. Progetto Cultura, Anno VI, n.22 – aprile/giugno 2023

Il Mangiaparole

Presentazione della raccolta ‘D’Argilla e neve’ a Castelsaraceno

La presentazione del florilegio
“D’argilla e neve”
della poetessa Maria Pina Ciancio
si terrà il giorno 6 agosto alle 18,30
Ci saranno i saluti istituzionali
Relatrice Teresa Armenti
Readindg di poesie
Mostra “Volti lucani” (di Maria Pina Ciancio)

(Organizzato dall’Associazione Planula e della Presidente Ida Iannella)

Paolo Polvani su “D’argilla e neve”

Ogni volta che mi immergo nella lettura di un libro di cui ho deciso di scrivere le note, il primo istintivo moto è quello di drizzare le antenne alla ricerca di un verso, una sequenza, che riesca a riassumerne lo spirito, l’atmosfera, gl’intenti, da utilizzare come titolo. Leggendo D’argilla e neve mi reputo decisamente fortunato perché già nella seconda poesia, il primo verso recita: “Avevo sette anni e un sogno:”; mi appare una sintesi perfetta: una bambina nata in Svizzera, nella Svizzera tedesca, da una famiglia di emigrati, nella quale certamente si è sempre continuato a parlare solo italiano, o forse solo il dialetto, e dove ogni giorno si avvertiva, palpabile, la nostalgia per quella terra rossa che la bambina non conosceva se non dai racconti, e di cui era già intrisa di curiosità e indotta nostalgia; il desiderio di ricongiungersi a quella patria che sentiva già sua attraverso i sentimenti familiari.

Ma già il verso successivo spalanca un altro panorama allettante: “Arrivammo con la Calabro-Lucana ch’era maggio”, una suggestione bellissima, siamo nei primi anni settanta, i vecchi treni di allora, quando ancora esistevano le littorine e possiamo immaginare le antiche carrozze della Calabro, e i paesaggi di maggio, e l’euforia, e la stanchezza, e il marasma di sensazioni. Ma anche i versi successivi si prestano a fare da titolo, “C’era il tutto dei bambini in quel ritorno”, e ancora, fino all’ultimo verso, sembrano tutti una perfetta sintesi dei sentimenti provati da quella bambina e restituiti in versi dall’autrice adulta.

Anche nelle poesie successive ogni verso suggerisce un titolo, per quanto nella sua concretezza sia capace di restituire il senso dell’intera raccolta:

Io a volte mi dimentico di me
di com’ero e di come sono adesso
delle corse a perdifiato sulle strade polverose
degli abbracci che sapevano esser tali

                                                   e null’altro

A me pare che la sequenza dei versi sia mossa da una dinamica centripeta che spinge inevitabilmente in una direzione: “i piedi che volevano innestarsi e farsi tronco / foglie e rami in ogni dove”: il desiderio di una stabilità, di un radicamento definitivo.

Andrea Di Consoli nella prefazione suggerisce una riflessione acuta: “Maria Pina con la sua scrittura è una delle poche creature che vive esattamente come me il legame conflittuale con le radici (le case, le parole) che i figli lucani dell’emigrazione sono condannati a vivere, essendo stranieri un po’ ovunque”,

Questo tema dello sradicamento e dell’estraneità percorre l’intero libro, e riaffiora in alcune poesie con l’inciso, che pare buttato là, alla rinfusa, ma che invece esprime bene il senso della ferita: – La Svizzera lontana -. Una lontananza non solo geografica, eppure una presenza che pare ingombrante quanto ineludibile.

Così lungo tutto il succedersi dei versi assistiamo a squarci in cui poesia e confessione esistenziale si illuminano a vicenda, in cui “le perdiamo ogni giorno le certezze di noi”, e anche la parola salvezza appartiene all’incertezza, e la fragilità che ne deriva viene tenuta in considerazione e temuta, e c’è chi ancora sogna la terra dove è nato, e molti versi hanno il potere di incidersi nell’attimo della lettura e poi di resistere a lungo nella memoria: “quello che ingoiava stelle in mezzo ai boschi”, e quella voce che trema quando “sillaba il nome di questo paese”.

Per fortuna esiste “la gioia che varca l’esilio dell’inverno” e pur nella desolazione della estraneità esiste la sicurezza di un appiglio: “Ritorno dove il corpo ebbe inizio / e la parola si incendiò”.

Così, in chiusura del libro, ecco Cinque poesie in dialetto lucano, a suggellare la ricerca e la scoperta di una patria dentro la lingua dell’infanzia, dentro quei ricordi che fanno dichiarare: ”E forse è stato lì che ho imparato tutto l’amore di oggi per la campagna, la natura, gli animali, la vita contadina che da sempre s’inarca  sotto pioggia e grandine, sole e vento”.

I versi della poesia che chiude la raccolta recitano: “Tenimi supa i cunucchi / cum na vota / quann jeru vagnona”, “Tienimi sopra le ginocchia / come un tempo / quand’ero bambina”, che può essere letta come un invito a una figura familiare, ma anche come tributo alla lingua dell’infanzia, quando ancora “addu j eru cicata / e nisciunu muria”, “dove io non sapevo / e nessuno moriva”.

articolo apparso su Versante Ripido

Marina Minet su D’argilla e neve

La poesia che fa della terra un corpo, e del corpo, una terra.

La poesia di Maria Pina Ciancio è un viaggio di grazia che si dipana continuo, percorrendo il confronto di più terre.

“Avevo sette anni e un sogno/quello della terra rossa dentro al petto/Arrivammo con la Calabro-Lucana ch’era maggio”(pag.12).

Le migrazioni restano dentro, si perpetuano nel tempo per una serie di ragioni che toccano la sensibilità di chi le vive come una seconda pelle. “Mi sentivo straniera nella mia terra”, raccontò, anni fa. Perché lei, lo spaesamento dovette affrontarlo da bambina, con tutte le incertezze dell’età. Il caso, oltre a formularne la memoria, ne incoraggerà notevolmente l’attenzione per i luoghi, per i volti, per la fotografia, sua complice e compagna d’itinerari e vissuti. Lo sguardo memoriale non l’abbandonerà mai, disponendola a un talento descrittivo di rara bellezza, intenso come un magma.

“Ho imparato a riconoscere le pietre dai colori e così la terra. Quella che tiene e quella che frana e cede sotto i passi e spacca in due il paese e gli incroci troppo stretti della vita”(pag.24).  

D’argilla e neve nasce così, incentrata nel tempo vissuto in Lucania, e ancorato non di meno agli anni dell’infanzia in Svizzera. In questa raccolta, la preziosità dei versi si riversa nelle pagine affinata da una pienezza nuova. L’incedere si estende, spazia oltre, pazientemente tenace come un cuore in corsa, il pensiero si ramifica potente, tanto da elevare gli occhi al cielo. L’interiorità lascia dunque spazio al mistero, e con esso si fonde nella fertilità di un’incognita.

“Un tempo forse sacro/ un dio possibile/ che ci salvi insieme”(pag.48).

Il suo paesaggio poetico valorizza la strada nel dettaglio dei ciottoli, testimonia la terra fra i solchi, la distingue fondatrice di costanti tradizioni, lontane e vicine, ma è l’umano che  trapassa il nervo della sua appartenenza da parte a parte: le vicende profonde fra memoria e presente con la compiutezza della parola accesa nei gesti. Le poesie dialettali ne sono prova assoluta, snodando nel linguaggio tutta l’estensione carnale, che solo un dialetto può dire. Lo stesso che per forme e concetti dimostra la ferita del distacco.

“Non fatemi più paura coi mantelli neri e le voci”(pag.37).

Davanti a certi versi, resta solo il silenzio. Lo spostamento una volta prevedeva più fasi. I figli, spesso precedevano il ritorno e non di rado ci si trovava spaesati. L’efficacia dell’argilla, riportando il titolo, è un cammino esistenziale, maturato fra due patrie e il sé.  La poesia di Maria Pina fa della terra un corpo, e del corpo, una terra. In questo modo, una parabola interiore simbiotica salva il passato in un’attesa viva, dove i ritorni e le partenze si condensano nel tempo. L’argilla e la neve: due materie diverse eppure uguali, amalgamate, indispensabili una all’altra fra consistenza e spirito, nel miracolo riuscito di contenere una sola radice inestirpabile, nell’intima unione di più terre.

Marina Minet

Articolo apparso sulla Rivista di Letteratura online Margutte

Premio di Poesia l’Arte in Versi 2024 (XII edizione)

La cerimonia di premiazione del “Concorso letterario L’arte in versi” si è tenuta a Jesi (AN) nella Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni (Corso Matteotti) il giorno 22 Giugno 2024.
Il Premio, patrocinato dalla Regione Marche, dalla Provincia di Ancona, dai Comuni di Ancona, Jesi e Senigallia e dall’Università degli Studi “Carlo Bo” di Urbino, è stato ideato, fondato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato da Euterpe APS di Jesi (AN).

Le Commissioni di Giuria, diversificate per le varie sezioni e presiedute da Michela Zanarella, erano composte da Stefano Baldinu, Fabia Binci, Lucia Cupertino, Valtero Curzi, Mario De Rosa, Graziella Enna, Zairo Ferrante, Rosa Elisa Giangoia, Fabio Grimaldi, Giuseppe Guidolin, Francesca Innocenzi, Antonio Maddamma, Simone Magli, Emanuele Marcuccio, Francesco Martillotto, Vincenzo Monfregola, Antonio Sacco, Rita Stanzione e Laura Vargiu.
Durante la serata sono stati decretati i vincitori, incuso il riconoscimento alla mia ultima silloge.
Per la sez. E -Libro edito di poesia:
1° Premio – D’argilla e neve (Ladolfi, Borgomanero, 2023) di MARIA PINA CIANCIO di Ariccia (RM).
Grazie di cuore agli organizzatori e alla giuria del premio.

https://associazioneeuterpe.com/tag/larte-in-versi/

Martino Ciano su “D’Argilla e neve”

Guarda adesso come trema la voce/che sillaba il nome di questo paese/ho creduto che fosse il centro del mondo/e così son partita e tornata ogni volta/un ostaggio alla terra e alla gente/radice sepolta tra il pero/e un cielo d’inverno 

A una poesia non bisognerebbe chiedere nient’altro che la prima impressione, anche se racconta di momenti sedimentati, di ricordi e di nostalgie. Maria Pina Ciancio lo fa; imprime su carta le sue sensazioni come se fosse la prima volta. Infatti, sempre vivo è il suo riconoscersi tanto una “scacciata” quanto una “fuggitiva” dalla sua Basilicata.
I suoi componimenti parlano di queste sensazioni, così lontane, così vicine, così simili. Cinque poesie sono anche in dialetto; stanno lì, alla fine del libro, come a ricordare una lingua gioiosa che, ora, risuonando fa percepire ancora più forte il dolore per il distacco. Sappiamo bene, noi del Sud, cosa sia questo sentimento difficile da fotografare, da spiegare.Potrebbe sembrare un “pianto” ma di quelli patetici, o addirittura finto, come quello delle prefiche, che venivano pagate per versare lacrime sui morti. Invece, non è così; esso racchiude una preghiera di protezione, per ciò che è stato lasciato, e di speranza, affinché nessuno debba sentire il peso dell’andare via; a patto che non sia una libera scelta.
Ciancio è nata a San Severino Lucano, paese del potentino, in cui i monti e il terreno argilloso si mischiano con la neve. E proprio la neve, nei ricordi dell’autrice, non porta solo il gelo, ma anche la pace e la convivialità. Lei torna a casa, con la stessa urgenza che la smuove alla partenza. E proprio in questo andirivieni, le prime impressioni cambiano e si mettono al servizio della poesia.
Non abita tra queste pagine la protesta, o meglio, essa non è espressa chiaramente; piuttosto è un sottofondo, un riverbero che testimonia l’eterno ritorno. C’è umiltà in questo “sussurrare il dissenso”, perché non è “speciale” il suo destino, bensì appartiene a tanti. Infatti, la lucana Maria Pina scrive di passaggi nel continuo “andare via e tornare”; cattura le cose che ricompaiono all’orizzonte della memoria, proprio lungo quella linea in cui dimenticanza e nostalgia si uniscono come il cielo e il mare. Diventa vasto, quindi, lo scenario da cui si può attingere. Così immense si fanno le strade della vita che gettano la poetessa nella angoscia.
Ecco i monti, la neve, la casa, le strade, la campagna, gli approdi sicuri che testimoniano la sua presenza in terra lucana. Ma per coloro che restano, chi migra, anche silenziosamente, sembra una persona cara ormai estinta e che, per questo motivo, non deve più tornare dal regno dei morti. C’è quindi una macchia indelebile su chi ha deciso di “cambiare casa”, si chiama la colpa della fuga.
Ecco perché questi versi sono così ancestrali. Qui non c’è sentimentalismo, solo la tragedia nella sua accezione dionisiaca, ossia senza misura, senza regola, senza rigorosità. Sfida la poetessa sé stessa, perché forse avrebbe voluto sentire il peso delle proprie radici abitandovi, invece anche lei è condannata a rimpiangere ciò che è stato reciso ed è rimasto monco.A firmare la prefazione al libro è stato Andrea Di Consoli, lucano come Maria Pina Ciancio, anche lui con una “storia simile” che ispira, consapevolmente, una condizione ormai accettata, ma con cui è difficile fare pace per davvero.

Articolo apparso su Border Liber

Domani la cerimonia del “Premio Giovanni Bovio” a Napoli

Si terrà lunedì 15 aprile 2024 alle ore 17:00 la cerimonia di premiazione del Concorso Letterario “Giovanni Bovio” 6ª edizione presso la Sala dei Baroni del Maschio Angioino. Tra le poesie premiate ce n’è anche una mia, dedicata al poeta Rocco Scotellaro e tratta dal libro “Storie minime” (Fara, 2009).


Su Puglia Live, 15 marzo 2024