Correva a scapicollo e intanto sulla collina s’ammalorava il raccolto, s’infocavano di luce i campi, ruggivano le cicale, gracidava l’acqua nello stagno. Zolle dissodate s’aprivano per far spazio alla vita di mille e mille creature. Gli occhi si schiudevano al posto delle mani, la bocca masticava un orecchio, forse troppo pigro, e tutti gli organi, rimescolati tra loro, alludevano ad altro, facevano altro, erano altro. Correva a scapicollo e intanto il pulsare alla bocca dello stomaco gli affinava la vista, l’udito era dita scrocchiate e crepitare di fiamma, la corsa braccia mulinate a un vento che soffiava pioggia. Del perché fosse tutto così sottosopra non è dato sapere.
(inedito)
*
Un espediente classico della scrittura umoristica e surreale è il fraintendimento, oppure il prendere sul serio un luogo comune o un modo di dire, e proprio così straniarlo. In questa prosa di Pasqua, tutta la dinamica narrativa sembra per esempio essere generata dallo «scapicollo» dell’incipit, che, visto ora in certo senso letteralmente, sembra annunciare un certo snodarsi del corpo, una serie di suoi smontaggi e rimontaggi. Non c’è storia, del resto, in questo brano, e tutto pare ridursi a una corsa, appunto, in cui il corpo del soggetto si scombina («la bocca masticava un orecchio») e con esso si scombinano le parti del paesaggio («s’ammalorava il raccolto»), della fauna («le cicale» ruggiscono) e della realtà in generale («far spazio alla vita di mille e mille creature»). E contagiato dall’imposizione improvvisa di questa regola universale, poi, anche il meta-discorso sembra mostrarsi fuori fuoco: «non è dato sapere», dichiara il narratore nell’unico momento in cui si palesa – come a sconfessarsi, a intervenire solo per testimoniare la propria inefficienza.
A.F.P.










