chiralità – Igor Antonio Lipari

si può perdere la vita a seguito della lite per un parcheggio e il malfunzionamento di un caricabatteria è in grado di ingenerare una versione tascabile di disturbo da stress post-traumatico a corollario di astinenza digitale ma un’armocromia inaccurata nella scelta dell’abbigliamento ti precipiterà nell’imbuto di un maelstrom entactogeno dissociativo dalla cui prospettiva riuscirai finalmente a vedere alla luce dissezionante del sole quell’infinitesimo dettaglio che dimostra come ci sia qualcosa di profondamente inesatto nel mondo e tu e chiunque altro come avete fatto a non accorgervene prima anche se adesso che ne hai preso consapevolezza è troppo tardi per svincolarti dalle maglie del beam sweeping 5G che legano il palmo della tua mano all’antenna locale della cella e attraverso ragnatele di fibre ottiche si impennano su ponti radio fino a rimbalzare su orbite geostazionarie di satelliti per poi tuffarsi nelle profondità oceaniche lungo cavi sottomarini drogati con erbio che affondano e affondano giù fino alla terapia intensiva di R’lyeh dove immerso nel suo coma farmacologico Cthlulhu sogna di attendere il suo momento e se non presterai la dovuta attenzione proprio il tuo impercettibile strattone potrebbe essere decisivo per svegliarlo nel qual caso non ti sarà servito a niente aver notato che i tappi dei barattoli di marmellata e dei tubetti di dentifricio non si avvitano in senso antiorario come invece nell’emisfero boreale dovrebbero fare i vortici dei tornado tranno uno di recente in Oklahoma e quelli dell’acqua che si porta via i frammenti epiteliali e cheratinici della tua individualità sgretolata nello scarico del lavandino ma non sempre l’effetto Coriolis si degna di essere efficace e queste potrebbero essere prove inquietanti a sostegno della teoria della terra piatta oppure sarà stata altrettanto inutile l’agnizione che la simmetria levogira degli amminoacidi delle proteine di tutte le forme di vita conosciute induca il sospetto che le suddette forme di vita non fossero esattamente preventivate nel manuale d’uso rilasciato dal produttore – così che la chiralità ovvero la proprietà – che non può non risultarti dolorosamente familiare ogni volta che ti trovi davanti a una superficie riflettente – che impedisce a un oggetto di essere sovrapponibile alla sua immagine speculare ancora una volta resterà inspiegata

(inedito)

*

L’uso della letteratura per spiegare la realtà è una modalità antica, precedente al consolidarsi della scienza tecnologica come pratica conoscitiva primaria. In questo flusso in prosa di Lipari, che per tutta la sua lunghezza non è che una premessa “argomentativa” all’asserto finale (unico evidenziato dallo stacco del trattino), che dichiara la «chiralità» «inspiegata», sembra riattivarsi questa antica tensione, della illustrazione scientifica per via letteraria. In quanto post-mitologica e successiva a Galileo, però, la letteratura contemporanea non può assumere questo compito pacificamente, e ciò che leggiamo, perciò, non assomiglia davvero a una spiegazione – più all’indicazione della sua assenza. Questo si osserva non semplicemente nell’«inspiegata» che chiude il testo, ma, più profondamente, nelle caratteristiche generali che del testo sono proprie: l’assenza di punteggiatura e il deragliamento della sintassi confermano l’esondazione del discorso argomentativo da se stesso, l’uso del “tu” parla di un coinvolgimento in senso lato soggettivo, i termini prettamente scientifici («entactogeno», «coma farmacologico»…) appaiono straniati e le allusioni a un certo immaginario pop e internetico («Chtulu», «maelstorm», «R’lyeh», «terra piatta», «5G»…) testimoniano come il flusso sia composto da citazioni e richiami; che sia – anche – un discorso che dice del discorso.

A.F.P.

inedito – Leonardo Bachini

Le ossa crescono e decrescono alberi. Poi alberi solo.

Fare un sogno che è salire al cielo.
Il vetro vederlo senza sbatterci, far uscire un moscerino, ansimante.

La solita data in ogni posto.
Non sentirsi a casa.


(inedito)

*

La tendenza alla frase nominale, all’uso di forme verbali asciutte (come il presente indicativo o infinito), nonché la frantumazione dovuta alla punteggiatura magra e alla coincidenza tra verso e sintagma, stringono questo testo di Bachini addosso alla propria torsione. Sul piano tematico, del resto, l’incipit dichiara una fluttuazione organica a svantaggio dell’umano (se le «ossa crescono» poi ci sono «alberi solo»), da cui l’umano ne esce come vaporizzato, assente (e di ciò la chiusa è la prova più chiara). Ciò a cui assistiamo, allora, è un inanellarsi di piccole scene ordinarie (per altro rese ancora più vacue dal verbo «fare»: «Fare un sogno», «fare uscire un moscerino») nelle cui maglie non sembra potersi muovere nulla, vaneggiati momenti verticali (il «sogno», il «cielo» o le «ossa» che «crescono») crollano senza emettere particolari frastuoni. Maglie strette della vuota routine, insomma, e maglie strette della griglia sintattico-versale: di qua e di là da questa linea si specchiano tema e lingua.

A.F.P.

Correre a scapicollo – Cristina Pasqua

Correva a scapicollo e intanto sulla collina s’ammalorava il raccolto, s’infocavano di luce i campi, ruggivano le cicale, gracidava l’acqua nello stagno. Zolle dissodate s’aprivano per far spazio alla vita di mille e mille creature. Gli occhi si schiudevano al posto delle mani, la bocca masticava un orecchio, forse troppo pigro, e tutti gli organi, rimescolati tra loro, alludevano ad altro, facevano altro, erano altro. Correva a scapicollo e intanto il pulsare alla bocca dello stomaco gli affinava la vista, l’udito era dita scrocchiate e crepitare di fiamma, la corsa braccia mulinate a un vento che soffiava pioggia. Del perché fosse tutto così sottosopra non è dato sapere.


(inedito)

*

Un espediente classico della scrittura umoristica e surreale è il fraintendimento, oppure il prendere sul serio un luogo comune o un modo di dire, e proprio così straniarlo. In questa prosa di Pasqua, tutta la dinamica narrativa sembra per esempio essere generata dallo «scapicollo» dell’incipit, che, visto ora in certo senso letteralmente, sembra annunciare un certo snodarsi del corpo, una serie di suoi smontaggi e rimontaggi. Non c’è storia, del resto, in questo brano, e tutto pare ridursi a una corsa, appunto, in cui il corpo del soggetto si scombina («la bocca masticava un orecchio») e con esso si scombinano le parti del paesaggio («s’ammalorava il raccolto»), della fauna («le cicale» ruggiscono) e della realtà in generale («far spazio alla vita di mille e mille creature»). E contagiato dall’imposizione improvvisa di questa regola universale, poi, anche il meta-discorso sembra mostrarsi fuori fuoco: «non è dato sapere», dichiara il narratore nell’unico momento in cui si palesa – come a sconfessarsi, a intervenire solo per testimoniare la propria inefficienza.

A.F.P.

racconti nenti – Alberto D’Amico

9)
Quando ho scoperto Vitorchiano, non potevo credere ai miei occhi: vi sono 8 miliardi di persone, tutti ragazzoni stipati nel bagno in attesa di un’audizione, traendo forza dalla loro invidia. Dalí era innamorato pazzo di me, e ora l’accusa è riciclaggio. Rischio fino a sei anni di carcere. E noto inoltre che i cani sono meglio delle persone, in virtù del fatto che essi festeggiano sui cadaveri dei falsi provvisori. Quando la realtà somiglia di più a una campagna di reggiseni preferisco vivere nel cuore della bellissima Tuscia.


(inedito)

*

Parte di una serie costruita tramite cut-up, questo frammento di D’Amico mette alla prova, di quel meccanismo, la capacità di generare una narrazione dissimulata che solo se guardata al microscopio può mostrare i suoi inciampi e i suoi artifici. Al lettore non è dato sapere – né è rilevante – quali tasselli vengono da dove, e gli basta concedersi al flusso straniante che attraverso micro-cuciture quelli mettono in piedi. Così, per esempio, quel «non potevo credere ai miei occhi», che fa da tramite tra «Quando ho scoperto Vitorchiano» e «vi sono 8 miliardi di persone»: l’enunciato generico (non privo di una certa stereotipia, che ritroviamo anche più avanti in «i cani sono meglio delle persone), insomma, legandosi facilmente sia destra che a sinistra della frase, riesce ad agganciare parti in realtà opposte («Vitorchiano» e gli «8 miliardi di persone») persuadendo il lettore che il discorso in verità surreale sia in qualche maniera plausibile. Allo stesso modo l’amore di «Dalì» e il «riciclaggio», o «i cani» e i «cadaveri»: la retorica e i collegamenti sintattici e ortografici sono i veri “comunicatori” del testo, e ingannano il cervello del lettore di una disinvoltura che nasconde, in realtà, un discorso del tutto esploso.

A.F.P.

Grano – Francesco Fioretti

È ormai un altro, dorme sotto il letto
stregato dalle ombre degli uccelli,
nessuno parla più, è un bene che si moltiplica.

Tutti scendono una volta a guardarsi
le mani che annegano come medici nel buio
l’occhio freddo del corpo illuminato
a notte fissamente ritorna alla pastura.

Chi vive riprende i ricordi
dove li aveva nascosti con le bomboniere.
Li spolvera, li offre in dono.


(da Grano, Arcipelago Itaca, 2025)

*

Potremmo definire quella di Fioretti, qui, una lirica dell’estraniazione: la poesia parla dell’«altro», di «tutti», ma parla anche dell’esistenza del soggetto, secondo una dislocazione pronominale che ha una sua precisa tradizione alle spalle. La scioltezza con cui Fioretti disegna questa condizione, comunque, è un merito da evidenziare: l’attacco in medias res fa della dislocazione qualcosa di irrimediabile («ormai»), ma anche in certo senso onirica («dorme sotto il letto»), così come sotto una coltre onirica si muove il testo che segue. I «Tutti» della strofa successiva sono «medici nel buio» e le «bomboniere» del finale danno una tangibilità, una collocazione, a quanto di invece indicibile rimane al fondo della poesia. Onirismo nel senso, quindi, di immagini che si sostituiscono ai concetti, e anche di atmosfera vacua e impalpabile, cui risponde appunto questa disillusione di fondo, questo trovarsi in qualche modo disinnescati anche alla luce del «bene» e del «dono»..

A.F.P.

Derma – Arianna Vartolo

Hai grigliato la carne il documento
di testo quel frammento di cielo terso
ripreso entro il diaframma fotografico.
                                                                   Hai provato
il dramma del tempo perso per estremi
punti o disteso misurato in denti
stretti in morsi dati o ricevuti;
in ricevute di pagamento a prova a testamento
dell’esser stati (chissà cosa dove quando).
Intanto il dolore tiene svegli
quel tanto che basta all’acqua della pasta
per arrivare a bollire.

Tutto esiste con un proprio rumore.


(da Derma, Arcipelago Itaca, 2025)

*

Rompere la punteggiatura e la sintassi vuol dire rompere il cristallo del reale. Questo sembra sembra potersi esperire dall’attacco calcolatamente disconnesso di questo testo di Vartolo, e dalla vertigine che si vede montare partendo dalla «carne» e arrivando al «cielo». Se ciò che segue è un discorso, quindi, un discorso costruito su un’impalcatura fonica che taglia obliquamente la sintassi («terso»/«perso», «dati»/«stati»…), è anche un discorso che si compie nel brillio di questa rottura. Gli elementi sono tutti quotidiani (la carne grigliata, appunto, l’acqua che bolle), e la tensione è lirica (sorretta da un solido “tu”) – ma il riverbero del «dolore» si ripercuote sull’impasto della lingua, la mette alla prova. «Tutto esiste con un proprio rumore», chiosa la gnome: poesia compresa.

A.F.P.

Trasparente – Riccardo Benzina

E poi arriva agosto, i cadaveri e le farfalle. Teniamo
un’incerata sul pensiero, e le nostre leggi
che vengono in silenzio dalla stessa parte
avviluppare nel lobo frontale. Io
stavo solo facendo una vaga promessa
esistendo sotto una luna
forsennata, di bianco, lavoro
a un ronzio. Sto male… poi guarisco, mi affaccio
di nuovo al libro, Matteo, non faccio che capire quando parli
di letargo e il tuo stare in disparte mi sento vicino
al tuo impossibile, tanto
che ne scrivo. Ma
non c’è cosa che si ami e si conosca
allo stesso modo. E è vero che non son
mai fattivo, che non mi sono mai cambiato i vestiti, che sono davvero il più lontano da capire. Insieme a te passerò e passeremo alla fine del sole camminando, chiacchierando, camminando lunghe, issime ore dopo luci, date, faremo un battesimo così ingenuamente… e ci sarà modo, ogni volta, di pensare a un’arca: ne avremo intenzione, questo ricordo. Forse noi impariamo, se ripetutamente accade qualcosa. Se questo qualcosa ci stritola o garrisce. Ma uno ha bisogno di mangiare e noi non mangiamo da due giorni. Ce ne stiamo qui da soli. Madre, perché non mi hai insegnato la solitudine. A stare senza a fare a meno. Perché non la fame. Ho una parola soltanto, gigantesca, estrema come la mania, e però nessun confidente, nessuno, chi vuole ascoltarmi è morto, le orecchie non funzionano… e pietre e patrie sono confusioni, esistono mentono – davvero, io non so il loro segreto. Mi figuravo la guida delle tue mani, una carezza per sapere, il futuro un potere che poteva stonarmi, ma va bene, potevo essere bambino un’altra volta e anche aprire la porta ai nemici, creare un nuovo galateo. Sarebbe così pieno di volti il nostro immaginare, e il fumo ci entrerebbe dentro, le parole entrerebbero nel fumo e si aprirebbero. Papaveri non cifre né stupidi commenti. Comunque sto facendo non so più nemmeno cosa. Le biglie e i doppioni dormono in questi dislivelli. È la loro terapia. Comunque sì mi sono perso. Frugo in questa conoscenza minima che ho: ne cavo note, capelli. Voglia di tendere la mano a presentarmi, di fare conoscenza con tutti i qualcuno del mondo… dire: piacere!, dire: come cresce questo corpo, imbizzarrito nella sua oscenità, ripete sempre i medesimi gesti e non capisco bene cosa voglia fare. Notte lunga avanti a sé, lunga commiserazione che solleva appoggia il dito su una lista. Come cresce, come ipotizza il letto e l’epica, tornare, come cerca l’odore di cui sopra non si parla, una vecchia immagine
e consistenza di rientro dalla storia… cambia sempre
e rimane la stessa, arranca sotto al mio palato come un ritornello.
È la sottigliezza di un’idea che fatica a dileguarsi
ma comunque non si riesce davvero condividere –
e poi a lungo andare quasi ti delinea, diventa
midollo.


(da Midollo, Taut, 2025)

*

Un aspetto che a me pare sia interessante da evidenziare, in relazione a questo testo complesso di Benzina, riguarda il fatto che la scrittura esploda proprio nel momento in cui la si cerca implicitamente di focalizzare, di descrivere. A livello strutturale la deformità è evidente: il testo si apre e chiude con dei versi, ma nel centro, quando il discorso si ampia o ingolfa (o entrambe le cose), subentra la larga orizzontalità della prosa. Vediamo un «noi», scene quotidiane e modeste come passeggiare al sole e mangiare – anche se sempre tessute in una lingua attenta e diluita solo in apparenza – ma percepiamo qualcosa che non suona, e che pure è presente, e che sembra dare ordine a tutto il resto. Non a caso il modo verbale prediletto nel brano è il condizionale: tutto appare coniugato all’ipotetico: l’orizzonte esperito è un orizzonte di possibilità e relazioni, di pienezza anche oggettuale e mentale (sono appunto molte le deduzioni e i programmi), ma sono il «ritornello» sotto il palato (che rimanda al linguaggio, quindi anche alla scrittura) e «un’idea che fatica a dileguarsi» a proporsi come i rovelli, proprio, in grado di dilatare questo orizzonte. Quando diventano «midollo», perciò, lo diventano nel senso di installarsi nell’individuo in quanto modalità della vita prima ancora che espressioni o posizioni esplicite – come causa e bussola, insieme, dell’essersi «perso».

A.F.P.

Piccola estate – Alberto Pellegatta

Noiosa bellezza che fraintendo
per te è sempre tutto da rifare.

Mi sento due gabbiani nel petto e sento
le balene interrate come geyser.


(da Piccola estate, Guanda, 2025)

*

Tra le sfide della poesia contemporanea c’è anche quella di misurare la tenuta degli strumenti consolidati dalla tradizione di fronte alle trasformazioni del tempo. Così in questo breve e incisivo testo di Pellegatta, in cui osserviamo la simmetria dei distici, un uso sistematico dell’enjambement e una precisa tessitura sonora (l’assonanza tra primo e terzo o tra secondo e quarto verso, la linea «sento»-«petto»-«sento», e così via). Ed è proprio all’ombra di questa levigata costruzione, in dialettica col suo candore, che si compie d’altro canto la vertigine dell’immagine: se il primo distico invita a entrare in una routine di insufficienza e ripetizione («Noiosa bellezza», «tutto da rifare»), il secondo la agita con allegorie animali («gabbiani» e «balene») che irrompono nel corpo e nella sfera simbolica del soggetto. Sono forze ctonie, potremmo dire, o comunque l’apparizione fulminea dei mostri che si muovono sotto la coltre della scrittura e della sua armonia; il fraintendimento, in fin dei conti, annunciato in apertura.

A.F.P.

Otto Tipi di Insetti – Stefano Solaro

Domani ci drogheremo, è già deciso
è tutto pronto e ci ho pensato io
giusta fine di un anno in cui s’è visto
come tutto si disfa, la casa, la coppia
poi come ogni anno nevica, si scenera
la vigilia, gonfi di vino sulla stessa sedia.
Eppure questo freddo un po’ mi dà speranza
sembra quella notte di un decennio fa
a Berlino col mio migliore amico la mia miglior ragazza
il migliore me a rincasare
battendo i denti dopo delle birre allo Stereo 33
non si diceva una parola
ma solo per il gelo
poi a casa con una coperta davanti a Google
scoprivamo gridando come scemi
la misura di quel freddo.
Meno diciassette, da non crederci
allora non lo sapevamo
ma penso che per tutti sia ancora un record.


(da Otto Tipi di Insetti, Arcipelago Itaca, 2025)

*

Quello che sceglie Solaro, qui, è un dispositivo a tutti gli effetti lirico: lavora sul ritmo del verso e sulle sue fratture (in gran parte i versi finiscono in enjambement) e, da un punto di vista tematico, su un ragionamento a proposito dell’io, su una sua messa alla prova. Questa messa alla prova, in particolare, riguarda il confronto dell’io presente con quello del passato: la poesia si apre con una situazione di goduria («ci drogheremo») e di «speranza»; ma non solo questa gioia è presto sottolineata come strategia di superamento di una crisi («tutto si disfa»), più avanti un ricordo ancora precedente intride la psiche attuale e gli impone i termini di paragone con un passato «migliore» (parola che torna tre volte in due versi). La liricità sta dunque nella domanda esistenziale e nella piena fiducia nei mezzi della poesia di incarnare questa domanda; che Solaro imbraccia però con consapevolezza e capacità di evitare lo stereotipo – attraverso la volontà di prendere di petto il contemporaneo («Google») e, con la chiusa disillusa, in minore, di distruggere l’enfasi.

A.F.P.

God-Mother-Book-Case – Elisa Davoglio

“in un pomeriggio dorato”

un gioco correre verso la tana cadere a capofitto oscuri in verticale superficie distanza

dentro dalla veglia al sonno al centro della Terra gli Antidoti riverenza vuoto

nella foresta dove le cose non hanno un nome veleno o no sono solo un mazzo di carte



Cosa vedi mentre scendi?

Ma mentre scendi, un piccolo bagliore si accende in lontananza. È una luce
tremolante o un’illusione?


Cosa fai, ti avvicini o resti nel buio?



(da God-Mother-Book-Case. Où est ma chatte?, Arcipelago Itaca, 2025)

*

L’esplosione anche a livello commerciale dell’intelligenza artificiale non può che stimolare interrogazioni anche in campo poetico, in relazione a ciò che si può fare con il linguaggio e al rapporto tra chi scrive e ciò che è scritto. Superando possibilità “spettacolariste” dell’applicazione dell’AI alla poesia, che si limitano ad auto-sorprendersi attraverso l’autonomia della macchina, Davoglio proprone testi in cui umano e AI co-agiscono, si discutono e addestrano reciprocamente. Come testimonia questo brano, la lingua dell’umano e quella della macchina non vengono infatti distinte; sono disposte con la foggia del dialogo (tramite l’uso degli a capo e degli allineamenti, nonché domande e comandi tramite cui avviene appunto “l’addestramento”), ma non è possibile capire chi sta guidando chi. Ne consegue che anche quando il testo si apre all’archetipo («luce» e «buio»), o addirittura al mito («Terra degli antidoti»), non può che farlo in maniera felicemente straniata: la scrittura – sembra potersi concludere – non è ora la mimesi diretta di un’esperienza, bensì la performance in cui le fonti multiple e tutte opache del linguaggio si manifestano, e si parlano.

A.F.P.