Correre a scapicollo – Cristina Pasqua

Correva a scapicollo e intanto sulla collina s’ammalorava il raccolto, s’infocavano di luce i campi, ruggivano le cicale, gracidava l’acqua nello stagno. Zolle dissodate s’aprivano per far spazio alla vita di mille e mille creature. Gli occhi si schiudevano al posto delle mani, la bocca masticava un orecchio, forse troppo pigro, e tutti gli organi, rimescolati tra loro, alludevano ad altro, facevano altro, erano altro. Correva a scapicollo e intanto il pulsare alla bocca dello stomaco gli affinava la vista, l’udito era dita scrocchiate e crepitare di fiamma, la corsa braccia mulinate a un vento che soffiava pioggia. Del perché fosse tutto così sottosopra non è dato sapere.


(inedito)

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Un espediente classico della scrittura umoristica e surreale è il fraintendimento, oppure il prendere sul serio un luogo comune o un modo di dire, e proprio così straniarlo. In questa prosa di Pasqua, tutta la dinamica narrativa sembra per esempio essere generata dallo «scapicollo» dell’incipit, che, visto ora in certo senso letteralmente, sembra annunciare un certo snodarsi del corpo, una serie di suoi smontaggi e rimontaggi. Non c’è storia, del resto, in questo brano, e tutto pare ridursi a una corsa, appunto, in cui il corpo del soggetto si scombina («la bocca masticava un orecchio») e con esso si scombinano le parti del paesaggio («s’ammalorava il raccolto»), della fauna («le cicale» ruggiscono) e della realtà in generale («far spazio alla vita di mille e mille creature»). E contagiato dall’imposizione improvvisa di questa regola universale, poi, anche il meta-discorso sembra mostrarsi fuori fuoco: «non è dato sapere», dichiara il narratore nell’unico momento in cui si palesa – come a sconfessarsi, a intervenire solo per testimoniare la propria inefficienza.

A.F.P.

racconti nenti – Alberto D’Amico

9)
Quando ho scoperto Vitorchiano, non potevo credere ai miei occhi: vi sono 8 miliardi di persone, tutti ragazzoni stipati nel bagno in attesa di un’audizione, traendo forza dalla loro invidia. Dalí era innamorato pazzo di me, e ora l’accusa è riciclaggio. Rischio fino a sei anni di carcere. E noto inoltre che i cani sono meglio delle persone, in virtù del fatto che essi festeggiano sui cadaveri dei falsi provvisori. Quando la realtà somiglia di più a una campagna di reggiseni preferisco vivere nel cuore della bellissima Tuscia.


(inedito)

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Parte di una serie costruita tramite cut-up, questo frammento di D’Amico mette alla prova, di quel meccanismo, la capacità di generare una narrazione dissimulata che solo se guardata al microscopio può mostrare i suoi inciampi e i suoi artifici. Al lettore non è dato sapere – né è rilevante – quali tasselli vengono da dove, e gli basta concedersi al flusso straniante che attraverso micro-cuciture quelli mettono in piedi. Così, per esempio, quel «non potevo credere ai miei occhi», che fa da tramite tra «Quando ho scoperto Vitorchiano» e «vi sono 8 miliardi di persone»: l’enunciato generico (non privo di una certa stereotipia, che ritroviamo anche più avanti in «i cani sono meglio delle persone), insomma, legandosi facilmente sia destra che a sinistra della frase, riesce ad agganciare parti in realtà opposte («Vitorchiano» e gli «8 miliardi di persone») persuadendo il lettore che il discorso in verità surreale sia in qualche maniera plausibile. Allo stesso modo l’amore di «Dalì» e il «riciclaggio», o «i cani» e i «cadaveri»: la retorica e i collegamenti sintattici e ortografici sono i veri “comunicatori” del testo, e ingannano il cervello del lettore di una disinvoltura che nasconde, in realtà, un discorso del tutto esploso.

A.F.P.

Grano – Francesco Fioretti

È ormai un altro, dorme sotto il letto
stregato dalle ombre degli uccelli,
nessuno parla più, è un bene che si moltiplica.

Tutti scendono una volta a guardarsi
le mani che annegano come medici nel buio
l’occhio freddo del corpo illuminato
a notte fissamente ritorna alla pastura.

Chi vive riprende i ricordi
dove li aveva nascosti con le bomboniere.
Li spolvera, li offre in dono.


(da Grano, Arcipelago Itaca, 2025)

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Potremmo definire quella di Fioretti, qui, una lirica dell’estraniazione: la poesia parla dell’«altro», di «tutti», ma parla anche dell’esistenza del soggetto, secondo una dislocazione pronominale che ha una sua precisa tradizione alle spalle. La scioltezza con cui Fioretti disegna questa condizione, comunque, è un merito da evidenziare: l’attacco in medias res fa della dislocazione qualcosa di irrimediabile («ormai»), ma anche in certo senso onirica («dorme sotto il letto»), così come sotto una coltre onirica si muove il testo che segue. I «Tutti» della strofa successiva sono «medici nel buio» e le «bomboniere» del finale danno una tangibilità, una collocazione, a quanto di invece indicibile rimane al fondo della poesia. Onirismo nel senso, quindi, di immagini che si sostituiscono ai concetti, e anche di atmosfera vacua e impalpabile, cui risponde appunto questa disillusione di fondo, questo trovarsi in qualche modo disinnescati anche alla luce del «bene» e del «dono»..

A.F.P.

Derma – Arianna Vartolo

Hai grigliato la carne il documento
di testo quel frammento di cielo terso
ripreso entro il diaframma fotografico.
                                                                   Hai provato
il dramma del tempo perso per estremi
punti o disteso misurato in denti
stretti in morsi dati o ricevuti;
in ricevute di pagamento a prova a testamento
dell’esser stati (chissà cosa dove quando).
Intanto il dolore tiene svegli
quel tanto che basta all’acqua della pasta
per arrivare a bollire.

Tutto esiste con un proprio rumore.


(da Derma, Arcipelago Itaca, 2025)

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Rompere la punteggiatura e la sintassi vuol dire rompere il cristallo del reale. Questo sembra sembra potersi esperire dall’attacco calcolatamente disconnesso di questo testo di Vartolo, e dalla vertigine che si vede montare partendo dalla «carne» e arrivando al «cielo». Se ciò che segue è un discorso, quindi, un discorso costruito su un’impalcatura fonica che taglia obliquamente la sintassi («terso»/«perso», «dati»/«stati»…), è anche un discorso che si compie nel brillio di questa rottura. Gli elementi sono tutti quotidiani (la carne grigliata, appunto, l’acqua che bolle), e la tensione è lirica (sorretta da un solido “tu”) – ma il riverbero del «dolore» si ripercuote sull’impasto della lingua, la mette alla prova. «Tutto esiste con un proprio rumore», chiosa la gnome: poesia compresa.

A.F.P.

Trasparente – Riccardo Benzina

E poi arriva agosto, i cadaveri e le farfalle. Teniamo
un’incerata sul pensiero, e le nostre leggi
che vengono in silenzio dalla stessa parte
avviluppare nel lobo frontale. Io
stavo solo facendo una vaga promessa
esistendo sotto una luna
forsennata, di bianco, lavoro
a un ronzio. Sto male… poi guarisco, mi affaccio
di nuovo al libro, Matteo, non faccio che capire quando parli
di letargo e il tuo stare in disparte mi sento vicino
al tuo impossibile, tanto
che ne scrivo. Ma
non c’è cosa che si ami e si conosca
allo stesso modo. E è vero che non son
mai fattivo, che non mi sono mai cambiato i vestiti, che sono davvero il più lontano da capire. Insieme a te passerò e passeremo alla fine del sole camminando, chiacchierando, camminando lunghe, issime ore dopo luci, date, faremo un battesimo così ingenuamente… e ci sarà modo, ogni volta, di pensare a un’arca: ne avremo intenzione, questo ricordo. Forse noi impariamo, se ripetutamente accade qualcosa. Se questo qualcosa ci stritola o garrisce. Ma uno ha bisogno di mangiare e noi non mangiamo da due giorni. Ce ne stiamo qui da soli. Madre, perché non mi hai insegnato la solitudine. A stare senza a fare a meno. Perché non la fame. Ho una parola soltanto, gigantesca, estrema come la mania, e però nessun confidente, nessuno, chi vuole ascoltarmi è morto, le orecchie non funzionano… e pietre e patrie sono confusioni, esistono mentono – davvero, io non so il loro segreto. Mi figuravo la guida delle tue mani, una carezza per sapere, il futuro un potere che poteva stonarmi, ma va bene, potevo essere bambino un’altra volta e anche aprire la porta ai nemici, creare un nuovo galateo. Sarebbe così pieno di volti il nostro immaginare, e il fumo ci entrerebbe dentro, le parole entrerebbero nel fumo e si aprirebbero. Papaveri non cifre né stupidi commenti. Comunque sto facendo non so più nemmeno cosa. Le biglie e i doppioni dormono in questi dislivelli. È la loro terapia. Comunque sì mi sono perso. Frugo in questa conoscenza minima che ho: ne cavo note, capelli. Voglia di tendere la mano a presentarmi, di fare conoscenza con tutti i qualcuno del mondo… dire: piacere!, dire: come cresce questo corpo, imbizzarrito nella sua oscenità, ripete sempre i medesimi gesti e non capisco bene cosa voglia fare. Notte lunga avanti a sé, lunga commiserazione che solleva appoggia il dito su una lista. Come cresce, come ipotizza il letto e l’epica, tornare, come cerca l’odore di cui sopra non si parla, una vecchia immagine
e consistenza di rientro dalla storia… cambia sempre
e rimane la stessa, arranca sotto al mio palato come un ritornello.
È la sottigliezza di un’idea che fatica a dileguarsi
ma comunque non si riesce davvero condividere –
e poi a lungo andare quasi ti delinea, diventa
midollo.


(da Midollo, Taut, 2025)

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Un aspetto che a me pare sia interessante da evidenziare, in relazione a questo testo complesso di Benzina, riguarda il fatto che la scrittura esploda proprio nel momento in cui la si cerca implicitamente di focalizzare, di descrivere. A livello strutturale la deformità è evidente: il testo si apre e chiude con dei versi, ma nel centro, quando il discorso si ampia o ingolfa (o entrambe le cose), subentra la larga orizzontalità della prosa. Vediamo un «noi», scene quotidiane e modeste come passeggiare al sole e mangiare – anche se sempre tessute in una lingua attenta e diluita solo in apparenza – ma percepiamo qualcosa che non suona, e che pure è presente, e che sembra dare ordine a tutto il resto. Non a caso il modo verbale prediletto nel brano è il condizionale: tutto appare coniugato all’ipotetico: l’orizzonte esperito è un orizzonte di possibilità e relazioni, di pienezza anche oggettuale e mentale (sono appunto molte le deduzioni e i programmi), ma sono il «ritornello» sotto il palato (che rimanda al linguaggio, quindi anche alla scrittura) e «un’idea che fatica a dileguarsi» a proporsi come i rovelli, proprio, in grado di dilatare questo orizzonte. Quando diventano «midollo», perciò, lo diventano nel senso di installarsi nell’individuo in quanto modalità della vita prima ancora che espressioni o posizioni esplicite – come causa e bussola, insieme, dell’essersi «perso».

A.F.P.

Piccola estate – Alberto Pellegatta

Noiosa bellezza che fraintendo
per te è sempre tutto da rifare.

Mi sento due gabbiani nel petto e sento
le balene interrate come geyser.


(da Piccola estate, Guanda, 2025)

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Tra le sfide della poesia contemporanea c’è anche quella di misurare la tenuta degli strumenti consolidati dalla tradizione di fronte alle trasformazioni del tempo. Così in questo breve e incisivo testo di Pellegatta, in cui osserviamo la simmetria dei distici, un uso sistematico dell’enjambement e una precisa tessitura sonora (l’assonanza tra primo e terzo o tra secondo e quarto verso, la linea «sento»-«petto»-«sento», e così via). Ed è proprio all’ombra di questa levigata costruzione, in dialettica col suo candore, che si compie d’altro canto la vertigine dell’immagine: se il primo distico invita a entrare in una routine di insufficienza e ripetizione («Noiosa bellezza», «tutto da rifare»), il secondo la agita con allegorie animali («gabbiani» e «balene») che irrompono nel corpo e nella sfera simbolica del soggetto. Sono forze ctonie, potremmo dire, o comunque l’apparizione fulminea dei mostri che si muovono sotto la coltre della scrittura e della sua armonia; il fraintendimento, in fin dei conti, annunciato in apertura.

A.F.P.

Otto Tipi di Insetti – Stefano Solaro

Domani ci drogheremo, è già deciso
è tutto pronto e ci ho pensato io
giusta fine di un anno in cui s’è visto
come tutto si disfa, la casa, la coppia
poi come ogni anno nevica, si scenera
la vigilia, gonfi di vino sulla stessa sedia.
Eppure questo freddo un po’ mi dà speranza
sembra quella notte di un decennio fa
a Berlino col mio migliore amico la mia miglior ragazza
il migliore me a rincasare
battendo i denti dopo delle birre allo Stereo 33
non si diceva una parola
ma solo per il gelo
poi a casa con una coperta davanti a Google
scoprivamo gridando come scemi
la misura di quel freddo.
Meno diciassette, da non crederci
allora non lo sapevamo
ma penso che per tutti sia ancora un record.


(da Otto Tipi di Insetti, Arcipelago Itaca, 2025)

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Quello che sceglie Solaro, qui, è un dispositivo a tutti gli effetti lirico: lavora sul ritmo del verso e sulle sue fratture (in gran parte i versi finiscono in enjambement) e, da un punto di vista tematico, su un ragionamento a proposito dell’io, su una sua messa alla prova. Questa messa alla prova, in particolare, riguarda il confronto dell’io presente con quello del passato: la poesia si apre con una situazione di goduria («ci drogheremo») e di «speranza»; ma non solo questa gioia è presto sottolineata come strategia di superamento di una crisi («tutto si disfa»), più avanti un ricordo ancora precedente intride la psiche attuale e gli impone i termini di paragone con un passato «migliore» (parola che torna tre volte in due versi). La liricità sta dunque nella domanda esistenziale e nella piena fiducia nei mezzi della poesia di incarnare questa domanda; che Solaro imbraccia però con consapevolezza e capacità di evitare lo stereotipo – attraverso la volontà di prendere di petto il contemporaneo («Google») e, con la chiusa disillusa, in minore, di distruggere l’enfasi.

A.F.P.

God-Mother-Book-Case – Elisa Davoglio

“in un pomeriggio dorato”

un gioco correre verso la tana cadere a capofitto oscuri in verticale superficie distanza

dentro dalla veglia al sonno al centro della Terra gli Antidoti riverenza vuoto

nella foresta dove le cose non hanno un nome veleno o no sono solo un mazzo di carte



Cosa vedi mentre scendi?

Ma mentre scendi, un piccolo bagliore si accende in lontananza. È una luce
tremolante o un’illusione?


Cosa fai, ti avvicini o resti nel buio?



(da God-Mother-Book-Case. Où est ma chatte?, Arcipelago Itaca, 2025)

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L’esplosione anche a livello commerciale dell’intelligenza artificiale non può che stimolare interrogazioni anche in campo poetico, in relazione a ciò che si può fare con il linguaggio e al rapporto tra chi scrive e ciò che è scritto. Superando possibilità “spettacolariste” dell’applicazione dell’AI alla poesia, che si limitano ad auto-sorprendersi attraverso l’autonomia della macchina, Davoglio proprone testi in cui umano e AI co-agiscono, si discutono e addestrano reciprocamente. Come testimonia questo brano, la lingua dell’umano e quella della macchina non vengono infatti distinte; sono disposte con la foggia del dialogo (tramite l’uso degli a capo e degli allineamenti, nonché domande e comandi tramite cui avviene appunto “l’addestramento”), ma non è possibile capire chi sta guidando chi. Ne consegue che anche quando il testo si apre all’archetipo («luce» e «buio»), o addirittura al mito («Terra degli antidoti»), non può che farlo in maniera felicemente straniata: la scrittura – sembra potersi concludere – non è ora la mimesi diretta di un’esperienza, bensì la performance in cui le fonti multiple e tutte opache del linguaggio si manifestano, e si parlano.

A.F.P.

Proiezioni ortogonali – Mattia Bettoni

Adele si chiamava, un nome germanico di nobile stirpe a quanto pare, Adal colta di sorpresa in un giorno come tanti dal suo stesso sistema linfatico, corpo traditore
Athala che porta in sé il tradimento tradere trasmissione nel patto fra se stessi e il proprio linfoma
che a poco a poco si nutre di ogni possibilità di difesa, unica via: l’indigestione
di una sostanziosa dose di barbiturici il cui esito è di scarsa efficacia.
Sembra strano dovere restare in attesa di chiamate. Poi squilla,
si sente una madre in lacrime, dice che si è lanciata dall’autostilo dei centri commerciali
di venire alla polizia, in centrale, dove stanno tutti raccolti nel dolore di una scelta
sotto l’insegna dell’angelo che libera i parcheggi
e a braccia aperte spicca un tuffo consacrando lo stacco tra la vendita dei beni
e la loro possibile concreta assimilazione.

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Forse una storia come questa è accaduta ed è raccontata perché
pare che gli Stati (promulgatori di aiuti e redditi di cittadinanza) possano fare grandi promesse
per la speranza di vita del singolo individuo disperso nella collettività.


(da Proiezioni ortogonali, Arcipelago Itaca, 2025)

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In questo testo di Bettoni, concetto, stile e narrazione agiscono in maniera perfettamente coordinata. Per prima cosa, osserverei il tipo di verso utilizzato: si tratta di un verso che esonda dalla misura visiva che solitamente ci aspettiamo dalla forma poetica; e si tratta anche di un verso per certi aspetti “deragliato”, ovvero irregolare negli a capo (non di rado in enjambement) e stirato al punto da far perdere l’orientamento al lettore. Questa modalità è poi funzionale al racconto di suicidio che sta alla base della diegesi: come l’individuo si dissipa di fronte a una realtà che non comprende, o che non possiede («corpo traditore»), così il verso che deve raccontarlo si allarga, dilaga, e si riempie di mondo («centri commerciali», «polizia», «parcheggi»…). Infine, il concetto: all’interno di questo implacato orizzonte di scrittura, la motivazione del suicidio è inevitabilmente indefinita e doppia (teste la bipartizione della poesia), e si lega sia a una ragione etimologica («Adele», «Adal», «Athal»: le varianti del nome convocano ognuna un lato, un destino diverso della persona), sia a una ragione sociologica e politica (il ruolo degli «Stati» nella vita degli individui). Che il male abbia un’origine ontologica, ripetuta nel linguaggio, o un’origine storica, insomma, è il conflitto concettuale, e irrisolto, di questo testo, e solo una intelligente apertura delle forme poteva studiarlo.

A.F.P.

L’eloquenza naturale – Michele Zaffarano

Ci sentiamo stimolati, motivati, dobbiamo fare, c’è il ruolo, le cose da fare, facciamo le cose da fare ogni giorno, le responsabilità, facciamo il peso delle decisioni, ogni giorno, le cose da fare, dobbiamo fare, non ci dimentichiamo il problema, affrontiamo il problema, dobbiamo affrontare tutti il problema, ancora una volta.


(inedito)

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La prosa di Zaffarano, in questo e altri suoi lavori, sembra obbedire a due criteri principali. Il primo riguarda l’accumulo: gli elementi sono affiancati tramite l’asindeto, tipologia molto leggera di legame sintattico-ortografico che permette di creare catene di materiali giustapposti. L’altro è la pratica di snaturare un po’ alla volta il significato degli enunciati: questo effetto è ottenuto soprattutto attraverso l’anacoluto e la ripetizione («dobbiamo fare, c’è il ruolo»; «facciamo le cose da fare»), che permettono di agganciare i pezzi fra loro e insieme dotarli di una carica straniata e ironica. Se a ciò si aggiunge l’area semantica del testo, che riguarda qui quel “fare” contemporaneamente performativo e moralistico (siamo «stimolati», abbiamo «responsabilità») proprio della ginnastica morale del capitalismo, cogliamo per bene la direzione del testo: selezionare il luogo comune della lingua occidentale; moltiplicarlo e storcerlo; detournarne la capacità persuasiva.

A.F.P.