Sergej Aleksandrovič Esenin


Versi miei, che cosa urlate a voce tanto alta?
O più nulla avete da offrire?
Io tento di intrecciarmi fra i capelli
i fili della quiete celeste.

Voglio essere severo e tranquillo,
studiare il silenzio dalle lontananze di una stella.
Ed è bello come i salici del viale
custodire la Russia addormentata:

è bello andare solo sull’erba
in questo autunno di luna,
raccogliere nella misera anima-sacca
qualche spiga trovata sulla strada.

Ma sempre chiama la pianura turchina.
Versi miei, devo buttarvi via?
Il mio lento viaggio carezza la sera
con una scopa dorata:

e mi dà gioia il grido ucciso dal vento
sulle cime del bosco:
«Anche col freddo tu vivi,
simile al biondo autunno dei tigli».

Poesie (CEI/Compagnia Edizioni Internazionali, 1968), trad. it. C. Ferrari.

Vladimir Sabourín


Operai II
(Impianto di rottamazione)

or is it all rust, ruin, death, duties and mortgages
Ezra Pound

L’alta marea trascina il rugginoso leviatano sulla soffice sabbia
Come su un vassoio di oro bianco la testa appena recisa
Di Giovanni disteso sulla spiaggia in contemplazione del lido
Giallo e sepolcrale quanta leggiadria nel disporsi sul sovrano
Arenile racchiuso tra la forza del mare e il deserto in attesa
Della bassa marea quando in questa tomba gialla di sabbia e relitti
Su un sentiero formico attraverso il cantiere dell’ultimo porto
S’inerpicherà per il suo tronco il primo turno di tagliatori

Tutto è ruggine rovine tasse di successione e ipoteche

Gli occhi di cubia straordinariamente in alto tristi piuttosto
Che furenti narici inanellate di un toro trascinato al mattatoio
Tomba e oceano per l’altezza nello smantellamento la nudità profondamente
Sotto la linea d’acqua le scintille delle torce di saldatura che squarciano
Il ventre di ferro si fondono nel fruscio del riflusso delle acque il ronzio
All’intorno di vespe che s’avventano sulle interiora di un pesce appena
Sventrato i tagliatori partiti dalla prua sono arrivati alla sala macchine

Il taglio sta già attraversando il fumaiolo come un ultimo

Vestigio di una casa in rovina infine l’elica le costose leghe
Da fondere per ricavare preziosi arredi liturgici e collier.

 

*

 

Приливът довлича ръждивия левиатан върху мекия пясък
Като на тепсия от бяло злато току-що отрязаната глава
На Йоан лежащ на плажа съзерцавайки жълтото и гробовното
Крайбрежие колко леко с тихия прилив застава на суверенната
Ивица запречен между водната стихия и пустинята в очакване
На отлива когато в този жълт гроб от пясък и корабни останки
По мравчена пътека през арматурния двор на последен пристан
Допъпля до туловището му първата смяна резачи на скрап

Нима всичко е ръжда руини данък наследство и ипотеки

Очите на котвените клюзове неимоверно високо тъжни по-скоро
Отколкото яростни ноздри с халка на бик влачен към кланицата
Гроб и океан от височината на изхвърлеността оголеността дълбоко
Под ватерлинията искрите от оксижените разпарящи желязната
Утроба сливащи се със съсък с оттеглящите се води жуженето
Околовръст на оси налитащи на току-що изкормени вътрешности
На риба почнали от носа резачите стигат до машинното отделение
Сечението вече преминава през корабния комин като последна

Останка от срутен дом накрая витлото скъпите сплави
Отиващи за претопяване в изящна утвар и колиета.

L’operaio e la morte (Interno Poesia Editore, 2026), trad. it. Alessandra Bertuccelli

Patrick Kavanagh


Aprile

Adesso è l’ora di ammucchiare le ceneri
dei fuochi fatui accesi dall’inverno.
Questo vecchio tempio deve cadere,
non oseremo lasciarlo in piedi
buio, disadorno, deserto.
Al suolo! Radetelo al suolo!
Qui stiamo costruendo una città nuova e luminosa.

E’ morta quella vecchia zitella malaticcia
che ci sfamò di carne cruda,
e nei campi verdi la Vergine della Primavera è incinta
per opera dello Spirito Santo.

 

Andremo a rubare in cielo (Ancora, 2009), cura e traduzione di Saverio Simonelli

Mario Luzi


Aprile-amore

Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.

Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!

È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.

L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo.

L’opera poetica (Mondadori, 1998)

Alessandro Fo

 

Di volo

Apro il pc e mi appare una foto,
una fra le fornite di default.
È una bella baia thailandese
vista dall’alto. Colpiscono le masse
di quei rilievi soffiati nell’aria,
«spettacolari faraglioni carsici,
lussureggianti foreste di mangrovie,
con acque cristalline».
È il modesto villaggio di Ko Panyi.
Un porticciolo, con le sue casupole,
e tutto sa di semplice e pacifico.
Guardando meglio, minuscolo, in un punto
si sorprende il ricamo
di corpo e torri di un edificio sacro
(cosí parrebbe, almeno).
Chissà come lo vede, là dov’è, Dio…
Se gli fa effetto, che da lí si levino
preghiere e canti di venerazione.
O invece se, un po’ quasi intenerito,
sorride all’infinita piccolezza
di costruzioni e voti degli umani.

Luci e eclissi © 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino.

Maria Luisa Spaziani


L’antica pazienza

a mia madre

Tu che conosci l’antica pazienza
di sciogliere ogni nodo della corda
e allevi un pioppo zingaro venuto
a crescere nel coccio dei garofani,
lascia ch’io senta in te, come la sorda
nenia del mare dentro la conchiglia,
la voce della casa che il perduto
tempo ha ridotto in cenere.
Ma è cenere di pane scuro, sacro,
– quello che alimentavi col tuo soffio
nel forno buio della guerra – e reca
imperitura in sé la filigrana
dei tuoi ciliegi dilaniati.
L’allegria rialza la sua cresta
di galletto sui borghi desolati,
come il lillà che ti cresce alle spalle
passo a passo, baluardo sul massacro.
Raccogli ancora e sempre il pigolante
nido abbattuto dal vento di marzo
e ripara le falle della chiglia.
Nessuno è senza casa se l’attende
a sera la tua voce di conchiglia.

Tutte le poesie (Mondadori, 2012)