Maria Luisa Spaziani


L’antica pazienza

a mia madre

Tu che conosci l’antica pazienza
di sciogliere ogni nodo della corda
e allevi un pioppo zingaro venuto
a crescere nel coccio dei garofani,
lascia ch’io senta in te, come la sorda
nenia del mare dentro la conchiglia,
la voce della casa che il perduto
tempo ha ridotto in cenere.
Ma è cenere di pane scuro, sacro,
– quello che alimentavi col tuo soffio
nel forno buio della guerra – e reca
imperitura in sé la filigrana
dei tuoi ciliegi dilaniati.
L’allegria rialza la sua cresta
di galletto sui borghi desolati,
come il lillà che ti cresce alle spalle
passo a passo, baluardo sul massacro.
Raccogli ancora e sempre il pigolante
nido abbattuto dal vento di marzo
e ripara le falle della chiglia.
Nessuno è senza casa se l’attende
a sera la tua voce di conchiglia.

Tutte le poesie (Mondadori, 2012)

Silvio Raffo

 

 

 

 

 

 

 

 

C’era una volta una cucina, un grato
sentore di carbone e pan tostato
Una scala saliva all’abbaino:
se il bimbo s’affacciava all’ammezzato,
la vecchia non smetteva di cucire
e al suo regno di spilli lo invitava
La mamma era partita dal mattino
ma nella casa ancora risuonava
l’eco della sua voce all’imbrunire

 

Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre (Crocetti, 2001)

Alessandro Parronchi


Un gesto, una figura

Mi ritrovo in un gesto di mia madre
quel frugare la borsa affannoso
cercandovi qualcosa,
poi, svanito il sospetto, andare avanti.
E in quel gesto mia madre torna viva
mentre io verso la morte m’incammino.

Un gesto, una figura
una forma, una vita.
Il rivivere incerto intermittente
affidato alla nostra memoria
dà speranza che qualcosa non muoia.

-Tutto dal nulla rinascerà a un tratto.
-Chi l’ha detto? chi ha parlato?

Madre, se in qualche parte ancora sei,
prega per me, perché io sia tollerato,
stolto, dai miei fratelli che non credono.
Perché, forti, vedendomi più debole,
troppo non mi deridano,
ma la mia scarsa mente, i pensieri a brandelli
per loro filtrino l’alba
di un giorno felice.
La carne martoriata mandi raggi
nelle lacrime scendano le stelle
quando la terra abbandonata la sua orbita
i terremoti squassino le tombe.

La memoria non è l’ultimo porto,
il processo non s’arresta, nella sua
ciclicità tutto assorbe, anche la morte:
la morte appartiene alla vita.

 

Poesie (Polistampa, 2000)

Luciano Erba


Lontananza da mia madre

Tu anche mi appari agli ultimi sogni
e il giorno per te s’inizia
con altro cielo.
Sul treno delle vacanze
cerco il tuo viso
e le nostre stature
il nostro respiro giovane
oltre i larici.
Mi ridico
per ritrovare la tua voce di allora
certi nomi di luoghi
che pronunciavi indicandoli al di qua della valle.
Amarti è questo, e piangere.
Altro non so. La pena
è certa
è il rimorso.

 

Il male minore (Mondadori, 1960)

Kenneth Rexroth

rexroth

Delia Rexroth
Morta nel giugno del 1916

Sotto le tue rose gialle scombinate
Delia, oggi sei più giovane
Di tuo figlio. Due decenni e mezzo –
La tomba di famiglia si è inclinata di sghembo,
E lui ha superato la tua vita a metà.
Dall’altra parte della regione,
Vicino ai salici e al fiume lento,
Conficcate nella profondità della terra,
Le tue costole bianche trattengono
La curva del tuo petto caldo, premuroso;
Il cranio delicato, l’ardore del tuo cervello.
E nelle dita la memoria
Degli Études di Chopin e nei piedi
I valzer lenti e il sonno da champagne e two-step.
E la luna piena di mezza estate,
– Tu l’hai vista stando sveglia quell’ultima notte –
Per l’ennesima volta vede la storia riempire
Di morti i deserti e gli oceani;
E guarda a est la mia finestra:
Dopo di te ci vado io nel mezzo dell’età
E nella conoscenza, dopo la tua straziante agonia.

 

Su quale pianeta (Marcos y Marcos, 1999), trad. it. F. Santi

Giovanni Testori

giovanni-testori

Ragazzo di Taino

II

Se ti vedrò sporgere
di là dal tuo silenzio
ora che mia madre lentamente muore,
non chiamerò più amore:
sudario forse della mia già iniziata
ultima stazione
anche se lunga o brevissima forse,
tenerezza scontrosa mia carissima
-ora che lei distesa guarda
per l’ultime volte i muri
e oltre la finestra il mondo
e chiedere sembra
cosa siano i giorni
e cosa mai lo spazio
tanto è passato in luce
il suo materno, umile strazio-
ti dirò di sederti a me vicino
e non chiedere, no
non chiedere niente, cuore.
La tua pupilla lascerà che si sciolga
dentro il suo negro ardore
il mio smarrito, povero dolore.

 

Poesie 1965-1993 (Mondadori, 2012)

Valerio Grutt

valerio grutt interno poesia

Voglio cantare la tenerezza delle madri
e ogni tentativo ingenuo
di volere bene più del cielo.
Voglio cantare la caduta dell’uomo
e tendergli la mano
fino a che risalga, ritorni umano.
Voglio lanciare la parola
in ogni stanza nera
prendere queste dita come una spada
e senza tregua,
fino a quando il fiato
farà abbastanza mondo
e la luce avrà ancora
questa metà del giorno,
vincere ogni cosa meschina
tenere alto amore
poter guardare te negli occhi
e dire: non ti preoccupare,
a noi morte non ci avrà mai.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Juana Castro

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Calice

E ora sono
così uguale a te, madre,
che non mi riconosco dentro il vetro
di quel ritratto tuo così presente.
Se sapessi che tutto
quel che ho odiato di te e maledicevo
adesso in me lo scopro
così esatto e recente come il cerchio
d’una pietra nell’acqua, ripetuta.
Vengo ancora a vederti.
Taccami, e le mie dita
metti qui sopra le tue piaghe, ed aprimi
questa rosa di spine nel costato.
Son così tua che il mare la tua voce
per il suo canto copia dalla mia.
E mi sveglio e al momento stesso vivo
quella tua immensa sete, che per sempre
nelle tue ossa vuote
ardeva irrimediabile.
Non sono il tuo fantasma,
voglio, risuscitata, ora crearti
nel filo di chi il mio essere t’ha dato.
Da morta e morta dimmi:
Chi sta allattando chi, serpente mio?

 

Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre (Crocetti, 2001), a cura M. G. Maioli Loperfido

Mariangela Gualtieri

MariangelaGualtieri

 

Preghiera a sua madre perché muoia

Tu drappeggi dentro ore lunghissime
e un immenso niente ti pondera
tu ricorda un infinito
e le sue stelle. Ricorda
mamma, e non avere paura adesso
che la tua pelle s’è fatta
di velo, e una carezza la strapazza
non avere paura
non andare nel fondo
dove il decubito guasta ogni fiore
e si apre la carne in fessure
e slabbri d’orrore.

Gesù non sa niente di questo
essere vecchi – non sa
lo spavento lungo e un martirio
al rallentatore. Muori ma’,
muori stanotte dolcemente,
fra un respiro, fra i sogni,
e non restare nella carne
non intrattenerti ora, non distrarti
da questo andare imminente
tu sorridente mia, tu dolce,
tu signora allegra che non scendi più le scale
e la notte non puoi alzarti dal letto
e andare a fare pipì – tu
cascatrice favolosa che ti fai solo un graffio
e cadi così spesso da quel tuo vacillare.

Vola – sali – vai in quel posto
che non sappiamo. Diventa luce ma’.
Per me diventa il gran buco del mondo
la scomparsa figura più grande.
Tu discendi con una grazia imbattibile
tu vai giù aggiustando i capelli
e cadi come per cogliere fiori
e chiami la buonanotte
e hai quel sereno dei savi
e dei folli e d’una infanzia
che solo adesso ti godi.
Muori, mammina. Non restare fra
gli spini del tempo. Muori senza dolore.
Non ti attardare
rendi familiare la morte
col tuo abitarla, porta di là
l’immenso femminile
che nello specchietto componi e sbirci
per una voglia di essere fiore
o la fanciulla che si addobba
per lo sposo. Reginella,
svaporata bella signora
che siedi su rotelle come su un trono
di cioccolato, e ancora ridi
e senti il bene e la vita tu l’hai passata
con passetto di danza, canticchiando
Carmen o Norma. Ma’ –
diventa immensa. Tutto diventa.
Canta nel vento. Ridi con ogni foglia
e fai quella luce dei fiori.
E stenditi come la notte
quieta, immensa, eterna.
Tutta terrestre materna luce.

 

Le giovani parole (Einaudi, 2015)

Valerio Grutt

valerio grutt

 

Sto sull’orlo di un accadere
alla fermata dell’autobus
come potesse crollare la chiesa
col campanile, l’insegna della pizzeria
o spaccarsi il cielo a mostrarci
finalmente lo spettacolo
di un paradiso aperto di fulmini
e angeli. Sto con il telefono in mano
come potesse chiamarmi mia madre
o un’altra voce che non c’è più.
Sto sprofondato con le converse
bucate nel fango dell’attimo
e aspetto ma forse è già successo
è già passato il 14, è già andato
via ogni entusiasmo.
Trema terra, muoviti vento
che io possa alzare la croce
dell’essere e trovare, tra queste macerie,
i frammenti luminosi che componevano,
tra i raggi, lo splendore.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Foto di Daniele Ferroni

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