La solitudine del tempo

Eravamo dei poveri folli felici…
ci avevano dato una tregua ma ci avrebbero tolto l’essenza!
Eravamo dei poveri folli felici…
finalmente quel tanto desiderato riposo da tutto!
Si preannunciava l’arrivo di un mostro,
poi il mostro arrivò!
Ma non come quello dei film che poi alla fine viene sconfitto e scompare.
Uno invisibile che avrebbe sovrastato l’uomo, anche quello che si credeva più forte e indistruttibile.
Uno invisibile che non avrebbe fatto alcuna distinzione né di sesso né di razza e neppure di ceto sociale.
Il mondo si fermò!
Un caos nelle menti dal quale non nacque nessuna “stella danzante”,
anzi ammutolì i più anche se non riuscì a far tacere gli stolti.
Questi ultimi hanno sempre un mostro immaginario
oltre a quello vero-invisibile.
Ma poi accadde qualcosa;
non che avessimo incontrato qualcuno,
che di questi tempi nessuno si può vedere!
Accadde qualcosa di inaspettato;
troppo a lungo rimanemmo in casa
e troppo presto volevamo ritornare alla moltitudine,
quella che avevamo tanto disprezzato!
Ci chiedevano un ulteriore sacrificio
ma sperequato dalla mancanza di cibo distribuito.
Tutti i demoni dell’inferno si erano trasformati in un solo fantasma,
ahimè uguale per tutti.
Avevamo disprezzato l’abitudine
e adesso bramavamo per averne solo un po’;
Avevamo snobbato la folla,
quella che inciampa i passi
e adesso la sognavamo ad occhi aperti in quelle lunghe notti insonni.
Agognavamo il silenzio ed il riposo
e adesso subivamo la noia.
Sognavamo papaveri rossi in una lunga distesa di collina;
la magia del bosco,
le foglie,
i rami
e la ruvida superficie dell’albero;
Sognavamo il rumore delle onde del mare,
vele spiegate
e isole inesplorate.
Il mondo ci insegnò a riconciliarci con il tempo.
Accadde qualcosa di insopportabile:
avevamo troppo tempo.
Accadde qualcosa di straordinario:
imparammo a sognare!

F.T. 21/04/2020

Equilibrio

Come una bambina in cerca dei suoi passi

barcolli

come il vino versato nel calice senza accortezza

trabocchi

come il vento che soffia forte

fischiando il suo arrivo tra gli spifferi delle vecchie finestre

ti spinge

Così

proprio così

mentre barcolli trabocchi e a spintoni muovi veloce i passi

Cadi!

Che tristezza la stessa tristezza

Tu vuoi buttarla giù

Lei ti scorre nelle vene

Si vede negli occhi

Camuffata dal trucco impeccabile

nessuno se ne accorge

e ti presenti al mondo con la corazza di cartone

Fragile

ma così ben fatta che sembra vera

e fingi di volare leggera fino all’altezza delle nuvole.

Nel sonno speri che nel sogno

almeno lì

credi

che forse

ci sia spazio per la felicità.

Fazzoletti asciutti in fondo al mare

La osservi seduta in una panchina, con le mani si tiene la faccia come se avesse bisogno di reggere un peso, aspetta qualcuno ma è assorta, sembra che guardi qualcosa ma forse sta passeggiando in silenzio nei suoi pensieri .
All’improvviso si alza e va dritta verso la sua meta, i pensieri li ha parcheggiati perché adesso non può pensarci, ha dell’altro da fare.
(…)
Silvie era anche stanca, oltre che assorta. Guardava il campo da calcio e pensava a chissà come sarebbe stato il campo se loro invece che in Sicilia fossero vissuti a Montebeliard, il suo paese di origine. Un piccolo paesino nel nord est della Francia, nella Franca-contea,  dove le strade sono pulite e ci sono tanti fiori e c’è tanto verde. In effetti, da come lo descrive, Catania in confronto sembra caotica e sporca. Ogni tanto ci pensa a fare le differenze, anzi ad immaginarle le differenze. Ogni tanto è malinconica perché le manca la famiglia. Nessuno lo sa che ci sono spade che colpiscono il suo cuore e la sua mente si impegna a scansarli come nella battaglia finale di star wars: “L’ultimo jedi”. Lei lo sa che non ci sarà mai l’ultimo scontro e l’unica possibilità di salvezza è scansarsi. (…)  Capirà che scansarli, quei pensieri, non era la strategia giusta.

11/10/2018

Stacco tolgo il tacco

Distacco stacco tacco

C’è un sassolino incastrato nel tacco

Tolgo il tacco corro corro…orro…ro

Rovescio..ove..sci-o basterebbe una svista per cadere con gli sci

Rialzati-al-zati-za zar c’era la dittatura

Ordine-dine-e-e-e-e l’eco fa più confusione-fusi-one fusione-sion in geografia non esiste solo Gerusalemme.

Basterebbe alzare il tacco, togliere il sassolino, correre a piedi nudi senza inciampare e rovesciarsi sul pavimento, non ci sarebbe neppure bisogno di rialzarsi, nessun ordine creerebbe confusione e se cerchi Sion, hai l’imbarazzo della scelta!

Tutto è più semplice della tua immaginazione!

Amico inverno

Arrivi inverno.

Arrivi e ghiacci tutto e il freddo ci ricopre.

Hai un cappello bianco come la neve e porti il vento che sembra tuo fratello.

Indossi un vestito innevato e le scarpe color d’uccello.

Giochi da solo nessuno ti vuole.

Ti diverti come una capra nel suo gregge.

Scherzi con i bambini ma non ti ascoltano.

Tu sei triste, quando arrivi la natura scompare!

M. (Otto anni)

Saturno contro!

Non sono mai assente: ascolto, scruto, rimembro, rimugino, osservo distratta ma non sono mai assente!

È un silenzio camuffato da un abnorme disordine e la frenesia quotidiana di rimettere a posto, lo dico sempre, mi confonde! Ho bisogno di tempo per riequilibrare le cose in bilico e tollerare le incertezze! Lo dice sempre il mio oroscopo che le incertezze mi dissestano. Non ci credo all’oroscopo eppure lo dice…”questa mania di avere tutto sotto controllo…” dice che è colpa di Marte e Saturno! Saturno contro! “Venere invece ti rende brillante”, mah! Tradotto in parole semplici: suona la sveglia e inizia la giornata, c’è un via vai di gente , alcuni dei quali non salutano, non sorridono e immersa in questa bolgia umana non ci sono rapporti interpersonali, solo un via vai di una miriade di gente e tanti bla, bla, bla! Come in metropolitana e il fruscio di parole lontane e tutta la popolazione che sale e scende e crea un ammasso di confusione. Poi, c’è chi si allontana, chi si avvicina, chi si dimentica e poi ci sono io che non ho più parole per nessuno, neppure per me che poi in fondo sono una di quelle poche persone con la quale parlo spesso. Adesso non so più cosa dirmi. Sono un robot in balia di un Saturno contro sperando che cambi rotta!

Massiccio come un ceppo bagnato dalla pioggia

 

È solo nei momenti struggenti che si elevano le parole.
Non so se al cielo piuttosto dispettoso
oppure all’Altissimo:
“così lo chiamano”.
Forse al vento.
Nè udite né ascoltate.
Mani bucate
Occhi scavati
Preghiere fallite!
Sibilante vento accarezzami la pelle
Torrida pioggia confondi le lacrime agli occhi.
La resistenza dentro la caverna buia
avrà il frutto del coraggio.
Il ceppo bagnato dalla pioggia non brucerà più.