lettera a un bambino mai natoDurante le vacanze di Pasqua, ho letto un libro molto interessante, della famosissima scrittrice e giornalista Oriana Fallaci. Lei ha scritto molti libri, ma io né ho letto solo uno, ovvero “Lettera a un bambino mai nato”.
La storia di cui racconta questo libro, è ambientata negli anni 70, subito dopo la guerra in Vietnam e quella che fu denominata la rivoluzione sessuale; esattamente in questo periodo inizia a circolare tra la gente il pensiero che l’uomo e la donna per essere liberi non devono essere sposati, né devono avere la responsabilità di un figlio (infatti in questo periodo si calcolano migliaia di aborti).
La protagonista di questo racconto è una donna, alla quale l’autrice non da né un nome né un’età, dichiarando in numerose interviste che in questa si possono rispecchiare tutte le donne.
Questa donna resta incinta, e si mette contro tutti e contro la mentalità di quel tempo per tenere il bambino, al quale scrive e racconta tutti i fatti della vita, le cose belle e le cose brutte, gli racconta cos’è la libertà, il mondo. Ma in tutte le descrizioni, gli domanda sempre se sta facendo bene a lottare per darlo al mondo o se un giorno, questo bambino glielo rinfaccerà.
Continua così tra una lettera e l’altra a crescere nel suo grembo il feto, mentre lei immagina un bambino già formato, ma dopo alcuni mesi arriverà la triste e inaspettata notizia che cambierà il destino di questa donna, che pur capendo ciò che era successo e ciò che stava per accadere dice “Tu sei morto. Ora muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore mai ”.
E’ così che Oriana Fallaci chiude il libro, con un pensiero che al primo sguardo lascia intendere che la vita di un uomo è eterna, che dopo la vita terrena c’è qualcos’altro.
Non è così, per dare un significato a questa frase, bisogna conoscere Oriana e sapere che lei si definiva “atea cristiana”, ovvero non aveva fede, ma considerava la religione come un orizzonte culturale e morale. Lei non credeva né in Dio, né nel paradiso, né in un’altra vita, non aveva paura della morte e con quella frase intendeva solamente dire che se qualcuno muore per qualcun altro la vita continua, in poche parole il mondo gira ancora anche se qualcuno non c’è più.
Ho letto molto volentieri questo libro, la Fallaci ha un modo di scrivere stupendo, periodi brevi, considerazioni soggettive, assenza della paura di essere giudicata; nel libro sorgono tutti gli aspetti di Oriana, ma non solo quelli positivi, anche quelli negativi.
Lei vede il mondo come un enorme formicaio e dice che la libertà esiste solo quando si sta da soli … Per me non è così, non si può avere libertà stando da soli, o si può avere, ma una cosa è certa stando da soli non si ha la felicità, quella per cui l’uomo lotta ogni giorno.
Oriana in questo libro, non ha avuto, come sempre d’altronde, paura di descrivere la società di quel tempo con tutti i suoi difetti, mettendo in risalto (nel chiedersi se il bambino sarà maschio o femmina) la discriminazione nei due sessi: uomo superiore alla donna in tutto. Fortunatamente, oggi dopo cinquant’anni questa discriminazione nella nostra Nazione è quasi scomparsa, ma in alcuni Paesi orientali ancora esiste.
Pur non condividendo alcuni suoi pensieri, mi rendo conto che negli anni settanta essere una donna non era facile e quindi Oriana non concepiva questa sottomissione agli uomini, desiderava un mondo più libero, più sincero e soprattutto con meno ipocrisia da parte dei “potenti” che in molti Stati avrebbero potuto cambiare le cose, ma non hanno mai fatto niente per questo.

Maria Luisa Pangaro, classe III media Chiaromonte