A chi segue le vicissitudini del mondo software, sia lato programmazione e/o sistemistico che lato utente finale, sarà capitato di assistere sempre più spesso a dibattiti sul software libero vs software proprietario. In sostanza, gli operatori e gli appassionati del mondo digitale si dividono in due categorie: chi sceglie programmi e sistemi operativi blindati, di cui si è semplici utenti o poco più e di cui si può diventare comunque degli specialisti (vedi per es. Microsoft, Windows, Apple, iPhone etc.) oppure chi diventa paladino dei prodotti scritti e gestiti con licenza opensource, ovvero software non blindato e accessibile a chiunque abbia la capacità di modificare e scrivere codice (Linux, Openoffice, Firefox, Android).

Tux, the Linux penguin

Tux, the Linux penguin (Photo credit: Wikipedia)

Image representing Windows as depicted in Crun...

Image via CrunchBase

La macro differenza tra software proprietario e software opensource, libero, è fondamentalmente quella esposta qui sopra. Nell’ambito del software libero esistono poi sofisticazioni maggiori, tali da permettere di costruire del codice proprietario su licenze opensource; Google, per esempio, parte da una base free per costruirci sopra del proprio codice, chiuso. Lo stesso avviene nel mondo Linux, dove le varie distribuzioni presenti non sempre aderiscono completamente allo spirito free del celebre sistema operativo aperto; però, in buona sostanza, laddove si parla di software libero si può affermare che la possibilità d’incappare in qualche prodotto che fa cose alle vostre spalle, di cui non ve ne renderete mai conto, si assottiglia notevolmente, proprio perché al controllo c’è una comunità attenta alla programmazione, che sa leggere cosa fa un programma e che quindi può modificarlo all’uopo.

Repubblica.it nei giorni scorsi ha dedicato ben due articoli al mondo opensource, che nasce dalle lotte libertarie (non certo liberiste) degli anni ’60 nei campus universitari degli USA. Il primo articolo da cui ho preso spunto è quindi qui, dove si pone l’accento sulla grossa chance che il software libero sta avendo nel mercato dei sistemi operativi e non solo; punti di forza notevoli quelli dell’opensource, che passano per le alte performance, per l’affidabilità e la sicurezza, livelli di alta qualità che riescono spesso a convincere l’utente finale sulla convenienza economica nel passare a questa filosofia digitale: perché i prodotti totalmente opensource sono pressoché gratuiti, mentre quelli sviluppati sul free software sono spesso gratuiti o al massimo costano davvero poco se confrontati con i prodotti blindati, quelli proprietari, che costano sensibilmente di più (vedi licenze di Windows, per esempio, o di Microsoft Office).

PIÙ LA SOCIETÀ digitale evolve, più l’opensource, il modello di distribuzione libera e gratuita del software e del suo codice sorgente reso popolare dalla distribuzione Linux, guadagna fiducia e attenzione. Una delle ultime previsioni della società di analisi Gartner dedicata a questo mercato ha indicato che, nel 2016, il 99% delle principali aziende utilizzerà almeno un software opensource (era il 75% 2010). E, il più delle volte inconsapevolmente, lo stesso stanno facendo oggi milioni di persone.

I vantaggi sono innegabili. Il software opensource è già pronto, economico, modulare. Ma è anche di qualità. Secondo una ricerca pubblicata da alcuni giorni fa dalla società di analisi software Coverity, i software opensource hanno anche meno difetti dei software con codice proprietario. La ricerca ha confrontato, con procedure automatiche, 45 software opensource e 41 software a “codice chiuso” rilevando come, nel primo caso, la densità di difetti (ossia il numero di difetti riscontrati suddiviso per le dimensioni del codice con cui è programmato il software) sia pari, in media, a 0,45, mentre quella dei software proprietari sia pari a 0,64. Poco importa che, paragonando software dalle dimensioni equivalenti, la forbice diminuisca quasi a scomparire. Importante è che la ricerca definisca quanto tutti sapevano da tempo: il software opensource è progettato con qualità.

Questo ci dice il suddetto articolo di Repubblica, che continua:

Un bene per l’industria. Per dirla con Mark Shuttleworth, il milionario fondatore di Ubuntu, una delle più diffuse versioni di Linux, il software opensource “accresce l’innovazione tecnologica, ne consente l’accesso anche alle zone periferiche del mondo e permette ai programmatori di esprimere al massimo le loro capacità”. Il principio riceve conferme anche dall’ampia diffusione di progetti a codice aperto che, senza clamori, sono alla base di decine di attività quotidiane: quando usiamo il computer, quando navighiamo su Internet, quando usiamo lo smartphone, quando guidiamo un’automobile.

L’opensource ci circonda. Usiamo software opensource quando navighiamo su Facebook, su Twitter, su Google, su Wikipedia. Per dirne una, Facebook  probabilmente non sarebbe nato se Mark Zuckerberg  non avesse avuto a disposizione il linguaggio di programmazione PHP, basato su standard aperti e rilasciato con licenza libera così da poter essere utilizzato senza dover pagare diritti. Ancora oggi l’intera infrastruttura di Facebook si basa su software a codice aperto, software che chiunque può scaricare, installare ed utilizzare per i propri servizi.

Non stupisce che l’ambiente di principale utilizzo di software opensource sia Internet: le tensioni libertarie maturate dai movimenti americani degli anni Sessanta, in cui affonda le radici il pensiero teorico dell’opensource, hanno segnato anche la nascita della grande rete (“io sono nato tra una marcia di protesta e un’occupazione universitaria”, dirà il fondatore di Linux, Linus Torvalds). Se navighiamo il Web usando Firefox o Chrome, il browser progettato da Google, stiamo usando due prodotti opensource, che da tempo erodono vistose quote di mercato a Internet Explorer facendolo scendere al di sotto del 50% nonostante il navigatore sia preinstallato nel 90 per cento dei computer del mondo.

Continua

Il libro, lungo la sua storia, è stato accompagnato da quello che oggi chiameremmo un prezioso apparato grafico e illustrativo, combinazione che con modi, scopi e tecnologie diverse è proseguita intrinsecamente fino a epoca piuttosto recente, per essere poi sempre più abbandonata in favore del solo testo. Un’osservazione che prende avvio da questo articolo, che evidenzia come, salvo alcune eccezioni, i romanzi pubblicati al giorno d’oggi siano scevri all’interno di un corredo organico di immagini.

Gettando uno sguardo alla mia libreria e passando in rassegna differenti generi letterari, non posso che concordare. Una tendenza in un certo senso paradossale, se si pensa all’estrema attenzione posta dalle case editrici, soprattutto per motivi di marketing, alla copertina, talora affidata a illustratori di rilievo, oppure alla promozione attraverso locandine accattivanti e booktrailer. Orientamento bizzarro, oltretutto, poiché non è insolito che le strade di scrittori e artisti si incrocino, traendo gli uni ispirazione dagli altri per i propri lavori.

Considerando il panorama italiano, tuttavia, vorrei citare un paio di esempi in controtendenza, che in qualche modo e parzialmente smentiscono questo triste divorzio tra contenuto e figure.

Il primo è relativo allo scrittore di fantascienza Dario Tonani. Sia per Infect@ che per il sequel Toxic@, Tonani ha fornito al lettore una miriade di spunti visivi, attinti dal mondo dei cartoon (in sintonia con il contenuto delle sue storie) e da foto delle location dei romanzi, ambientati Milano, quest’ultime raccolte da lui stesso o da altri appassionati in un gruppo dedicato su Flickr. Ancora più proficua è la partnership creatasi con Franco Brambilla, copertinista ufficiale di Urania e illustratore impareggiabile, il quale, ispirato dalla serie di racconti di Tonani ambientata su MondoNove (che ad oggi annovera quattro ebook, Cardanica, Robredo, Chatarra e Afritania, tutti editi da 40k) ha dato vita a una splendida serie di immagini, creando un legame così stretto e intenso con i testi che oggi entrambi gli aspetti si completano e arricchiscono a vicenda. Idea che l’innovativa 40k ha sfruttato anche per il recente Chicken Little di Cory Doctorow, corredato da due rappresentazioni a firma proprio dello stesso Brambilla.

Altro esempio sono le realizzazioni connettiviste, che si caratterizzano fin dall’origine per la loro tensione verso il multimediale e l’integrazione di generi artistici e mezzi espressivi differenti. Basti pensare alla rivista NeXT, valorizzata da lavori di artisti di primo piano, e alle tre antologie (Supernova Express, Frammenti di una Rosa Quantica, Avanguardie Futuro Oscuro), nelle quali è imprescindibile l’accostamento interno tra tavole, grafica e testi.

A mio parere un libro che nasce o si sviluppa come concept, ovvero che fin dalla prima edizione sia arricchito da una parte grafico-illustrativa, ha enormi potenzialità di comunicazione. Naturalmente, non si tratterebbe di imitare in malo modo il libro illustrato o il fumetto, che hanno peculiarità espressive proprie e ben definite, tanto meno di stordire il lettore con una compagine visiva invadente o sproporzionata. È fondamentale l’equilibrio che fa della fruizione di un testo un momento individuale, raccolto, in cui il singolo dà massimo spazio al pensiero e all’immaginativa. La parte figurativa dovrebbe essere dunque un complemento, uno stimolo ulteriore alla riflessione e al coinvolgimento, capace di suscitare meraviglia.

Dopo tutto, l’idea di rompere la rigida formattazione della pagina stampata per accrescere il potere espressivo della parola ha radici che risalgono alle avanguardie del secolo scorso, si pensi ad esempio ai testi dadaisti o ai Calligrammes di Guillaume Apollinaire. Ingredienti e possibilità che potrebbero diventare molteplici, spaziando tra tutti i media arrivando a includere nel ragionamento il libro digitale. Un simile ritorno al bilanciamento tra testo e immagine, inoltre, potrebbe essere, proprio in vista del diffondersi degli e-book nel campo del largo consumo, la perfetta controparte per evitare la morte del libro cartaceo, che tornerebbe a essere un manufatto d’arte destinato agli appassionati, una realizzazione artigianale in poche copie curata nei dettagli, impreziosito da materiali, tavole originali, ex libris e dediche autografe.

Il 12 novembre 2011 Wu Ming 1 ha inaugurato a Torino, quartiere Mirafiori Sud, il progetto I muri di Mirafiori, iniziativa costruita intorno al suo racconto Volodja, scritto ad hoc e dedicato alla memoria del grande poeta e rivoluzonario Vladimir Vladimirovič Majakovskij. Un racconto notevole, in cui la figura dell’artista si manifesta agli operai torinesi per incitarli alla resistenza, corredato peraltro di una straordinaria poesia modulata sulle frequenze empatiche del futurismo russo.

NeXT, che ha scelto il poeta russo tra le sue fonti di ispirazione e motivazione, ha pubblicato proprio sul suo primo numero regolare un omaggio alla sua memoria. Abbiamo pensato di riproporvelo con qualche modifica rispetto alla prima versione del 2005.

Uomini futuri!
Chi siete?
Eccomi qua,
tutto
dolore e lividi.
A voi io lascio in testamento il frutteto
della mia grande anima.

Sono morto a Mosca, nel tredicesimo anno della Rivoluzione Proletaria. Era un giorno di aprile del 1930. Ah, quanto parevano ormai lontani quei giorni gloriosi, quei giorni di immensa partecipazione collettiva che avevano incoronato la causa della libertà, quando in milioni, forti del nostro numero, da schiavi osammo alzare la testa e volgerci contro i padroni! Ah, che stagione gloriosa del genere umano raggiunse il suo culmine nell’Ottobre del ‘17! Il 14 aprile sembrava ormai trascorsa una vita, quasi l’universo si fosse consumato e spento lentamente e ora languisse in un’agonia entropica, schiacciato sotto il tallone di schiere di uomini artificiali.

Sono morto a Mosca, cittadino di uno stato che non era più il mio. Rodina! Avevo cantato il tuo passaporto, la tua bandiera nobilitata dai simboli del contadino e dell’operaio, la forza della coscienza rinnovata che avrebbe scosso le fondamenta del mondo. Avevo cantato la tua gloria, i tuoi milioni di eroi! Ma l’animo degli uomini è volubile, l’incostanza è una certezza e la mediocrità sempre in agguato. Dopo che i parassiti divorarono le carni del nostro sogno comune, rendendo il tuo corpo – che era stato florido e accogliente – un ammasso di putrida materia in dissoluzione, una seconda ondata di parassiti prese di mira le tue membra inerti. Ero stato tra i tuoi figli più illustri, di certo il più entusiasta e irrequieto: quando le armate della dissoluzione presero d’assalto il Palazzo e misero il Partito sotto chiave nelle sue stanze, fu naturale che il mio nome finisse nell’elenco degli indesiderati. Non ero provvisto dell’apparecchio di dotazione ministeriale per il conio di alcune locuzioni.

Sono morto a Mosca, culla del sogno di uguaglianza e libertà: l’azzurro della primavera fu il sudario che l’occhio amorevole dell’universo predispose per me. Col pensiero, adesso, torno spesso ai giorni trascorsi in giro per il nostro enorme Paese, insieme ai compagni. Avevamo il mondo ai nostri piedi e il futuro era un orizzonte remoto da esplorare. Ripenso alla luna che pende piena nell’aria sopra la Prospettiva Nevskij, come il meraviglioso cucchiaio d’argento di Dio. Ripenso a mia madre e a Ol’ga; Ljudmila, ricordo ancora quando tornasti da Mosca: mi portasti in regalo dalla città un libro di poesie e una copia usata del Capitale. Ripenso al Compagno Lenin, al suo nome tradito, alla nostra bandiera infangata. Ripenso al miraggio del LEF, a Osip Brik. Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria! Le 3000 finestre per la ROSTA, la stanzetta-barchetta in piazza Serov. Ripenso anche a Lilja, certo, al suo sguardo distaccato, e una tristezza sconfinata mi assale. Poi rivedo la mia blusa gialla da bellimbusto adorna di fiori, i denti curati per lei, le ore trascorse con Osip, e allora sorrido.

Sono morto a Mosca, che il mio sogno era già morto e sepolto da tempo. Un colpo di pistola al cuore ha spento pure il mio sguardo arrogante, e con esso l’ormai flebile candela della vita. Un colpo ha schiantato la mia insopportabile quotidianità. Ma voi, non trovate curioso che il culto dei miei versi ripudiati sprezzati infangati sia sopravvissuto alla dissipazione del poeta?

Come suol dirsi: “l’incidente è chiuso”.
Io e la vita siamo pari.
Inutile fare l’elenco
        delle offese,
        dei dolori,
        dei torti reciproci.
Voi che restate siate felici.

Sono stato un comunista e un poeta e mi sono battuto per la Rivoluzione. Sono stato soprattutto, in quanto tale, debitore dell’universo. E voi, uomini futuri, tenete almeno conto delle mie spese di trasporto: la poesia è un lungo viaggio verso l’ignoto. Vi basta? Magari starete storcendo le labbra in un ghigno sardonico, con gran disprezzo per la materia. Ma voi: potreste mai

suonare un notturno
        su un flauto di grondaie?

Anne McCaffrey

“Improvvisamente mi chiesi: che cosa succederebbe se i draghi fossero buoni?” (A. McCaffrey)

Prima parteSeconda parte

The Dragonriders of Pern è l’opera più nota di Anne McCaffrey.
Le storie sono ambientate sul pianeta Pern, facente parte del sistema di Rukbat, sul quale i terrestri si sono stabiliti da migliaia di anni, tanto da dimenticare le proprie origini di colonizzatori giunti dalla Terra attraverso lo spazio e l’avanzatissima tecnologia che avevano a disposizione.
La più grande minaccia per Pern sono i fili (thread), che cadono dal cielo bruciando e devastando ogni cosa e causati dal ciclico ripresentarsi della Stella Rossa. Per combatterli gli abitanti hanno da tempi remoti sviluppato una particolare simbiosi e telepatia con i draghi, il cui ardente respiro riesce a sconfiggere i fili.

L’organizzazione sociale che i colonizzatori terrestri hanno cercato di costruire presenta alcune caratteristiche simili al feudalesimo; è inoltre fortemente stabile e improntata all’utopismo, volendo rappresentare una compagine ideale destinata a evitare la violenza e l’eccesso dei propri antenati e al contempo garantire equamente il benessere e la giustizia. Una simile struttura richiedeva una notevole concentrazione di risorse socio-economico e un sistema altamente efficiente e ben gestito – che nella prima epoca era amministrato da diversi Weyr perfettamente organizzati.
Un idillio, in un primo momento, che dopo secoli di insediamenti umani è man mano degenerato, tanto che alcune zone decaddero completamente oppure furono soggette al dispotismo − quasi a sottolineare amaramente come sia facile per l’uomo ripetere i suoi stessi errori.
Le problematiche socio-economiche che col tempo sono venute a crearsi, le insidie sempre più imprevedibili e devastanti dei fili, rendono consapevoli i personaggi principali della necessità di rivedere e rinnovare l’intero sistema, trovare soluzioni nuove maggiormente integrate con l’ambiente, valorizzare le risorse e trovarne di alternative, impiegare nuove tecnologie, recuperare la cultura e le conoscenze dei progenitori ormai perdute.
Tematiche importanti, quindi, che si accompagnano al profondo valore attribuito alla democrazia, alla lealtà, al rispetto per tutte le creature viventi, sorrette da un solido impianto scientifico e speculativo; viene sottolineato, inoltre, come in alcuni momenti storici sia inevitabile la spaccatura tra tradizionalismo e modernismo, il necessario impulso verso il cambiamento, desiderato quanto temuto.

Romanzi e racconti non si susseguono in ordine cronologico, bensì singolarmente o a piccoli  gruppi raccontano uno spaccato della storia di Pern: ciò perché il vero nucleo della narrazione è proprio questo pianeta e il suo ecosistema, la storia e i misteri che porta con sé dall’arrivo fortunoso dei primi umani; non è solo una cronaca di vicende, ma la capacità di far vivere un universo altro.

Il successo strepitoso di questa saga, amata da fan vecchi e nuovi, è testimoniato anche dai numerosi siti ad essa dedicati, dalla fan art ispirata a personaggi e scenari, dalla pubblicazione di The Masterharper of Pern, cd con musiche di Mike Freeman e Tania Opland e supervisionato dalla stessa McCaffrey, dal fatto che alcune storie di The Dragonriders of Pern potrebbero arrivare persino nelle sale cinematografiche già il prossimo anno.
Non da ultimo, una delle migliori scrittrici fantasy odierne, Robin Hobb, ha dichiarato ufficialmente il ruolo fondamentale che ha avuto la McCaffrey nell’ispirazione delle sue storie.

Particolare menzione merita un altro libro, The Ship Who Sang, l’opera preferita dalla scrittrice stessa e dedicata “alla memoria del colonnello, mio padre, Herbert George McCaffrey, soldato patriota cittadino per il quale ha cantato prima nave”.
La protagonista è Helva, una brainship, ossia un cyborg molto particolare, un cervello umano incapsulato in una navicella spaziale ad altissima tecnologia.
Ambientato nel futuro e nella Federation of Sentient Planets, i genitori di bambini con gravi disabilità fisiche, ma dall’intelletto integro e particolarmente dotato, possono permettere loro, invece di essere sottoposti ad eutanasia, di sopravvivere come cervelli chiusi in un guscio di titanio munito di collegamenti informatici e nervi sensoriali legati a un computer, e istruiti per diverse professioni. Alcuni, i migliori, sono impiegati come brainship in grado di operare in modo indipendente, benché di solito accompagnati da una persona (brawn) che viaggia sulla nave quale pilota/equipaggio con specifiche missioni interplanetarie da compiere.

Anne McCaffrey è una grande intessitrice di storie di affascinanti universi remoti, avventure dalle quali lasciarsi assorbire completamente, traboccanti del mitico sense of wonder, benché mai affatto avulse dalla realtà, poiché lasciano filtrare le problematiche del suo tempo e preoccupazioni per il futuro.
È dotata, inoltre, di una straordinaria profondità nell’affrontare i sentimenti e la complessità dei personaggi, riesce a fondere mirabilmente, in modo intenso e acuto, narrazione ed emozioni: immaginazione e passioni, scenari fantastici e protagonisti sono un tutt’uno, straordinariamente vivi e coinvolgenti.
I mondi della McCaffrey mostrano come la fantasia, sostrato fondamentale a cui la scrittrice attinge copiosamente, e il fantastico permettano di esplorare realtà alternative, abbiano la potenzialità di mettere di fronte a storie nelle quali qualcosa di inaccettabile possa diventare ordinario, costringendoci a seguire percorsi di riflessione che permettono di osservare la realtà in maniera più critica, ma anche di immaginarla – o costruirla – più stupefacente.

Automaton

Da un’indeterminata età delle macchine, solenni e scultorei nella loro immutabilità imperitura, emergono i miraggi meccanici di Kazuhiko Nakamura. Ibridi surreali tra uomo e macchina, questi testimoni di “un difficile matrimonio tra carne e metallo”, dalle linee fluide e nitide, le cromie bronzee e i chiaroscuri decisi, schiudono il loro carapace metallico per rivelare una miriade di dettagli modellati con precisione fiamminga.

Nakamura è un novello Arcimboldo dell’era post-industriale, un redivivo alchimista che plasma il suo Golem meccanico, e replicando “la trasformazione e lo sviluppo della muta degli insetti” foggia ritratti di automi che dell’umano serbano solo un simulacro esteriore. Dalla scatola dei ricordi del passato, che ostinatamente l’artista cerca di recuperare e rielaborare – ricerca che egli stesso definisce simile “alla passione degli amnesiaci nell’inseguire le loro memorie perdute” –, minuzie e frammenti sono assemblati a comporre visioni dall’atmosfera unica, si amalgamano in un insieme fantastico.

Le influenze esercitate su Nakamura sono molteplici, dal surrealismo al realismo magico, non senza incursioni nel Rinascimento, soprattutto quello nordico, oltre ai contatti determinanti con il cyberpunk. Stimoli che si fondono nel mirabile sincretismo che dà vita ai suoi lavori, alla cui base risiede l’incontestabile fascino per l’automa meccanico.

L’attrattiva per l’ideazione di congegni capaci di muoversi come se dotati di vita propria ha radici antiche: indimenticabili gli alessandrini Erone, Ctesibio e Filone di Bisanzio, oppure i fratelli Banū Mūsā e al-Jazari della civiltà araba, Leonardo da Vinci e gli artigiani di Norimberga nel Rinascimento, fino alle anatomies mouvantes di Jacques de Vaucanson e agli automi di Pierre Jaquet-Droz e di Henri Maillardet. Le figure femminili di Nakamura, per quanto a prima vista letali, serbano difatti l’aura di ieraticità nostalgica ma imperturbabile delle bambole meccaniche presenti nelle trasposizioni artistiche, ad esempio, della figura dell’Olympia di E.T.A. Hoffman, della Coppélia, balletto pantomimico, della Danza delle Bambole Meccaniche dello Schiaccianoci di Pëtr Čajkovskij, fino allo struggente ballo di Casanova con una bambola meccanica sull’acqua ghiacciata del Canal Grande nell’omonimo film di Federico Fellini.

La tradizione orientale, poi, cui Nakamura appartiene, è ancor più longeva. Un resoconto cinese raccolto nel Liezi descrive l’incontro tra il re Mu del regno di Zhou (1023-957 a.C.) e un ingegnere meccanico chiamato Yan Shi, artefice di un automa dalle sembianze umane talmente perfetto da essere indistinguibile da un uomo vero. È il Giappone, tuttavia, ad eccellere nella costruzione di automi meccanici, fin dall’antichità. Dal XVII secolo, all’inizio del Periodo Edo, gli artigiani nipponici hanno costruito bambole meccaniche prodigiose, attivate da molle, mercurio, sabbia mobile o acqua pompata, capaci di danzare, servire il tè, scoccare frecce, e utilizzate nel teatro, per il gioco o come ornamento dei carri allegorici: le Karakuri Ningyō – che al giorno d’oggi vedono in Shobei Tamaya IX l’unico Maestro giapponese in vita rimasto, discendente da un lignaggio ininterrotto di costruttori.

Tutte queste suggestioni filtrano in Nakamura attraverso la serie delle Bambole di Hans Bellmer, simbolo dell’uomo dilaniato e ridotto a burattino, e la cultura fantascientifica. Nelle sue immagini non si può non ravvisare l’influenza di H.R. Giger, oltre a rievocare gli esseri ibridati grazie alla chirurgocosmesi di Babel-17 di Samuel Delany, i postumani de La matrice spezzata di Bruce Sterling, per arrivare infine al celebre film di Shinya Tsukamoto, Tetsuo, l’auto-feticista estremo e maledetto, che in un crescendo di visionarietà, violenza e tormento compie la sua metamorfosi da umano a cyborg con continui, strazianti, ostinati innesti di componenti metallici nel proprio corpo. Il fascino surreale dei lavori di Nakamura, tuttavia, non condivide l’esasperato turbamento interiore di Tetsuo. I suoi ritratti meccanici vestono una malia seducente ma pure un qualcosa, indefinito, di disturbante, dovuto alla loro fissità distaccata, lo sguardo immutabile diretto verso un orizzonte sconosciuto, la posa bloccata nell’eternità della macchina, in uno scatto senza tempo. Un silenzio grave, di eterna attesa o staticità, li avvolge.

Una simile suggestione mi ricorda i dipinti di Giorgio De Chirico nei quali domina la figura del manichino (l’uomo senza volto, simbolo dell’uomo-automa), spesso collocato in uno spazio di architetture essenziali, proposte in prospettive non realistiche, immerse in un contesto misterioso, capaci di generare un effetto straniante, in una solitudine, in una silenziosità pesante, che fa gravare tutta l’estraneità, l’alienazione della figura dalla parvenza umana rispetto al contesto o addirittura a se stessa, a ciò che non è più, che ha perduto.

Ecco allora risultati come Atoma, una rielaborazione biomeccanica di Astro Boy, Rhinoceros 1515, ispirato all’incisione su legno di Albrecht Dürer raffigurante un rinoceronte indiano, Brain Tower e The Tower of Beetle, due versioni alternative di un immaginario ritratto di Aleister Crowley rivisitato attraverso il condizionamento di Pieter Bruegel e del cinema espressionista tedesco de Il gabinetto del dottor Caligari e di Nosferatu, Monorogue, la cui mente è un vaso di Pandora postumano traboccante di innesti e connessioni, Metamorphosis, che combina lo spunto dell’omonimo racconto di Franz Kafka con un assemblaggio meticoloso degno del più ardito Arcimboldo, Automaton, una macchina di tortura dalle sembianze di antico manichino ispirata ad alcune pellicole dei Fratelli Quay e di Jan Švankmajer.

Un’arte, dunque, quella di Kazuhiko Nakamura, che rielabora influenze eterogenee per proporre un’idea originale, che sa suscitare una meraviglia screziata di inquietudine di fronte a questi stupefacenti gingilli meccanici, remoti superstiti nel loro indefinito spazio atemporale.

Metamorphosis

Shell in the darkness

Che cosa rende appetibile la tecnologia, o un nuovo standard multimediale, o ancora un metodo di fruizione dei contenuti rivoluzionario, agli occhi del consumatore? C’è interazione tra l’oggetto, la tecnologia e i tempi storici in cui nasce la novità o, per essere più precisi, il momento in cui il nuovo oggetto vede la luce nella forma di prodotto commerciale?

Guardando un po’ di indizi disseminati nel nostro presente, analizzandoli, ci si può accorgere che la differenza, il fattore discriminante che il consumatore avverte, risiede nel prezzo di acquisto. Ciò che guida l’acquirente più di prima, in questi anni di ristrettezze e incertezze economiche, è il prezzo con cui riesce a portarsi a casa il bene che ha scelto; avveniva pure nel passato, certo, ma la sensazione che la ricerca spasmodica di un prezzo basso sia aumentata a dismisura, e che il mercato stia cominciando a mangiare se stesso, è pregnante.

Di esempi che suffragano queste osservazioni ce ne sono molti: si può citare tanto per cominciare Amazon, che ha da poco aperto la filiale italiana dove vende, così come accade nel resto del mondo, oggetti e software di vario tipo a prezzi bassissimi (libri, musica, ebook, lettori e-book, quest’ultimi con pochi competitor sul mercato). Tali vendite sono spesso sottocosto, ovvero sotto la soglia del prezzo di produzione. E almeno nel campo editoriale hanno subito scalfito l’interesse delle lobby, che si sono immediatamente attivate attraverso il legislatore, ottenendo una normativa liberticida nonché potenzialmente disincentivante nei confronti della cultura.

Anche nel mondo dei tablet si può trovar traccia di queste particolari condizioni di vendita: Hewlett Packard ha tolto dal magazzino i suoi rivoluzionari tablet – muniti dell’altrettanto rivoluzionario sistema operativo WebOS – vendendoli a prezzi risibili perché, altrimenti, avrebbe dovuto buttarli: il prezzo pieno (prossimo a quello dell’iPad) non garantiva che la vendita di pochissimi esemplari; in sostanza, HP (ma anche altri produttori) non riescono a diffondersi come l’iPad se non svendendo, pur avendo spesso i device caratteristiche tecnologiche nettamente superiori.

Pure gli e-book sembrano seguire la stessa logica: cosa vende di più? A prescindere dal contenuto, vende il libro digitale che ha il prezzo più basso, a patto che sia anche senza i DRM (ovvero i lucchetti digitali) che assicurano soltanto noiose e a volte complesse operazioni per il cliente meno esperto di tecnologia, protezioni aggirabili comunque dall’utente più navigato che, probabilmente, aspetterà solo il momento più propizio per vendicarsi, magari diffondendo l’opera sprotetta sulle reti di condivisione.

È altresì vero che che la filiera manifatturiera tende a considerare sempre meno il lavoratore (non solo sottopagandolo, ma anche riducendogli oltre l’osso le misure di sicurezza, di comodità e quant’altro); spesso le condizioni di salariato appaiono assimilabili a quelle degli schiavi dell’età classica, dove si ergevano meraviglie architettoniche con l’ausilio di manovalanza a costo zero. Si potrà obiettare che non è così, che ci sono i diritti sindacali, legali e via dicendo che difendono il lavoratore dai soprusi delle proprietà, ma la recente storia FIAT insegna che la controtendenza è avviata (da lungo tempo, in realtà) e che tutto il mondo del lavoro italiano si conformerà a queste nuove realtà (come rileva molto bene quest’articolo dei Wu Ming).

In definitiva, se non si abbattono pesantemente e drasticamente i prezzi al dettaglio, i beni non si vendono e le nuove tecnologie non decollano; pure quando decolleranno, avranno sempre bisogno di essere fruite a prezzi davvero stracciati, sottocosto. I profitti saranno dati non dal singolo pezzo ma dalla possibilità di vendere più unità possibili, con un guadagno che si discosta di poco dallo zero. La questione del prezzo stracciato si riflette pure nelle politiche commerciali dei punti vendita alimentari o dei discount. Anche qui è facile comprendere che lo store che riscuote maggior successo è quello che assicura i prezzi più bassi e che magari riesce a garantire (ma non è espressamente richiesto dal consumatore) anche un pizzico di qualità.

Non sono un economista né un perfetto conoscitore del mercato, e quindi la mia teoria va confermata, ricalibrata, smentita dalle vostre considerazioni; e se fosse soltanto, tutto ciò, un sintomo, un manifestarsi del reale valore delle cose? In questi decenni, come si evince dagli interventi (anche) di Sergio “Alan D.” Altieri e nel passato di Valerio Evangelisti, spesso su Carmilla on Line, c’è stato un gonfiarsi spropositato del valore del denaro: ne è semplicemente circolato troppo perché sopravvalutato, perché svincolato dalle effettive riserve auree possedute dalle singole nazioni. Ciò ha conferito un prezzo arbitrario ai beni, il mercato è vissuto su una bolla inflazionistica impressionante che ora si sta, semplicemente, sgonfiando, sta riprendendo il suo reale valore. Una piccola prova del nove di tutto questo? Provate a organizzare dei pasti completi, per una settimana almeno, a un centinaio di persone, e provate poi a calcolarvi il costo singolo di ogni pasto: sarete davvero sfortunati se supererete i due euro a persona. Ma questo non è certo un segreto per chi fa della ristorazione la sua attività, e ciò ci riporta al reale valore dei beni che consumiamo, che compriamo. Io credo che, comunque, la cartina al tornasole di tutto il discorso sia questa: assunto 100 il valore economico globale, abbiamo vissuto in questi decenni con un valore gonfiato pari a centinaia, forse 1000; per riportare a 100 il tutto bisogna lavorare o sui beni, oppure su chi li produce, riducendolo in una condizione prossima alla schiavitù. La sfida del futuro credo si risolva tutto in questa dicotomia.

Ne consegue la domanda finale: è giusto pagare cifre fuori scala per acquistare ciò che ci serve? Qual è il valore reale dei beni che compriamo, in questo momento storico? Fino a che punto ha senso, perciò, viste le considerazioni sul reale costo del denaro, alimentare il mercato dai prezzi gonfiati? È davvero incombente la fine di un regime economico?

Anne McCaffrey

Prima parte

Tutta l’opera di Anne McCaffrey risente fortemente della sua personalità, dell’orientamento che ha sempre coraggiosamente cercato di imprimere alla propria vita e degli ideali che ha riversato nelle sue storie, certa che fossero un mezzo per condividere valori e considerazioni con più persone possibile.

La sua formazione fu influenzata dallo studio delle lingue straniere, della letteratura, della storia, della mitologia, e dalla sua passione per il teatro e la musica.
Fondamentali furono le sue letture: dopo le avventure di Rudyard Kipling, fu conquistata dal genere fantastico grazie alle storie di Abraham Merritt, di Edgar Rice Burroughs, soprattutto la serie di John Carter, al romanzo utopico Islandia di Austin Tappan Wright, a Rupert of Hentzau e The Prisoner of Zenda di Anthony Hope, fino alla grande stagione d’oro della fantascienza, a partire dagli anni Cinquanta, che la già adulta Anne amò visceralmente tanto da ardire a scriverne anche lei stessa.
In questo fu una delle pioniere del tempo: essere, tra la fine degli anni ’50 e primi anni ’60, una donna che desidera affermarsi in un genere che contava lettori e autori prevalentemente maschili, per lo più contraddistinti da atteggiamenti reazionari e diffidenti verso le scrittrici di fantascienza e la loro produzione, soprattutto se le protagoniste erano eroine, donne emancipate e fuori dai canoni rispetto alla mentalità del tempo. Per essere credibile e accettata era necessario dimostrare di scrivere in maniera valida e di argomenti tali da convincere e attirare il pubblico più scettico e  i colleghi scrittori, che si dimostravano particolarmente inflessibili e critici.

Per Anne fu una sfida di cui non aver timore e che vinse brillantemente.
Cresciuta come una giovane ragazza sensibile e intelligente i cui principali amici erano i libri, aveva presto imparato a scontrarsi con un mondo duro che rifiutava idee diverse, a essere orgogliosa di avere una propria personalità indipendente, ad avere coraggio sufficiente per seguire la propria strada interiore (si ricordi in quali anni visse la propria giovinezza).
“Si impara a essere non conformi, − disse la scrittrice − a evitare le etichette. Ma non è facile! Eppure ci si accorge quante risorse interiori possiedano proprio coloro che hanno avuto sempre la forza di essere al di fuori della mentalità del gregge. Così la mente impara la libertà di pensiero e a comprendere il potere della fantasia.”
Questo suo modo di essere è rivelato in A life with Dragons, la sua biografia ufficiale uscita nel 2007 a cura di Robin Roberts, in cui è delineata la figura affascinante e complessa di questa donna che ha creato i suoi mondi immaginifici attingendo a piene mani dalle esperienze della propria vita, che ha rifiutato di chiudersi nei ruoli sociali tradizionali; una giovane madre che ha voluto dedicarsi anche alla scrittura, un’americana che se n’è andata dal proprio paese sola con due figli, un’amante degli animali che sognava mondi ove convivessero in perfetta armonia uomo e natura, una moglie intrappolata in un matrimonio infelice a cui ha avuto il coraggio di sottrarsi nonostante lo scalpore; una scrittrice che ha sempre amato i propri fan, di una gentilezza squisita verso chiunque, sempre pronta a una parola di incoraggiamento e stima verso i colleghi, troppo modesta per ammettere che i suoi libri erano diventati dei classici.
Questa autonomia di pensiero e autodeterminazione si percepisce fin dalle prime opere pubblicate, nelle quali alle donne in primo piano viene rifiutato il ruolo classico e marginale, per diventare protagoniste perspicaci e indipendenti, capaci di risolvere le situazioni da sole, rifiutando la tipica impostazione che voleva soprattutto eroi maschili e conflitti uomo-mostro.
La McCaffrey è stata molto apprezzata per la sua capacità di raccontare l’universale e trasmettere contenuti di valore oltre i limiti della narrativa di genere, utilizzando ampiamente l’apporto del mito e al contempo sovvertendo le regole delle leggende tradizionali, riconoscendo o ignorando le convenzioni.

Non si possono non ricordare altre due grandi scrittrici e antesignane della narrativa fantastica dell’epoca, Marion Zimmer Bradley, in particolare il suo ciclo fantascientifico di Darkover, e la grandissima Ursula K. Le Guin.
È singolare notare che i romanzi della Le Guin della pentalogia di Earthsea uscirono all’incirca negli stessi anni dei primi romanzi di The Dragonriders of Pern: in entrambe le saghe viene cambiata radicalmente la visione classica del drago presente fino ad allora nella narrativa fantastica, per renderlo un animale dalla valenza positiva, antico, saggio, depositario di infinita conoscenza.

Terza parte

Nel 1959 Charles Percy Snow, di professione scienziato, di vocazione scrittore, scrisse il suo celebre saggio (rielaborazione della Rede Lecture tenuta nel maggio di quell’anno presso l’università di Cambridge, pubblicato nel ’63 con considerazioni aggiuntive) in cui teorizzava la frattura tra le due culture. In esso l’autore britannico constatava la generale diffidenza degli scienziati e degli ingegneri verso la letteratura (considerata avulsa ai loro interessi), con conseguenze limitanti per la loro intelligenza immaginifica; e al contempo la scarsa familiarità degli uomini di lettere con la scienza, le sue tematiche e anche solo i suoi concetti di base.

Evidenziava in queste considerazioni un retaggio del passato, dell’atteggiamento «conservatore» di gran parte degli intellettuali dell’Ottocento e dell’influsso che avevano esercitato sul gusto dei suoi contemporanei, e ne denunciava la prospettiva limitata che aveva impedito loro di cogliere i benefici che l’industrializzazione avrebbe potuto comportare sullo stile di vita e il benessere delle fasce sociali più povere. Inoltre lamentava l’attitudine degli uomini di scienze, che di fatto si auto-limitavano nel proprio ruolo, negandosi i benefici che una base umanistica minima avrebbe potuto apportare al loro modo di rapportarsi al loro stesso lavoro.

Il problema, sostiene Snow ed è facile concordare con lui, affonda le radici nel sistema educativo. Bisognerebbe investire in formazione, prestando i nostri tecnici ai paesi poveri per propiziarne al più presto lo sviluppo industriale. Secondo Snow, l’India avrebbe potuto uscire dal suo stato di povertà con l’aiuto di scienziati e ingegneri inglesi, americani e russi, e lo stesso avrebbe potuto capitare al resto dell’Asia (Cina esclusa, in cui già intravedeva potenzialità di autosufficienza) e Africa.

A distanza di oltre mezzo secolo dalla stesura del saggio, è sorprendente constatare come alcuni elementi abbiano seguito le previsioni dell’autore, penso soprattutto all’ingresso della Cina nel club dell’industrializzazione, ai benefici dimostrati delle riforme scolastiche volte a valorizzare materie scientifiche e tecniche (che anzi prima o poi potrebbero portare i paesi della Vecchia Europa a chiedere il sostegno dei paesi sulla cresta dell’onda, Brasile, Russia, Cina e India); ma, paradossalmente, è altrettanto sorprendente continuare a riscontrare la persistenza della frattura tra le due culture. Per esempio, oggi come allora la narrativa di consumo come la letteratura dell’Occidente sono dominate da protagonisti con scarsissime attitudini tecnologiche e prevalentemente analfabeti in qualsiasi materia scientifica; i romanzi sono invece affollati di psicologi, pubblicitari, magistrati, poliziotti, assediati da una massa impiegatizia indistinta e anonima. E, man mano che anche le conoscenze umanistiche di base si assottigliano con la complicità delle varie riforme che hanno riguardato l’insegnamento, specie in Italia le opere letterarie sembrano produrre protagonisti amorfi e indistinti come riflesso di un pubblico amorfo e indistinto a sua volta.

Se in ambito letterario la fantascienza rappresenta il ponte ideale tra umanisti e tecnici/scienziati, in Italia attualmente esiste un solo gruppo di autori che si è dato programmaticamente lo scopo di superare il divario tra le due culture.

Secondo Snow, gli unici autori dell’Ottocento che avrebbero potuto cogliere la portata del cambiamento furono per la loro ampiezza di vedute e vocazione i russi, che però rimasero sempre vincolati al contesto rurale e pre-industriale del loro Paese. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa e servirci da ammonimento. L’Italia, tra i paesi della cosiddetta Eurozona più esposti alla crisi economica, si trova oggi al centro di una tempesta finanziaria. Il nostro è un argine e noi ci troviamo proprio quassù, esposti ai venti della bufera. Se la barriera di contenimento terrà o meno, la storia imboccherà un corso oppure un altro. Ma se non dovesse tenere – e il premio Nobel Paul Krugman, che solitamente nelle sue analisi si rivela impeccabile, non è affatto ottimista – quello che sperimentiamo noi oggi, potrà toccare domani a qualcun altro.

Sta a noi interpretare e decodificare i segnali. I tempi sono stretti. Ma nel ruolo di testimoni che compete agli autori, è anche un dovere – oltre che una prerogativa – dei connettivisti saper fornire un punto di vista sul mondo che cambia intorno a noi.

Giunsero come una pestilenza sospinta dai venti galattici.
Nessuno sapeva da dove venivano, nessuno sapeva dove stavano andando, nessuno sapeva neppure per certo se fossero umani. […]
Avevano molti nomi: alcuni se li erano inventati loro, altri no. Quello che aveva fatto presa era Zingari delle Stelle.
Il mio compito era scovarli. Naturalmente, nessuno mi aveva detto come mi sarei dovuto comportare quando li avessi presi, perché di solito non infrangevano nessuna legge. Cuori, sì; sogni, senz’altro. Ma leggi?

Mike Resnick è un noto e prolifico scrittore americano di fantascienza, che ha al suo attivo circa duecento racconti e più di cinquanta romanzi, oltre ad aver vinto ben cinque premi Hugo e un Premio Nebula. Profondo conoscitore di favole e leggende, spesso trae spunto da questi archetipi per la trama e i personaggi delle sue opere, caratterizzate da un altro elemento immancabile, un sottile e brillante umorismo.

Ricordi (Keepsakes, edito sia in italiano che in inglese da 40k) ha per protagonista Gabriel Mola, veterano e solerte investigatore sulle tracce degli misteriosi Zingari delle Stelle, una razza aliena che minaccia la tranquillità della Repubblica, benché in modo assai inconsueto. Queste creature non intendono conquistare la Terra né tramano fini bellicosi, bensì compaiono all’improvviso alle persone in difficoltà, promettendo il proprio aiuto a risolvere pressoché ogni dilemma e problema e chiedendo in cambio… “In effetti commerciavano in sofferenza”, scrive l’autore.
Insieme al nuovo assistente, Jebediah Burke, che si rivelerà fondamentale grazie al suo approccio inedito all’indagine, Gabe dovrà non solo cercare di far cessare le incursioni degli Zingari, ma comprendere chi siano veramente e quale sia lo scopo, la logica che muove il loro agire.

Un breve romanzo molto interessante, dalla trama suggestiva, con personaggi singolari; una storia toccante che sa far sorridere ma anche riflettere. Ben riuscita la contrapposizione tra i due investigatori, ciascuno portavoce di differenti modi di considerare il tema dell’altro, l’alieno, che rispecchiano idealmente il contrasto tra un orientamento più tollerante e comprensivo, quasi antropologico, rispetto a una posizione più intransigente e rigorosa.

In questa antinomia prorompe una terza voce, quella degli Zingari delle Stelle, che si rifiutano di essere considerati dei nemici, ostili agli esseri umani, men che meno dei ladri. Tale confronto tra più punti di vista aiuta il lettore a comprendere quanto sia complesso dare un giudizio definitivo a priori su un comportamento, soprattutto se fuori dai canoni tradizionali, senza cercare di investigarne e capirne le intime ragioni. Una questione che rispecchia anche un problema sociale odierno e suggerisce l’importanza di un ascolto proattivo dell’altro, senza essere accecati dai pregiudizi o dall’ottusità delle consuetudini; un tema che altresì potrebbe essere sintetizzato in uno spinoso interrogativo che tanto è stato presente in letteratura, fin dall’antichità: è più importante l’etica o la legge?

Resnick si focalizza inoltre su un altro argomento, quello del ricordo, rimarcando il senso e il valore delle memorie e dell’esperienza, patrimonio essenziale di ciascun individuo, e riflettendo parallelamente su come la perdita della capacità di provare e custodire emozioni, in tutto in loro spettro, possa mettere in pericolo la nostra umanità stessa, rischiando di non essere più in grado di interagire empaticamente con l’altro, ridurci a vacue larve deprivate di ciò che dà senso all’esistere. Inevitabile menzionare in tale frangente il film di Michel Gondry Eternal Sunshine of the Spotless Mind (titolo infelicemente tradotto in italiano con Se mi lasci ti cancello), che investiga in maniera simile il significato e l’importanza del sentire e del ricordo, ma anche la loro profonda ambivalenza in senso assoluto e nei rapporti interpersonali.

Un libro, quindi, denso e ben riuscito, avvincente come una detective story e ricco di un’ironia che sa alleggerire e rendere intrigante la lettura e tematiche di per sé non lievi.

Può sembrare tautologico, ma il titolo racchiude in sé una dichiarazione d’intenti, che nasce dalla lettura dell’analisi di Alan D. Altieri sulla Death Economy. Nel terzo capitolo del suo trittico, pubblicato su Carmilla (qui e qui le puntate precedenti), der Wolf conclude la sua scorribanda attraverso il “baratro terminale del collasso economico planetario” con una disamina sferzante della situazione del nostro paese, da lui condivisibilmente ribattezzato necroland, al termine di quello che definisce con perfetta scelta di termini “il ventennio laido”. E ne fotografa lo stato di salute mentale in questo passaggio, illuminante per più di una ragione:

Disconnect, dis-connessione, è il termine anglosassone che meglio descrive questo fenomeno. In una situazione di disconnect, sono interrotte le correlazioni tra causa ed effetto, sono mutilati i parametri tra logica e delirio, sono soprattutto distrutti i confini tra bene e male, giusto e ingiusto. Chi sceglie e/o vuole e/o accetta di condurre una non-esistenza in disconnect, si cala in un mondo completamente illusorio. E totalmente psicotico.

Disconnessione è la condizione accettata da chi smette di interrogarsi, quale che sia l’oggetto d’indagine: il mondo in cui viviamo, la società di cui siamo parte, i processi fisici alla base del cosmo che ci racchiude tutti, la portata e le implicazioni morali delle nostre azioni. È una forma di deresponsabilizzazione, come rimarca Altieri, ed è l’anticamera dell’obitorio. In disconnessione, siamo praticamente flatline, una linea piatta sul monitor di un elettroencefalografo, in una condizione di totale incapacità di agire sul mondo e passivamente immersi nel delirio illusorio indotto per noi dalla droga del regime. Nel caso di necroland – ancora beatamente ignara delle potenzialità intrinseche della rete e sorda al problema del digital divide – questa droga è ancora il mass media del secondo Novecento: la televisione.

Altri prima di me hanno rimarcato l’effetto di stasi indotta dal tubo catodico: l’instaurazione di un sogno di plastica nel pieno azzeramento della dimensione tempo. Il beneficio di un eterno presente è quantificabile facilmente per la classe di governo e lo dimostrano i venti anni di totale immobilità in cui si è adagiato il paese, mentre veniva dissennatamente depauperato delle proprie risorse. Se verso le istanze di cambiamento i governi risultano mediamente refrattari, i governi di regime – anche se si tratta di dittature morbide o, come le ha definite Predrag Matvejevic, demokrature – sono invece particolarmente, intrinsecamente e sistematicamente ostili. Il paesaggio fittizio generato dalle televisioni ha contribuito allo scopo, livellando la sensibilità culturale della popolazione e cristallizzandone la percezione lontano da scomodi impulsi al rinnovamento.

Fin dal loro esordio i connettivisti hanno fatto del cambiamento una delle chiavi indispensabili per la decodifica del binomio realtà/immaginario in cui siamo immersi. Attraverso l’esercizio della critica del reale, come semplice attuazione delle facoltà di trasfigurazione della scrittura, possiamo configurare ed elaborare un nostro ruolo sociale/sociologico, nella scia di quanto di grande è stato fatto con particolare efficacia dalla cosiddetta social science fiction a partire dagli anni ’50. Se torniamo al brano citato dal pamphlet di Altieri, è intuitivo scorgere nelle intenzioni dichiarate del connettivismo un antidoto al processo di sistematica disconnessione dal reale e dal vero in atto da qualche anno a questa parte. Sembra in effetti che la televisione abbia voluto far proprie le tecniche di psico-guerriglia messe a punto di William S. Burroughs (evocate letterariamente in particolare in Nova Express e nel resto della Trilogia Nova):

Il controllo dei mass media dipende dallo stabilire delle linee di associazione. Quando le linee sono tagliate le connessioni associative sono interrotte.

Ormai il controllo sulle menti passa dalla recisione di ogni linea di associazione. Le connessioni sono già interrotte. Uno dei nostri obblighi, nel perseguire la summenzionata vocazione sociologica del movimento, è ripristinare le connessioni, ristabilendo il giusto meccanismo di causa-effetto e individuando le correlazioni e le corrispondenze a volte nascoste nella trama degli eventi. Perché, per dirla con le parole di Thomas Pynchon (L’arcobaleno della gravità, 1973):

Come tutti gli altri tipi di paranoia, gli effetti qui riscontrati non sono altro che il sintomo iniziale, il bordo d’attacco prodotto dalla scoperta che tutto è connesso, nel Creato, un’illuminazione secondaria – non ancora l’Illuminazione accecante, ma per lo meno coerente, che forse può costituire una Via d’Accesso per le persone come Čičerin, solitamente tenute ai margini…

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