In altri contesti (articolo riportato poi pari pari nella rubrica Zoom di NeXT 16) ho affrontato, più che altro in embrione perché solo in quel momento cominciavo a prendere confidenza con i concetti, il tema della tridimensionalità del nostro universo – nostro in quanto umani – che fa scaturire, una quantità notevole di volte, soltanto due possibilità di scelta.

Non è il caso e il luogo, questo, di riproporre il percorso cognitivo che mi ha portato a supporre vero il ragionamento, ma il concetto che mi sembra razionalmente giusto è pressappoco questo: il dominio del nostro organismo è attestato sulle tre dimensioni; noi siamo alti, larghi e profondi in una certa misura, e manipolare situazioni che possono far scaturire solo due possibilità (ovvero soluzioni bidimensionali) ci dà un notevole senso di potenza e di capacità. Aumentare di una dimensione (e quindi suggerire una terza soluzione, parametro) non fa altro che portarci sul limite delle  nostre possibilità.

Ragionamento proposto similmente dal matematico ungherese George Polya, ovvero che quanto più numerose sono le dimensioni in cui ci si muove e quindi le possibilità che ci si aprono davanti, tanto maggiore è la probabilità di perdersi e di conseguenza lasciarsi assalire dallo sconforto.

L’assunto quindi è: dobbiamo stare al di sotto del limite delle nostre potenzialità per essere capaci di cavarcela. Ed è questo un fatto, alla fine, naturale. Ricordiamoci di ciò quando saremo in prossimità del postumanismo, quando le dimensioni manipolabili saranno verosimilmente più di tre.

La lavorazione di Blade Runner, come racconta dettagliatamente Paul M. Sammon nella sua storia del film Future Noir: The Making of Blade Runner (edito in Italia da Fanucci come Blade Runner: Storia di un Mito, ormai purtroppo finito fuori catalogo), fu complessa e travagliata. A partire dall’acquisto dei diritti cinematografici di Do Androids Dream of Electric Sheep? (il romanzo di Philip K. Dick del 1968 da cui tutto ebbe inizio, da noi tradotto come Il cacciatore di androidi) da parte di Hampton Fancher, il copione passò attraverso diverse fasi di scrittura e riscrittura. Il risultato finale del 1982 è l’esito di un lungo processo di elaborazione che vide contribuire in maniera decisiva il summenzionato Fancher e Ridley Scott (sua l’idea di sviluppare l’estetica noir futuristica del film a partire da Nighthawks di Edward Hopper e dal fumetto The Long Tomorrow di Dan O’Bannon e Moebius), David Webb Peoples (arruolato per sistemare i dialoghi e ideatore del termine “replicante”), Syd Mead (artista concettuale tra i più influenti al mondo) e Lawrence G. Paull (autore delle scenografie), Douglas Trumbull (già artefice degli effetti speciali per 2001: Odissea nello Spazio, Incontri ravvicinati del terzo tipo e Star Trek, recentemente tornato all’opera nell’ambizioso The Tree of Life di Terence Malick), Jordan Cronenweth (votato dai suoi colleghi come uno dei dieci direttori della fotografia più influenti di tutti i tempi) e Vangelis (autore della colonna sonora del film).

Un team di questa levatura poteva produrre solo un disastro memorabile o una pietra miliare. Per fortuna ci è andata bene e oggi, malgrado gli stenti della prima distribuzione nel circuito delle sale, Blade Runner è riconosciuto pressoché all’unanimità per quel capolavoro che è, dentro e fuori dal genere. Ma prima di arrivare alla pellicola, le difficoltà produttive di cui facevamo menzione si sono riflesse nella lunga sequenza di sceneggiature preparate per il film. Mechanismo, Dangerous Days, Android: a partire dalla ricerca del titolo, non fu un lavoro semplice. Alla fine la produzione optò per Blade Runner, rilevandone i diritti da un semisconosciuto romanzo di Alan E. Nourse apparso da noi come Medicorriere e da un soggetto originale di William S. Burroughs, entrambi senza punti di contatto con la pellicola che Ridley Scott si apprestava a girare.

A quale punto della lavorazione si decise di cambiare l’ambientazione del romanzo ispiratore di Dick non è dato saperlo. Perché è vero che ormai Los Angeles, Novembre 2019 è di diritto una componente imprescindibile del nostro immaginario sul futuro, un set di coordinate spazio-temporali che fa parte del bagaglio culturale di ognuno di noi, ma è altrettanto vero che Il cacciatore di androidi era ambientato in un’altra città californiana, con ben altra storia alle spalle rispetto alla città degli angeli: San Francisco. Di sicuro fin dall’inizio Scott aveva in mente uno scenario urbano verticale, più simile a New York che a Los Angeles. Paradossalmente, l’architettura della Bay Area si sarebbe prestata perfino meglio rispetto allo sprawl di L.A. per gli sfondi che Scott aveva in mente, ma forse fu lo scenario da nebulosa infernale, assediata dalle raffinerie di Torrance ed El Segundo, a innescare l’associazione con i polizieschi di Raymond Chandler verso cui la trama del film è in forte debito (Rick Deckard è una sorta di Philip Marlowe del futuro, e l’olio nero è un elemento d’ambiente nelle sue storie, a partire da Il grande sonno) e ad avere così la meglio, spostando il baricentro geografico del film verso la California del sud.

Eppure… San Francisco è una città straordinaria, set ideale per una quantità innumerevole di storie: da Jack London a Cory Doctorow, passando per Jack London, Fritz Leiber, Jack Kerouac, William Gibson e tanti altri. Ho provato a renderne conto, limitandomi a una manciata di titoli di spicco, parlandone a proposito di Little Brother sulle pagine di Next Station. E allora: come sarebbe stato Blade Runner se la produzione avesse deciso di mantenere l’ambientazione originaria prescelta da Dick?

Se l’è chiesto come noi Britta Gustafson, un’appassionata di fotografia, paesaggi urbani, arte e matematica, che ha anche cercato di dare una risposta allestendo un tour virtuale di questo Blade Runner alternativo, tracciando un parallelo tra il romanzo di Dick e il film di Scott e soprattutto tra i rispettivi luoghi. Il risultato è su Flickr (ne siamo venuti a conoscenza attraverso io9) ed è davvero degno di nota.

Buona escursione!

Westin St. Francis Hotel at night, di Kumasawa

Opening Night Simulcast, di pbo31.

Fake Eagles, di freeside510.

Riprendendo parzialmente la terza puntata di Pulse, la rubrica musicale di Next-Station.org di cui sono tenutario, parlo di The Mission, la gothic band inglese che ha attraversato il panorama musicale internazionale da metà ’80 fino all’inizio di questo millennio.

I concerti che ho visto di questo gruppo sono stati molteplici; m’interessava in questa sede, invece, fare un piccolo rimando alla reunion della formazione originale in occasione del 25ennale della sua fondazione, sfociata nel concerto del 22 ottobre del 2011 durante una serata memorabile, in cui hanno suonato come gruppo di spalla i loro vecchi amici Fields of the Nephilim.

Il concerto è stato performato al Brixton Academy di Londra e la mia unica missione ora è parlarvi delle emozioni che dopo tanto tempo i vecchi componenti dei Mission hanno saputo donare; poche note, poche suggestioni scritte, le mie:

La parte musicale era composta di un gotico depurato dalla sezione elettronica dei Sisters of Mercy, di cui alcuni degli stessi Mission erano membri: un suono molto arpeggiato di chitarra e basso, tastiere pressoché assenti; l’idea del crepuscolo era ben presente nelle loro melodie e la freschezza dei suoni tutto sommato può dirsi mantenuta se nel computo non mettiamo, però, la moderna musica elettronica in tutte le sue forme e declinazioni. Ecco, forse il peccato originale dei Mission è stato quello di non aver continuato a sviluppare le idee avveniristiche di Eldritch (il leader dei Sisters) ma di averle cassate a favore di un ritorno al passato, giusto perché romantico. Scelta che si è dimostrata errata perché l’operazione ha adesso il sapore di un rifacimento di qualcosa già morto, un cliché che sì, forse serviva più che altro a vendere. I Mission incisero, infatti, pezzi buoni soltanto nel disco successivo (alcuni brani, non tutti), mentre nel terzo le loro sonorità pop erano già notevolmente evidenti e preponderanti.

Questo è quanto si può dire dei Mission, e sfido a non trovare elementi connettivisti nel loro rimandare al passato che può essere un richiamo, a sua volta, al futuro, un continuo mordersi la coda dove l’accaduto fa da comburente all’avvenire, dove i rimandi vengono rielaborati in chiavi rinnovate fino a rendere l’amalgama delle impressioni umane fertile humus postumano: il suono come una suggestione delle ombre del futuro, in perfetto stile cybergoth

Non ritrovate tutto ciò nel video qui sotto?

Nel dicembre 2011, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Eric Schmidt tratteggia il futuro tecnologico del pianeta: innovazione sempre più incalzante sotto la spinta della concorrenza globale. I governi arrancano, non hanno ben chiaro questo meccanismo, e anche le masse popolari tendono a restare ancorate al passato, a privilegiare la permanenza. Concorrenza e innovazione sono la legge della realtà e del suo divenire, inesorabile al pari della caduta dei gravi.

…il capitalismo è l’unico meccanismo che si è dimostrato capace di migliorare il tenore di vita delle società. […] Sono le regole del mercato globale e sono ineludibili.

Questa legge è a tutto vantaggio del consumatore, che può acquistare prodotti sempre migliori a prezzi sempre più bassi.

… qui negli USA, grazie alla lotta già in atto, si possono ormai avere i migliori cellulari smart con cento dollari.

Per affrontare questa lotta senza quartiere (“concorrenza brutale”) occorre concedere la massima libertà, evitare la centralizzazione, rendere le organizzazioni meno gerarchiche.

… se pianifichi centralmente non creerai mai nulla di nuovo. Da noi c’è più libertà d’iniziativa, le gerarchie contano poco.

Realtà come Google testimoniano una tendenza che si andava affermando da tempo: come gli orari flessibili e gli ambienti amichevoli, con disponibilità di saune e palestre, dissimulano la costrizione, anche i rapporti gerarchici sono mediati da un involucro egualitario. Non si parla più di dipendenti, e men che meno di sottoposti, ma di collaboratori. Le ingiunzioni sono espresse al condizionale, pur non perdendo nulla della loro violenza ingiuntiva. Il lavoro ha ceduto il posto alle attività, etichetta neutrale, quasi ginnica, che può applicarsi tanto alla produzione quanto alla ricreazione. Si osserva il culto dell’esplicito, un dogma di grande successo in ogni campo della comunicazione, poiché garantisce la più convincente simulazione della verità: nulla infatti è più vero del dire pane al pane, una volta che ciò che si ha davanti sia stato costretto a essere nient’altro che pane. Applicata questa riduzione, ogni chiesa proclama la propria mitologia, che chiama mondo.

The Hunger Games è un romanzo young adult di fantascienza distopica, primo di una trilogia, scritto da Suzanne Collins e pubblicato in prima edizione nel 2008.

Il libro ha avuto un enorme successo all’estero, attirando l’attenzione di un pubblico vasto ed eterogeneo, oltre ad incuriosire tutti gli appassionati del genere fantascientifico, non da ultimo grazie anche alla recente trasposizione cinematografica che ha incassato cifre iperboliche fin dai primi giorni di proiezione.

The Hunger Games è ambientato in un mondo post-apocalittico, in una zona geografica chiamata Panem che coincide all’incirca con l’attuale Nord America, e suddivisa in Dodici Distretti, la cui economia è caratterizzata da un tenore di vita sostanzialmente precario, spesso prossimo all’indigenza, salvo rare eccezioni.
Il Governo reggente, saldamente accentrato, mantiene un ferreo controllo e ha sede nella città centrale di Capitol; è inoltre il promotore e ideatore – i Gamemakers in particolare – degli Hunger Games, che si tengono a cadenza annuale.
Nati dopo la ribellione del Distretto 13, risoltasi con l’annientamento finale di quest’ultimo, tali giochi sono un vero e proprio evento televisivo e hanno il fine, almeno quello dichiarato, di dimostrare che il Governo tutto può controllare e ha diritto di vita e di morte su ogni cittadino. Annualmente, quindi, il nome di un ragazzo e una ragazza di età compresa fra i 12 e i 18 anni appartenenti a ciascun Distretto viene sorteggiato e va a formare il gruppo dei tributi, ovvero i partecipanti, che saranno costretti a confrontarsi in un’estrema e sanguinosa lotta di sopravvivenza in un luogo selvaggio e ostile, nel quale dovranno non solo sopravvivere, ma affrontarsi finché non ne rimarrà uno soltanto che sarà decretato vincitore.
La 74° edizione degli Hunger Games vede partecipare per il Distretto 12 la sedicenne Katniss Everdeen, protagonista principale dell’intera trilogia, che si è offerta volontaria al posto della sorella, e Peeta Mellark.
Dopo la fastosa presentazione al pubblico televisivo, orchestrata nei minimi dettagli per catturare l’attenzione e l’interesse degli spettatori, i giochi iniziano nella maniera più feroce, tanto che già alla fine del primo giorno undici tributi su ventiquattro rimangono uccisi.
Katniss e Peeta, in un primo momento da soli e poi alleati tra loro, aiutandosi vicendevolmente riescono a cavarsela, grazie al favore che man mano arrivano a conquistare tra il pubblico e di conseguenza ai doni che gli sponsor decidono di inviare – concedendo loro così una possibilità in più di sopravvivere.
Dopo vicissitudini cruente e adrenaliniche, nonché scaltrezze più o meno manifeste, alcune tali da costringere i Gamemakers ad apportare qualche ritocco alle regole, e colpi di scena, i giochi terminano in maniera inedita rispetto agli altri anni.

Suzanne Collins ha dichiarato che l’idea per il romanzo ha radici composite: i reality show televisivi, il mito greco di Teseo, il servizio di suo padre nella guerra del Vietnam.
In molti hanno sottolineato criticamente la sua forte somiglianza con Battle Royale, romanzo di Koushun Takami; altri punti di contatto cinematografici si possono trovare, ad esempio, anche con Death Race 2000 di Paul Bartel e Rollerball di Norman Jewison.

Il libro è gradevole e di agevole lettura.
Pur essendo uno young adult, l’elemento romantico è presente in maniera limitata e non indigesta; anzi, in realtà in questo primo romanzo risulta volutamente ambiguo, in bilico tra sentimento autentico ed espediente dei protagonisti per attirare il favore degli spettatori.
Personalmente non mi ha coinvolto molto lo stile (la narrazione in prima persona al presente, le frasi troppo concise), così come la scarsa analisi ed evoluzione psicologica ed emotiva dei protagonisti.

La parte più interessante messa in luce non è tanto il generale scenario post-apocalittico e distopico, ormai quasi inflazionato, ma la peculiarità dei giochi che si configurano come una probabile futura evoluzione – estrema – dei reality show.
Probabile nel senso di credibile, possibile, alla luce degli esiti e dell’entusiasmo suscitato dal libro nella fascia proprio degli  young adult: se parecchi sono stati gli articoli di lettori adulti che hanno evidenziato come esso abbia un grande potenziale nel mettere in luce gli inganni e il controllo esercitato dal potere televisivo e governativo – una sorta  di 1984 per giovanissimi (a mio avviso paragone quanto mai esagerato) – le reazioni degli adolescenti dimostrano di averne colto quasi esclusivamente il lato avventuroso e romantico, nonché il vagheggiamento di vivere un reality show simile.
Una vera occasione mancata: invece di suscitare consapevolezza, gli Hunger Games sono stati presi come  un possibile modello di gioco nuovo e divertente in grado di procurare fama mediatica, peripezie e flirt – per lo più senza una minima riflessione sui concetti sconvolgenti e distopici evidenziati dal romanzo.
Questo dimostra che è importante che esista buona narrativa, anche di largo consumo, in grado di suscitare dubbi, domande, riflessioni, consapevolezza, ma che è altrettanto fondamentale che tali parole possano cadere su terreno non completamente arido o incapace di cogliere simili spunti.
Mi chiedo, allora, alla luce di quanto sopra, se la società contemporanea non si sia ormai spinta oltre il limite di quella distopia che si temeva verificarsi un domani e che invece staremmo vivendo già oggi.

Piccole note sul software libero – parte prima
Piccole note sul software libero – parte seconda

OpenOffice

Un manifesto, le parole di Zacchiroli: il manifesto della libertà, perché la libertà in quest’epoca – e sempre di più andando verso il futuro – passa e passerà per il codice software, per chi lo controlla, per chi non vuole che sia controllato e anzi pretende che tutta la filiera rimanga trasparente, per tutte le implicazioni che la vita digitale ha già reso palesi. Ecco perché la chiosa di questo lungo post è anche la chiosa del primo articolo di Repubblica, dove c’è l’esplicitazione degli usi più disparati e possibili dell’opensource, e della trascendenza della sua filosofia:

L’opensource in salotto. Un settore sempre più aperto al codice libero è quello dei televisori e dei dispositivi di intrattenimento domestico. Le moderne “Smart TV” hanno bisogno, per gestire i loro servizi “intelligenti”, di sistemi totalmente diversi da quelli delle televisioni di qualche anno fa. LG, per esempio, permette di riprodurre sulle proprie TV i film, le canzoni e le foto conservati nei PC di casa utilizzando una rete interna e le tecnologie del software opensource Plex, mentre il sistema operativo dei televisori Samsung è basato su Linux, tanto che alcuni programmatori ne hanno creato un sostituto chiamato Samygo.

Usiamo software opensource anche se utilizziamo uno dei tanti box multimediali per visualizzare la cosiddetta IPTV, la televisione via connessione ADSL. Sia Cubovision, il prodotto di Telecom Italia basato su MeeGo, sia il Tiscali TvBox utilizzano tecnologie aperte.  Opensource sono anche la maggioranza dei software di gestione degli hard disk multimediali, gli apparati che, connessi a un televisore, permettono di riprodurre filmati, musica o foto conservati in hard disk interni.

Pinguini & Co. nell’auto. Necessità simili, avere un buon software già pronto all’uso da poter adattare a propri prodotti, hanno spinto Ford a dar vita al progetto OpenXC, una piattaforma composta da software basato su Android e hardware basato sul progetto italiano Arduino opensource che permette di leggere i dati dell’automobile e registrarli per poter essere utilizzati nell’auto stessa o in applicazioni per smartphone o PC.  Al momento è presente, per esempio, negli ultimi modelli di Ford Focus e Ford Fiesta, ma può essere adottato liberamente da qualsiasi altro produttore. Meego, il progetto da cui è nato Tizen descritto poco fa, è invece stato adottato da BMW per essere utilizzato nei navigatori delle sue automobili, mentre BMW e altri produttori sono consorziati nel consorzio Genivi nato per supportare l’adozione di software opensource nei sistemi di infotainment delle autovetture.

Se si entra in fabbrica. I settori più innovativi dell’informatica di consumo utilizzano software opensource e libero e ciò fanno anche le industrie più complesse, come quella aerospaziale o automobilistica. Ma opensource non è solo software o hardware. In una presentazione tenuta a una TED Conference lo scorso Giugno, Jay Bradner, un ricercatore dell’istituto di medicina di Harvard, ha descritto come il suo laboratorio è riuscito a produrre una molecola (la molecola JQ1) in grado di rallentare il processo di riproduzione di geni tumorali. Al momento dell’intuizione iniziale il team di Bradner ha coinvolto colleghi di tutto il mondo per cercare aiuto e al momento della scoperta, quando la molecola era pronta, al posto di tenerne segreta l’identità chimica, come farebbe una casa farmaceutica, l’ha pubblicata per permettere a tutti di utilizzarla. Bradner ha chiamato questo processo una “ricerca opensource sul cancro”. “La libertà di collaborare con gli altri è fondamentale per avere una buona società in cui vivere e questo per me è molto più importante di avere un software potente e affidabile”. A questo, forse, pensava Richard Stallman, padre del movimento del software libero, quando, in una conferenza, gli fu chiesto di chiarire il senso più profondo dell’opensource.

Firefox

Cooperare, senza che ciò diventi necessariamente un sistema tritatutto, socialmente omicida; anzi, lasciare che la cooperazione diventi un fattore di crescita collettivo, capace sì di generare profitto ma anche benessere, dove nessuno venga mangiato dagli squali dell’alta finanza: questo è forse l’ultimo sogno dei figli delle generazioni che dei ’60. Fondamentalmente, essi non sono lontani, ora, dal conquistare il mondo senza spargere sangue, senza essere diventati belve assetate di denaro, senza che venga schiacciata la nostra dignità, riservatezza, libertà. Anzi, la nostra Libertà: software libero, sempre, ovunque, sempre di più, è la loro arma cristallina, vincente, potente come l’energia riciclabile. Senza l’opensource, il mondo sarebbe assai simile a quello che paventava George Orwell.

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All’origine dell’umiliazione c’è la fame: non l’occasionale appetito, non il fuggevole desiderio, ma uno stato di mancanza permanente. Perciò ogni condizione di integrità, anche limitata, in quanto interrompe la fame e consente di guardare all’umiliazione con disprezzo, rappresenta per l’hacienda una minaccia contro cui va esercitata una sorveglianza costante. L’integrità deve essere intaccata a ogni costo: a questo scopo vengono messi in opera meccanismi instancabili che da un lato producono valore, dall’altro lo concentrano. Il valore viene generato mediante evocazione: tale è infatti la fantasmagoria pubblicitaria, la cui foschia lucente sfuma i contorni degli oggetti, nasconde la loro natura di manufatto seriale per trasformarli in apparizioni di perfezione, unici ed eterni. La concentrazione avviene in modo che grandi quantità di ciò che più è desiderabile vengano poste alla minor distanza possibile, dove siano prossime, pur restando intangibili.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.5

Piccole note sul software libero – parte prima

A questo punto interseca facilmente il nostro discorso un secondo articolo, sempre di Repubblica.it: l’intervista a Stefano Zacchiroli, leader di Debian, la distribuzione regina dei sistemi operativi Linux, quindi il top dell’opensource. Che esprime una visione politica del mondo che sfiora l’anarchismo illuminato.

A screenshot of Ubuntu 11.04 (Natty Narwhal).

A screenshot of Ubuntu 11.04 (Natty Narwhal). (Photo credit: Wikipedia)

Partiamo proprio da qui. In che senso un software può incidere sul nostro grado di libertà?
“Un software è libero quando l’utente ne ha il controllo totale. Che questo software giri su computer, tablet, telefono o televisione, poco importa. Libertà vuol dire poter usare il software senza limitazioni di scopi, poterlo copiare e soprattutto poter guardare come è stato fatto, ossia vederne il codice sorgente, e modificarlo. Ciascun programmatore sa decifrare il codice sorgente, mentre se ha solo il codice binario non può fare granché. Avere a disposizione il codice sorgente significa poter modificare il software e ridare al mondo, come un atto di collaborazione, le nuove modifiche”.

Proviamo a fare qualche esempio attinente alla vita quotidiana…
“Un esempio emblematico è quello del tostapane. Cinquant’anni fa uno “smanettone” era in grado di aggiustare un tostapane rotto adattandolo a un diverso impianto elettrico. Oggi, se prendiamo un tostapane su cui gira del software proprietario, non abbiamo più quella libertà. I software ci consentono di realizzare tantissime cose che prima erano impossibili. Trattandosi però di un concetto difficile, alla gente sfugge che di un software proprietario il consumatore non può fare nulla: è come avere un oggetto, ma possederne in realtà solo una piccola parte. Dal momento in cui la presenza del software negli oggetti quotidiani è destinata ad aumentare, non vedo perché i consumatori debbano rinunciare ad avere il controllo dei loro oggetti, e dunque alla loro libertà. L’obiettivo, al contrario, dovrebbe essere quello di estendere il controllo individuale a tutti i dispositivi che utilizziamo e che contengono del software. Ce ne sono un’infinità: dai computer ai telefonini, dalle macchine agli aerei, per arrivare ai pace-maker che abbiamo addosso e ai dispositivi ospedalieri che controllano la nostra vita”.

Sono parole e concetti forti. Sono prese di posizioni altamente costruttive, eppure votate alla più ampia libertà, all’autodeterminazione; alla volontà di non farsi soggiogare né dalle multinazionali né dai meccanismi che regolano le multinazionali. Stefano poi aggiunge:

A una persona non esperta può risultare difficile capire perché il free software sia ovunque, anche in sistemi/programmi tutt’altro che gratuiti. Ci spiega perché?

Google Chrome

Google Chrome (Photo credit: thms.nl)

“Chi crede nella filosofia del software libero, accetta che il software sia un bene comune: si lavora su un prodotto che, una volta pronto, è per tutti. Non si mettono restrizioni su chi può o meno usare un determinato software. A questo punto, ecco che tra gli utilizzi possibili rientra anche il “fare soldi”. Per questo il software libero è presente in tantissimi oggetti commerciali. Ci sono dei vincoli, come ad esempio l’impegno a condividere con gli altri eventuali modifiche, ma non c’è nulla di illegale. Di conseguenza, enormi sono gli interessi commerciali delle aziende che si basano sul nostro lavoro. Gli sponsor delle nostre conferenze sono Google, IBM, HP; l’azienda che sta dietro Ubuntu ha 500 dipendenti ed è una multinazionale. Il bello è che in buona parte queste grandi aziende si affidano al lavoro fatto da noi: mille prodi volontari”.

Dall’elenco mancava Apple, la nemica giurata dei sostenitori del free software.
“Dal mio punto di vista, il successo di Apple sta nell’aver trasformato i computer da strumenti su cui si producevano contenuti a macchine per consumare contenuti. A ciò bisogna aggiungere un’attenzione maniacale ai dettagli, che li ha portati a meritarsi il primato. Secondo me, però, stanno facendo un sacco di danni ai consumatori. Punto primo: non sappiamo cosa fanno i loro dispositivi. Per esempio, è stato scoperto che gli iPhone tracciavano gli spostamenti degli utenti, un fatto a mio avviso molto inquietante. Il secondo aspetto è legato ai DRM (Digital Right Management): ogni volta che compriamo delle canzoni su iTunes, non sappiamo se ce le avremo per sempre e non possiamo prestarle ai nostri amici. Quando compriamo un cd, invece, sappiamo che sarà nostro per sempre. Hanno trasformato il concetto di app store (che trae le sue origini dalle distribuzioni di una quindicina d’anni fa) in un dispositivo di censura: il software disponibile su un iPhone non lo decide l’utente, bensì deve aver passato il vaglio della Apple. Nel mondo Android, per lo meno, ci sono anche gli store non ufficiali”.

Oltre alla libertà, quali sono gli altri vantaggi del software libero rispetto a quello proprietario? Cosa intende chi parla di “superiorità” del free software?
“Da tempo si sa che il software libero non ha nulla di inferiore a quello proprietario, anzi. È bene non generalizzare perché ci sono software proprietari fatti benissimo e altri malissimo. Da anni sappiamo che, in termini di sicurezza, il software libero offre vantaggi inimmaginabili. Tutto è visibile, quindi anche se potenzialmente i “cattivi” (i cracker) possono trovare più facilmente delle falle, c’è anche molta più gente che può controllare e risolvere. Più in generale, un’azienda che fa business su software non libero ha interesse a nascondere i problemi di sicurezza perché sono cattiva pubblicità. Nel software libero, invece, tutto è già visibile e non c’è nessun interesse a nascondere”.

Continua

Jamie Todd Rubin è uno scrittore di fantascienza e blogger. Le sue storie sono apparse su diverse riviste specializzate, tra le quali Analog e Apex Magazine; scrive inoltre per la rubrica Wayward Time Traveler su SF Signal e fa parte della  Science Fiction and Fantasy Writers of America. Il suo nome ha iniziato a circolare in Italia solo di recente, grazie alla pubblicazione da parte della casa editrice 40k di In the cloud e If by reason of strenght, quest’ultimo tradotto anche in italiano con il titolo Se per ragioni di forza.

La protagonista di In the cloud è Manyara Chan, afflitta da una malattia degenerativa a una gamba, ormai in inevitabile recrudescenza soprattutto per gli effetti collaterali dovuti ai farmaci, motivo per il quale si vede costretta a migrare nella nuvola, ovvero ad effettuare una sorta di mind uploading, trasferire una copia del proprio io, della mente cosciente, in un corpo e in un mondo ricostruito digitalmente, una realtà cloud based.

Mani, tuttavia, a differenza della maggior parte delle persone, non è mai stata completamente convinta della schiettezza di questa operazione e proprio a pochi giorni dal suo passaggio, si profonde in un estremo tentativo di dimostrare che quell’apparente paradiso, quella panacea alla malattia e alla morte, non è ciò che sembra e che si è voluto far credere da anni e anni: la città dei Costruttori secondo Mani nasconde una falla o qualcosa di poco chiaro che persino i suoi architetti alieni potrebbero aver individuato e trascurato, anzi, forse proprio qualcosa da tenere intenzionalmente nascosto per scopi ben precisi, mistero che Mani è più che mai pronta a smascherare, grazie anche all’aiuto di due amici fidati.

A causa di una sosta imprevista nei pressi della luna Phobos, in una situazione cruciale che potrebbe farle rischiare la vita, Mani riesce a trovare alcune risposte, sfortunatamente ormai troppo tardi.

Una storia breve ma incisiva, corroborata da momenti di vera suspense e imperniata su interrogativi cardinali.

Rubin, difatti, mette in campo uno dei desideri atavici e più ambigui dell’uomo, quello dell’immortalità, che nel racconto si è attuata grazie alla possibilità di vivere al di fuori dei vincoli del corpo in una specie di mondo virtuale. Se così l’umanità è riuscita ad eludere morte e malattia, sono sottese le domande su quale sia allora il significato della morte e se la sua ineluttabilità non dia invece maggior senso alla vita stessa, sul significato profondo di cosa sarebbero l’uomo e l’esistenza in una sorta di eden artificiale, imperituro, immutabile e allo stesso tempo costruito e gestito da altri.

 Il libro ha una conclusione inattesa, un po’ agrodolce, che lascia aperti questi interrogativi, ai quali forse non cerca tanto di dare risposta, ma piuttosto di suscitarli e farci riflettere, come la buona fantascienza sa fare.

2035: il mondo intero è diventato un’unica Città, un “un oceano virtuale, una giungla digitale” dilaniata dal rumore. L’anno della Singolarità è trascorso, l’uomo si è altamente ibridato con la tecnologia.

È questo lo sfondo di A City To Make Me, cortometraggio progettato e diretto da Ryan Miller, che mette in scena un futuro distopico non troppo lontano e irreale, lacerato da conflitti sociali, divari economici, disoccupazione, gestito dietro le quinte dallo schiacciante potere di multinazionali delle telecomunicazioni e della tecnologia. Sarà il protagonista, David Phoenix, che tenta di sopravvivere a questa Città dispotica che tutto fagocita, ad avvertire il lato oscuro della nuova tecno-società: se la Rete a cui sono connessi i nostri innesti cerebrali è al contempo controllata da influenti oligarchie, i cui interessi sono soltanto economici e politici, chi governa davvero il cyberspazio e il pensiero, la coscienza umana, secondo il proprio vantaggio? Fino a che punto siamo influenzati o manovrati nel nostro agire? L’uomo ha ancora la possibilità di ribellarsi e resistere? Comprendendo il rischio che l’umanità sta correndo, David diventa un agente transumano in lotta per la rivoluzione e contro il controllo della mente e dell’informazione.

Realizzato grazie alla raccolta di fondi tramite Kickstarter e alla distribuzione su Vodo.net – strumenti che stanno permettendo a giovani e capaci artisti di trovare il denaro necessario per le proprie produzioni e canali di diffusione alternativi –, il corto sarà presto visibile in streaming sul web, nella speranza di attirare sufficiente attenzione per poterlo sviluppare in futuro in un lungometraggio maggiormente articolato e complesso.

Ryan Miller non è nuovo a queste iniziative, essendo da sempre fortemente interessato a produzioni impegnate, che sviscerano la conflittualità sociale e i rischi dei media e della tecnologia, per dare voce a una possibile nuova condizione umana protesa al futuro e al progresso, ma non a scapito della salvaguardia della dignità e della libertà degli esseri umani.

A City To Make Me si incentra su alcune idee cardine essenziali, come spiega lo stesso Miller.
In primo piano vi è la tecnologia e una profonda riflessione sul suo ruolo sociale e sui cambiamenti, positivi e negativi, che sta arrecando con sé − valutazioni che spesso rimangono trascurate o marginali, a causa del suo sviluppo a velocità esponenziale. In particolare, l’aspirazione alla perfetta fusione uomo-tecnologia, che darebbe vita a un essere umano superiore, nasconde parecchie insidie, non da ultimo il fatto che non tutti – forse molto pochi – avranno capitali sufficienti per poter accedere a risorse e mezzi necessari per tale cambiamento. La Singolarità e il transumano sarebbero tali, quindi, solamente per coloro che potranno permetterselo.
Questo produrrebbe divari sociali ancora più profondi di quelli odierni, che potrebbero convogliarsi verso una vera e propria guerra globale di classe – sulla scia di quanto già iniziato in questi anni in tutto il mondo, come dimostra la protesta del movimento Occupy.
Miller per primo sottolinea che una simile posizione non è affatto contro il progresso tecnologico, ma è un’esortazione a osservare i cambiamenti con la necessaria consapevolezza, senza cadere nelle trappole edulcorate tese in maniera subdola dal martellamento mediatico.
Il futuro prospettato dal cortometraggio mette in guardia anche verso un’umanità che viene assimilata e assorbita in una rete globale per gli impianti innestati cerebralmente: tale Rete tuttavia non è un luogo neutrale, ma il core business di chi ne detiene e gestisce gli interessi, che sfrutta la virtualizzazione della coscienza umana e dell’esperienza individuale riducendole a un mero fattore economico.
“Stiamo contribuendo a creare una cultura mercificata della coscienza?” si chiede il regista. “Chi ci guadagna davvero?”
Socialmente e culturalmente stiamo già diventando dei consumatori ipnotizzati da un eccessivo bombardamento visivo; le nostre vite mediate e uploadate nei sistemi virtuali e nei social network stanno divenendo nulla più che un paradigma del virtuale che aziende quotate in borsa impiegano e indirizzano per aumentare i propri profitti.

A City To Make Me è un film che mette in campo grandi idee, che cerca di mostrare come la marcia verso un futuro transumano possa essere la più grande sfida esistenziale, ma anche il più grande rischio, per l’umanità del XXI secolo.

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