Connettivismo


Come annunciato dall’autore e dall’editor sui rispettivi blog (HyperHouse False Percezioni) esce in questi giorni Olonomico, ultima fatica di Sandro Battisti, iniziatore del connettivismo, curatore di Next ed editor di HyperNext. Olonomico è un romanzo che riprende le complesse e imperscrutabili trame dell’Impero Connettivo. Per maggiori informazioni, rimando alla pagina ufficiale sul sito di CiEsse Edizioni, costantemente aggiornata. Qui di seguito riporto la quarta di copertina del libro, disponibile per la collana Silver curata da Luigi Milani sia in una elegantissima edizione cartacea che in e-book DRM free.

Nel cosiddetto Impero Connettivo – uno Stato modellato sull’esempio dell’Impero Romano, il cui dominio si estende sia sullo spazio sia nel tempo – l’imperatore Totka_II e il suo alto funzionario Sillax continuano a progettare espansioni territoriali e temporali. Le loro nuove mire si concentrano su un territorio dove i giovani Lycia e Storm interagiscono caoticamente con uno strano personaggio che si nasconde dietro movimenti apparentemente incomprensibili.

L’Impero, governato da una stirpe di alieni semieterni, causa prima dell’umanità e poi della postumanità, è davvero così florido? Che cosa accadrà, quando i percorsi di tutti i personaggi del romanzo s’incontreranno, e utilizzeranno tutti i continuum con cui verranno in comunicazione? Una splendida metropoli, asettica e algida li attende…

Sandro mi ha chiesto molto generosamente di contribuire a questa sua ultima uscita con una prefazione (che potete leggere sul mio blog), inclusa nell’edizione in distribuzione insieme a questa visionaria e scanzonata postfazione di Marco Milani:

23.09.2073

Base Luna Totka. Sala stampa 1 ‘Zoon’.

Saluto la platea, tutta, e altrettanto saluto i collegati, lunari, terrestri ed extra. Saluto anche i connessi al sistema, i primi eroici ‘Neoconnettivi’ postumani che sono riusciti a integrarsi in modalità definitiva.

Per chi non mi conoscesse mi presento: Marco Pykmil Milani, l’ultimo dei connettivisti. Del gruppo ‘The Origins’ erano tutti letterati in gamba ma senza ‘fisico’, ovvio che l’unico più zen li avrebbe lasciati indietro.

Non ridete?

Ah ok, non l’avete capita subito. L’antico umorismo terrestre non è immediato, tantomeno universale. Lei non l’ha capita? Sì, lei che si gratta… non so cosa con la chela.

Cosa dice? Cos’è l’umorismo?

Bella battuta Nexiano, lei è più sveglio di quel che sembra, mi stava fregando. Ma proseguiamo… Questa Galacti-Nextcon è particolare, diversa da tutte le altre, soprattutto siamo qui, in questa storica congiuntura, per inneggiare a un amico e al suo sopraggiunto successo, quando finalmente le idee innovate sono arrivate non solo ad essere comprese, anche applicate. Un connettivista della prima ora: Sandro Battisti, aka Zoon.

Siamo qui per invocare da ultimo a giustizia fatta, ovvero ‘Olonomico’ è in 3Dvideo. Un document-film colossal a vent’anni esatti dalla morte dell’autore, come da bastarda tradizione, a confermare postumo il ‘genio oscuro’ del Connettivismo e il suo avanguardistico pensiero. A sessant’anni dalla stesura del prototipo del libro Sacro, a chiudere un cerchio iniziato parecchio tempo fa, nello scorso millennio.

Ricordiamo le sue profetiche parole: “Lo sguardo è rivolto in alto, verso la notte, verso la volta stellata dell’avamposto siderale dove sono, un luogo galattico in questo continuum traslato di gradi olografici indefiniti, indefinibili, sconosciuti a qualsiasi computo postumano.”

L’evoluzione dell’impero connettivo parte da qui: dalle quanto-verità del Precursore Battisti, per il futuro del Rivelatore Battisti, verso l’Universo del Sognatore Battisti.

Lunga vita all’Impero.

Memoria eterna al suo fondatore, pixel quantici nell’eternità postumana.

Che c’è da ridere, Nexiano?

Nessuna battuta. Devo rivedermi sull’averla ritenuto sveglio, non fosse che quel che rimane di me è una versione virtuale, verrei a darle una strigliata come si deve.

Lunga vita all’Impero!

Memoria eterna al suo fondatore!

Per il profilo di Alan D. Altieri rimandiamo alla prima parte di questo mini-speciale.

Laureato al Politecnico di Milano in Ingegneria Meccanica, scrittore, nei primi anni ’80 ti sei avvicinato all’industria cinematografica americana. Vuoi dirci come si è compiuto il tuo incontro con il mondo della celluloide, e in che modo la tua attività di scrittore si lega – si concilia – a quella di scrittore per il cinema?
Quello che si sa di me è del tutto corretto. Dopo la laurea (1976) ho effettivamente lavorato per sei anni come ingegnere. Fino al grosso mutamento del 1983.
Il merito, se vogliamo dire così, del mio ingresso nel cinema americano va soprattutto al mio primo editore italiano, il grande Andrea Dall’Oglio. Nella primavera del 1983, fu lui a inviare a Dino De Laurentiis Città Oscura, il mio primo libro pubblicato (1981). Dino lo trovò interessante, mi chiamò a New York e mi fece “la classica offerta che non si può rifiutare”.
Al tempo stesso, sono sempre un ingegnere. È una disciplina che si basa sulla logica e che mi continua a fornire un enorme aiuto nella comprensione dei problemi e nella strutturazione delle storie.

In qualità di story editor, produttore esecutivo e senior staff editor per Dino De Laurentiis hai preso parte a progetti di indiscutibile prestigio quali Conan il DistruttoreL’Anno del DragoneAtto di Forza Velluto Blu, legati a nomi  eccellenti dell’industria americana (e spesso in contrasto con l’establishment hollywoodiano): Michael Cimino, Oliver Stone, Paul Verhoeven, David Lynch. Ti va di parlarci della tua esperienza e magari svelarci qualche succulento aneddoto?
La “descoverta de le Americhe” in generale e di “Hollywood” – virgolette d’obbligo, o anche “Hollyweird” – non è stato un processo né semplice, né facile, né indolore. Per me rimane comunque un’esperienza unica e fondamentale.
In questa sede dovrò necessariamente essere breve. Gli uomini di cui sopra sono tutti talenti straordinari, anche se nei modi più diversi e antitetici. Cimino è un perfezionista cartesiano, Stone un autentico regista d’assalto di enorme capacità evocativa, Verhoeven un fenomenale “meccanico” affascinato dalla “femmina” (non proprio archetipica) in tutte le sue forme, Lynch è un esploratore del lato oscuro. Da ognuno di loro ho imparato qualcosa che poi ho cercato di mettere in pratica nelle mie esperienze successive di scrittore. Aneddoti succulenti? Non basterebbe la Encyclopedia Britannica per elencarli tutti. Mi limiterò a riportare un corrosivo appunto anonimo che trovai affisso in una bacheca dei Churubuscos Studios, a Mexico City, durante la lavorazione di “Dune” e di “Conan il Distruttore”.
Le cinque fasi della realizzazione di un film:
1) pazzo entusiasmo;
2) totale disperazione;
3) ricerca del colpevole;
4) condanna dell’innocente;
5) ricompensa dell’incompetente.
Well, how about that now?

Dal 1994 sei membro della Writers’ Guild of America, e nelle vesti di sceneggiatore hai collaborato alla realizzazione di un numero di film di tutto rispetto. Qual è il lavoro di cui vai maggiormente fiero?
Il formato della sceneggiatura è uno straordinario strumento narrativo. È la ricerca di un equilibrio stabile tra analisi e sintesi, tra emotività (dei personaggi) e necessità visuali (del film stesso). Nei miei dieci anni di sceneggiatore a tempo pieno (1987/1997) ho scritto oltre quaranta tra sceneggiature, trattamenti e soggetti.  Quelli che – forse con una certa dose di presunzione – ritengo essere miei migliori lavori di sceneggiatura rimangono non realizzati. Al tempo stesso, Silent Trigger, il thriller del 1995 diretto da Russell Mulcahy (Highlander) e interpretato da Dolph Lundgren, rimane quanto di più vicino io abbia mai potuto sperare in una fedele trasposizione dalla parola scritta all’immagine.

Tornando alla tua attività di scrittore, che hai più volte dichiarato di aver privilegiato ultimamente, sei stato definito da Oreste Del Buono il padre fondatore dello “spaghetti tecno-thriller”. Ti riconosci in questa definizione o preferiresti evitare di essere inquadrato in un genere?
Al contrario, sono ben lieto, addirittura orgoglioso (parola forse ingombrante) di fare parte di questo genere in particolare. Il grande snobismo della narrativa italiana è la distinzione tra narrativa “di cultura” e tutto quello che resta. A mio parere, si tratta di una linea di confine assolutamente fasulla. La narrativa è narrativa, punto e basta. È raccontare storie con un principio, un centro e una fine. Storie di conflitti umani, interni ed esterni. Un giorno remoto forse qualcuno ci spiegherà per quale motivo lo Strega premia la cultura mentre il Bancarella premia la scrittura. Da parte mia, intendo rimanere un narratore.

In effetti se c’è una cosa di te che crea particolari difficoltà ai compilatori delle quarte di copertine è quella di ingabbiarti in un genere predefinito. Nei tuoi lavori la contaminazione tra i generi raggiunge livelli inusitati, toccando poliziesco, thriller, azione bellica, spionaggio e chi più ne ha… Ci sono stati dei modelli che ti hanno aiutato a delineare questo tuo stile inconfondibile?
Forse alla parola “inconfondibile” dovremmo sostituire l’espressione “ibrido estremo”. Ritengo che oggi, alba del XXI Secolo, con tutto quello che esiste alle nostre spalle – letterariamente e narrativamente parlando – sia molto difficile scrivere nell’ambito di generi “puri”. Il mio primo libro, il già menzionato Città Oscura era già un ibrido di thriller, hard-boiled e apocalittico. Quindici anni più tardi, Kondor è un ibrido di thriller, war-story e, nemmeno a dirlo, apocalittico. Penso che solamente il poliziotto molto hard-boiled di Corridore nella pioggia e il killer molto “alla John Woo” de L’uomo esterno siano i personaggi meno ibridi da me messi in campo. Sostanzialmente, l’ibrido estremo è e rimarrà una componente basilare delle mie storie.
Per contro, i modelli, certo. La mia icona assoluta rimane Raymond Chandler. È l’autore che ha ridefinito il concetto di “cavaliere con alcune macchie, nessuna paura e molti dubbi”. Quanto alla struttura e complessità delle storie, Frederick Forsyth prima maniera è uno degli autori che più mi hanno influenzato.

Sebbene spesso relegata a puro elemento di contorno, la fantascienza fa spesso capolino nelle tue opere, talvolta nella forma della fantapolitica o del thriller tecnologico. Cos’è che maggiormente ti affascina delle sue risorse, al punto da spingerti a farne un uso così ampio?
A tutti gli effetti, io “vengo” dalla fantascienza. Da ragazzino divoravo gli scaffali di Urania, Galaxy e Galassia a casa dei miei genitori. Per inciso, nei miei anni di Hollywood arrivai a prendere un’opzione e a scrivere una sceneggiatura del grandissimo Year of the Quiet Sun (L’Anno del Sole Quieto, candidato sia al Premio Hugo che al Premio Nebula) lo straordinario apologo sul time-travel di Wilson Tucker.
Oggi, ritengo che ci ritroviamo letteralmente immersi nella fantascienza. Dall’Internet al “tempo reale”, dalla banda larga a Echelon, dai laboratori virali Livello 4 all’ingegneria genetica. Tutto questo È fantascienza. Troppo spesso viene dato per scontato, non sufficientemente analizzato. Ecco perché in un modo o nell’altro, in una misura o nell’altra, la fantascienza entra e continuerà a entrare nel mio lavoro: il pianeta più alieno di tutti è la Terra.

Caso più unico che raro, la tua produzione si articola – salvo qualche eccezione – in almeno due grandi
 filoni coerenti: da una parte la produzione, diremmo, spionistica, dall’altra una saga cominciata con Città Oscura e proseguita attraverso Città di OmbreKondor, fino a Ultima Luce, inquadrati in una storia che dal nostro presente si spinge attraverso continui ribaltamenti di prospettiva e cambi d’epoca fino alla metà circa del secolo XXI. Personaggi e rimandi ad eventi ed organizzazioni si ripetono e mantengono solido il legame tra queste opere altrimenti caratterizzate da ambientazioni e perfino generi diversi. Puoi parlarci un po’ di questo progetto, che se ho ben capito dalle illazioni circolanti in Rete saresti addirittura propenso a proseguire nell’imminente futuro?

Hai centrato in pieno: i miei libri stanno entrando – alcuni più altri meno – a fare parte di un’unica “meta-struttura” narrativa. Fino ad adesso, solamente L’Occhio Sotterraneo – per la natura intrinseca del libro – ne e’ al di fuori.
La serie Sniper – che sto scrivendo per Mondadori Segretissimo e che viene riproposta dalla TEA – mi fornisce un’ottima piattaforma di riferimenti incrociati. In Sniper 2: L’Ultimo Muro (che apparirà in TEA il prossimo marzo 2005) appaiono niente meno che Wolf Hellstrom e Ivan Ratoff di Alla fine della notte. Appare anche un personaggio femminile, Dendra Yaegen, che in un futuro non troppo lontano potrebbe fare nuovamente parlare di sé.
Infine, ormai in molti dei miei libri, appare Ben Yurick, enigmatico pilota da guerra che presentai per la prima volta nel racconto Phoenix. Yurick uomo che proviene da un tempo “diverso” ma che continua a “tornare”, una sorta di testimone della follia distruttiva di tutto e di tutti.
Per cui, rispondendo apertamente alla domanda: sì, il progetto della “meta-struttura” narrativa è destinato a continuare.

Alcuni elementi della tua scrittura sono distintivi della tua penna (battute secche, stile scarno ed
essenziale, grande ritmo e personaggi sempre in bilico tra il bene e il male, verrebbe quasi da dire “tra il peggio e il meno peggio” se mi passi l’espressione). Altri invece sembrano mutuati da grandi scuole anglosassoni, come l’hard-boiled che si riscontra nella profusione di dettagli della tua scrittura iperrealistica e il cyberpunk delle città sovrappopolate del nostro futuro, degli onnipotenti conglomerati economico-commerciali (a proposito, la tua Gottschalk-Yutani Corporation mi sembra parente stretta della Weyland-Yutani Corporation, e qui torniamo al discorso della commistione tra cinema e letteratura), degli individui in lotta contro il sistema e della tecnologia invasiva. In che rapporti sei con l’influsso di questi movimenti?

Che mi occupi di gangster a Los Angeles o di Special Forces in Medio Oriente, le mie tematiche chiave non mutano:
1) il conflitto del singolo con un enorme potere, per definizione malefico;
2) il conflitto del singolo con il proprio “lato oscuro”.
La domanda che mi poni è valida e parte della risposta può essere trovata nella risposta precedente in cui parlo dell’ibrido estremo. Ritengo che la tematica definisca lo stile. Non escludo affatto di scrivere un thriller feroce nello stile sincopato e anfetaminico che richiami quello del prodigioso James Ellroy.
Quanto ai mega-conglomerati, ebbene sì: Gottschalk-Yutani Corp. È parente stretta della Weyland-Yutani Corp. Una sua antesignana? Forse. Non dimentichiamo che il nuovo crimine planetario è la famosa ma soprattutto famigerata globalizzazione.
Si costruiscono catene di industrie pesanti a sud del confine Stati Uniti/Messico (maquiladoras), nelle quali gli operai lavorano quattordici ore al giorno senza aria condizionata, senza assistenza sanitaria e senza copertura sindacale. E si fanno lavorare bambini pakistani sotto gli otto anni di età a costruire mattoni per sedici ore al giorno a cinquanta cent la settimana. Ah, le gioie del costo del lavoro zero…
Tutto questo è destinato a scoppiarci in faccia. È proprio “lo strano attrattore” della meccanica del caos a dirlo, e non entro nei dettagli della equazione logistica e dei limiti intrinseci dei sistemi a molte variabili complesse. Quindi è proprio là, nelle mega-corporazioni, soprattutto militari, che prosperano i “cattivi” delle mie storie. Da qui le ibridazioni cyberpunk e le atmosfere alla Blade Runner di Ultima Luce, quello che potrebbe essere il destino terminale delle megalopoli.

Sergio “Alan D.” Altieri è uno degli assi portanti dell’immaginario di genere in Italia. Per molti versi, il lavoro che ha svolto e continua a svolgere in ambito fantastico, poliziesco e spionistico (non solo come autore, ricordiamo che è anche traduttore e che ha rivestito per una lunga e memorabile stagione, dal 2006 al 2011, il ruolo di Editor del mass market Mondadori, lavorando a stretto contatto con Giuseppe Lippi per Urania e le sue sorelle Urania Collezione e la compianta Epix, e curando le altre collane da edicola made in Segrate, Il Giallo Mondadori, I Classici del Giallo, Segretissimo e Segretissimo-SAS, senza tralasciare l’importantissima esperienza borderline de Il Giallo Mondadori Presenta…), può essere accostato a quello di un ingombrante omonimo, punto di riferimento del western e non solo: l’immenso Sergio Leone. Non a caso Oreste Del Buono, oltre a definirlo “il più americano degli scrittori italiani”, coniò per lui l’appropriata definizione di spaghetti techno-thriller.

Alla prossima NextCon, inserita nella cornice della Italcon di Bellaria, sabato 26 maggio Altieri sarà ospite d’onore, avendo accettato l’invito del curatore della convention connettivista Sandro Battisti. Vogliamo cogliere l’occasione per riproporvi un’intervista ormai storica rilasciata da Altieri al defunto blog Uno Strano Attrattore (perduto, come “lacrime nella pioggia”, con la chiusura della piattaforma di Splinder) e parlare della sua opera, che da allora si è arricchita di importantissimi tasselli, non ultima l’ambiziosa e micidiale Trilogia di Magdeburg. Per consentire ai lettori una più facile fruizione di questo mini-dossier su Altieri, abbiamo pensato di dividerlo in due parti. Il post odierno è quindi dedicato a tracciare un profilo dell’autore e della sua opera, eclettica e variegata. Domani invece riproporremo la lunga intervista di cui sopra, che nel frattempo non ci sembra invecchiata di un solo minuto. (altro…)

In altri contesti (articolo riportato poi pari pari nella rubrica Zoom di NeXT 16) ho affrontato, più che altro in embrione perché solo in quel momento cominciavo a prendere confidenza con i concetti, il tema della tridimensionalità del nostro universo – nostro in quanto umani – che fa scaturire, una quantità notevole di volte, soltanto due possibilità di scelta.

Non è il caso e il luogo, questo, di riproporre il percorso cognitivo che mi ha portato a supporre vero il ragionamento, ma il concetto che mi sembra razionalmente giusto è pressappoco questo: il dominio del nostro organismo è attestato sulle tre dimensioni; noi siamo alti, larghi e profondi in una certa misura, e manipolare situazioni che possono far scaturire solo due possibilità (ovvero soluzioni bidimensionali) ci dà un notevole senso di potenza e di capacità. Aumentare di una dimensione (e quindi suggerire una terza soluzione, parametro) non fa altro che portarci sul limite delle  nostre possibilità.

Ragionamento proposto similmente dal matematico ungherese George Polya, ovvero che quanto più numerose sono le dimensioni in cui ci si muove e quindi le possibilità che ci si aprono davanti, tanto maggiore è la probabilità di perdersi e di conseguenza lasciarsi assalire dallo sconforto.

L’assunto quindi è: dobbiamo stare al di sotto del limite delle nostre potenzialità per essere capaci di cavarcela. Ed è questo un fatto, alla fine, naturale. Ricordiamoci di ciò quando saremo in prossimità del postumanismo, quando le dimensioni manipolabili saranno verosimilmente più di tre.

Il 12 novembre 2011 Wu Ming 1 ha inaugurato a Torino, quartiere Mirafiori Sud, il progetto I muri di Mirafiori, iniziativa costruita intorno al suo racconto Volodja, scritto ad hoc e dedicato alla memoria del grande poeta e rivoluzonario Vladimir Vladimirovič Majakovskij. Un racconto notevole, in cui la figura dell’artista si manifesta agli operai torinesi per incitarli alla resistenza, corredato peraltro di una straordinaria poesia modulata sulle frequenze empatiche del futurismo russo.

NeXT, che ha scelto il poeta russo tra le sue fonti di ispirazione e motivazione, ha pubblicato proprio sul suo primo numero regolare un omaggio alla sua memoria. Abbiamo pensato di riproporvelo con qualche modifica rispetto alla prima versione del 2005.

Uomini futuri!
Chi siete?
Eccomi qua,
tutto
dolore e lividi.
A voi io lascio in testamento il frutteto
della mia grande anima.

Sono morto a Mosca, nel tredicesimo anno della Rivoluzione Proletaria. Era un giorno di aprile del 1930. Ah, quanto parevano ormai lontani quei giorni gloriosi, quei giorni di immensa partecipazione collettiva che avevano incoronato la causa della libertà, quando in milioni, forti del nostro numero, da schiavi osammo alzare la testa e volgerci contro i padroni! Ah, che stagione gloriosa del genere umano raggiunse il suo culmine nell’Ottobre del ‘17! Il 14 aprile sembrava ormai trascorsa una vita, quasi l’universo si fosse consumato e spento lentamente e ora languisse in un’agonia entropica, schiacciato sotto il tallone di schiere di uomini artificiali.

Sono morto a Mosca, cittadino di uno stato che non era più il mio. Rodina! Avevo cantato il tuo passaporto, la tua bandiera nobilitata dai simboli del contadino e dell’operaio, la forza della coscienza rinnovata che avrebbe scosso le fondamenta del mondo. Avevo cantato la tua gloria, i tuoi milioni di eroi! Ma l’animo degli uomini è volubile, l’incostanza è una certezza e la mediocrità sempre in agguato. Dopo che i parassiti divorarono le carni del nostro sogno comune, rendendo il tuo corpo – che era stato florido e accogliente – un ammasso di putrida materia in dissoluzione, una seconda ondata di parassiti prese di mira le tue membra inerti. Ero stato tra i tuoi figli più illustri, di certo il più entusiasta e irrequieto: quando le armate della dissoluzione presero d’assalto il Palazzo e misero il Partito sotto chiave nelle sue stanze, fu naturale che il mio nome finisse nell’elenco degli indesiderati. Non ero provvisto dell’apparecchio di dotazione ministeriale per il conio di alcune locuzioni.

Sono morto a Mosca, culla del sogno di uguaglianza e libertà: l’azzurro della primavera fu il sudario che l’occhio amorevole dell’universo predispose per me. Col pensiero, adesso, torno spesso ai giorni trascorsi in giro per il nostro enorme Paese, insieme ai compagni. Avevamo il mondo ai nostri piedi e il futuro era un orizzonte remoto da esplorare. Ripenso alla luna che pende piena nell’aria sopra la Prospettiva Nevskij, come il meraviglioso cucchiaio d’argento di Dio. Ripenso a mia madre e a Ol’ga; Ljudmila, ricordo ancora quando tornasti da Mosca: mi portasti in regalo dalla città un libro di poesie e una copia usata del Capitale. Ripenso al Compagno Lenin, al suo nome tradito, alla nostra bandiera infangata. Ripenso al miraggio del LEF, a Osip Brik. Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria! Le 3000 finestre per la ROSTA, la stanzetta-barchetta in piazza Serov. Ripenso anche a Lilja, certo, al suo sguardo distaccato, e una tristezza sconfinata mi assale. Poi rivedo la mia blusa gialla da bellimbusto adorna di fiori, i denti curati per lei, le ore trascorse con Osip, e allora sorrido.

Sono morto a Mosca, che il mio sogno era già morto e sepolto da tempo. Un colpo di pistola al cuore ha spento pure il mio sguardo arrogante, e con esso l’ormai flebile candela della vita. Un colpo ha schiantato la mia insopportabile quotidianità. Ma voi, non trovate curioso che il culto dei miei versi ripudiati sprezzati infangati sia sopravvissuto alla dissipazione del poeta?

Come suol dirsi: “l’incidente è chiuso”.
Io e la vita siamo pari.
Inutile fare l’elenco
        delle offese,
        dei dolori,
        dei torti reciproci.
Voi che restate siate felici.

Sono stato un comunista e un poeta e mi sono battuto per la Rivoluzione. Sono stato soprattutto, in quanto tale, debitore dell’universo. E voi, uomini futuri, tenete almeno conto delle mie spese di trasporto: la poesia è un lungo viaggio verso l’ignoto. Vi basta? Magari starete storcendo le labbra in un ghigno sardonico, con gran disprezzo per la materia. Ma voi: potreste mai

suonare un notturno
        su un flauto di grondaie?

Speciale PKD (1 di 3): Il mondo che Dick creò
Speciale PKD (2 di 3): Il sogno del simulacro

4. “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare…” L’opera di Dick ha ormai saputo imporsi al di fuori del genere come una vera e propria icona della nostra epoca. Visioni di un futuro tormentato, oppressivo, soffocante, in cui niente è ciò che sembra e dietro ogni angolo di visuale forse si nasconde il preludio a una realtà “altra”, collocata su un piano di percezione parallelo o sfalsato rispetto alla nostra consuetudine. Questa minaccia della simulazione, della finzione, dell’artificiale, del doppio e del “falso”, è stata sviscerata nel suo lavoro sotto tutte le prospettive possibili: mondi che non sono quello che sembrano (Ubik), dottrine spirituali ispirate da costrutti sintetici (La Trilogia di Valis), demiurghi nascosti sotto le mentite spoglie di viaggiatori spaziali (Le tre stimmate di Palmer Eldritch), falsi ricordi (il racconto Possiamo ricordare per te alla base del film Atto di forza), false realtà (L’uomo dei giochi a premio), realtà storiche che sono tutt’altro da quello che crediamo (il Terzo Reich che vince la Seconda Guerra Mondiale in una ucronia messa in discussione solo da un libro di fantascienza dal titolo criptico, La cavallettà più non si alzerà, ne L’uomo nell’alto castello), replicanti in tutto e per tutto identici agli esseri umani (I simulacri, il racconto “Modello Due” che ha ispirato il film Screamers di Christian Duguay, il più celebre Cacciatore di androidi). Ma anche persone che non sono ciò che sembrano (Un oscuro scrutare, il racconto “Impostore”, anch’esso portato sugli schermi, da Gary Felder), realtà insidiate dal potere psichico di potentissime droghe (Illusione di potere, Scorrete lacrime, disse il poliziotto) o robot che si sostituiscono agli esseri umani, come nel racconto “Formica Elettrica” che racchiude, allo stato embrionale, lo spunto di Matrix.
Solo “storie di omini verdi”, come soleva schermirsi Dick. A svelare quanto radicate nella realtà fossero le paranoie dickiane, ci hanno pensato i ricercatori del FedEx Institute of Technology di Memphis, supportati dall’Hanson Robotics e dall’Automation and Robotics Research Institute (ARRI) dell’Università del Texas di Arlington. Il loro team congiunto ha infatti messo a punto un robot in tutto e per tutto simile a un essere umano. E non deve essere stata una scelta casuale, se alla fine i ricercatori hanno dato alla loro creatura le fattezze di Philip K. Dick. Il robot è stato realizzato impiegando le più sofisticate tecnologie robotiche in termini di espressività e motori di intelligenza artificiale per il linguaggio.
Androidi come questo” riportava fino a qualche tempo fa il sito ufficiale dell’Università di Memphis (e dovete fidarvi, perché il mio link non risulta più attivo), “possono essere usati in un vasto campo di applicazioni, che va dall’intrattenimento fino all’educazione. Il robot riproduce Dick tanto nell’aspetto quanto nell’intelletto, grazie a una personalità ricostruita dallo stato dell’arte dell’intelligenza artificiale. La pelle di sintesi messa a punto dall’Hanson Robotics permette di creare espressioni estremamente realistiche, che vanno dalla gioia alla paura, allo stupore. Le telecamere impiantate negli occhi consentono al robot di registrare i volti delle persone e riconoscerli. I dati della visione sono fusi insieme con meccanismi di riconoscimento dei segnali vocali e software di sintesi del linguaggio. Il sincronismo tra queste procedure e l’espressività facciale rende il robot un sistema emulativo completo.
I ricercatori del FedEx Institute, riconosciuti internazionalmente per il loro lavoro nel campo della sintesi del linguaggio, hanno sviluppato il software che permette al robot di sentire, capire e rispondere alle domande nel corso di una conversazione con un interlocutore umano. L’Hanson Robotics ha invece messo a disposizione la sua esperienza nei campi dell’ingegneria meccanica e delle strutture polimeriche. L’ARRI ha fornito la propria consulenza in ingegneria dei sistemi robotici. I progettisti hanno lavorato in stretto contatto con Paul Williams, amico intimo ed esecutore letterario di Philip Dick, che dalla morte dell’autore ad oggi ha custodito i suoi 91 faldoni di appunti inediti, per giocare questo scherzo beffardo alla memoria del grande autore.
Il robot ha fatto il suo debutto sulle scene al NextFest della rivista Wired, tenutosi a Chicago nel giugno 2005, presentato in una ricostruzione del suo appartamento del 1970 in cui il pubblico ha potuto entrare e interagire con esso, in un macabro gioco di emulazione della realtà. In seguito l’androide Philip K. Dick è stato trasferito al FedEx Institute, dove il 6 luglio 2005 è stato organizzato un incontro a porte aperte con il pubblico. Forse qualcuno si è azzardato a interrogare il simulacro quasi fosse un oracolo, ponendogli la domanda che ormai da quasi quarant’anni perseguita i numerosi fan del maestro: “gli androidi sognano ancora pecore elettriche?” Se lo ha fatto, è riuscito anche ad evitare che la risposta trapelasse sui media.
Per chiudere il cerchio, l’androide di Dick ha partecipato alla presentazione dell’adattamento cinematografico di A Scanner Darkly, al Comic Con di San Diego. Poi, nel Febbraio 2006, durante un trasferimento aereo la sua testa è andata perduta. Uno scherzo beffardo del destino, se si pensa che ancora adesso, a sei anni dallo smarrimento, la testa del simulacro di un autore visionario e paranoico è ancora in giro per il paese, ipotesi molto più inquietante della prospettiva banale di un imballaggio dimenticato in un deposito aeroportuale. Comunque lo scorso anno la Hanson Robotics ha annunciato di aver ultimato una copia del pezzo mancante, per cui il robot ha infine ritrovato una testa.
L’attualità del pensiero e delle intuizioni di Dick è comunque viva ancora oggi più che mai, come dimostra il successo di pellicole come lo straordinario Inception di Christopher Nolan e l’annuncio da parte di Ridley Scott di voler riprendere e infondere nuova linfa al mondo di Blade Runner. Staremo a vedere cosa succederà. Continuando a leggere Dick, forse non il più grande autore di fantascienza (come molti pseudo-critici ignari del genere vorrebbero farlo passare), ma di sicuro tra i più visionari intellettuali emersi dalle sue nutrite schiere di autori, lucido anticipatore del nostro presente.

Riferimenti bibliografici

Si consiglia ovviamente di recuperare (almeno) i titoli di Philip K. Dick citati. Per gli aneddoti sulla sua vita e per gli spunti di riflessione sono debitore nei confronti dei seguenti autori:

Vittorio Curtoni, L’ambiguità al potere, introduzione a Philip K. Dick, Il mondo che Jones creò, Classici Urania n. 118
Vittorio Curtoni, Philip K. Dick nel moratorium, Delos Science Fiction 61
Philip K. Dick, Se vi pare che questo mondo sia brutto, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Joe Protagoras è vivo, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Marco Giovannini, Un replicante di nome Philip K. Dick, in Almanacco della Fantascienza 1997, Sergio Bonelli Editore
Giuseppe Lippi, Illusioni, introduzione a Philip K. Dick, Illusione di potere, Classici Urania n. 270
Giuseppe Lippi, Philip K. Dick: Ritratto dell’autore, in Philip K. Dick, Il sognatore d’armi, Urania n. 1326
Carlo Pagetti, Un’ossessione amorosa nell’America dei simulacri, introduzione a Philip K. Dick, Abramo Lincoln Androide, Fanucci Editore
Carlo Pagetti, Uomini e androidi, introduzione a Philip K. Dick, Blade Runner – Il cacciatore di androidi, Editrice Nord
Paul M. Sammon, Blade Runner – Storia di un mito, Fanucci Editore

Risorse in rete

www.philipkdick.com Il sito ufficiale su Philip K. Dick, ricco di materiale sull’autore californiano.

Uno dei progetti che sta attraversando trasversalmente il Connettivismo, in questo periodo di evoluzione del Movimento, muove verso le mappe culturali del cosiddetto mainstream; ovvero dei prodotti culturali fruiti dalla moltitudine nazionale e internazionale, spesso assai poco interessata ai fenomeni di nicchia, o di avanguardia, in cui noi connettivisti abbiamo sempre trovato l’humus necessario affinché le nostre idee nascano, e prosperino, in modo così florido da costituire – questa è la nostra speranza – fonte di nutrimento per noi stessi e le generazioni di sperimentatori future.

In quest’esplorazione del mainstream sappiamo di avere molti autori come punti fermi, fari nella notte in grado di illuminarci sul chi siamo e su cosa possiamo essere nel tessuto del reale; il nostro intento è, ora, cercare di operare una trasformazione alchemica del reale, una mutazione che sia di portata epocale e in grado di aprire scenari nuovi, assimilabili nel futuro. Tra questi autori è bene ricordare un paio di nomi, tanto per dare delle coordinate non esaustive ma, comunque, valide: Ballard e Murakami.

Accanto a loro, mostri sacri della letteratura capaci di far filtrare strisce inquietanti di universi distopici nelle trame del nostro presente, mi piace citare (cito anche io, non sono certo stato il primo a scoprirlo) un nome italiano che indaga con la certosina attenzione di chi sa su quale strada ci stiamo incamminando: Lara Manni. Su Carmilla sta pubblicando da qualche tempo recensioni come questa, dove analizza nello specifico l’influenza delle tradizioni, delle fiabe, sul presente culturale. Lara nel suo articolo parte, appunto, da una fiaba russa – assai simile, come inizio, a Pinocchio – in cui si sublima il desiderio di maternità e paternità di una coppia, che ha fornito lo spunto per il romanzo di esordio di Eowyn Ivey, La bambina di neve, che traspone la storia nel gelo dell’Alaska. Scrive Lara Manni:

L’innesto della fiaba classica in un romanzo contemporaneo, infatti, è una tendenza che interessa non pochi scrittori, fino a diventare – ineluttabilmente – filone editoriale emergente negli Stati Uniti. Qualche tempo fa, Editrice Nord ha pubblicato una raccolta di racconti di Andrzej Sapkovski dal titolo Il guardiano degli innocenti, che è stata salutata con favore dai lettori di fantastico italiani più per il riferimento al videogioco che ne è stato tratto che per la derivazione fiabesca. Il protagonista, Geralt di Rivia, è un Witcher, uno strigo che combatte mostri in una serie di quest replicabili all’infinito. Lo strigo vince sempre, ha un suo codice etico, sufficiente cinismo, molto orgoglio, abbastanza carnalità da intrattenersi con fanciulle di passaggio. E soprattutto agisce all’interno di fiabe e miti: c’è la rivisitazione al nero di Biancaneve, si accenna alla fuga di Cenerentola dal ballo, Raperonzolo diviene l’emblema di un culto femminile proibito.

Ecco, il compito dei personaggi del fantastico cambia connotati, in questo periodo storico, perdendo un po’ delle caratteristiche canonizzate del genere, ovvero lo stacco dal reale per farci volare, portarci in una capsula astrusa dove il reale appare un continuum lontano, irraggiungibile; la tendenza di adesso tende, invece, a cercare di tenersi ben più saldi su quello che abbiamo attorno, lo stacco di fantasia non va più in orbita ma sembra in grado di contaminare il nostro mondo tattile, operando un’invasione che è ben più reale e fattibile, e ciò è per certi versi un metodo ancor più rivoluzionario del vecchio modo di intendere il genere: è il colare dell’universo fantastico su ogni poro del reale.

È un po’ come investire di nuova missione gli autori del nostro genere preferito: non più fuga ma incursione sul mondo in cui tutti si muovono. Stiamo accendendo continuamente lumini lungo un sentiero che pensavamo non fosse il nostro; ci stiamo accorgendo di essere in tanti a farlo, davvero pronti a fare qualcosa di nuovo, soltanto vivendo l’usuale.

Speciale PKD (1 di 3): Il mondo che Dick creò

3. “Putrìo, putrìo!” disse il piccolo Manfred Steiner. Come rilevato da importanti commentatori, l’opera di Dick costituisce un corpus unico nella letteratura americana della seconda metà del Novecento (cfr. C. Pagetti, Uomini e androidi). L’affermazione è comprovata dall’ormai inquantificabile numero delle influenze, più o meno dirette, esercitate dall’autore californiano su altri protagonisti del panorama culturale: non solo i cyberpunk, che non hanno mai nascosto la loro ammirazione per lui (soprattutto con gli elementi più scalmanati del gruppo, Rudy Rucker e John Shirley su tutti), ma anche tra i loro precursori (i citati Jeter e Powers, che furono frequentatori dell’autore nei suoi ultimi anni) e tra gli avant-pop Dick può vantare agguerriti ammiratori, come Jonathan Lethem e Steve Erickson. La sua influenza è inoltre riscontrabile in Greg Egan, Michael Marshall Smith e Richard K. Morgan, tra i nomi di maggior interesse emersi dalla fantascienza di questi ultimi anni. E se Banana Yoshimoto, acclamata scrittrice nipponica, arriva a citarlo direttamente nelle sue opere (Amrita), in ambito cinematografico Andrew Niccol (Gattaca, The Truman Show, S1m0ne, In time), Alex Proyas (Il Corvo, Dark City), David Cronenberg (eXistenZ), David Lynch (Strade Perdute, Mulholland Drive), Richard Linklater (Waking Life, A Scanner Darkly), Richard Kelly (autore del piccolo cult Donnie Darko e di Southland Tales), Darren Aronofsky (Pi – Il teorema del delirio), Michel Gondry (Se mi lasci ti cancello), Terry Gilliam (BrazilL’esercito delle 12 scimmie) e i fratelli Andy e Larry Wachowsky (artefici del fenomeno Matrix, che molto deve alle ossessioni dickiane) hanno in qualche modo continuato sul grande schermo un discorso intrapreso da Dick, con le sue folgorazioni e intuizioni purtroppo stroncate dall’improvvisa scomparsa. Anche nel mondo delle graphic novel Dick può vantare sostenitori irriducibili, come ad esempio gli autori culto Alan Moore (V for Vendetta), Enki Bilal (Il sonno del mostro, 32 dicembre), Warren Ellis (TransmetropolitanGlobal Frequency), Grant Morrison (The Filth). E il suo influsso non si esaurisce certo qui, vista la profonda affinità, di temi e di approccio, che lo lega a doppio filo con un altro grande della letteratura contemporanea (il più grande, secondo alcuni): Thomas Pynchon.
La letteratura di Dick si nutre in primo luogo di ambiguità (cfr. V. Curtoni, L’ambiguità al potere): i confini del suo mondo sono labili e sfumati, come quelli della percezione. Qualcuno dei suoi personaggi non si arrende allo scacco e anzi si sforza di sfruttare questa consapevolezza per piegare il mondo al proprio potere, come il sinistro Bertold Goltz, leader dell’organizzazione neo-nazista dei Figli di Giobbe che ne I Simulacri progetta di tornare indietro nel tempo per salvare addirittura lo spietato gerarca Hermann Goering; qualcun altro, invece, accetta la verità con fatalistica rassegnazione, come il cacciatore di androidi Rick Deckard o il semivivo Joe Chip di Ubik. Su questa distinzione si fonda la classificazione definitiva del genere umano, operata da Dick sull’impulso della sua notoria attitudine all’ideazione di nuovi sistemi sociali: gli uomini di potere e i loro sottoposti. Ma se pure la lotta si consuma tra loro, la realtà non fa distinzioni di classe e il destino sa prendersi gioco di tutti, senza preferenze. È proprio a questo punto, sul campo sgombrato dai minacciosi rivali, che emergono sulla scena gli ultimi, i diseredati, tenuti ai margini del flusso decisionale tanto dai custodi del segreto (che Dick chiama con il termine tedesco Geheimnisträger), quanto dagli esecutori di ordini (i Befehlträger): individui talmente in basso nella scala sociale da non essere ritenuti nemmeno idonei a mettere in atto un comando. Il demiurgo dell’universo narrativo dickiano è una semidivinità capricciosa e inaffidabile, per questo la sua simpatia (come d’altronde quella del lettore e quella dell’autore stesso) va a questi individui: Manfred Steiner (Noi Marziani), Plautus Kongrosian (I Simulacri), John R. Isidore (Cacciatore di androidi). Sono gli umili, i deboli, i mutanti, i subnormali, i diversi. Solo a loro Dick riserva la misericordia del riscatto, in virtù della loro semplicità e innocenza, del loro essere “candidi”.
La salvezza e il futuro sono nelle loro mani, non in quelle dei capitani d’industria, dei leader politici, dei superuomini. Al contempo una crudele ironia e una grande fortuna.

3.1 L’eco del sogno. L’ambiguità genera tutta la gamma cromatica dello spettro narrativo di Philip K. Dick. L’indistinguibilità tra umano e artificiale può allora traslare verso la confusione tra il reale e la simulazione. Praticamente tutti i romanzi di Dick si confrontano con questo tema: qual è la realtà? Cosa è reale?
Ogni libro di Dick ha una componente ludica che rende necessaria, in qualche modo, la partecipazione del lettore per sbrogliare la matassa della narrazione. In questo senso, come è possibile farlo per Pynchon, potremmo paragonare i romanzi di Dick a dei prototipi di elaboratore quantistico: nelle sue pagine diversi piani di realtà scivolano gli uni sugli altri, come gli strati in movimento di un fluido ideale, compenetrandosi e degenerando gli uni negli altri. L’immagine viene resa con una soluzione efficace dalle facoltà dei precog di Ubik e dal JJ-180 di Illusione di potere (una droga neurotropa potentissima, chiamata anche frohedadrina, “dal tedesco Froh, gioia, e dalla radice greca hed, che indica il piacere”): entrambe mostrano il futuro come una coesistenza di possibili linee evolutive caratterizzate da diversi livelli di probabilità. Sta al soggetto interessato fare la propria scelta, provocando la riduzione dello stato ad un unico futuro possibile.
Lo stesso accade nei romanzi di Dick. La sovrapposizione dura fino allo scioglimento, quando lo stato del sistema collassa per effetto della riduzione, e davanti al lettore si presenta finalmente la risposta. In un parallelo metafisico che Dick forse avrebbe gradito, potremmo dire che è allora che la verità viene rivelata. E agli occhi del lettore si presenta lo stesso scenario che attanaglia le visioni e gli incubi del piccolo Manfred, lo stesso panorama che si mostra ai “prigionieri” del Labirinto di morte (A Maze of Death, 1970), quasi un preludio alla successiva svolta mistica di Dick, la stessa landa di desolazione piegata al kipple, “un quadro di decadimento e assoluta, eterna distruzione”. La realtà vera sa essere ben peggiore di quella percepita dai nostri sensi, come c’insegna proprio Labirinto di morte, uno dei più cupi e angosciosi apologhi dickiani sulla fallacia delle percezioni, dove la simulazione di un mondo alieno, incomprensibile e soffocante, maschera la triste verità di un irrevocabile ergastolo gravitazionale.

3.2 Giro turistico per le stanze del moratorium. Nella sua breve ma intensissima carriera come scrittore di robaccia fantascientifica, Philip K. Dick è riuscito a parlare di temi tristemente attuali e a inserirsi con autorevolezza in una discussione filosofica che procede da secoli, senza mai far mancare al lettore il gusto di una trama coinvolgente ed elettrizzante. I colpi di scena e l’azione, spesso ispirati da un senso dell’umorismo irriverente se non proprio dissacratorio, celano una lucida discussione sul senso più profondo della condizione umana. I suoi androidi, i simulacri, i mutanti provvisti di facoltà straordinarie (telepatici, paracinetici, precognitivi), i subnormali che affollano le sue pagine, incarnano tutti una metafora, attori di una trasposizione teatrale della tragedia del vivere.
Il discorso di Dick è stato trasversale alle più disparate discipline del pensiero. Parlando della natura della realtà attraverso la discussione della nostra purezza percettiva, Dick approda a un discorso più ampio sulla possibilità del trascendente e del divino; discutendo la fallacia delle nostre percezioni, si è fatto testimone del fenomeno della tossicodipendenza, evolvendo le proprie posizioni rispetto alla droga dal liberale sperimentatore degli esordi alla definitiva, aspra disapprovazione delle conseguenze distruttive della sua assunzione e del suo possibile utilizzo come forma di controllo sociale; e qui ecco un nuovo salto, verso la disamina feroce del potere e dei suoi meccanismi di perpetuazione (l’iterazione infinita di modelli, imprigionati nella forma elettronica dei simulacri di capi di stato ormai morti), che conduce invariabilmente a sentenze di condanna senza appello, a prescindere dal segno o dal colore ideologico usato come specchio per le allodole. Ma il Dick più amato, almeno a giudicare da quell’autentico fenomeno di culto in cui si è trasformato Blade Runner negli anni (è bene ricordare che alla sua uscita il film si attirò critiche severe e si rivelò un fiasco commerciale), è quello che anticipa il dibattito etico di pressante attualità sui confini tra la vita biologica e la vita artificiale, sulle possibilità di discriminazione che sono concesse agli uomini per decidere dove finisca l’una e cominci l’altra, sui rapporti di sfruttamento ed emulazione tra i creatori e le creature.
Non deve essere un caso se per lungo tempo Dick ha considerato proprio Do Androids Dream of Electric Sheep? come la sua opera più riuscita. Anche perché, da amante delle anatre e delle pecore, sentiva il libro particolarmente vicino alle sue posizioni, per il modo in cui affrontava un tema a lui particolarmente caro come “il rapporto dell’uomo con gli animali”.

Il 2 marzo 1982 Philip K. Dick moriva per le conseguenze di un collasso cardiaco a soli cinquantatré anni. La sua vita, segnata dalle difficoltà economiche, dalle delusioni artistiche e da uno stato quasi costante di paranoia, è emblematica per molti versi della vita dello scrittore di fantascienza. Per ironia della sorte, i problemi incontrati nel farsi considerare dalla critica si sono dileguati con la scomparsa dell’autore. Pochi altri scrittori hanno conosciuto il suo successo postumo: dapprima grazie al forte, persistente radicamento di Blade Runner nel nostro immaginario, poi  con la stagione ininterrotta della trasposizione cinematografica dei suoi lavori, in cui le major hollywoodiane sembrano aver scoperto un’inesauribile miniera d’oro, e infine con l’inclusione nella prestigiosa Library of America.

Noi di HyperNext abbiamo deciso di ricordarlo a modo nostro, ripercorrendone la vita, le opere… e l’eterno ciclo della resurrezione artificiale. A partire da oggi e per tre settimane, ogni venerdì proporrò una parte del mio articolo Philip K. Dick Androide: il sogno del replicante, originariamente apparso sull’Iterazione 04 di NeXT, nel 2006, e rivisitato per l’occasione.

1. Un grande scrittore del XXI secolo. Fanta-filosofo dell’era quantistica”, così il profeta dell’LSD e della contestazione Timothy Leary ha osato definire Dick. Sentendolo, probabilmente Dick sarebbe esploso in una risata, lui che in vita pubblicò 35 romanzi e 120 racconti senza raggiungere mai la fatidica soglia delle centomila copie vendute. C’era sì lo zoccolo duro dei lettori innamorati del suo mondo narrativo, adepti di un culto esoterico di cui Dick era sacerdote e messia, ma le frange più conservatrici del genere la sua opera non la consideravano nemmeno come prodotto di fantascienza. Afflitto da ciò, Dick arrivò ad annotare su un taccuino queste parole, esplicative del suo pensiero sull’argomento: “scrivere fantascienza è un atto di autodistruzione”.
Il destino, anche con lui, ha trovato il modo per essere beffardo: si è dovuta attendere la sua morte per assistere alla sua riscoperta. Oggi, grazie anche al successo di pellicole come Blade Runner (Ridley Scott, 1982; seguito dieci anni dopo dal Director’s Cut, più cupo e vicino alla sensibilità dickiana), Atto di forza (Total Recall, Paul Verhoeven, 1990) e Minority Report (Steven Spielberg, 2002), Dick è un autore che con le sue ristampe vende milioni di copie, assurto da protagonista di un culto un po’ marginale e guru della sottocultura degli anni ’70 a idolo della critica e del grande pubblico. È tempo di sdoganamenti, dopotutto, e ormai si direbbe che non sia rimasto più nessuno che non abbia letto qualcosa di lui (più che di suo). La sua atipicità, degenerata in autentica unicità, veniva vista da noi ancora negli anni Novanta come un ostacolo alla sua comprensione e fortuna. Pregiudizi degli addetti ai lavori, verrebbe da dire, viste come sono andate poi le cose…

2. Il mondo che Dick creò. Il 16 dicembre 1928, a Chicago, i bambini di Dorothy Kindred Dick nacquero prematuri di sei settimane. Il 26 gennaio Jane morì. La colpa della sua morte fu attribuita alla madre, che più volte si rifiutò di cercare un adeguato aiuto medico, sottovalutando la gravità delle condizioni della neonata. Phil, invece, sopravvisse. La difficoltà nei suoi rapporti familiari ha forse le sue radici in questo dramma, fatto sta che Dick avrebbe dipinto sempre sua madre come una donna fredda e una figura distante. La piccola Jane fu sepolta in Colorado, in una tomba preparata con due targhette. La prima recava la classica scritta: “Jane K. Dick, 1928-1929”. La seconda era la placca destinata a suo fratello e ancora incompleta: “Philip K. Dick, 1928- ”. Quello spazio vuoto dopo il trattino, insieme all’idea colpevolizzante di essere sopravvissuto alla gemella, avrebbe ossessionato Dick per il resto della vita. A un certo punto, Dick sarebbe addirittura giunto a dichiarare di aver mantenuto sempre, per tutta la durata della sua esistenza, un legame spirituale con Jane.
Approdato in California nel 1930, in seguito al divorzio dei genitori arrivò a Washington DC due anni più tardi insieme alla madre. Nel 1940 fece ritorno a Berkeley, e da allora la sua vita si sarebbe snodata fino alla fine nel Golden State.
A partire dai 14 anni e per i successivi trenta, Dick fu in analisi presso tutta una schiera di psichiatri, delle scuole di pensiero più disparate; inizialmente per curare la sua agorafobia, poi per tutta una serie di altri disturbi psicologici. Solitario, schivo e introspettivo, rivelò fin da bambino una certa problematicità nei rapporti umani. Odiava lo sport, soffriva di ansia e tachicardia, dubitava degli altri e di se stesso. Negli anni giovanili di Berkeley, la culla della controcultura americana e della contestazione, Dick si avvicinò al movimento studentesco e si oppose con una certa passione all’intervento militare in Corea. Per essersi rifiutato di ottemperare agli obblighi di leva, fu costretto a interrompere gli studi. Per sopravvivere sperimentò allora tutta una serie di lavoretti: da disc-jockey esperto di musica classica in una radio di San Mateo a commesso in un negozio di dischi. Tuttavia non interruppe mai i suoi studi: appassionato di letteratura, storia e filosofia, s’impegnò a fondo da autodidatta frenetico, curioso ed entusiasta. Si sposò per la prima volta poco più che ventenne con la prima ragazza della sua vita, Janet Marlin: una sorta di ricompensa, narrano alcuni biografi, per aver ricevuto finalmente la tanto sospirata prova di non essere omosessuale. Non sarebbe durata a lungo.

2.1 I ruggenti anni Cinquanta. Nel 1950 Dick divorziò e si risposò con Kleo Apostolides, una militante comunista di origini greche. Fu proprio in quegli anni, mentre Richard Nixon saliva al soglio della vicepresidenza per Eisenhower, dopo essersi messo in (pessima) luce come zelante membro della Commissione di repressione delle attività antiamericane, che Dick tentò per la prima volta la via della scrittura. Alla fantascienza Dick si avvicinò presto, ma prima di cominciare a scriverne dovettero passare diversi anni: la folgorazione giunse dopo aver seguito un corso di Anthony Boucher, stimato autore e critico di rilievo degli anni Quaranta e Cinquanta.
La fantascienza dell’epoca non aveva perso ancora i suoi connotati più ingenui. In quegli anni Heinlein, Asimov e Clarke andavano a guadagnarsi il ruolo di stelle riconosciute nel firmamento della Golden Age e sarebbero presto emersi i nomi di Leiber, Bester, Bradbury, Sheckley, Kornbluth e Pohl, Brown e Matheson, ma l’immagine del genere restava legata a poco plausibili avventure di eroi imbattibili sullo sfondo esotico di improbabili scenari alieni. Appassionato lettore di H.P. Lovecraft e Alfred E. van Vogt, Philip K. Dick preparò la sua personale risposta chiudendosi in casa, ascoltando musica classica, leggendo con metodo e ossessione e scrivendo compulsivamente a macchina. Si stima che tra il ’51 e il ’55 portò a termine quattro romanzi e sessantadue racconti: per reggere il ritmo, si rivolse all’ausilio chimico delle amfetamine. Ne assumeva in quantità massicce e se questa mossa lo ripagò all’inizio con un’enorme prolificità, avrebbe avuto alla lunga gravi conseguenze per la sua salute, contribuendo inoltre a minare la stabilità della sua personalità. Eppure Dick considerò sempre l’assunzione delle droghe come una risposta pragmatica ai problemi che lo affliggevano: senza, non sarebbe arrivato a scrivere le sessanta pagine al giorno che in certi periodi segnavano il ritmo della sua produzione.
Soprattutto nei primi anni Cinquanta, la produzione di storie brevi fu intensissima. Il primo racconto, l’ormai mitico “Ora tocca al wub”, lo vendette nel 1954 proprio alla rivista di cui Boucher era caporedattore, Planet Stories. Del periodo sono anche piccoli gioielli come “Impostore” e “Modello due” (1953), “Squadra riparazioni” e “La cosa-padre” (1954), “Autofac” e “Foster, sei morto!” (1955), “Rapporto di minoranza” (1956). Il primo romanzo gli fu pubblicato nel 1955: si trattava de Il disco di fiamma (conosciuto anche come Lotteria dello spazio, Solar Lottery). La sua produzione fu fin dagli esordi tematicamente variegata, come se Dick volesse dire la sua in tutti i mercati disponibili per il genere, parlando alle sue diverse anime, al punto che lo stesso Boucher giunse a definirlo “un abile trasformista”. Le sue letture (Camus, Kafka, Pound, Joyce) ebbero in quegli anni un grande influsso sulla sua crescita letteraria: in tutte le opere di questo primo periodo è possibile individuare istanze tipiche dell’esistenzialismo, reinterpretate alla luce della personale sensibilità dickiana. Così, alle domande classiche sul senso della vita e il ruolo dell’uomo nel mondo, nella storia e nella società, Dick finì per aggiungere un altro importante interrogativo: “ma noi siamo davvero chi crediamo di essere?”. Questo tema diventerà uno dei pilastri portanti della sua opera, sviscerato sotto ogni possibile aspetto.
Anche la politica rivestì un ruolo di particolare importanza nella sua crescita artistica, tanto che Dick indisse una vera e propria crociata contro Richard Nixon, già braccio destro del famigerato senatore McCarthy. “Tricky Dick”, Dick il vizioso come veniva soprannominato il senatore repubblicano, assumeva agli occhi di PKD i tratti del potenziale dittatore reazionario, del nemico terribile, dell’incarnazione del male assoluto. E la sua ombra aleggia su molte figure letterarie di oppressori politici, a partire dalla figura marginale di Ernest T. Saunders, “il blando, semplice candidato dell’estremistico Partito Nazionalista” che diventa Presidente del Governo Federale nell’acerbo ma importante Il mondo che Jones creò (The World Jones Made, 1954).
D’altro canto l’incertezza della realtà, la paranoia, il rischio della manipolazione si fondono in una vocazione apocalittica sincera e ispirata, come dimostra il primo capolavoro dato alle stampe da Dick: L’uomo dei giochi a premio (noto anche come Tempo fuori luogo o Tempo fuor di sesto, Time Out of Joint, 1959), che nel 1998 avrebbe ispirato il regista Peter Weir, lo sceneggiatore Andrew Niccol e l’istrionico Jim Carrey per il sorprendente The Truman Show.

2.2 La stagione della contestazione. In cerca di tranquillità dopo i frenetici anni di Berkeley, Dick si trasferì a Point Reyes Station, nella contea di Marin, cinquanta chilometri a nord di San Francisco. Le sue opere cominciarono a rispecchiare i travagliati rapporti familiari con la sua terza moglie, Anne Williams Rubenstein. Vedova del poeta Rubenstein, Anne era una donna colta e dalla forte volontà, già madre di tre bambine quando sposò Dick nel 1958. Colto da improvvisa passione, lo scrittore aveva lasciato d’impulso Kleo e si era legato in matrimonio con Anne. Da lei ebbe la sua prima figlia, Laura Archer. Ma il loro rapporto era tanto stimolante quanto frustrante: se da un lato Anne spinse Philip Dick a esplorare strade diverse dai sentieri a lui familiari della fantascienza, la risposta negativa degli editori alle sue ambizioni mainstream furono per lui un colpo insostenibile. Nella sua paranoia, Dick si convinse progressivamente che la moglie avesse già assassinato il suo primo marito e ora si accingesse a fare lo stesso con lui. Così si separò da lei per trasferirsi a San Francisco sul finire di un anno, come vedremo, cruciale: il 1964.
Dal 1962 in poi Dick riuscì a dedicarsi all’attività di scrittore a tempo pieno. Da classico freelance writer, Dick produceva con un ritmo intensissimo. Specialmente negli anni Sessanta, come dimostra la sua bibliografia: non più racconti (la cui produzione si dirada drasticamente), ma romanzi, a partire da  La Svastica sul Sole (noto anche come L’uomo nell’alto castello, The Man in the High Castle, 1962), che guadagnò all’autore il suo unico premio Hugo; seguirono nello stesso periodo I giocatori di Titano (The Game-Players of Titan, 1963), I simulacri (The Simulacra, 1964), La penultima verità (The Penultimate Truth, 1964), Noi marziani (Martian Time-Slip, 1964), Follia per sette clan (Clans of the Alphane Moon, 1964), Le tre stimmate di Palmer Eldritch (The Three Stigmata of Palmer Eldritch, 1965), Cronache del dopobomba (Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb, 1965), Illusione di potere (Now Wait for Last Year, 1966), Mr. Lars, sognatore d’armi (The Zap, 1967), Il cacciatore di androidi (noto anche come Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968), Ubik (1969).
Sono solo i titoli più rappresentativi di quel periodo, che dal 1962 al 1966 vide Dick impegnato sulla stesura di ben diciotto romanzi. Stupisce ancora oggi la capacità di sfornare, nel breve volgere di una manciata d’anni, una simile mole di capolavori, che raggiunse l’apice nel 1964, con la pubblicazione de I simulacri, La penultima verità, Noi marziani e Follia per sette clan e la composizione di Mr. Lars, sognatore d’armi, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Utopia, andata e ritorno (The Unteleported Man, pubblicato nel 1966) e Deus Irae (in collaborazione con Roger Zelazny, pubblicato poi nel 1976). Se c’è una prima data da segnare nella permanenza terrestre di Dick è proprio questa: l’autore stesso non mancherà di rilevare le straordinarie intuizioni che presero forma nelle sue opere di quegli anni, meravigliato dalla matrice gnostica che solo molti anni più tardi avrebbe abbracciato con convinzione.
La vita, però, sa essere crudele: malgrado gli sforzi (e, a ragion veduta, verrebbe da dire “malgrado anche i risultati”), l’attività di scrittore non gli regalò mai la tranquillità economica. Dick continuò a scrivere e a scrivere, giungendo nei periodi più duri a nutrirsi degli scarti della macellazione destinati ai cani, imparando a sostenere gli sguardi mortificanti del macellaio che naturalmente “aveva capito”. In quegli anni si susseguirono avvenimenti che lo segnarono nel profondo: la morte di Boucher e la successiva ma ravvicinata scomparsa del vescovo episcopaliano James A. Pike, per lungo tempo suo interlocutore in materia di fede e religione. L’abuso di amfetamine cominciò a manifestare segni deleteri con danni rilevanti alla sua salute, e una serie di esaurimenti nervosi sempre peggiori lo costrinsero a ripetuti soggiorni ospedalieri. Dopo la separazione da Anne, Dick non rimase solo a lungo. Nel 1966 si sposò per la quarta volta, con Nancy Hackett. Nel 1967 ebbero Isolde; nel 1968 Dick fu colpito da un attacco quasi mortale di pancreatite; nel 1970 divorziò di nuovo.
In seguito all’abbandono di Nancy, Dick sprofondò in uno stato di cupa disperazione. Mentre i suoi libri venivano abbracciati dalla controcultura americana, Dick aderiva alla Nuova Sinistra, ma evidentemente l’impegno non bastava a colmare quel baratro interiore originatosi da un semplice spazio bianco. La disgregazione del suo mondo andava avanti, aggredendo un pezzo dopo l’altro, strappando sempre nuovi spazi alla sua dimensione vitale. Nel tentativo di rimuovere questi dispiaceri, Dick s’incamminò lungo una discesa ripida, scandita dai sempre più frequenti viaggi allucinogeni e dall’abuso costante di alcol.

2.3 La penultima verità. Sulla scia di queste premesse, i Settanta non si aprirono nel modo migliore. Il 17 novembre 1971, la sua casa e i suoi archivi (custoditi in una cassaforte ignifuga da 350 Kg) andarono distrutti, forse per una bomba; Dick rimase sconvolto dall’episodio, ma la cosa che desta maggiore interesse nella vicenda è il fatto che la sua lista dei sospetti comprendesse il suo stesso nome. L’FBI aveva preso a sorvegliarlo, sottoponendolo al regime di restrizioni e soprusi che il Dipartimento di Stato infliggeva agli intellettuali progressisti. Sotto la presidenza di Nixon, Dick visse probabilmente il suo periodo più tormentato. Giunse anche a trasferirsi per qualche tempo a Vancouver, in Canada, ma per via del consumo di psicofarmaci e delle ristrettezze economiche, l’esperienza fu l’ennesimo fallimento. Per uscire dalla tossicodipendenza, allora, si decise finalmente a rivolgersi a una comunità di riabilitazione.
Nel 1972 riprese a scrivere e uscì Abramo Lincoln, Androide (scritto una decina d’anni prima, emblematico il titolo originale: We can build you). Due anni dopo fu la volta di un altro capolavoro: Scorrete lacrime, disse il poliziotto (Flow My Tears, the Policeman Said, 1974), libro meraviglioso e struggente che riprende in maniera innovativa i temi dell’ambiguità delle percezioni e del potere della droga, trasponendoli in un panorama urbano segnato da violenti conflitti e invaso dai media che anticipa cupamente il nostro mondo. È anche interessante notare come un elemento (anche se marginale) della trama è la morbosa relazione che lega un investigatore alla sua intraprendente gemella. La funzione giocata da questo libro nell’evoluzione dell’autore è evidente, segnando l’inizio di un processo che potremmo definire catartico, attraverso il quale Dick si sarebbe proposto di espiare attraverso la carta gli errori del vivere, affrontando di petto i propri blocchi emotivi.
A liberarlo da un altro carico dei suoi personalissimi tormenti giunse provvidenziale nel 1974 il caso Watergate, per altro anticipato con sorprendente lucidità proprio in uno dei romanzi di maggior rilievo di quel fatidico 1964: I Simulacri.
Una lettera Xerox ricevuta nel marzo dello stesso anno fu all’origine di un’esperienza mistica in cui Dick si convinse di aver assistito alla caduta del velo di Maya, alla rivelazione finale del Regno di Dio in Terra. La vista di Cristo e del suo corpo martoriato lo sconvolsero profondamente, com’è testimoniato dai numerosi frammenti di ipotesi e spiegazioni da lui formulate nei suoi appunti. Il 1974 è quindi la seconda data cruciale nel percorso terreno di Dick: lo scandalo Watergate, il completamento di Scorrete lacrime, disse il poliziotto che fu subito nominato per i tre premi più importanti del settore (Hugo, Nebula, Locus), la rivelazione mistica e, per concludere, l’incontro con il mondo del cinema. Fu proprio nell’agosto di quell’anno che il regista francese Jean-Pierre Gorin, già collaboratore di Jean-Luc Godard, gli commissionò una sceneggiatura basata su Ubik. All’epoca Dick viveva già a Santa Ana, sobborgo di Los Angeles in cui rimase fino alla fine dei suoi giorni, e il regista si recò personalmente a fargli visita. Le sue intenzioni erano delle più serie e convinte. Una simile congiuntura favorevole fornì forse l’illusione (se non la sicurezza del preludio) di un definitivo riscatto. Dick si gettò nell’impresa con entusiasmo neofita e in tre settimane portò a termine la bozza, anticipando di due mesi il termine della consegna. Il progetto poi naufragò a causa delle cattive condizioni di salute del regista, ma Dick ricevette immediatamente una nuova offerta: la Jaffe Associates gli proponeva l’acquisto di un’opzione sul romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? e lui la concesse.
Fu probabilmente quello il periodo più gratificante della sua vita, accanto alla quinta moglie (Tessa Busby, sposata nel 1973, da cui ebbe nello stesso anno l’ultimo figlio, l’unico maschio, Chris) e agli amici K.W. Jeter e Tim Powers, scrittori emergenti incontrati nel 1972. Le visioni cominciarono a farsi sempre più frequenti e Dick, per un certo periodo, credette di sperimentare contemporaneamente due piani di vita: uno aveva per sfondo la Roma imperiale del 70 d.C., l’altro era la California moderna. Una sovrapposizione temporale che a sua detta si protrasse per settimane. Ma le sue esperienze di distacco dal mondo reale sarebbero terminate solo il 17 novembre del 1980, esattamente nove anni dopo la distruzione dei suoi archivi. La mente plasma la realtà?

2.4 La vita al tempo di VALIS. Negli ultimi anni della sua vita, Dick giunse a liberarsi dall’ossessione delle droghe, di cui fornì un ritratto disincantato e finanche crudele nel cruciale Scrutare nel buio (A Scanner Darkly, 1977), dedicandosi in prima persona a combatterne la diffusione, specie tra i giovani. Ex ateo convinto, si convertì alla Chiesa episcopale, gli apparve una luce rosa e cominciò ad ascoltare criptici bollettini informativi da un satellite artificiale: quello che lui chiamò VALIS, Vast Active Living Intelligence System, un’entità dai caratteri semidivini mossa da ambigue finalità. Se non si convinse di essere il nuovo messia, era sicuro di avere almeno una linea privata con il quartier generale di Dio.
Scrisse sull’argomento delle sue rivelazioni un diario di milioni di parole, i cui frammenti compongono il testo più esoterico e personale della sua opera: L’Esegesi, una sorta di diario notturno disseminato di riflessioni rancorose, forzature teoriche e derive ora mistiche ora malinconiche, capace comunque di toccare nei suoi punti migliori vette di lucido pensiero. Le questioni metafisiche, religiose e teologiche sono al centro anche dei romanzi di quest’ultimo periodo (Valis, Divina Invasione e La trasmigrazione di Timothy Archer, ovvero VALIS, The Divine Invasion e The Transmigration of Timothy Archer), riuniti nella cosiddetta Trilogia di Valis (1982).
Sul finire dei Settanta Dick tornò a occuparsi di cinema. L’opzione della Jaffe portò a una prima sceneggiatura. Tuttavia, anche per via di un approccio poco ortodosso alla materia, lo script che Robert Jaffe derivò da Do Androids Dream of Electric Sheep? stravolgeva il tema dell’opera e riuscì a suscitare solo le ire dell’autore. Dick s’incontrò personalmente con Jaffe ed ebbe modo di discutere con lui i miglioramenti da apportare, ma poi fino alla fine del ’77 non si mosse più niente. Finché l’opzione cadde e fu rilevata da Hampton Fancher, con l’intercessione di Brian Kelly. Dick ne sarebbe rimasto all’oscuro fino al 1980.
Quando la produzione del film era ormai avviata, giunse finalmente in possesso di una riscrittura della sceneggiatura dello stesso Fancher e la condannò pubblicamente. Allora i produttori si decisero a coinvolgerlo marginalmente nella lavorazione, lasciandolo comunque estraneo alla realizzazione dell’adattamento. La riscrittura decisiva fu opera di David Peoples che mise in atto i numerosi suggerimenti di Ridley Scott, modificando la sceneggiatura di Fancher e gettando le basi concrete per Blade Runner. Dick lesse il copione nel febbraio del 1981 rimanendo molto colpito dal lavoro di Peoples, che meritò così al progetto la benedizione dell’autore. Le sue impressioni positive furono confermate dalla visione di alcune sequenze finite, nel dicembre di quello stesso anno. La proiezione di questi spezzoni è documentata da una preziosa foto in cui Dick appare sorridente al fianco di un Ridley Scott soddisfatto. È questa l’ultima immagine che ci resta di lui, il simulacro di un uomo finalmente sereno.

Dick non poté mai vedere l’opera completa. Morì di colpo apoplettico quattro mesi più tardi, all’età di cinquantatre anni, il 2 marzo del 1982, lasciando tre figli, quasi cinquanta romanzi tra editi e inediti e un’agguerrita schiera di ammiratori da ambo le parti dell’Oceano Atlantico.

Le nostre riflessioni connettiviste hanno un habitat, generalmente, ristretto all’ambiente del Movimento: i pensieri e le teorie che sono alla base delle intuizioni che espletiamo, con frequenza asincrona e non con la stessa prolificità tra i diversi membri del collettivo, hanno spesso esistenza esclusivamente all’interno del nostro circolo; auspicabile sarebbe riuscire a esportare questi filamenti di idee verso il mondo che ci permea, la cosiddetta realtà. Esportarli significa renderli fondanti, destabilizzanti per certi versi perché così diverrebbero in grado di cambiare la realtà e renderla nuova, non dico connettivista ma, almeno, con al suo interno elementi di discontinuità dal presente, una sorta di terreno culturale su cui le nuove generazioni possano trovare elementi di fecondità. Qualcosa per cui loro potranno – si spera – sentirsi nuovi rispetto al nostro mondo, pensiero, vita, memi.

Ecco perché è importante che i connettivisti escano dalla loro culla e si collochino, tanto per cominciare, nell’alveo della cultura cosiddetta mainstream. Iniettare idee nel tessuto forse moribondo del nostro tempo, ispirare la consapevolezza del mutamento, instillare quella visionarietà postumana che potrà cambiare la nostra civiltà e interpretarla secondo declinazioni di equità ed empatia, è forse il lascito che potrà testimoniare maggiormente la nostra vitalità il giorno che noi non saremo più. Dal lato intellettuale, intendo: il giorno in cui le nostre idee non avranno più nessun connotato di novità.

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