Anne McCaffrey

Ci sono mondi che una volta spento l’e-reader (o dopo aver chiuso il libro, come si diceva una volta) rimangono talmente impressi da far percepire una velata nostalgia verso una realtà altra che è riuscita a coinvolgere in maniera assoluta, a trasportare davvero altrove.
Una scrittrice capace di tale incantesimo è Anne McCaffrey, purtroppo mancata alla fine dello scorso anno e considerata una delle maggiori scrittrici di fantascienza: nel corso dei suoi 46 anni di carriera ha vinto il Premio Hugo e il Premio Nebula, il suo The White Dragon è stato uno dei primi romanzi di fantascienza ad entrare nella classifica dei bestseller del New York Times, le è stato conferito il titolo di Grand Master of Science Fiction nel 2005 e il suo nome è stato iscritto nella Science Fiction Hall of Fame nel 2006.
A livello internazionale sono state innumerevoli le testimonianze di stima e cordoglio e gli articoli commemorativi al momento della scomparsa, sia da parte di scrittori, editori, giornalisti, che di amici e fan. Pressoché sconosciuta e dimenticata in Italia, quasi nessuno l’ha rammentata se non con formali e sintetici trafiletti di circostanza.
Per questo motivo, ci tenevo a ricordarla almeno con una nota bio-bibliografica, sperando che solletichi in qualcuno il desiderio di avventurarsi nelle sue storie.

Anne Inez McCaffrey nacque nel Massachusetts il 1° aprile 1926; suo padre era un colonnello dell’esercito in pensione e sua madre era agente immobiliare. Nonostante i numerosi trasferimenti della famiglia in stati diversi, la giovane Anne si laureò brillantemente in Lingue e letterature slave, e in seguito provò ad impiegarsi nel teatro, sia come attrice che regista, e studiò canto per nove anni, passioni che si rifletteranno in maniera ricorrente in molti dei suoi romanzi.
Pur avendo iniziato a scrivere fin dai giorni della scuola, le sue prime storie pubblicate sono state Freedom of the Race, relativa a donne incinta di creature aliene, su Science-Fiction Plus nel 1953, e The Lady in the Tower su The Magazine of Fantasy and Science Fiction nel 1959; prove forse ancora un po’ acerbe ma che rivelano tanto le sue potenzialità narrative che la passione per il fantastico, il fantascientifico in particolare, e alcune tematiche peculiari della sua produzione.
Grazie anche al sostegno dei suoi editori e della sua agente, Virginia Kidd, si dedicò sempre più sistematicamente alla scrittura.

Ad inizio anni Sessanta iniziò a lavorare ai cinque racconti, stesi tra il ’61 e il ’69, che compongono The Ship Who Sang, la cui prima edizione originale è del 1969.

Il vero successo che cominciò a farla conoscere tra lettori e addetti ai lavori del mondo della fiction giunse nel 1967, allorché il suo Weyr Search fu pubblicato sulla rivista Analog Science Fiction and Fact, allora diretta da John W. Campbell, racconto grazie al quale vinse nel 1968 il Premio Hugo, prima scrittrice donna a ricevere questo prestigioso premio. Sulla medesima rivista, tra dicembre ’67 e gennaio ’68, fu pubblicata la novella successiva, Dragonrider, che valse all’autrice nel 1969 un altro autorevole riconoscimento, il Premio Nebula.
Benché nati come esperienze a sé, esortata dal suo editore a dare un seguito di maggior respiro alla storia, questi due racconti costituirono la prima parte di Dragonflight, romanzo pubblicato nel 1968 che costituisce il primo libro della sua saga più celebre, The Dragonriders of Pern, che consta di decine tra romanzi e racconti, i più recenti scritti insieme al figlio Todd.

Già nel 1967, tuttavia, era apparso il suo primo romanzo di fantascienza, Restoree, storia di una giovane rapita da alieni che si nutrono di cane umana.
Nel 1969 uscì Decision at Doona, primo di una trilogia completata soltanto negli anni Novanta insieme a Jody Lynn Nye, in cui per la prima volta viene nominata la Federation of Sentient Planets, scenografia e idea che torneranno e verranno citate in tante sue opere fantascientifiche, in riferimento all’organizzazione politico-sociale che si sarebbero dati nel futuro pianeti appartenenti anche a universi differenti.

Poco dopo il divorzio, nel 1970 Anne si trasferì in Irlanda e dovette affrontare alcuni anni difficili dal punto di vista personale, familiare ed economico – per problemi finanziari fu costretta a cambiare spesso casa e città e ad attingere a fondi di beneficenza –, situazione che pesò anche sulla scrittura, che attraversò una fase di stallo.
Dopo essere riuscita a concludere e a far uscire entro il 1971 Dragonquest, soltanto nel 1978 vide la luce The White Dragon, entrambi appartenenti alla saga di Pern.
The White Dragon fu il romanzo che definitivamente la consacrò al successo, vendendo da subito un cospicuo numero di copie ed entrando a quasi dieci anni di distanza nella classifica della rivista Locus dei 33 migliori romanzi fantastici.

Grazie alla notorietà acquisita, le venne richiesto di comporre qualcosa anche per il mercato degli young adult: nacquero così le prime storie che confluirono in The Crystal Singer, primo della trilogia di The Crystal Universe, e i tre romanzi della cosiddetta The Masterharper of Pern, sempre ambientata nel mondo omonimo e che inaugurò la fattiva collaborazione con la casa editrice Atheneum Books.

Gli introiti provenienti dalle ultime pubblicazioni le permisero di acquistare la sua Dragonhold, una tenuta nella contea di Wicklow così chiamata in onore dei suoi amati draghi che le diedero la possibilità di coronare tale sogno, ove visse da allora dedicandosi principalmente alla scrittura e all’allevamento di cavalli, rispondendo alle numerose lettere dei fan e degli amici, partecipando a convention e presentazioni.
Raccogliendo e rielaborando racconti già scritti, dedicandosi a narrazioni nuove da sola o insieme ad altri autori e al figlio Todd, da allora la McCaffrey proseguì a raccontare storie legate al ciclo di Pern e a scrivere altre saghe e libri − ad esempio, per citarne una minima parte, la serie di Ireta, i due cicli che compongono The Talents Universe, che ruota attorno a individui che hanno sviluppato capacità telepatiche e telecinetiche destinati a divenire parte integrante del sistema di connessione di una società interstellare, la saga di Acorna scritta principalmente con Elizabeth Ann Scarborough.

Anne McCaffrey è mancata il 21 novembre 2011 all’età di 85 anni.

Seconda parte

Apprendere nuove nozioni e abilità come i personaggi di Matrix, tramite un computer collegato direttamente ai centri neurali: quello che nella trilogia dei fratelli Wachowski era una trovata fantascientifica, secondo gli scienziati dell’Università di Boston e della giapponese ATR Computational Neuroscience Laboratories potrebbe diventare un giorno realtà.
Il metodo già utilizzato dai ricercatori di Berkeley, che grazie alla risonanza magnetica funzionale (fMRI) sarebbero in grado di estrarre i sogni dalla mente delle persone, è stato adattato dal team nippo-americano per generare modelli e schemi specifici tali da imprimere competenze tramite un apprendimento automatico percettivo-visivo.

Per quanto accattivante l’idea di poter imparare qualunque cosa si desideri solo collegandosi brevemente a un computer – brama di onniscienza di faustiana memoria! − credo sia una possibilità da esaminare in maniera più attenta.

Questa nuova tecnologia permetterebbe il trasferimento di un enorme flusso di nozioni, sotto forma di informazioni standardizzate nel nostro cervello. Informazioni, appunto, concetto ben distinto dalla conoscenza: le prime sono dati di fatto assoluti, neutrali (a meno che non manipolati intenzionalmente), mentre la seconda è l’assimilazione critica del sapere, che permette di rendere vivi i suddetti dati, interconnetterli tra loro e con l’esperienza personale, proporre soluzioni originali – sia che si tratti di conoscenze intellettuali o pratiche – e diventare cultura.
Un mero travaso di nozioni ci farebbe ripetere uno schema prefissato da altri, un comportamento codificato, che non sapremmo riconoscere se valido, fallibile, né soprattutto modificare e arricchire con le nostre peculiari facoltà e punti di vista. Un approccio rischioso, poiché condurrebbe a considerare attendibile indiscriminatamente qualunque paradigma teorico o pratico ci venisse proposto o, addirittura, a innestarsi modelli e concetti predeterminati da altri, anche con dubbie finalità quali la manipolazione intenzionale del pensiero e dell’agire.
Il fattore discriminante può essere la capacità di giudizio critico, che purtroppo negli ultimi anni sta scemando progressivamente.
Paradossalmente, si è andata riducendo proprio quando più necessaria: oggi, grazie a Internet e tutti gli altri media, siamo infatti sommersi da una mole di informazioni potenzialmente illimitate senza avere un metodo adeguato di ricerca, di selezione e approccio; troppe persone considerano sommariamente affidabile il primo risultato di una sola ricerca approssimativa oppure quanto riferito dal personaggio famoso del momento.
Questa non è cultura, è degenerazione di un preciso metodo di analisi delle fonti, è il sopravvento di uno sterile nozionismo, del consumo utilitaristico o sensazionalistico dell’informazione.
La perdita del senso critico è causata anche dall’imporsi del dominio televisivo, di cui è stato ampiamente denunciato sia il potere persuasivo nel determinare gusti ed opinioni, sia il suo potenziale ipnotico, dovuto a una ricezione passiva da parte dello spettatore indotta da una falsa partecipazione, che farebbe drasticamente abbassare la capacità di reazione e il sistema di vigilanza. Argomenti ben sviscerati negli studi di Umberto Eco e di diversi psicologi − che non tendono affatto a condannare la televisione in sé oppure i media visivi, anzi, cercano di metterne in luce le contraddizioni valorizzandone la controparte comunicativa ed espressiva.

Al contrario, la cultura è in grado significativamente di cambiare e migliorare l’uomo.
Molto interessanti, per esempio, gli studi di alcuni psicologi della Washington University in relazione alla lettura: nei lettori il cervello tesse in una sorta di simulazione mentale le situazioni incontrate in quanto stanno leggendo, ricercando nuovi percorsi neurali e creandone una nuova sintesi come se fossero esperienze di vita vissuta. La nostra mente, pertanto, è fisicamente trasformata dall’esperienza della lettura, che arreca beneficio al singolo e alla sua comprensione dell’ambiente sociale che lo circonda.
Altra dimostrazione di come la conoscenza sia cosa viva, costantemente in progress, e della quale si può essere partecipi, è uno strumento alla portata di tutti: Wikipedia, come delinea X in questo post.

A mio avviso, un buon compromesso potrebbe essere una mediazione: una solida base di formazione e di sviluppo di senso critico, e soltanto in seguito, eventualmente, l’utilizzo di questa nuova tecnologia. Senza dimenticare che le informazioni necessitano di un tempo adeguato e diverso per ciascuno di noi per divenire esperienza e far parte integrante di una persona. E che talvolta imparare, con fatica e un passo alla volta, ha lo stesso fascino del mistero e della scoperta e può dare enormi gratificazioni.

Pi Equals, via xkcd.com.

Oggi cade una ricorrenza che allieterà la giornata di matematici e appassionati: secondo l’usanza introdotta dal fisico americano Larry Shaw, che per primo la celebrò nel 1988 con una sorta di flash mob presso i locali dell’Exploratorium di San Francisco, il 14 marzo (3/14 secondo la notazione in uso nel mondo anglosassone per le date) è infatti il giorno del pi greco. Per la maggior parte di noi, il pi greco è quell’astrusità matematica che rientra nel calcolo delle formule principali riguardanti le figure circolari: la circonferenza di un cerchio è pari a pi greco volte il diametro (ovvero 2πr), l’area di un cerchio misura pi greco volte il quadrato del raggio (πr²), la superficie esterna di una sfera di raggio r vale 4πr² e il suo volume 4/3 πr³. Ci hanno insegnato che il pi greco è un numero irrazionale, ovvero composto da una sequenza infinita di cifre decimali dopo la virgola, ma per comodità nei calcoli quotidiani si può approssimare a 3,14. Da cui la scelta di questa giornata.

Non tutti sanno che il pi greco è così denominato dall’iniziale della parola greca περιμετροσ (perimetros) e che compare un po’ dovunque, in matematica come in natura: ritroviamo il pi greco nel principio di indeterminazione di Heisenberg, nella costante cosmologica di Einstein, nel valore della permeabilità magnetica del vuoto; ma anche nella geomorfologia, come limite, già osservato dallo stesso Einstein, a cui in genere tende il rapporto tra la lunghezza di un fiume e la distanza della sua sorgente dalla foce, assicurando il percorso più “comodo” e minimizzando l’effetto dell’erosione. Siamo praticamente circondati da un mondo fatto a misura di pi greco.

È ormai trascorso quasi un quarto di secolo da quando per la prima volta, con una invidiabile intuizione situazionista, Larry Shaw radunò il personale e i visitatori del museo in cui lavorava, organizzando una marcia in tondo attorno a uno dei padiglioni e ristorando poi i presenti con torte alle mele decorate dallo sviluppo decimale del pi greco; ma di anno in anno le celebrazioni della data di sono moltiplicate, al punto da renderla una piccola istituzione. Fatto singolare, il 14 marzo è anche l’anniversario della nascita di Albert Einstein, figura-chiave della scienza del XX secolo assurta a icona pop per eccellenza.

Due anni fa Google ricordava la ricorrenza con uno dei suoi doodle più fantasiosi.

Noi vi rimandiamo a un articolo più circostanziato apparso cinque anni fa su Fantascienza.com e cogliamo l’occasione per ricordare in questa data il premio Nobel Wisława Szymborska, poetessa polacca scomparsa lo scorso 1° febbraio, autrice tra le sue liriche anche di un poemetto dedicato alla più straordinaria delle costanti matematiche. Tratto dalla raccolta Grandi numeri (Wielka Liczba) del 1976, quello che segue è Sul pi greco nella traduzione di Alessandra Czeczott:

Degno di meraviglia è il numero Pi greco
tre virgola uno quattro uno.
Le sue cifre seguenti sono ancora tutte iniziali,
cinque nove due, perchè non ha mai fine.
Non si fa abbracciare sei cinque tre cinque con lo sguardo,
otto nove con il calcolo,
sette nove con l’immaginazione,
e neppure tre due tre otto per scherzo, o per paragone
quattro sei con qualsiasi cosa
due sei quattro tre al mondo.
Il più lungo serpente terrestre dopo una dozzina di metri s’interrompe.
Così pure, anche se un po’ più tardi, fanno i serpenti delle favole.
La fila delle cifre che compongono il numero Pi
non si ferma al margine del foglio,
riesce a proseguire sul tavolo, nell’aria,
su per il muro, il ramo, il nido, le nuvole, diritto nel cielo,
per tutto il cielo atmosferico e stratosferico.
Oh come è corta, quasi quanto quella di un topo, la coda della cometa!
Quanto è debole il raggio di una stella, che s’incurva nello spazio!
Ed ecco invece due tre quindici trecento diciannove
il mio numero di telefono il tuo numero di camicia
l’anno mille novecento settanta tre sesto piano
numero di abitanti sessanta cinque centesimi
giro dei fianchi due dita una sciarada e una cifra,
in cui vola vola e canta, mio usignolo
e si prega di mantenere la calma,
e così il cielo e la terra passeranno,
ma il Pi greco no, quello no,
lui sempre col suo bravo ancora cinque,
un non qualsiasi otto,
un non ultimo sette,
stimolando, oh sì, stimolando la pigra eternità
a durare.

Poesia e matematica, fuse in una sintesi mirabile. L’istantanea più efficace della meraviglia che si accompagna da sempre all’immensità del 3,14159 26535 89793 23846 26433 83279 50288 41971 69399 37510 58209 74944 592…

“È più stupido e infantile presumere che ci sia una cospirazione o che non ci sia?”

Alfiere di un New Weird politicamente impegnato, dopo essersi fatto notare con la trilogia del Bas-Lag (Perdido Street Station, La città delle navi e Il treno degli dei), China Miéville torna ad essere tradotto in Italia con La città e la città, il romanzo della sua definitiva consacrazione. Una vera e propria bomba concettuale.

In una non meglio specificata parte d’Europa, due città – Ul Qoma e Beszel – coesistono non solo separate, ma sovrapposte: ognuna con la propria cultura, lingua, economia, i propri usi e costumi. Le frontiere sono fittizie e gli abitanti vivono le proprie vite nello stesso spazio fisico ma in nazioni diverse, risolvendo il paradosso con una ferrea educazione che li ha abituati a ignorare lo straniero. Ed ecco che “disvedere” è la legge prima, quella che permette di evitare il caos. Infrangerla vuol dire imbattersi nella Violazione, una spietata autorità disposta a tutto pur di mantenere coerente l’ossimoro di una unica e compatta separazione.

Indagando su un caso di omicidio, gli occhi dell’ispettore Tyador Borlù disegnano l’anatomia di un paradosso politico-sociale che sfiora la speculazione filosofica. Immersa in fumose atmosfere alla Raymond Chandler, note paranoiche alla Philip K. Dick e vertigini kafkiane, la prosa di Miéville si fa leggere e ammirare per l’eleganza dello stile, costringendoci a “violare” il nostro presente, dove viviamo quotidianamente l’esperienza globale di vedere tutto e niente.

Ul Qoma e Beszel si accodano alla lunga serie di città letterarie possibili e impossibili, sovraffollate, sostituite, diffuse o sospese. La città e la città offre un nuovo punto di vista – oltre il riflesso di città separate di ieri (Berlino) e di oggi (Gerusalemme) – e lo fa con impressionante semplicità: un movimento degli occhi, un alzarsi e abbassarsi di palpebre. Un gesto che ci rimanda alle responsabilità di architetti delle nostre vite e della Storia.

Il giovane e talentuoso Giovanni Bucci, motion designer di origine italo-tedesca, ha di recente presentato il suo ultimo lavoro, Addictions.

Addictions – directed by Giovanni Bucci from GiovanniBucci.com on Vimeo.

Due minuti che catturano in un vortice di musica, effetti visivi e forti accostamenti cromatici, grazie alla combinazione di animazione stop motion, motion graphic, styling e make up, sound design, un mix unico nell’elaborazione dell’immagine che ha fatto apprezzare questo artista in Italia e all’estero.

Nel video viene affrontato il tema delle dipendenze, soprattutto quella da tecnologia. Come lo stesso autore spiega presentando il suo progetto, l’intento è una valutazione sul ruolo che la tecnologia ha assunto nelle nostre vite. Dapprima vista come un’occasione di miglioramento, la diffusione dell’elettronica di consumo ha rivelato anche delle ambiguità, come ad esempio quella di creare dipendenza e alienazione, assimilare acriticamente le informazioni, essere utilizzata come infido strumento di controllo.

Nella clip questi concetti vengono espressi dalla modella che si esibisce e al contempo è intrappolata dietro ad uno schermo, in un ambiente artefatto, mossa da fili come una marionetta, e dall’uomo dal volto coperto che ne ha il controllo remoto, in un crescente susseguirsi di immagini frammentate. Il continuo scambio di ruoli rende incerta ed inestricabile l’individuazione di chi stia governando l’altro, e di dove corra il confine tra reale e virtuale. I cavi tentacolari bloccano la ragazza in un mondo artificiale, dal quale lei ad un certo punto cerca strenuamente ma invano di uscire; ma sono anche le briglie che legano l’uomo ai suoi stessi mezzi informatici, ai quali è man mano sempre più asservito.

È il pericolo di non avvertire la trama della matrice, il potenziale costruttivo ma anche orwelliano insito nella tecnologia, il cui impiego acritico è messo in luce dal romanzo X (Little Brother, 2008) di Cory Doctorow. È anche l’indizio delle estreme conseguenze a cui può portare l’ossessione dell’universo mass-mediatico, in cui attore e regista si prevaricano a vicenda, in un efferato gioco di intercambiabilità tra cavia e burattinaio, spettatore e partecipante, come narrato in Cavie del geniale Chuck Palahniuk.

C’era un tempo in cui Fruttero e Lucentini, allora direttori della collana di fantascienza Urania, sostenevano che “un disco volante non può atterrare a Lucca”. Oggi invece, nonostante le mille difficoltà economiche e l’annoso pregiudizio che grava sia sul cinema che sulla narrativa di genere in Italia, questo divieto pare essere decaduto. Nell’ultimo anno, per fare soltanto alcuni esempi, si sono  prodotti film come 6 Giorni sulla Terra di Vauro Venturi, L’ultimo terrestre per la regia di Alfonso Pacinotti e da ultimo L’arrivo di Wang dei Manetti Bros: piccole produzioni low budget, è vero, ma pur sempre pellicole che testimoniano come il genere fantastico goda di un certo favore.

Venerdì scorso, 2 marzo, si è tenuta a Roma l’anteprima de L’arrivo di Wang, a cui ho avuto modo di assistere in veste di inviato per HyperNext, ritrovandomi in una sala cinematografica quasi piena di addetti ai lavori la cui presenza non era certo scontata, visto il tema della proiezione.

Il film ha un incipit folgorante: Gaia è una traduttrice – interpretata da Francesca Cuttica, proveniente dal teatro – che viene ingaggiata per fare da interprete a un personaggio misterioso, tenuto in ostaggio in un luogo segreto, che parla solo cinese. Lei stessa, per motivi di sicurezza, deve condurre l’interrogatorio bendata e per venti minuti brancoliamo letteralmente nel buio della stanza degli interrogatori, tra ipotesi di terrorismo e spionaggio internazionale. La vera natura del prigioniero ci verrà svelata solo quando Gaia costringerà l’agente Curti, interpretato da un ottimo Ennio Fantastichini, a toglierle la benda dagli occhi.

Wang è un alieno. Wang viene in pace. Wang è arrivato sulla Terra per stringere rapporti di amicizia con i terresti e non capisce tanto scetticismo e ostilità da parte delle autorità che lo tengono legato a una sedia. Da qui in poi il film diventa un triangolo di suspense che vede i tre personaggi impegnati l’uno a convincere l’altro delle rispettive posizioni: Wang delle proprie intenzioni pacifiche, l’agente Curti della pericolosità dell’alieno e Gaia dell’occasione unica per l’umanità di conoscere un’altra razza.

Ma chi è veramente Wang? Novello cavallo di Troia oppure ambasciatore spaziale? lo sapremo solo alla fine, quando tutti i nostri pregiudizi verranno ribaltati dal colpo di scena finale, sicuramente spiazzante, anche se coerente nella sua soluzione. E non lo svelo qui per non rovinarne la scoperta a partire da venerdì 9 marzo quando il film verrà distribuito nelle sale italiane.

Eppure l’interesse verso questa pellicola non finisce qui, in quanto L’arrivo di Wang, al di là della trama avvincente e della buona prova degli attori, sfodera effetti speciali di prim’ordine, cosa piuttosto rara dalle nostre parti dove siamo abituati a ricorrere alla fantasia per colmare i vuoti di budget e ad esportare tecnici laddove le opportunità di lavoro risultano migliori. Per gli effetti del loro film, i Manetti Bros hanno potuto avvalersi della collaborazione di Maurizio Memoli, reduce dall’esperienza di Avatar, e dello studio Palantir Digital di Simone Silvestri (compositor effetti video) e Vito Picchinenna (produttore e videomaker), che con il loro team di sviluppo sono riusciti  in 15 mesi di lavorazione e 13 minuti di presenza scenica 3D ad “animare” il personaggio di Wang in modo eficace e credibile, tenendo testa al livello qualitativo delle produzioni hollywoodiane.

Alla mia domanda diretta su come siano riusciti, visto il pregiudizio esistente sul cinema di genere fantastico in Italia, a produrre la loro opera, la risposta di Marco Manetti è stata: “Non ci siamo riusciti, è impossibile proporre qualcosa del genere in Italia, per cui ce lo siamo fatti da soli”.

Sono quindi due le lezioni che ho appreso in 81 minuti di proiezione: la prima è che il genere fantastico esiste e coraggiosamente resiste, anche in un’Italia che investe poco nella cultura e ancor meno nel futuro (e pertanto nelle sue forme di rappresentazione); la seconda è che le nostre competenze tecniche nel campo degli effetti speciali 3D non hanno nulla da invidiare ai professionisti stranieri (come si può apprezzare da questo link all’animazione di Wang). L’arrivo di Wang giunge forte dell’ottima accoglienza di pubblico e di critica raccolta presso i seguenti eventi:

  • BIFFF Brussels International Fantastic Film Festival 2012
  • FlightFest – Glasgow Film Festival 2012
  • Sitges – Festival Internacional de Cinema Fantastic de Catalunya 2012
  • Trieste International Science+Fiction 2011
  • Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2011 – Controcampo italiano.

Non mi resta che augurare una fantastica visione a tutti.

Il controllo che l’hacienda esercita sui materiali non inerti, o risorse umane, investe anche l’alimentazione, che si procura di rendere simile a quella dei materiali inerti: una fornitura di energia cui deve corrispondere, in un rapporto automatico di cause ed effetti, un funzionamento atteso. Le organizzazioni più grandi dispongono a questo scopo ambienti appositi al loro interno, in modo che il controllo sia totale; le altre forniscono tagliandi di un determinato valore, che possono essere scambiati con cibo in punti di ristoro esterni. In questo caso la costrizione è esercitata dal basso importo dei tagliandi, che impone una scelta ristretta e un calcolo assillante, e al fatto che tale scelta avvenga non nell’ambito controllato della mensa, ma in uno spazio aperto che mette a disposizione numerose alternative più appetibili.

L’uso della mensa può essere gratuito, ma più spesso comporta un prelievo, di solito trascurabile, dalla retribuzione: altrimenti si genererebbe il sospetto che tale servizio sia nell’interesse dell’hacienda. Poiché essa considera ostile tutto ciò che è integro, in quanto portatore di una ragione sua propria e di una sostanza renitente, anche il pasto viene sottoposto a un bisturi analitico, e suddiviso in piatti, ognuno dei quali ha un peso e una classificazione; le scelte possibili vengono limitate secondo poche regole definite in base a questi criteri. Le eccezioni sono ammesse, ma dipendono dall’arbitrio delle inservienti. Queste rappresentano una delle forme cui l’hacienda ricorre come isolante nei confronti delle risorse umane, al pari degli addetti all’amministrazione e ai servizi: elettricisti, portinai, addetti alla sicurezza e così via. Tutti costoro da un lato sono agevolati nel contatto grazie alla comune umanità, dall’altro l’hacienda riconosce loro tacitamente una circoscritta facoltà di deroga, purché non esibita: è questo il loro potere.

Per azzerare i tempi di distribuzione e di attesa, il cibo non viene cucinato a richiesta, ma in grandi quantità, e tenuto a bagnomaria perché resti in temperatura; tutti i piatti caldi sono quindi in realtà riscaldati, e l’odore dolciastro, il tepore umido che deriva da questo processo di mantenimento sono il blando anestetico che segna la sospensione temporanea del processo di produzione, ammorbidisce la percezione, prepara e facilita l’ingerimento. Per rendere le porzioni uniformi, perfette epifanie della serialità, si privilegiano le ricette in cui le materie prime vengono sminuzzate e ricomposte in forme semplici e replicabili: polpette, sformati, salsicce, fette di torte salate, pizze, frittate e in generale tutto ciò che può essere cucinato in teglie e successivamente ritagliato in sagome geometriche. La ricomposizione, che agevola la mescolanza, ha anche il vantaggio di rendere irriconoscibili gli ingredienti e confondere i sapori: questo non tanto per la marginale utilità di dar fondo agli avanzi o recuperare qualcosa di avariato, quanto perché il cibo sia il più anonimo possibile.

—F.Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.55

Zdzislaw Beksinski

Nella produzione di Jack London, spicca un breve romanzo post-apocalittico, pubblicato nel 1912, che precorre temi oggi in primo piano: La peste scarlatta. Visionario, lacerante nel suo realismo e nel linguaggio potente, è il racconto dei pochi scampati alla letale epidemia che sterminò l’umanità nel 2013.

Nei dintorni di quella che fu San Francisco, sessant’anni dopo la pandemia, vagano un anziano malconcio e un giovane dodicenne, Edwin. Sono due dei pochissimi superstiti, che insieme a un manipolo di ragazzi selvaggi, nipoti di altri sopravvissuti, si raccolgono intorno al fuoco dopo la caccia, occasione per il vecchio di narrare la rovina della civiltà, allorché l’umanità, sfasciata dal morbo incontrollabile, precipitò a livelli inconcepibili di crudeltà e arretratezza (“La civiltà crollava e ognuno doveva pensare a se stesso”, “Imperavano l’assassinio, la rapina, l’ubriachezza”).
London, reduce dall’esperienza di reporter del conflitto russo-giapponese e alle soglie della Grande Guerra, ravvisava il mondo slittare verso uno sfacelo ineludibile. Sensazione che si ripercuote nel cupo pessimismo del racconto, che riconosce all’essere umano la capacità solo di moltiplicarsi, edificare, distruggere, in un ricorrente eterno ritorno, suggellato dalla sentenza “La stessa vecchia storia si ripeterà. L’uomo si moltiplicherà e gli uomini si combatteranno. […] Come la vecchia civiltà si è estinta, così si estinguerà la nuova”.

In una società che ha perduto cultura, l’uso di tanti vocaboli e il loro significato, l’unico mezzo per tramandare il passato è la primigenia tradizione orale. Novello cantore della tragedia che si è consumata è appunto il vecchissimo uomo, un tempo professore di Letteratura Inglese, figura che volutamente richiama gli antichi aedi, depositari della memoria e della tradizione. Tuttavia il nostro è svestito di ogni aura regale e divina, ridotto a uno scempio umano in cui convivono tratti animaleschi e guizzi aulici. Eppure rappresenta l’estremo frammento di continuità con la civiltà e la cultura trascorse, ultimo custode di un sapere perduto. Fu lui, infatti, a salvare qualche libro dalla rovina in una imprecisata spelonca, richiamo simbolico all’uomo che può liberarsi della bestialità grazie alla conoscenza, sottolineando al contempo la potenziale importanza dei libri.

Il ritorno alla tradizione orale ricorda Anni senza fine di Clifford Simak, ove unico depositario dei ricordi dell’uomo e del passato è un robot, Jenkins, in una terra finita, nell’abbandono più totale, insieme alle uniche creature intelligenti rimaste, dei cani evoluti che nemmeno serbano più traccia dell’uomo:

“Queste sono le storie che i Cani raccontano quando le fiamme bruciano alte e il vento soffia dal nord. Allora ogni famiglia si riunisce intorno al focolare, e i cuccioli siedono muti ad ascoltare, e quando la storia è finita fanno molte domande:
Cos’è un Uomo?, chiedono.
Oppure: Cos’è una città?
O anche: Cos’è la guerra?
Non esiste una risposta precisa a nessuna di queste domande. Ci sono delle supposizioni e ci sono delle teorie e ci sono numerose ipotesi dotte, ma non esiste, in realtà, una vera risposta.”

Una narrazione elegiaca, intensa, a cui l’autore consegna la propria peculiare idea di salvezza (in parte nettamente conservatrice), attuabile attraverso il recupero della vita rurale e dei valori del passato, nonché la creatività e la sensibilità.

Lo stato di barbarie in cui ricadrebbe l’uomo dopo calamità o sconvolgimenti apocalittici è frequente in letteratura.
Basti pensare a Cecità di José Saramago, a I vermi conquistatori di Brian Keene oppure a Il Signore delle Mosche di William Golding, in cui i ragazzini protagonisti sprofondano in una condizione tribale, selvaggia, dominata da brutalità, soprusi e superstizione.
In London, l’espediente della peste, del germe letale, che etimologicamente accomuna per contrasto il germinare della vita e il virus sterminatore, ha radici antiche: nell’Iliade omerica e nell’Edipo Re di Sofocle, pur con connotazioni religiose e mitologiche, la pestilenza è denuncia di negligenza morale; in Tucidide viene sottolineata l’impotenza della medicina; in Tacito si confessa l’imparzialità del contagio, che colpisce indistintamente tutti, tema che verrà ripreso e ampliato da Giovanni Boccaccio e Alessandro Manzoni, accompagnandosi al disfacimento dei costumi e delle leggi.
Albert Camus ne La peste, al contrario di London, sottende una speranza, che l’uomo, sollecitato da un’enorme avversità, possa riscoprire i reali valori, oltrepassare l’individualismo assoluto.

La velata critica sociale e ambientalista di London si può accomunare inoltre al romanzo-denuncia di John Brunner, Il gregge alza la testa, ove la società è degradata in un totale inquinamento biochimico che compromette ogni forma di vita. Poiché il popolo, simile a un gregge, non oppone alcuna vera resistenza al crescere della disperazione e dello sfacelo, forse non merita nemmeno di essere salvato, suggerisce l’autore nella sua perspicace analisi.

Agli antipodi, pur con alcuni punti di contatto, si pone Dissipatio H.G. di Guido Morselli (eccelso scrittore malauguratamente dimenticato). Uscito postumo nel 1977, è un testo fantastico e surreale, colto, pungente e ironico, un po’ borderline rispetto a canoni e argomenti tipici italiani di quegli anni.
Nel romanzo si ripercorre la vicissitudine di un uomo che, appena dopo aver desistito dal suicidio, scopre che sono completamente scomparsi dal mondo tutti gli esseri umani, a parte lui. Mentre le macchine perseverano nelle loro ormai inutili funzioni, gli animali e la natura, come in London, tornano a proliferare, a prendere il sopravvento.
Il protagonista, solitario custode della terra e della storia dell’uomo, non cade però nella bestialità, rimane un fine filosofo, intellettualizza la sua condizione estrema e le sue emozioni quasi per distaccarsene – la scrittura in questo caso diviene medium per filtrare e razionalizzare il sentire –, come rispecchiano lo stile e il linguaggio, cerebrali, eruditi, ricchi di ironia e rimandi filosofici.
Simbolo di vita e speranza ormai è solo la natura, allorché il protagonista osserva che “qualche cosa verdeggia e cresce, e non la solita erbetta municipale; sono piantine selvatiche. […] I ranuncoli, la cicoria in fiore.”

Esempi – soltanto alcuni – di come Jack London e la letteratura, ma non solo, dimostrino di cogliere il nerbo di tematiche fondamentali per l’uomo, di essere portavoce di un messaggio vitale, ammonendo sui rischi potenziali degli aspetti più degeneranti del mondo contemporaneo.

Nell’hacienda le ingiunzioni vengono espresse in forma condizionale: direi, farei, proporrei. Allo stesso modo, dipendenti e sottoposti sono definiti collaboratori, quando invece è evidente che, in primo luogo, non c’è né comunanza relativamente alla loro attività, poiché vige il principio generale che non sappia la destra ciò che fa la sinistra, e ogni cellula procede per conto proprio, apatica e ignara; né reale lavoro, se per questo si intende sforzo finalizzato a un risultato: se mai dissipazione di energie.

—F. Sollima, Fenomenologia dell’umiliazione, I, p.142

Speciale PKD (1 di 3): Il mondo che Dick creò
Speciale PKD (2 di 3): Il sogno del simulacro

4. “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare…” L’opera di Dick ha ormai saputo imporsi al di fuori del genere come una vera e propria icona della nostra epoca. Visioni di un futuro tormentato, oppressivo, soffocante, in cui niente è ciò che sembra e dietro ogni angolo di visuale forse si nasconde il preludio a una realtà “altra”, collocata su un piano di percezione parallelo o sfalsato rispetto alla nostra consuetudine. Questa minaccia della simulazione, della finzione, dell’artificiale, del doppio e del “falso”, è stata sviscerata nel suo lavoro sotto tutte le prospettive possibili: mondi che non sono quello che sembrano (Ubik), dottrine spirituali ispirate da costrutti sintetici (La Trilogia di Valis), demiurghi nascosti sotto le mentite spoglie di viaggiatori spaziali (Le tre stimmate di Palmer Eldritch), falsi ricordi (il racconto Possiamo ricordare per te alla base del film Atto di forza), false realtà (L’uomo dei giochi a premio), realtà storiche che sono tutt’altro da quello che crediamo (il Terzo Reich che vince la Seconda Guerra Mondiale in una ucronia messa in discussione solo da un libro di fantascienza dal titolo criptico, La cavallettà più non si alzerà, ne L’uomo nell’alto castello), replicanti in tutto e per tutto identici agli esseri umani (I simulacri, il racconto “Modello Due” che ha ispirato il film Screamers di Christian Duguay, il più celebre Cacciatore di androidi). Ma anche persone che non sono ciò che sembrano (Un oscuro scrutare, il racconto “Impostore”, anch’esso portato sugli schermi, da Gary Felder), realtà insidiate dal potere psichico di potentissime droghe (Illusione di potere, Scorrete lacrime, disse il poliziotto) o robot che si sostituiscono agli esseri umani, come nel racconto “Formica Elettrica” che racchiude, allo stato embrionale, lo spunto di Matrix.
Solo “storie di omini verdi”, come soleva schermirsi Dick. A svelare quanto radicate nella realtà fossero le paranoie dickiane, ci hanno pensato i ricercatori del FedEx Institute of Technology di Memphis, supportati dall’Hanson Robotics e dall’Automation and Robotics Research Institute (ARRI) dell’Università del Texas di Arlington. Il loro team congiunto ha infatti messo a punto un robot in tutto e per tutto simile a un essere umano. E non deve essere stata una scelta casuale, se alla fine i ricercatori hanno dato alla loro creatura le fattezze di Philip K. Dick. Il robot è stato realizzato impiegando le più sofisticate tecnologie robotiche in termini di espressività e motori di intelligenza artificiale per il linguaggio.
Androidi come questo” riportava fino a qualche tempo fa il sito ufficiale dell’Università di Memphis (e dovete fidarvi, perché il mio link non risulta più attivo), “possono essere usati in un vasto campo di applicazioni, che va dall’intrattenimento fino all’educazione. Il robot riproduce Dick tanto nell’aspetto quanto nell’intelletto, grazie a una personalità ricostruita dallo stato dell’arte dell’intelligenza artificiale. La pelle di sintesi messa a punto dall’Hanson Robotics permette di creare espressioni estremamente realistiche, che vanno dalla gioia alla paura, allo stupore. Le telecamere impiantate negli occhi consentono al robot di registrare i volti delle persone e riconoscerli. I dati della visione sono fusi insieme con meccanismi di riconoscimento dei segnali vocali e software di sintesi del linguaggio. Il sincronismo tra queste procedure e l’espressività facciale rende il robot un sistema emulativo completo.
I ricercatori del FedEx Institute, riconosciuti internazionalmente per il loro lavoro nel campo della sintesi del linguaggio, hanno sviluppato il software che permette al robot di sentire, capire e rispondere alle domande nel corso di una conversazione con un interlocutore umano. L’Hanson Robotics ha invece messo a disposizione la sua esperienza nei campi dell’ingegneria meccanica e delle strutture polimeriche. L’ARRI ha fornito la propria consulenza in ingegneria dei sistemi robotici. I progettisti hanno lavorato in stretto contatto con Paul Williams, amico intimo ed esecutore letterario di Philip Dick, che dalla morte dell’autore ad oggi ha custodito i suoi 91 faldoni di appunti inediti, per giocare questo scherzo beffardo alla memoria del grande autore.
Il robot ha fatto il suo debutto sulle scene al NextFest della rivista Wired, tenutosi a Chicago nel giugno 2005, presentato in una ricostruzione del suo appartamento del 1970 in cui il pubblico ha potuto entrare e interagire con esso, in un macabro gioco di emulazione della realtà. In seguito l’androide Philip K. Dick è stato trasferito al FedEx Institute, dove il 6 luglio 2005 è stato organizzato un incontro a porte aperte con il pubblico. Forse qualcuno si è azzardato a interrogare il simulacro quasi fosse un oracolo, ponendogli la domanda che ormai da quasi quarant’anni perseguita i numerosi fan del maestro: “gli androidi sognano ancora pecore elettriche?” Se lo ha fatto, è riuscito anche ad evitare che la risposta trapelasse sui media.
Per chiudere il cerchio, l’androide di Dick ha partecipato alla presentazione dell’adattamento cinematografico di A Scanner Darkly, al Comic Con di San Diego. Poi, nel Febbraio 2006, durante un trasferimento aereo la sua testa è andata perduta. Uno scherzo beffardo del destino, se si pensa che ancora adesso, a sei anni dallo smarrimento, la testa del simulacro di un autore visionario e paranoico è ancora in giro per il paese, ipotesi molto più inquietante della prospettiva banale di un imballaggio dimenticato in un deposito aeroportuale. Comunque lo scorso anno la Hanson Robotics ha annunciato di aver ultimato una copia del pezzo mancante, per cui il robot ha infine ritrovato una testa.
L’attualità del pensiero e delle intuizioni di Dick è comunque viva ancora oggi più che mai, come dimostra il successo di pellicole come lo straordinario Inception di Christopher Nolan e l’annuncio da parte di Ridley Scott di voler riprendere e infondere nuova linfa al mondo di Blade Runner. Staremo a vedere cosa succederà. Continuando a leggere Dick, forse non il più grande autore di fantascienza (come molti pseudo-critici ignari del genere vorrebbero farlo passare), ma di sicuro tra i più visionari intellettuali emersi dalle sue nutrite schiere di autori, lucido anticipatore del nostro presente.

Riferimenti bibliografici

Si consiglia ovviamente di recuperare (almeno) i titoli di Philip K. Dick citati. Per gli aneddoti sulla sua vita e per gli spunti di riflessione sono debitore nei confronti dei seguenti autori:

Vittorio Curtoni, L’ambiguità al potere, introduzione a Philip K. Dick, Il mondo che Jones creò, Classici Urania n. 118
Vittorio Curtoni, Philip K. Dick nel moratorium, Delos Science Fiction 61
Philip K. Dick, Se vi pare che questo mondo sia brutto, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Joe Protagoras è vivo, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Philip K. Dick, Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza, a cura di Lawrence Sutin, Universale Economica Feltrinelli
Marco Giovannini, Un replicante di nome Philip K. Dick, in Almanacco della Fantascienza 1997, Sergio Bonelli Editore
Giuseppe Lippi, Illusioni, introduzione a Philip K. Dick, Illusione di potere, Classici Urania n. 270
Giuseppe Lippi, Philip K. Dick: Ritratto dell’autore, in Philip K. Dick, Il sognatore d’armi, Urania n. 1326
Carlo Pagetti, Un’ossessione amorosa nell’America dei simulacri, introduzione a Philip K. Dick, Abramo Lincoln Androide, Fanucci Editore
Carlo Pagetti, Uomini e androidi, introduzione a Philip K. Dick, Blade Runner – Il cacciatore di androidi, Editrice Nord
Paul M. Sammon, Blade Runner – Storia di un mito, Fanucci Editore

Risorse in rete

www.philipkdick.com Il sito ufficiale su Philip K. Dick, ricco di materiale sull’autore californiano.

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