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Un cielo di liquido metallo incombe sulla distesa di rovine entropiche affastellate intorno al Golfo. Il diluvio è cessato – ci scusiamo per l’interruzione. Nuvole grigie galleggiano dense di molecole nocive sopra le luci alogene della città: un arcobaleno indistinto che degrada rapidamente nel piombo fluido e verso la liscia pietra fluviale.
Prospettiva dall’alto di Posillipo, attraverso le fronde dei platani e dei pini marittimi, tra i rami cullati dal vento dei salici trattati geneticamente. Treni che arrivano in stazione, treni che partono. Convogli della metropolitana che scivolano tra i palazzi, sprofondando nei loro cunicoli sotterranei e riemergendo in superficie, dentro e fuori da stazioni costruite secondo gli schemi di astronavi perdute. Le insegne luminose, la danza degli ologrammi sui tetti dei palazzi, i grattacieli ricombinanti del Distretto Corporativo, i fanali delle auto in processione agonizzante lungo le sopraelevate, fiotti di fumi venefici dai comignoli degli altoforni e delle ultime raffinerie petrolchimiche ancora attive nella zona del porto.
La funzione di Hubbert era stata ingannata a lungo, ma verso la metà degli anni Venti il mercato aveva scoperto il bluff. L’instabilità economica che era seguita aveva spalancato le porte alla crisi economica, sprofondando poi nel baratro della catastrofe bellica: i conflitti su scala regionale si erano saldati con le contese commerciali sui giacimenti strategici di petrolio e gas e con il controllo delle riserve idriche del blocco eurasiatico, originando un unico fronte di guerra globale, una faglia sismica che aveva investito il pianeta ancora in lenta ripresa dopo gli anni della sindrome di Wuhan.
La delocalizzazione era stata invertita e nel riassetto della capacità operativa dell’Europa Meridionale Napoli era stata favorita dalla sua centralità, calamitando gli asset strategici degli operatori nazionali e transnazionali. Subito dopo la fine della guerra, il conglomerato Atlantis Kombinat Systems aveva stabilito in città la sua base operativa per l’area mediterranea, pompando nelle vene del tessuto socioeconomico liquidità preziosa per il Secondo Risanamento.
Era stato solo l’ultimo sussulto, prima che la frenesia iperliberista s’innamorasse delle promesse della Singolarità, in un’ubriacatura di tecnocrazia che aveva impresso un saliscendi emozionale alla curva dello sviluppo delle principali economie mondiali. L’Unione Europea non aveva fatto eccezione e Napoli, insieme alle altre zone economiche speciali istituite nelle regioni depresse del continente, ormai tutte indifferentemente incapaci di reggere i tassi di crescita necessari ad assicurare il ritorno atteso dei fondi che vi avevano riversato capitali a pioggia, era stata oggetto di pesanti disinvestimenti in quasi tutti i settori industriali, finendo per imboccare nuovamente la strada del declino.
Adesso, Napoli richiama alla mente l’immagine tragica di una nobile decaduta. Una cortigiana di classe, ferita ma in qualche modo sopravvissuta, che veglia sul corpo del gigante abbattuto, riverso sulla riva del mare. Le luci delle autostrade tracciano nella sera le bordature delle sue costose vesti di seta lacere e macchiate di sangue, brandelli di tessuto urbano dimenticati sulla pietra lavica delle colline sepolte sotto le macerie di strati meta-geologici di abusivismo sfrenato.
Excursus storico-geografico in questo estratto di Ricordi proibiti (Delos Digital, 2024).

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