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Mi riprometto sempre di non commentare le uscite dei politici italiani, consapevole che discutere dichiarazioni palesemente imbecilli o proposte intrinsecamente irricevibili significa comunque farle girare, contribuire a diffonderle, e così si rischia di legittimarle e conferirgli una dignità che non hanno e che non meritano. Però non sempre ci riesco, e questo è il post in cui appunto non ci riesco.

Leggo in giro di proposte da parte del partito più insignificante dell’arco parlamentare di riaprire tutto con gradualità. L’intervista rilasciata dal suo leader ad Avvenire risponde in tutta evidenza a un esigenza di visibilità, la stessa esposizione che con boutade di tenore analogo ricercano anche i leader dell’opposizione (e uno in particolare) in calo di consensi da mesi. E fa il paio con almeno altre due imbarazzanti campagne portate avanti dallo stesso partitino che naviga poco al di sopra del livello del 2% nei mari in burrasca della politica italiana: riempire i supermercati di colombe e uova di pasqua e abbellire i balconi degli italiani di fiori (non sto scherzando, non riporto i link per pietà, ma potete recuperare i riferimenti googlando senza troppa difficoltà).

Adesso bisognerebbe riaprire le fabbriche prima di Pasqua e poi il resto: negozi, scuole, librerie e chiese, «perché non possiamo aspettare che tutto passi. Perché se restiamo chiusi la gente morirà di fame. Perché la strada sarà una sola: convivere due anni con il virus». E se gli appelli alla tradizione delle colombe e alle decorazioni floreali si sottraevano a qualsiasi commento per la loro insulsaggine, parole come queste suonano di una gravità inaudita in un simile momento, a poche ore di distanza dagli inviti alla prudenza del presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro e del presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli. Mentre gli esperti invitano a non abbassare la guardia, preparando anche psicologicamente la strada per il prolungamento delle misure restrittive in vigore fino al 3 aprile, qualche politico in cerca di esposizione mediatica non sta mettendo al primo posto la salute dei cittadini.

Ed è se possibile ancora meno ricevibile una proposta del genere se si prova a confezionarla con il richiamo a ineludibili necessità economiche, per tutelare i patrimoni delle imprese e il potere di acquisto dei cittadini. Il Corriere della Sera si è accodato a questa linea di pensiero l’altro giorno, ospitando un intervento sottoscritto da diversi economisti italiani in cui, nel nome di una ectoplasmica ripresa economica, si delineano con entusiasmo scenari distopici se possibile ancora peggiori di quelli dell’immediato futuro, con derive che definire orwelliane è pure riduttivo.

In Europa l’Italia è da anni il fanalino di coda per investimenti nella ricerca e per sostegno all’innovazione delle aziende. Quindi tutto quello che riusciamo a fare in questo momento per uscire dallo stallo, è ragionare su proposte che prevedono il ritorno allo status quo precedente: riaprire le fabbriche, tenere in funzione la filiera agroalimentare come la conosciamo, tornare alle classi sovraffollate delle materne e delle elementari. Proposte non solo irricevibili (come il reinserimento “coatto” dei dipendenti nei vecchi processi di produzione), ma perfino irrealistiche.

Gli economisti che firmano manifesti come quello sopra linkato e i politici che giocano al rialzo a un tavolo in cui è in ballo il futuro di intere generazioni, dimostrano non tanto la spregiudicatezza di cui forse vorrebbero pavoneggiarsi, ma piuttosto una innata mancanza di concretezza e una totale incapacità di misurarsi con la realtà. E la realtà è quella che s’intravede, a fatica, tra i numeri della Protezione Civile: numeri che tutti sappiamo essere sottostimati, in alcuni casi fino forse a un ordine di grandezza (e la Lombardia non fa eccezione: in Emilia-Romagna le modalità di accesso ai test sono pressoché le stesse, e stiamo parlando delle due regioni con il maggior numero di casi documentati), ma che dipingono un fenomeno che già oggi sappiamo finirà per coinvolgere centinaia di migliaia di persone.

In uno scenario conservativo come quello su cui stiamo ragionando dalla settimana scorsa, a Pasqua ci troveremo ad avere un numero di positivi attivi superiore a quelli che abbiamo oggi e a piangere non meno di 12.000 vittime: non si capisce bene che cosa dovremmo festeggiare, a cosa dovrebbero servire colombe e uova di pasqua, o perché in una situazione più grave di oggi si debbano riaprire fabbriche, uffici ed esercizi commerciali oggi chiusi per tornare gradualmente a una normalità perduta. Dobbiamo guardare negli occhi la realtà, che nel migliore dei casi avrà l’aspetto qui sotto rappresentato, ma che non è affatto detto sia così clemente.

Questo malgrado le disposizioni del governo. Immaginarsi cosa succederebbe allentando proprio adesso quelle misure non è difficile: a Codogno, in seguito alla riapertura dell’ex area protetta, i casi di COVID-19 sono tornati ad aumentare.

Ieri è stato registrato il maggior numero di decessi dall’inizio dell’emergenza: 919, che portano il conteggio totale oltre le 9mila vittime. I numeri rendono solo in parte fede a una situazione reale che ha già fatto centinaia, forse migliaia di vittime in più rispetto alle cifre ufficiali. I nuovi casi registrati ieri sono stati 5.959, che portano il totale a 86.498 contagi: il giorno in cui l’Italia si è lasciata alle spalle la Cina per dimensioni dell’epidemia, gli USA hanno superato i centomila contagi, con il 50% di casi attivi in più rispetto all’Italia, che al momento ne ha 66.464. Tra i 14.543 casi del Regno Unito, dall’altro giorno è conteggiato anche il primo ministro Boris Johnson, insieme al suo ministro della Salute (la fortuna è cieca, ma il karma ci vede benissimo a quanto pare).

Nel mondo i casi sono più di 600.000, le vittime 27.468.

Ieri il Papa si è rivolto a una piazza vuota per una preghiera speciale. Tanti non credenti (come chi scrive) hanno sottolineato la forza delle immagini e delle parole dell’omelia del 27 marzo. Trovo anch’io importante registrarle a futura memoria: hanno molto più senso di quelle dei nostri politucoli da quattro soldi.

Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12)

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Questo blog appartiene a Giovanni De Matteo, anche conosciuto per i vicoli della rete come X. Nel 2004 è stato tra gli iniziatori del connettivismo. Legge e guarda quel che può, e se riesce poi ne scrive. Si occupa soprattutto di fantascienza e generi contigui. La sua passione è sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Dopo Corpi spenti e Karma City Blues, il suo ultimo romanzo è anche il primo: s'intitola Ricordi proibiti.

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