Rendo un’immagine
a chi mi regalò un colore.
O forse era un calore,
penso,
denso.
Giallo insoluto.
Rendo un’immagine
a chi mi regalò un colore.
O forse era un calore,
penso,
denso.
Giallo insoluto.
Percorso da rabbia canina
non ebbi rimorsi
ma morsi
e il frutto proibito!
L’ameba di Adamo.
La cellula madre.
E caddero
Come cimici morte
Le ultime candide vesti.
Eburneo animale ghigno
Angelico spasmo mefistofelico.
Mi fusi in me.
Metafisica parvenza.
Carne marcia.
Anima terrorifica.
Ignobile cannibale.
Famelica fiera.
In un solo fragore di fauci
mi divorai.
Lei se ne andò come il bifolco lascia il fondo all’imbrunire.
Una manciata di angosce le sue tragiche messi.
Comprai una girandola quel giorno, ricordo molto bene.
La riposi nel naso di un cavallo baio.
Evviva l’otorina abbondanza!
Evviva il vento
che qui non soffia più.
E la girandola è una fissandola ormai.
Per strabici equini psichedelici.
Qui non passa più il treno.
e l’unico suono è il garzoncello scherzoso
che cade correndo
e si trafigge il petto.
Rapido ansima concitato.
Poi muore.
Per fortuna è solo un sogno…
questa breve vita d’umano.
Venne al mio cospetto.
Con la baldanza della bestia orrenda.
Meretrice d’animo.
Puttana di intenti.
Amai le sue labbra protese.
Protrusi tentacoli morti.
Gli occhi di vetro angoscioso.
Sudava afrori nefasti.
Mi spense l’ultima sinapsi.
Contrita,
si ritirò in me.
La noia.
Mi svegliai dunque.
Il bagliore della notte mi affollò l’esofago.
Tumulto di tenebra feroce
mi avvinse.
Che il mondo era finito da tre giorni.
E i nostri corpi luride carcasse.
Inutile carbonio.
Come quattro giorni fa.